Postcards From Hell: Stories by Andrea Nicastro
DEATH OF A HERO
Ahmed Shah Massud
> TRIBUTEWi> INTERVIEW
> MESSAGE TO THE
PEOPLE OF THE USA

NEW YORK, NEW YORK!
Tribute to
a defaced city
FAREWELL MARJAN...
Marjan, the one-eyed lone
lion is no longer the king of
Kabul zoo
PICTURES from the grenade attack!
AFGHANISTAN 2001, stories by Andrea Nicastro
AFGHANISTAN 2001, stories by Ettore Mo
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martedi , 25 settembre 2001
POLITICA ESTERA
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I vicini dell' Afghanistan schierati con l' America

Tre ex repubbliche sovietiche gli alleati più utili di Washington. Il Kazakistan è «pronto all' azione» Offerte di collaborazione vengono anche dal Tagikistan e dal Turkmenistan
Andrea Nicastro

I vicini dell' Afghanistan schierati con l' America Tre ex repubbliche sovietiche gli alleati più utili di Washington. Il Kazakistan è «pronto all' azione» DAL NOSTRO INVIATO ASTANA (Kazakistan) - Fino alla caduta dell' Urss erano uno più comunista d ell' altro. E a dieci anni di distanza il loro stile di governo non è cambiato granché. Eppure i presidenti di almeno tre delle repubbliche ex sovietiche dell' Asia centrale sono, o potrebbero presto diventare, i più utili alleati dell' attacco milit are americano contro Bin Laden e i talebani. LA CARTINA - Basta una cartina per capire come mai interessino tanto Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan e più a nord (non confinante) il Kazakistan: sono i vicini settentrionali dell' Afghanistan. Dalle loro basi potrebbero partire non solo i bombardieri Usa, ma anche gli elicotteri per il recupero di eventuali piloti abbattuti o di squadre di commandos. In più si potrebbero piazzare ai loro confini sistemi di controllo e ascolto verso il Paese dei talebani. E, infine, sarebbe più semplice avviare incursioni via terra rispetto a quelle che dovrebbero, ad esempio, scavalcare il terribile Khyber Pass pachistano. E tutto ciò senza considerare quelle «difficoltà interne» del Pakistan di cui ha parl ato il segretario di Stato Colin Powell. «Difficoltà» che rendono controproducente un ulteriore coinvolgimento del tradizionale alleato Usa. Il rischio è l' esplosione dell' integralismo. Ma come è possibile trasformare il fronte sud dell' ex «impero sovietico del male» in una retrovia americana? La risposta era probabilmente nella telefonata tra i due presidenti, Bush e Putin, di sabato. Un' ora di conversazione che nessuno dice quanto è costata a Washington. Uguale aiuto in Cecenia? Addirittur a la rinuncia allo scudo spaziale? Si vedrà nel tempo. KAZAKISTAN - Nella capitale Astana, il presidente Nursultan Nazarbayev ha scelto ieri la Cnn per annunciare: «Siamo pronti all' azione. Daremo tutta la cooperazione necessaria». Nazarbayev è il l eader di maggior successo nell' area. Non solo è rimasto al potere ma ha anche tenuto il Paese fuori dai conflitti. La sua ricetta prevede una «democrazia all' orientale», cioè autoritaria. Il suo controllo del Paese non è in discussione. «I talebani - insiste Nazarbayev - erano un problema per noi anche prima dell' attacco all' America. Quando a Kabul si parla di Emirato islamico dell' Asia centrale, si lancia una minaccia all' intera area. E quando i talebani organizzano la coltivazione e il t raffico di droga, non fanno altro che raccogliere fondi per addestrare e armare il terrorismo. Tra il 1999 e il 2000 ci sono stati attentati terroristici in Uzbekistan e Tagikistan e la nostra risposta è stata un' alleanza che può anche esprimersi mi litarmente». UZBEKISTAN - In attesa di un chiaro pronunciamento del Turkmenistan, è al momento la più probabile retrovia dell' azione americana e britannica. Indiscrezioni parlano di almeno due C130 da trasporto Usa atterrati sabato nella capitale Ta shkent. Avrebbero scaricato attrezzature per lo spionaggio elettronico e un centinaio di uomini. Un' avanguardia? È probabile. Con il via libera di Putin il presidente Islam Karimov, che già combatte contro un tentativo di secessione di matrice integ ralista nella valle di Ferghana, può offrire molto alla coalizione internazionale. Vicino alla capitale c' è la più grande base aerea della zona. E, proprio a ridosso del confine con l' Afghanistan, altri due aeroporti militari. TAGIKISTAN - Per gli Usa è preferibile l' Uzbekistan autoritario rispetto al Tagikistan nel caos politico e militare cui un terzo del territorio è di fatto in mano a ribelli islamici filo-talebani, padroni anche di un terzo dei posti del Parlamento. L' offerta di collabo razione venuta dal presidente Emomali Rakhmanov non è comunque da disprezzare. Dal Tagikistan partono i rifornimenti per l' Alleanza del Nord, quei mujaheddin dello scomparso comandante Massud che potrebbero rivelarsi una fonte d' informazioni e una testa d' ariete fondamentale. Rifornendo a dovere loro, gli americani potrebbero sperare di non impegnare proprie truppe per il controllo del territorio come furono invece costretti a fare i sovietici. E limitarsi invece alle incursioni dei commando. Andrea Nicastro




martedi , 25 settembre 2001
RELIGIONE MUSULMANA
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«No alla guerra Bisogna punire solo i colpevoli»


Andrea Nicastro

IL GRAN MUFTI' DEL KAZAKISTAN «No alla guerra Bisogna punire solo i colpevoli» DA UNO DEI NOSTRI INVIATI ASTANA - «Ho espresso le condoglianze della mia comunità al popolo americano e spero ci sarà giustizia. Se ci sono due o tre colpevoli bisogna gi udicarli e punirli. Senza però far soffrire un popolo intero». Il Gran Muftì ha fretta. «È molto impegnato oggi», gli ruba la parola il sottosegretario del ministero alla Cultura inviato a controllare il suo incontro con un gruppetto di giornalisti. È chiaro che per la massima autorità islamica del Kazakistan questo appuntamento è un problema e ripete sorridendo: «Scusate, ma non sono un politico». Secondo Absattar Derbassaliev i predicatori afghani che tengono banco in molte delle sue 1.500 nuo ve moschee sono un problema politico e si guarda bene dal ripetere il suo appello per un ritorno alle «radici arabe dell' Islam». È un professore di fama, Derbassaliev, un arabista, filologo e persino diplomatico di «prima classe». Sa stare in equili brio sulle parole. Soprattutto davanti al sottosegretario del Ministero. «L' Islam è la religione della pace - spiega - e sono contrario a chi mescola fede e politica per perseguire i suoi fini». Sì, ma se i talebani dichiarassero la Guerra Santa con tro l' America come si comporterebbero i musulmani kazaki? Alcuni hanno detto di essere pronti ad appoggiarli. «Bisogna punire i colpevoli, non scatenare guerre». Vuol dire che è contrario a un intervento militare in Afghanistan? «Io non faccio polit ica - scivola via Derbassaliev -, come posso parlare anche di Stati stranieri?». La visita del Papa saprà influenzare il dialogo tra musulmani e cristiani qui in Kazakistan? «Cito le parole del profeta Maometto: "Il vero musulmano non fa differenza d i nazionalità. La moschea è sempre aperta a tutti i credenti". Il Kazakistan che al 70 per cento si dichiara musulmano, è un Paese che sa cos' è la sofferenza. Ha accolto milioni di deportati ai tempi di Stalin e ne ha condiviso il dolore. La nostra è una società dove a nessuno viene chiesto di quale nazionalità è quando entra in ospedale e questa tolleranza, che ha permesso la convivenza pacifica di cento diverse etnie, si estende anche alle religioni. Nei miei discorsi in moschea ricordo sempr e il valore della pace interna e del dialogo interreligioso». Come mai allora il presidente Nursultan Nazarbayev ha dovuto varare leggi speciali contro la diffusione del fondamentalismo talebano che monta da Sud? «Non spetta a me spiegare perché si f anno o non si fanno le leggi. Dico solo che da 35 moschee che avevamo nel 1991 oggi ne abbiamo 1.500 e che i fedeli al venerdì affollano anche i cortili attorno agli edifici». Costruiti con denari sauditi e pakistani, si dice... «Macché, tutti doni d ei fedeli kazaki». Andrea Nicastro




sabato , 29 settembre 2001
GUERRA CIVILE
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A Faizabad, capitale degli orfani di Massud


Dalla roccaforte nell' Afghanistan del Nord i combattenti anti-talebani preparano il ritorno a Kabul
Andrea Nicastro

A Faizabad, capitale degli orfani di Massud Dalla roccaforte nell' Afghanistan del Nord i combattenti anti-talebani preparano il ritorno a Kabul DAL NOSTRO INVIATO FAIZABAD (Afghanistan del Nord) - A respirare la polvere di questa «capitale» dai muri di fango e sterco mescolati assieme, non si direbbe che la strategia internazionale per la lotta al terrorismo debba passare anche da qui. Il meglio che la civiltà mette a disposizione sono gli asini per portare la legna alle stufe e i rigagnoli di fogna che corrono al centro delle strade sterrate. Eppure Faizabad è finita sulle cartine della Casa Bianca, con un segno rosso a sottolinearne il nome. Le teste d' uovo che studiano per il presidente Bush il modo di eliminare il pericolo terroristic o dal mondo occidentale stanno soppesando l' incredibile capacità di resistenza di questi montanari, ma anche gli svantaggi politici che un eventuale appoggio potrebbe derivare per gli interessi americani a lungo termine nell' area: gli oleodotti del mar Caspio, ad esempio, oppure un ritorno dell' influenza di Mosca sull' Asia Centrale. I mujaheddin e gli Usa si sono trovati ad avere gli stessi avversari, i talebani e Osama Bin Laden, ma non è detto che avere dei nemici in comune significhi esse re alleati. In queste casupole incastrate tra le montagne ci sperano tutti. Sognano nuovi Stinger, nuovi mitra, magari anche solo nuove radio per combattere i talebani che da 7 anni tentano di avanzare dalla pianura. Qui arrivano i feriti, gli orfani , i rifugiati delle prime linee. Da 7 anni più o meno allo stesso punto. Dieci chilometri davanti, dieci chilometri indietro. Ora, con lo slancio dato dalla speranza di un intervento americano di qualche diserzione tra le file talebane, sono passati all' attacco e hanno conquistato anche qualcosa in più di quei dieci chilometri. Faizabad è una sorta di fortino naturale. I ghiacciai dell' Hindo Kush la proteggono da Pakistan e Cina. Altre terribili montagne la separano dal Tagikistan ex-sovietico e anche verso il resto dell' Afghanistan è come se la regione su cui domina la «capitale» dalle case di fango, abbia solo due entrate: una a ovest, a Kalafghan, l' altra a sud-ovest, nella celebre valle del Panshir dove sette colossali offensive sov ietiche vennero respinte proprio dalla gente di Faizabad. Dal ' 97 le falangi talebane tentano di aprire quelle porte senza successo. Qui ha sede il governo che è stato cacciato dall' ingresso dei talebani nella capitale afghana Kabul. E' il centro d ello Stato islamico dell' Afghanistan, lo Stato anti-talebano che dispone di un seggio all' Onu, di ministeri, ambasciatori, una scuola per infermieri, un esercito, una sorta di aviazione militare (mezza dozzina di velivoli), ma non di una strada asf altata o di una rete elettrica. In compenso, forse l' unica scritta in inglese della regione, dice: «Lo Stato islamico dell' Afghanistan è impegnato nella lotta alla coltivazione, alla produzione e al traffico di droga». Ma gli esperti non ci credono , pensano anzi che i dollari ai combattenti arrivino oltre che da Iran e Russia, soprattutto dai campi di papaveri. Stessa fonte di finanziamento dei nemici del regime talebano. Se i confini geografici e militari sono strani, quelli culturali lo sono meno. Anche in questo 10 per cento di Afghanistan lo «Stato» si definisce islamico. Il presidente Burhanudden Rabbani è un professore di Teologia. Ieri, dopo avere incontrato i giornalisti stranieri, è andato in moschea a tenere un «sermone» alla pr eghiera del venerdì. Qui come a Kabul le donne vanno in strada velate da capo a piedi, con la burka azzurra. Ma a Fiazabad non è obbligatorio per legge come invece lo è nell' area controllata dai talebani. A Fiazabad le donne possono lavorare fuori c asa e nella scuola per infermieri ce ne sono 150 su 500 allievi. Gulbuddin ha 21 anni. Fa il guerrigliero dal ' 96. Fa parte della guardia presidenziale: 12 ragazzi appostati fuori dalla moschea durante il discorso del presidente. Sei sposato? «No, q uando avremo liberato l' Afghanistan potrò farlo». Che cosa pensi dei talebani? «Animali. Ero a Kabul quando l' hanno conquistata e ho visto ammazzare un uomo che aveva fatto il pellegrinaggio a La Mecca e poi portare via moglie e figlia per venderle a qualche pachistano». E tu perché eri lì? «Ero con il comandante Abdul Samei Khan che combatteva dalla parte dei talebani». Il caso di Gulbuddin e del suo comandante non è affatto infrequente. Per anni le alleanze si sono fatte e disfatte a seconda delle convenienze del momento, delle alleanze tribali e, soprattutto, del vantaggio dei vari comandanti. Ce n' era uno, Ahmed Shah Massud, che aveva abbastanza autorità e fama da mettere tutti gli anti-talebani d' accordo. Ma è stato ucciso. Le stra de di Faizabad sono piene delle sue fotografie. Tutti sembrano avere un ricordo personale di lui («Mi ha accarezzato i capelli quando avevo tre anni» o «Ha salvato mio zio mujaheddin»). Un ragazzino di nove anni, Pilal, gira la ruota di una biciclett a collegata ad una macchina da cucire e ricama così dei fiorellini sulla tela: «Massud era un uomo diverso da tutti gli altri» dice. Pilal ha perso i genitori in guerra e la mattina gira la ruota perché l' orfanotrofio di Faizabad non ha abbastanza s oldi per i quaderni e il riso dei quaranta ospiti. Che cosa pensi dell' America? «Ci aiuterà a sconfiggere i talebani». Andrea Nicastro



sabato , 29 settembre 2001
GUERRA CIVILE
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«Amici, aiutateci ma non avventuratevi qui»


«Condividiamo la lotta al terrorismo. Abbiamo avuto contatti diplomatici, ma non abbiamo ancora ricevuto mezzi militari dagli americani»
Andrea Nicastro

Parla il presidente «mujaheddin» Rabbani, alleato dell' Occidente «Amici, aiutateci ma non avventuratevi qui» DAL NOSTRO INVIATO FAIZABAD (Afghanistan del Nord) - «Osama Bin Laden non sta mai fermo più di qualche notte nello stesso rifugio. Subito do po gli attacchi terroristici in America ha lasciato la sua base di Jalalabad per rifugiarsi nell' Afghanistan centrale». Burhanuddin Rabbani, presidente dell' Afghanistan anti-talebano, non dice di più, ma affidando il messaggio a un gruppetto di gio rnalisti stranieri fa sapere di essere in grado, se qualcuno glielo chiedesse, di poter scoprire molte cose sul nemico numero uno dell' America. «I nostri informatori», insiste come a sollecitare l' interesse di ascoltatori diversi, al Pentagono maga ri, rispetto a quelli che ha davanti. Il quartier generale del presidente Rabbani è una spettacolare casa circolare a un piano aggrapata a uno spunzone di roccia proteso sul fiume Kukcha, che taglia in due la capitale. È una delle quattro, cinque cas e in muratura della parte vecchia di Faizabad, l' ultima «capitale» rimasta al presidente dopo che i talebani hanno conquistato pezzo a pezzo il novanta per cento del Paese. Secondo quanto è trapelato da Washington squadre speciali statunitensi e bri tanniche sono già entrate in Afghanistan a fianco degli anti-talebani. Ma il presidente smentisce: «Non abbiamo alcun soldato americano o occidentale sul nostro territorio». Niente aiuti dall' Occidente, quindi? «Nessun commando o testa di cuoio è co n noi - sostiene Rabbani con evidente rammarico -. Abbiamo avuto dei contatti diplomatici, ma ancora nessuna assistenza militare logistica». Barba bianca come il turbante, il presidente parla con voce bassa e calma, come si compete a un professore di teologia. «Lo Stato islamico d' Afghanistan combatte il terrorismo da 7 anni. Sono i talebani ad alimentarlo. Prima dell' attacco all' America, nessuno ascoltava i lamenti del popolo afghano. Ora noi siamo a fianco della campagna mondiale contro il terrore. Per noi c' è anche una ragione in più, vogliamo salvare il nostro popolo». Che cosa potrebbe suggerire all' Occidente per eliminare il pericolo rappresentato dai talebani? «Noi siamo contro un intervento diretto in Afghanistan. La storia spi ega che nessuno straniero è riuscito a prendere il Paese e quando ci ha provato ha solo creato distruzione e sofferenze. Gli afghani devono poter decidere da sé, attraverso un' assemblea di anziani, un referendum o elezioni generali». Il re Zahir, in esilio a Roma, potrebbe essere l' uomo superpartes? «No, può aiutare se vuole, ma non è una soluzione». I suoi comandanti sono da anni sulla difensiva, senza Massud (ucciso in un attentato), molti sono convinti che non abbiate la forza di rovesciare la situazione militare. «L' amnistia per chi ha combattuto dalla parte dei talebani sta dando i suoi frutti e dozzine di loro soldati stanno passando dalla nostra parte. La comunità internazionale deve invece far sentire la sua pressione sul Pakista n. Deve impedire che cittadini pachistani vengano qui a combattere e deve chiudere i canali di rifornimento per i talebani. Se poi gli Usa vorranno adoperare altre armi per sradicare il terrorismo, noi saremo al loro fianco». A. Ni.



domenica , 30 settembre 2001
GUERRA CIVILE
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I talebani cercano di comprare i mujaheddin


Agenti del regime diffondono tra i combattenti del Nord offerte milionarie in cambio del tradimento
Andrea Nicastro

I talebani cercano di comprare i mujaheddin Agenti del regime diffondono tra i combattenti del Nord offerte milionarie in cambio del tradimento DAL NOSTRO INVIATO KALAFGHAN (Afghanistan del Nord) - Il comandante mujaheddin scosta una mitragliatrice a nastro e prende un mazzo di fogli spiegazzati, tenuti assieme da un elastico. «Ecco qui la lettera dell' ultima spia che ho fatto arrestare. Ma ne ho anche altre, almeno una decina, qualcuna come questa del mullah Omar, altre dell' emiro Osama Bin L aden, il terrorista». La carta è poco più grande di un bloc-notes, con un' intestazione stampata che dice «Emirato islamico d' Afghanistan», lo Stato dei talebani. In fondo c' è un timbro blu: «Ministero della Difesa, Kabul». E la firma: «Il segretar io di sua Eccellenza Mullah Omar», il misterioso, invisibile capo dei talebani. «Doveva essere la prova che la spia parlava a nome del mullah - spiega il generale Pir Mohammed - e che i 300 mila dollari che mi stava offrendo per passare dalla sua par te sarebbero effettivamente arrivati». Trecentomila dollari, almeno 650 milioni di lire (335mila euro): nell' Afghanistan che sembra mai uscito dal Medioevo, sono una cifra capace di cambiare la vita. Sulla pista sterrata che porta alla casermetta de l generale ci sono decine di operai, dai 9 ai 60 anni, che spalano sassi e rompono rocce a colpi di piccone per rendere appena più percorribile la «strada». Per un mese di lavoro ricevono 5 chili di riso a testa da un' organizzazione svedese per lo s viluppo (la Swedish International Council). Gli stessi mujaheddin del generale, guadagnano l' equivalente di 400 lire al giorno, ma in farina e olio. «Un altro messaggero inviato da Bin Laden - racconta Pir Mohammed - voleva che fossi io a decidere i l prezzo. Mi ha avvisato solo che l' emiro è una persona ricca e che, nel nome della guerra santa per il vero Islam, sarebbe stato disponibile a farmi avere il denaro che chiedevo». Pir Mohammed ha deciso di non tradire, «tutti i messaggeri sono dive ntati prigionieri di guerra», e invece di comprarsi una casa in Pakistan, in muratura con elettricità e acqua corrente, è restato a difendere Kalafghan, la porta nord occidentale della zona controllata dall' Alleanza del Nord, gli anti talebani. Non sono tanti i mujaheddin che si sono comportati come lui. Nel ' 97 le colonne talebane sono arrivate alla periferia di Kabul senza sparare un colpo. I comandanti di guardia alla strada che dal Pakistan conduce alla capitale afghana si erano fatti da p arte senza combattere. Forse proprio per qualche centinaia di milioni. I messaggeri del tradimento sono in fondo un' ulteriore variante di kamikaze: non si fanno saltare in aria e non dirottano aerei contro i grattacieli, ma si presentano al comandan te nemico senza darsi possibilità di fuga. Se l' ufficiale accetta di cambiare bandiera, l' intermediario diventa un eroe della jihad. Altrimenti finisce in un campo di prigionia, da dove potrebbe anche non uscire per tutta la vita. Pir Mohammed, 40 anni, è rimasto sul fronte. Comanda, sostiene, 4 mila uomini e difende una prima linea lunga 15 chilometri. È stato ferito tre volte, in faccia, a una gamba e a un rene, ma tiene chiusa da 6 anni la porta verso l' altipiano di Faizabad e, da lì, la v alle del Panshir. Dopo qualche insistenza, accetta di mostrare la sua linea di fuoco a un gruppetto di giornalisti che è andato a trovarlo a Kalafghan. Le jeep slittano sulla sabbia, ma devono seguire il pick-up giapponese del comandante dentro la su a nuvola di polvere. Perché da una parte o dall' altra ci sono le mine. I mujaheddin del generale stanno aggrappati fuori dalle jeep, con i kalashnikov a tracolla e il volto protetto dal turbante come beduini. La pista sale ripidissima. Assieme al pi ccolo convoglio vanno verso la cima anche decine di asini carichi di razzi katiusha e bombe da 107 mm da carro armato. «Lotto 10-5-1997» si legge sul volantino in inglese che ne illustra le virtù belliche. «In quella valle - indica Pir Mohammed una v olta in vetta al monte Capasang, il punto più alto del fronte - abbiamo fermato l' offensiva talebana di dieci giorni fa. Hanno cominciato a bombardare di notte. Si sono mossi anche due loro caccia Sukhi 23 e poi hanno lanciato le jeep per conquistar e la cima di quel monte. Li abbiamo fermati». I tre tank T-55 che il generale tiene interrati in posizione strategica hanno sbarrato la strada. «Diciassette talebani sono morti e i loro corpi sono ancora nella valle, assieme alle carcasse delle autom obili che hanno bruciato prima di ritirarsi a piedi». Probabilmente nessun soldato occidentale potrebbe sopravvivere a questo genere di vita al fronte. I «baraccamenti» dei mujaheddin sono buchi scavati nelle trincee dove si dorme su stuoie consunte, uno attaccato all' altro, senza neppure sacchi a pelo, avvolti nei teli che di giorno si arrotolano a turbante. Il rancio è quello tipico afghano: riso e carne di montone o vacca. Cotto sulla legna. L' acqua però arriva con gli asini direttamente da l fiume Farkhar. La dissenteria è una certezza. Non c' è bagno, non c' è doccia, i turni durano almeno 15 giorni. Se mai gli Usa dovessero optare per un attacco via terra contro le basi di addestramento di Bin Laden dovrebbero organizzare un supporto logistico mastodontico. Qualunque alimento o bevanda dovrebbe arrivare dall' estero. Bisognerebbe importare perfino la benzina per le automobili. Quella che si trova qui farebbe grippare alla prima accelerata i sofisticati motori moderni. «Gli ameri cani non devono venire in Afghanistan a combattere - sostiene il generale -. Ci basta l' aiuto dell' aviazione, qualche fornitura di armi e munizioni e andremo noi a prendere Bin Laden». Lasciata a se stessa, è difficile che la coalizione anti taleba na, l' Alleanza del Nord, riesca a ribaltare una situazione statica da 6 anni. Nel 2000 proprio da questa parte del fronte, i talebani hanno conquistato Talaqan, un importante centro sulla via per Kalafghan. Ma neppure quello è stato un colpo decisiv o. Questa guerra non si combatte con cariche massicce. Le forze in campo dal punto di vista numerico sembrano equivalersi: 15/20 mila combattenti per parte. Quello che conta per un' avanzata, sembra essere la quantità di munizioni disponibili. E la c orruzione. Washington potrebbe voler giocare proprio questa carta. Andrea Nicastro anicastro@corriere.it



martedi , 02 ottobre 2001
VARIE
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Ismail Kahn, l' ultimo leone afghano sfuggito alle prigioni del mullah Omar


Eroe della resistenza antisovietica, fece a pezzi i suoi nemici e ne issò le teste sui bastoni
Andrea Nicastro

FRONTE AFGHANO REPORTAGE Ismail Kahn, l' ultimo leone afghano sfuggito alle prigioni del mullah Omar DAL NOSTRO INVIATO FAIZABAD (Afghanistan del Nord) - Eliminato un «Leone», il leggendario comandante Massud, i talebani se ne trovano di fronte un al tro, Ismail Kahn. L' ultimo per loro fortuna. Credevano di averlo tolto definitivamente dal gioco nel ' 97, quando sulla spinta della presa di Kabul, erano riusciti a catturarlo e a chiuderlo nella prigione di Kandahar, proprio a due passi da dove ab ita il mullah Omar, protettore di Osama Bin Laden. Da lì non avrebbe dovuto mai avere la possibilità di scappare. La città nel deserto è, più della stessa Kabul, il centro del regime talebano. E' sui tappeti della casa del mullah che vengono prese le decisioni importanti per l' Emirato Islamico d' Afghanistan e tutt' attorno, tra la gente, il consenso è fortissimo. Il trattamento riservato a Ismail Kahn, poi, era almeno proporzionale alla sua fama. Tra i mujaheddin anti-talebani girano storie ra ccapriccianti sulle sue prigioni. Per due anni Ismail Kahn sarebbe stato picchiato e torturato ogni giorno, tenuto incatenato mani e piedi e liberato solo per le 5 preghiere quotidiane e la pulizia. Leggenda o realtà, è un fatto che il Leone di Herat , a 50 anni suonati, sia riuscito a scappare proprio dalla roccaforte dei suoi nemici. A liberarlo sarebbe stato un «talebano» della guardia personale del mullah Omar. Integralista convinto ma anche afghano rispettoso degli ordini paterni. Così quand o il padre, ex ufficiale delle bande di Ismail Kahn, ha ordinato al figlio di aiutare il Leone in gabbia, la devozione filiale ha avuto la precedenza sulla religione e la politica. Risultato: Ismail Kahn è evaso sul Land Cruiser Toyota dai vetri oscu rati del pretoriano del mullah e, mentre tutti si aspettano che l' America cominci a colpire Bin Laden e i suoi protettori, il Leone di Herat è tornato a combattere. Il vecchio mujaheddin vanta già la conquista di una mezza dozzina di distretti a cav allo di tre diverse province. Accanto a lui ci sarebbe il figlio 30enne Mirwais. In più la sua offensiva si inserirebbe in un grande piano di accerchiamento di Kabul da Nord. La «tenaglia» dovrebbe partire dalle zone appena «liberate» da Ismail Kahn, salire a Nord-Est verso Mazar-i-Sharif dove una settimana fa è ricomparso il generale Dostum (un altro vecchio mujaheddin della resistenza anti-sovietica) per poi congiungersi alla zona rimasta sempre fuori dal controllo talebano che è quella difesa sino alla sua morte dal comandante Massud. Ci sarebbe addirittura una quarta sacca di resistenza, nel centro del Paese, dove vivono popolazioni discendenti dai soldati di Gengis Kahn e che oggi rispondono agli ordini di Kharim Kalili. Un giornale pa kistano solitamente vicino ai talebani, accredita in qualche modo questo ampio schieramento, anche se, precisa, l' «attacco di Ismail Kahn è stato respinto». A Faizabad c' è però anche chi racconta una storia diversa, meno propagandistica e più afgha na, tribale e complessa. Di sicuro lontana dall' idea occidentale di guerra, con spostamenti di truppe e carri armati. Turan Ismail Kahn non è alla testa di alcun battaglione in marcia. Quel che ha fatto è rientrare di nascosto nelle sue zone attorno alla città di Herat. Qui il «Leone» è un po' come l' Innominato manzoniano, un signorotto con al suo servizio tanti Don Rodrigo, ognuno dei quali ha il suo esercito privato di «bravi» che, invece degli schioppi, hanno i carriarmati rubati ai sovieti ci. Ismail Kahn ha governato per sette anni su tutto l' Afghanistan occidentale, garantendo una relativa sicurezza e guadagnandosi rispetto. La fama di combattente se l' era già conquistata ai tempi della rivolta contro uno dei governi-fantoccio impo sti da Mosca. Allora era solo un capitano dell' esercito afghano, ma collaudò i suoi denti da leone facendo a pezzi cento consiglieri sovietici presenti in città. Tanto per far capire al mondo con chi aveva a che fare, Ismail Kahn fece portare per le strade della città le teste dei sovietici infilzate in cima ai bastoni. La reazione fu altrettanto terrificante, con cinquemila morti sotto i bombardamenti. Cinquemila, ma non lui, che fu il primo mujaheddin a ricevere i missili Stinger terra-aria d agli americani e tra i primi a riconquistare dai sovietici la sua città. Ora ha cominciato a chiamare i suoi ex uomini, i capi-villaggio, i «comandanti» che, convinti o meno, con lui in cella, s' erano messi dalla parte dei talebani vincitori. Chiama gli uomini ed aspetta che gli Usa finanzino la sua milizia, come gran parte degli oppositori del regime integralista di Kabul. Nuovi abboccamenti sarebbero avvenuti proprio ieri. Nel frattempo rimette a lucido come può vecchi pezzi d' artiglieria e fa sapere al mondo che anche lui potrebbe servire a prendere Osama Bin Laden. Una volta attaccava le teste dei suoi nemici sui bastoni. Adesso è pronto a posarle su un piatto d' argento. Andrea Nicastro



venerdi , 05 ottobre 2001
POPOLAZIONI
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Gino Strada al fronte «Ci sono tbc e malaria. Bambini i più colpiti»


Il fondatore di Emergency: manca il cibo, nel Nord mandano pochi aiuti
Andrea Nicastro

IL CHIRURGO DI GUERRA Gino Strada al fronte «Ci sono tbc e malaria Bambini i più colpiti» DAL NOSTRO INVIATO ANOBA (Afghanistan del Nord) - Oggi l' ospedale di Emergency serve a quelli come Wasil, 9 anni, che lunedì lavorava nel campo di papà, vicino a casa, ma evidentemente anche troppo vicino al fronte tra talebani e oppositori. Una pallottola vagante l' ha colpito ad una spalla. È stato operato e da tre giorni non riesce a dormire. Appena chiude gli occhi, vede bocche di kalashnikov arrivargl i addosso. Lo tengono calmo a dosi di valium. Domani, però, l' ospedale potrebbe diventare punto di riferimento per un' ondata di profughi: prima i bombardamenti americani in risposta al terrorismo, poi la rottura delle linee talebane, quindi la mare a dei fuggiaschi. Verso il Pakistan, dove stanno arrivando tonnellate di aiuti internazionali o verso nord, nelle zone controllate dagli anti-talebani, dove non sta arrivando proprio nulla. Questa è zona di guerra e le agenzie umanitarie hanno quasi tutte evacuato il personale internazionale. Restano, a ranghi ridotti, Croce rossa, Medici senza frontiere e l' italiana Emergency che ha invece rafforzato il presidio. Gino Strada è il chirurgo fondatore di Emergency. «Chirurgo di guerra». Ha altri ospedali come questo del villaggetto di Anoba, nella valle del Panshir, in altre aree calde del mondo, ma appena si è cominciato a parlare di «reazione americana» si è messo in marcia. Dal Pakistan al Panshir, 5 giorni sulle mulattiere dei contrabban dieri, a piedi e a dorso d' asino. Che cosa si aspetta, dottor Strada? «Problemi. Almeno se ci saranno grossi movimenti di popolazione. Per il freddo innanzitutto. Già qui, dov' è l' ospedale, siamo a 1.400 metri e di notte la temperatura scende pare cchio. Fra un mese arriverà il gelo. Le tende, ammesso che possano esserci, non basteranno. E poi che cosa mangeranno gli sfollati? Questa è una enclave con enormi problemi di approvvigionamento. L' ultima volta che noi abbiamo portato rifornimenti p er 40 tonnellate ci abbiamo impiegato 22 giorni. Ma ammettiamo pure che sopravvivano a pane e acqua. Saranno comunque ammassati e senza accettabili condizioni igieniche». Sarà la volta delle infezioni? «Già in condizioni "normali", dopo 22 anni di gu erra, ci sono problemi di tubercolosi e di malaria. Si stanno anche rivedendo bambini con la poliomelite perché per anni non ci sono state vaccinazioni. Con un' ondata di profughi, chissà?». Dal Pakistan arriva l' allarme per un' epidemia di febbre e morragica. «A me non risulta. Ancora, almeno». In sé l' ospedale di Emergency non è nulla di speciale. Quattro camerate per un centinaio di letti, due sale operatorie, una macchina a raggi X. I colori sono il bianco e il rosso. Le pareti verniciate d i smalto lucido, i letti fatti in legno dagli artigiani della valle. Niente computer, niente Tac, niente risonanza magnetica nucleare. La tecnologia dei nostri ospedali è rimasta là, qui tutto è spartano, semplice, pulito. Eccezionale. Il fatto è che questo ospedale italiano, nell' Afghanistan del Nord controllato dagli anti-talebani, è l' unica struttura in muratura che s' incontra in ore e ore di strada. I villaggi che negli anni ' 80 hanno respinto l' invasione sovietica sono fatti in legno e fango secco. I tappeti, che danno un' aria tanto esotica agli interni, servono proprio a coprire la terra sfarinata sotto i piedi. In tali condizioni, mantenere l' igiene di un ospedale è un incubo. Ad Anoba ci sono riusciti. Ma anche quest' oasi ve rrebbe travolta dai profughi. Perché, mentre tutti scappano, voi avete fatto il percorso inverso? Eroismo? «No, quando un mese fa la polizia religiosa dei talebani ha aggredito con i mitra il nostro ospedale di Kabul, abbiamo evacuato il giorno dopo. Da questa parte del fronte, però, non vedo pericoli imminenti per lo staff». E l' Onu, allora? Perché ha richiamato il personale? «L' ha fatto il giorno dopo gli attentati, con una fretta a dir poco sospetta. Io credo che l' Onu abusi della sua atti vità umanitaria per fare politica e questo non mi piace. Anche perché i politici sbagliano troppo spesso. Il caos di questo Paese ne è esempio lampante: prima americani e sauditi hanno finanziato i gruppi estremisti islamici attraverso i servizi segr eti del Pakistan. Ora che questi, grazie ai dollari, si sono dati al terrorismo, si preparano a bombardarli. No, da questi giochi stupidi e pericolosi gli aiuti umanitari devono rimanere fuori il più possibile». Andrea Nicastro



lunedi , 08 ottobre 2001
GUERRA
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L' Alleanza del Nord: «Finiremo noi il lavoro»


Nei territori afghani controllati dall' opposizione i mujaheddin si preparano all' offensiva contro Kabul. Abdullah Abdullah, ministro degli Esteri dell' opposizione: «Aspetteremo almeno il secondo attacco americano. Poi, verificati i danni subiti dalle forze governative, daremo l' assalto finale»
Andrea Nicastro

L' Alleanza del Nord: «Finiremo noi il lavoro» DAL NOSTRO INVIATO JABAL SARAJ (Afghanistan del Nord) - C' era una perfetta notte da bombardieri ieri su Kabul. Il ministro degli Esteri dell' Alleanza del Nord, gli anti-talebani, aveva appena congedato i giornalisti con un sorriso complice: «Il primo colpo sarà presto, molto presto». Il tempo di vedere le stelle ed ecco sulla piana di Shamali, tra la capitale e il fronte che divide talebani e mujaheddin, i primi bagliori. Missili Tomahawk probabil mente. La scia arriva da Sudest, dall' Oceano Indiano dove sono le portaerei e i sottomarini americani e britannici. Il lampo e il botto erano ad almeno quaranta chilometri da Kabul. Poi altri colpi, una decina nel giro di mezz' ora. Sempre alla peri feria settentrionale della città. La gente del bazar di Jabal Saraj, in territorio controllato dagli antitalebani, lasciava le botteghe per andare a guardare. «Mai visti botti così». «Non sono armi nostre». «È cominciato, è cominciato davvero». Sono le 18.30 in Italia, le 21 in Afghanistan. Jabal Saraj, dove sono confinati i giornalisti stranieri è sui primi contrafforti che portano alla valle del Panshir, almeno 400 metri sopra Kabul. Una sorta di balcone naturale. Ideale per vedere anche entra re in azione la contraerea talebana della capitale. Attorno alle 18.30 ora italiana. Le scie dei colpi salgono arcuate, come a formare una cupola. Intanto, più vicino al fronte, due luci si fanno più luminose. «Sono i depositi di munizioni o di carbu rante dietro alle linee talebane che bruciano», spiega un mujaheddin. Kabul diventa improvvisamente nera. Le luci della città vengono spente, sulla pianura si vedono solo i tracciati della contraerea, ma sembra poca cosa rispetto alle fiammate che sa lgono dal punto di impatto dei missili. Anche la voce ufficiale del regime integralista del mullah Omar tace improvvisamente. «L' antenna di Radio Shariat è stata colpita», esultano al bazar. Difficile, come hanno imparato a Belgrado, che i caccia sc endano di quota proprio la prima notte. Prima i missili e i bombardieri d' alta quota devono aprire loro la strada e neutralizzare proprio la contraerea che invece per almeno un' ora non risparmia munizioni. E si fa abbondantemente notare. Sono ormai le 22, le 19.30 in Italia, e un gruppo di giornalisti ha il permesso di partire verso la linea del fronte di Bagram. Man mano che ci si avvicina, si incontrano camion di mujaheddin che vanno nella stessa direzione. «Quando sarà il momento - aveva de tto il ministro della Difesa generale Fahim - saremo pronti ad approfittarne». Appena smette di agire la contraerea, i talebani fanno partire raffiche di Katiuscia. I mujaheddin rispondono con gli stessi razzi. Il convoglio di giornalisti arriva su u na collina. Vicino, forse troppo vicino alle linee talebane. Alla luce della luna si possono vedere alcuni esploratori mujaheddin sondare il terreno davanti. Poi un secondo gruppo di cameraman e fotografi arriva sulla cima con i fari delle auto acces i. Tanto basta per attirare il fuoco dei talebani. I giornalisti finiscono sotto una pioggia di proiettili di mortaio e di carro armato. Le auto ripartono per abbandonare la posizione, ma sono intrappolate in una stradina strettissima dalle altre che arrivano in direzione opposta. Qualcuno si butta a terra. I fari finalmente si spengono e alla spicciolata si riparte. I colpi più vicini forse sono caduti a un centinaio di metri, ma è stato il caos. A tarda notte qualche collega non era ancora rie ntrato a Jabal Saraj. Dal punto di vista militare, però questa è stata poco più che una dimostrazione di forza. Un modo, forse, per testare la consistenza delle rispettive posizioni. Dopo la precipitosa fuga dalla cima della collina, non è stato poss ibile verificare i movimenti di mezzi nei 500 metri di terra di nessuno che separano i due schieramenti. I mujaheddin hanno sostanzialmente risposto al fuoco, per aumentare ancora un po' la pressione sulle truppe avversarie e, a un certo momento, anc he per difendere la ritirata del plotoncino di giornalisti. Le cannonate hanno inseguito i giornalisti fino a Jabal Saraj. Alle 22, ora italiana, una dozzina di salve di cannone colpiscono proprio la periferia della cittadina considerata sicura. I ve tri di una delle case che ospitano i giornalisti hanno tremato più volte. Secondo quanto annunciato dal ministro degli Esteri dell' opposizione ai talebani, non c' era l' intenzione di tentare colpi di mano la notte scorsa. «Aspetteremo almeno il sec ondo colpo che sarà molto vicino al primo - ha detto Abdullah Abdullah -. Poi cercheremo di verificare quanti danni hanno subito i talebani alle loro strutture di comando e comunicazione. E solo allora potremo lanciare l' offensiva. Sarà non prima di tre o quattro giorni dall' inizio degli attacchi aerei». Una massiccia e sistematica distruzione delle postazioni talebane potrebbe anche non essere necessaria. Quando un Tomahawk esplode nel raggio di 500 metri è l' inferno. Psicologicamente, veder si cadere addosso degli ordigni del genere può paralizzare, terrorizzare chiunque. In più, voci raccolte al valico di Dernema tra i fuggiaschi da Kabul, parlano di coscrizione obbligatoria per gli afghani non pashtun, l' etnia che si è spesso identif icata con il movimento talebano. «I nostri ragazzi - rammentano i tagiki, seconda componente etnica nel Paese - sono stati mandati al fronte, proprio davanti alle nostre linee. Il mullah Omar vorrebbe che fossimo noi a sparargli. Li costringeranno ad attaccarci e se tenteranno di tornare indietro saranno le milizie straniere al servizio dei talebani, arabe e pakistane, a massacrarli». «I talebani - dice ancora il governo d' opposizione - devono contare su diversi comandanti locali per difendere le loro posizioni e non è detto che questi non decidano che è ora di passare dalla nostra parte. È già successo nei giorni scorsi solo all' idea di essere bombardati; ora che proveranno che cosa vuol dire, aspettiamo di vedere che cosa succede. Il lo ro fronte potrebbe sgretolarsi. Fino a oggi i talebani non hanno ancora probabilmente capito che cosa sta per capitare loro. Invece di prepararsi ai bombardamenti hanno continuato a inviare uomini ai confini. Gli ultimi otto-dieci mila soldati inviat i alla frontiera con l' Uzbekistan si giustificano solo con un tentativo di tenere alto il morale delle loro truppe. Militarmente è una sciocchezza. Hanno paura di mille americani?». I pochi giornalisti sul fronte di Bagram non hanno potuto verificar e la consistenza dei danni causati dai bombardamenti in area talebana. Né che installazioni civili, oltre che obiettivi militari fossero stati colpiti. Ma i mujaheddin attaccati alle radio militari annunciano di avere notizie di bombardamenti anche a Jalalabad, Kandahar e in altre città del Nord. Una radio gracchia e la voce arriva dall' altra parte del fronte. È un talebano che parla con i nemici. «Traditori, venduti agli infedeli. Non siete riusciti a colpire il mullah Omar e neppure Osama Bin Laden. Avete solo distrutto case vuote. La vendetta di Allah ricadrà su di voi». Dall' interno dell' Afghanistan talebano arrivano anche altre parole ai comandi mujaheddin. Parlano dei danni inflitti ai talebani dalla prima ondata di bombardamenti. È ancora Abdullah Abdullah, ministro degli Esteri, a parlare al Corriere. «I nostri informatori riferiscono di tre basi aeree talebane distrutte. Una era l' aeroporto di Kabul dove sono stati colpiti anche jet ed elicotteri, l' altra era a Jalalabad con altri veicoli inceneriti prima che potessero levarsi in volo, l' ultima a Kundus, nel Nord. I talebani avevano poco più di 20 caccia Mig 21 e Mig 22. Non credo ne siano rimasti molti. Sono stati colpiti anche due campi di addestramento per terror isti e l' abitazione del mullah Omar a Kandahar. Ma non abbiamo notizie di un loro coinvolgimento». Andrea Nicastro



martedi , 09 ottobre 2001
GUERRA
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I mujaheddin bevono tè e aspettano l' ordine


I comandanti dell' Alleanza del Nord assistono ai bombardamenti: «L' avanzata verso Kabul? Non c' è fretta»
Andrea Nicastro

I mujaheddin bevono tè e aspettano l' ordine I comandanti dell' Alleanza del Nord assistono ai bombardamenti: «L' avanzata verso Kabul? Non c' è fretta» DAL NOSTRO INVIATO JABAL SARAJ (Afghanistan) - L' esercito che dovrebbe entrare trionfante a Kabu l, con una squadriglia di F16 americani sopra i turbanti, prepara il tè su fuocherelli a legna. Aqa Shirin, «comandante» d' artiglieria sul fronte di Chagram, il più vicino a Kabul, faceva l' ingegnere meccanico. Un' altra vita. Da 15 anni è mujahedd in e tra i tanti suoi meriti militari preferisce ricordare quello di veterano nella Guerra Santa contro i sovietici. Gli manca un incisivo, non ha divisa, sembra non possedere calzini e ha solo due paia di scarpe. Ciabatte da piscina e scarpe che sem brano ritagliate da stivali di gomma. Il suo sistema di comunicazione consiste in un walkie-talkie alimentato da una batteria d' automobile. L' antenna è inchiodata alla betulla che fa ombra alla casetta di fango dove dormono lui e i suoi 9 uomini. I n compenso, Shirin dispone di un mortaio da 8,2 chilometri di gittata puntato sulle linee talebane e di una jeep con lanciarazzi B12 al posto dei sedili di dietro. Munizioni? Poche. «Non abbiamo ordine di attaccare - dice -, ma siamo pronti. Quando s ono cominciati i bombardamenti siamo saliti sul tetto a guardare. Hanno subito centrato l' aeroporto di Kabul». Poi non molto altro, ma dalla capitale sono arrivate tantissime «Datsun», le auto giapponesi omaggio dall' Arabia Saudita ai talebani. Aqa Shirin ha visto bene. Anche il suo comandante in capo, il generale Babajan, conferma: «Le truppe nemiche si sono avvicinate in massa alla linea del fronte, perché qui si sentono al sicuro. Sono convinti che gli aerei non li colpiranno per paura di c oinvolgere anche noi». Probabilmente gli integralisti del Corano sbagliano. I bombardamenti di domenica e di ieri notte hanno aperto le porte dell' Afghanistan ai caccia. Distrutta l' intera rete radar, i talebani non saranno in grado di vedere arriv are i jet fino a quando non gli saranno addosso. E sembra che i talebani non abbiano più artiglieria contraerea da opporre. Ma l' opposizione al regime afghano non ne ha approfittato granché. Gli avanzamenti che l' Alleanza del Nord vanta in due prov ince non sono direttamente collegati ai colpi anglo-americani. Sono singoli comandanti che hanno deciso di cambiare bandiera. Mille talebani in pochi giorni, assicurano dal governo in esilio a Faizabad. Ma nella parte Nord dell' Afghanistan, tra i mu jaheddin, non c' è traccia di ammassamento di truppe. A ridosso dell' aeroporto di Bagram, obiettivo strategico dell' Alleanza, tiene la posizione un altro piccolo comandante, Mir Rakhmon. Le istruzioni, spiega, sono «solo di colpire eventuali assemb ramenti». Come domenica anche ieri sera talebani e mujaheddin si sono sparati bombe da mortaio e da artiglieria pesante, razzi katiusha e proiettili da carro armato. Un colpo ogni minuto, fin ben oltre la mezzanotte. L' organizzazione umanitaria ital iana Emergency ha registrato solo una vittima. Un mujaheddin colpito al petto prima che l' attacco internazionale avesse inizio. Normale amministrazione: il chirurgo Mohammed Qassim ha dormito come un bambino durante gli strike anglo-americani. Perch é i mujaheddin non accennano neppure ad avanzare? «Troppo presto - è la risposta del ministro degli Esteri dell' Alleanza, Abdullah Abdullah -. I bombardamenti hanno eliminato l' aviazione talebana. Senza aerei sarà molto più difficile per loro rifor nire le prime linee e presto dovremmo riuscire anche a tagliare la strada principale che attraversa il centro del Paese, così i talebani dovranno fare un percorso lunghissimo per arrivare a Nord e faranno da bersaglio ai caccia». Quando verrà lanciat a questa offensiva, Abdullah non lo dice. Rimane ambiguo. Soprattutto per quel che riguarda l' avanzata verso Kabul. «Settimana prossima, forse, ma non c' è fretta». In realtà tutto dipende da che cosa vorranno colpire gli F16: le basi di Bin Laden o le prime linee degli integralisti per sgombrare la strada all' Alleanza? Abdullah è probabilmente il primo a non saperlo. «Con gli americani condividiamo un obiettivo: quello di abbattere il regime terroristico dei talebani» spiega. Ma avere nemici in comune non significa essere amici. A Gulbahar, nella valle del Panshir, l' Alleanza del Nord ha allestito una lunghissima pista di atterraggio in terra battuta. Potrebbe servire ad aerei cargo carichi di munizioni e altri aiuti per dare ai comanda nti in ciabatte di plastica una spinta verso Kabul. Potrebbe, ma il governo dell' Alleanza ammette che non ci sono accordi di rifornimento militare con gli Usa, solo scambio di informazioni e intelligence. Più i mujaheddin dimostreranno di essere pre ziosi, più potranno chiedere. Forse per questo ieri il generale Babajan ha voluto far balenare il fantasma del ricercato numero uno. «Osama Bin Laden - ha raccontato al Corriere - è arrivato in elicottero sulle colline che sovrastano l' aeroporto di Bagram dove sono attestati i talebani, per controllare le difese e, forse, pagare la fedeltà dei comandanti. Con lui a fargli da guardia del corpo c' erano i soldati pakistani del Kashmir». Come dire: noi sappiamo dov' è, noi possiamo prenderlo. In c ambio di Bin Laden, i mujaheddin chiedono solo Kabul. Andrea Nicastro anicastro@corriere.it



mercoledi, 10 ottobre 2001
GUERRA
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«Io, talebano, prigioniero di falsi musulmani»


La testimonianza di un miliziano catturato dall' Alleanza: «Gli americani usurpano la Terra del Profeta»
Andrea Nicastro

«Io, talebano, prigioniero di falsi musulmani» La testimonianza di un miliziano catturato dall' Alleanza: «Gli americani usurpano la Terra del Profeta» DAL NOSTRO INVIATO PRIGIONE DI DOAB (Afghanistan del Nord) - «Mi chiamo Slahuddin Khalid e sono un talebano. Ho 27 anni, non sono sposato, ma un giorno, con l' aiuto di Allah, prenderò una moglie e avrò dei figli. Poi diventerò uno shaheed, un martire dell' Islam. Sei mesi fa sono stato catturato dai falsi musulmani dell' Alleanza del Nord sul fr onte di Charikar, a 40 chilometri da Kabul. Mi hanno interrogato e da allora sono in cella. Prego cinque volte al giorno, scendo al fiume a lavarmi e per il resto della giornata leggo con gli altri prigionieri il Sacro Corano. Tutti noi speriamo di e ssere presto liberati e di poter tornare a combattere la guerra santa. «Voi italiani non siete miei nemici. Il Sacro Corano non insegna a conquistare le terre di altre religioni, ma proclama la jihad, la guerra santa, per difendere la vera fede. È pe r questo che gli americani sono miei nemici. L' emiro Osama Bin Laden li aveva avvertiti tanti anni fa. Devono andarsene dai luoghi santi dell' Islam. Devono togliere le loro basi militari dall' Arabia Saudita, la terra del profeta, e devono smettere di finanziare i giudei d' Israele. Gli Stati Uniti spendono 300 miliardi di dollari all' anno (600 mila miliardi di lire pari a 310 mld di euro, ndr) per aiutarli a tenere occupata Gerusalemme. Ogni buon musulmano deve combattere e se necessario mor ire per liberare la Grande Moschea. «Io sono pakistano e sono venuto in Afghanistan proprio per diventare mujaheddin e liberare Gerusalemme. Ho chiesto al mio maestro, nella madrassa (la scuola coranica, ndr) di Karachi, il modo di entrare nella jiha d, e lui mi ha scritto una lettera di presentazione per un mullah di Kabul, ha raccolto i soldi per il viaggio tra i fedeli e mi ha fatto partire. In Afghanistan mi sono addestrato in un campo dell' emiro Osama Bin Laden ad usare kalashnikov, bombe a mano, lanciarazzi ed esplosivi. Ma soprattutto ci hanno insegnato a diventare shaheed, martiri. Il Sacro Corano non ammette il suicidio, ma se togliersi la vita aiuta la Guerra Santa, allora non è peccato. Diventare shaheed è facile. Solo chi non ha cuore e fede non capisce. Per essere shaheed devi imparare che non sei tu importante. Importante è Allah. «Vedi, io sono in carcere da tanto e non so come sono andate davvero le cose a New York e Washington. Per quello che immagino possono benissimo essere stati gli stessi americani. La loro è una società corrotta, senza fede, il marcio li divora dall' interno. Però potrebbero anche essere stati dei musulmani. E io lo spero con tutte le mie forze, li elogio e prego per loro. «Il World Trade Cen ter e il Pentagono non erano due obiettivi casuali. Tutti sanno che erano luoghi importanti per il governo americano e che chi ci lavorava era al servizio della politica imperialista e anti-islamica. Colpirli è stato, sempre ammesso che la mano sia d i musulmani, un messaggio al presidente George Bush. Basta aiutare Israele, basta occupare la Terra del Profeta, basta sfruttare il petrolio che Allah ha voluto dare all' Islam. «Gli Stati Uniti hanno molto petrolio, ne comprano altro dal Venezuela, ma non gli basta e vengono nel Golfo ad accaparrarselo a prezzi stracciati. I falsi musulmani che siedono nei governi sono corrotti dal dollaro. Non vogliono pensare che regalando in questo modo il petrolio condannano i popoli dell' Islam alla povert à. Guarda, tu sei seduto su un cuscino, sei arrivato in automobile e sei libero. Io sono seduto per terra, non ho nulla e sono prigioniero. È il risultato della politica americana e di quella dei falsi musulmani che stanno nei governi. «Ai tempi del Profeta, gli iraniani non si erano ancora convertiti alla vera fede, ma uno di loro Salmon I diventò musulmano e andò in pellegrinaggio a Medina. Gli iraniani lo chiesero indietro, ma il Profeta non glielo consegnò e tutti i fedeli difesero Salmon I con le armi. Oggi chi si dice musulmano dovrebbe impedire il bombardamento dell' Afghanistan e difendere l' emiro Osama Bin Laden. Gli aerei che uccidono i talebani arrivano da lontano sorvolando molti paesi musulmani. Il Sacro Corano impone a quei g overni di abbattere gli aerei americani. «Il mullah Omar è la guida dei talebani e di tutti i credenti. Otto anni fa, prima che conquistasse l' Afghanistan, in questo paese c' era un governo in ogni via, ogni comandante si comportava da re e ad ogni angolo c' era chi chiedeva una tassa. I falsi mujaheddin si combattevano tra loro e la vita dei credenti era distrutta. Con l' arrivo dei talebani, invece, l' Afghanistan stava risorgendo. I musulmani vivevano in pace, secondo la sharia (la legge isl amica, ndr). Questo attacco americano è un' aggressione all' Islam che qui sta risorgendo puro come ai tempi del Profeta. Anche quando Washington dava armi ai mujaheddin per combattere i sovietici, lo faceva per indebolire i musulmani: invece di darl e al legittimo governo islamico, le distribuiva a sette fazioni diverse che poi hanno finito per combattersi tra loro. Siccome, però, i talebani hanno vinto e portato la pace, Washington ha dovuto inventare una scusa per colpire ancora. Non ce la far à. Come la jihad ha sconfitto i sovietici, così oggi saprà sconfiggere l' America». Andrea Nicastro anicastro@corriere.it L' Alleanza del Nord antitalebana comincia a trarre vantaggio dai bombardamenti e vanta la conquista di nuove posizioni. Nella p rovincia occidentale di Ghor, al confine con l' Iran, un migliaio di talebani sarebbero accerchiati nel capoluogo di Chekhcheron. Anche la città di Bamian, vicina alla valle dei Buddha distrutti nel marzo scorso, sarebbe isolata. Ma sono due i succes si più significativi. Diecimila combattenti, fino a ieri schierati con il mullah Omar, hanno scelto di aderire all' Alleanza del Nord. Il secondo successo, arrivato forse proprio grazie al tradimento di alcuni comandanti locali, impedisce ai talebani di utilizzare la strada che da Kabul porta a Baghlan, grazie alla conquista di un villaggio in posizione strategica, Tolabrefak. La Kabul-Baghlan è un' arteria di rifornimento fondamentale per il fronte di Kalafghan, a nord-est.



venerdi , 12 ottobre 2001
GUERRA
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«Osama lascia il bunker, passo e chiudo»


Intercettati i messaggi radio dei talebani: «E' vero che i nemici ci vedono dallo spazio?» «I soldati in prima linea sul fronte del Nord non sono in grado di reggere un eventuale assalto»
Andrea Nicastro

«Osama lascia il bunker, passo e chiudo» Intercettati i messaggi radio dei talebani: «E' vero che i nemici ci vedono dallo spazio?» DAL NOSTRO INVIATO RADIO JABAL SERAJ (Afghanistan del Nord) - Nel centro del bazaar di Jabal Seraj, due edifici si gua rdano. A sinistra c' è il «Cofee», dove gli afghani dell' Alleanza del Nord passano i pomeriggi bevendo tè e non caffè, accovacciati a piedi nudi su stuoie sudice con i kalashnikov appoggiati alle finestre. A destra c' è quello che chiameremmo un «ce ntro servizi» e che qui è nero di sporcizia come qualunque casupola attorno: si superano le bancarelle di frutta sulla strada, si entra in un corridoio scuro con negozietti per abiti da donna in velluto rossoverde e si salgono le scale. Al secondo pi ano si aprono tre stanzette. In una c' è un ventiduenne che ha perso una gamba per una mina e ora dà lezioni d' inglese. Nell' altra c' è il posto telefonico del villaggio. Nell' ultima la «centrale radio». Nell' Afghanistan del Nord, rifugio degli a nti-talebani, non esiste rete telefonica. Chi può permetterselo compra un satellitare e i parenti vengono al posto pubblico per chiamarlo. Gli altri si arrangiano con le ricetrasmittenti. In famiglia c' è sempre uno che è in qualche milizia e, se pro prio serve, i walkie-talkie si vendono per 400 mila lire contro gli 8 milioni di un telefono satellitare. L' antenna montata sul tetto arriva con una serie di ripetitori fino in Pakistan e in Tagikistan, ma la stessa antenna può anche servire ad altr o. Ad intercettare le conversazioni radio dei talebani al fronte, per esempio. Non solo quelli sulla prima linea di Bagram, ma anche di comandanti talebani più lontani. A Kandahar, Kabul, Jalalabad. L' apparecchiatura che usiamo è una «Transreciever Yaesu Ft-70gh», cioè una radio ad altissima frequenza (Vhf). Quello che il Corriere fa per due ore al mattino e per due ore la notte, è routine per gli anti-talebani e da qualche settimana, anche per gli americani. I talebani non possono non sapere d i essere ascoltati. Infatti in alcuni casi abbiamo intercettato solo una sequenza di numeri che dovrebbero comporre un linguaggio cifrato. È anche possibile che tra tanti brandelli di conversazione ce ne siano alcuni diffusi di proposito per depistar e e confondere il nemico. Però i bombardamenti americani hanno distrutto i principali ponti radio ed è probabile che in molti casi ai talebani non resti altro che i walkie-talkie per comunicare. ORE 7.30 (Vhf 077180) - «Alle 6 di questa mattina 6 jet hanno attaccato l' aeroporto di Kandahar - dice una voce che sembra fare un riepilogo degli avvenimenti notturni -. Colpite anche le piste di Jalalabad e Kabul. Una grandissima esplosione al ministero dell' Informazione di Kabul. A Maidan - l' aerop orto internazionale di Kandahar, cuore del regime talebano - è morto il comandante Karim Jelo. Un amico che era con lui è rimasto ferito ed è stato trasportato al Comitato Internazionale di Ginevra (la Croce Rossa che agisce nell' Afghanistan taleban o solo con personale locale)». ORE 8.07 (Vhf 077180) - Aqabal, un famoso comandante talebano ora in servizio a Kabul, parla con il mullah Fahim, sulla prima linea di Bagram, a 30 chilometri dal nostro punto di ascolto. «Osama Bin Laden ha lasciato il suo bunker nella montagna di Derawete - sopra Kandahar -. Questa notte hanno usato bombe tanto potenti che il rifugio non è più considerato sicuro. In piena notte Osama e il mullah Omar sono andati con 15 automobili a Jalalabad. Moltissima gente sta scappando da Kandahar. Si dirigono a Chaman», al confine con il Pakistan. ORE 8.31 (Vhf 067180) - Un comandante chiama i suoi uomini al fronte. Il suo nome in codice è «Bakhter Uvai». Il primo a rispondergli è il mullah Ubai. «Tutto tranquillo. Ness un problema». Poi tocca al mullah Najeeb: «I soldati in prima linea non sono in grado di rispondere ad un eventuale assalto. Non riceviamo rifornimenti da due giorni. Abbiamo fame e sete. Scarseggiano anche le munizioni. Dovete inviarci al più presto delle vettovaglie o dovremo abbandonare la posizione». ORE 9.18 (Vhf 067080) - Il mullah Mhasfair si lamenta con il mullah Zamir, che sembra rispondere dall' area di Kabul. «Qui a Kandahar le condizioni sono pessime. Vi ho già chiesto un' auto per m andare la mia famiglia in Pakistan, ma non è ancora arrivata. Tutti vogliono scappare, nessuno però ha benzina». «Ho mandato un Land Cruiser per lei - si scusa il mullah Zamir -. Dovrebbe essere in arrivo». ORE 20.40 (Vhf 047470) - Un tale Achmal chi ama l' amico Rahmal per spiegargli che a Mazar i-Sharif, nel nord, le cose precipitano. «Faresti meglio a portar via la tua famiglia». Rahmal domanda: «Ma è vero che possono vedere quello che facciamo dallo spazio?». ORE 21.11 (Vhf 047470) - Una voce senza nome spiega che: «L' attacco americano è serio. L' aeroporto di Kandahar è distrutto e 16 talebani sono morti. Anche un aereo è in fiamme. La città è deserta, i civili in fuga verso Chaman. Nella Base 315 - vicino a Kabul - invece, sono state distrutte tutte le scorte logistiche e le munizioni. Alle 19 due missili sono caduti sulla centrale elettrica di Sarobi. È distrutta». ORE 21.33 (Vhf 051310) - Mullah Niasi da Kandahar chiede informazioni e il mullah Akhar risponde: «Stanno bombardan do ancora. Ci sono molti morti e feriti. Che cosa facciamo?». Mullah Niasi promette istruzioni in tempi brevi. E chiama il presidente dell' ospedale militare di Chahar Sadbestr: «Avete medicine e spazio libero per nuovi ricoveri?». «Mi spiace. L' osp edale è già pieno e abbiamo anche finito i farmaci». La notte è ancora lunga. Andrea Nicastro anicastro@corriere.it



sabato , 13 ottobre 2001
GUERRA
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Javet, il piccolo «Forrest Gump» dei mitra


Andrea Nicastro

IL BAMBINO DEL NORD Javet, il piccolo «Forrest Gump» dei mitra DAL NOSTRO INVIATO JABAL SERAJ (Afghanistan del Nord) - Il piccolo Javet non ha mai visto «Forrest Gump» e probabilmente non lo vedrà mai. Ha solo 10 anni, ma sa smontare e rimontare un f ucile mitragliatore veloce come Tom Hanks nel film. Le piccole dita sganciano l' otturatore, liberano la molla, il percussore, il serbatoio e quello che era un kalashnikov diventa un cumulo di ferraglia. Pochi secondi e torna una macchina da guerra p erfettamente ingrassata anche se logora. Javet è assistente armaiolo in una delle tre botteghe specializzate di Jabal Saraj. Il lavoro non manca. Il fronte è a soli 30 chilometri, si spara tutte le notti. Javet lavora dalla scorsa primavera e rispett o ai suoi colleghi di 12 e 13 anni, Bobakhan e Jamil, è decisamente il meno esperto. Per il momento riordina la bottega, olia gli ingranaggi delle armi e tiene il punteruolo quando Hafisullah, il principale, usa la mazza. È suo compito anche spaccare la legna e alimentare la minuscola fornace di mattoni. Per lavorare 9 ore, 6 giorni su 7, prende 40 mila afghani, pane, tè e minestra inclusa. Due mila lire al giorno. I tre bambini sono la manodopera che l' ingegner Hafisullah può permettersi. Ha 2 3 anni e si fa chiamare «ingegnere» perché suo fratello, prima di morire da mujaheddin in combattimento, frequentava la facoltà d' ingegneria a Kabul. Javet non sa leggere né scrivere. È il nono di dodici tra fratelli e sorelle. Quando è nato, l' Afg hanistan era in guerra da 12 anni e per tutta la sua vita non è mai finita. Non riesce neppure ad immaginare un mondo senza soldati, bombe, proiettili. Che cosa vorresti fare da grande? Javet ci pensa un po' e poi mostra i denti candidi: «Riparare un M16, e i mitra dei marines americani». Andrea Nicastro



domenica , 14 ottobre 2001
GUERRA
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Il capo dei mujaheddin: «Saremo noi i primi a entrare a Kabul»


Andrea Nicastro

L' ALLEANZA DEL NORD Il capo dei mujaheddin: «Saremo noi i primi a entrare a Kabul» DAL NOSTRO INVIATO JABAL SERAJ (Afghanistan del Nord) - Al diavolo la politica. Avere le trincee a 30 chilometri da Kabul dovrà pur valere qualcosa. Agli occhi del ge nerale Fahim, erede del mitico Massud, il Pentagono non è l' unico protagonista della corsa verso Kabul. E tanto meno ne è l' arbitro incontestabile. Semmai è un concorrente come gli altri. Mohammed Fahim lo dice senza alzare la voce, con la naturale zza di chi per sei anni ha resistito all' assedio degli integralisti del Mullah Omar e poi degli aspiranti martiri di Osama Bin Laden. E ora che finalmente i talebani hanno perso l' appoggio aperto del Pakistan non c' è alcuna ragione per non approfi ttarne. «Il nostro attacco - dice il generale - sarà contemporaneamente da tutti i fronti. Massiccio quanto basta per sfondare la loro resistenza, arrivare nella capitale e garantire la sicurezza ai cittadini». Dagli Usa non sono arrivati materiali b ellici di alcun tipo all' esercito dell' Alleanza del Nord di Fahim. La «cooperazione» tra Washington e governo legittimo dell' Afghanistan (che preferisce essere chiamato Fronte unito) non garantisce neppure il bombardamento sistematico delle prime linee talebane. Si limita ad evitare che i raid coinvolgano le truppe di Fahim. In più la diplomazia internazionale sembra lavorare perché a gestire il dopo talebani sia l' ex re dell' Afghanistan, l' anziano Zahir Shah in esilio a Roma, e non il gov erno soppiantato nel ' 96 dal regime del Mullah Omar. Marginalizzati dal gioco americano, i mujaheddin sono decisi a giocare l' unica carta che è rimasta loro in mano: quella militare. E il generale Fahim salirà su uno dei suoi arrugginiti carri arma ti rubati ai sovietici e tenterà di entrare per primo a Kabul. «Non abbiamo missili Tomahawk e neppure jet - dice -, ma siamo qui, a mezz' ora di macchina dalla capitale. Con o senza l' aiuto dei caccia americani è nostro dovere garantire la sicurezz a della città. Dobbiamo inviare una forza di sicurezza prima di qualunque altra milizia, altrimenti sarebbe il caos». Al contrario di Massud, il generale Fahim è per la comunità internazionale un perfetto sconosciuto. Eppure era stato il comandante s comparso ad indicarlo come successore. Massud aveva 48 anni, Fahim ne ha quattro di meno, ma anche lui è della Valle del Panshir: è nato solo qualche chilometro più in alto in un villaggio di fango chiamato Omars. Come Massud, Fahim è uomo d' armi ch e non ha mai lasciato i suoi uomini per gli ozi in Pakistan o in Iran. Ancora come il comandante ucciso, indossa il pakul, il cappello tradizionale afghano, ma i suoi abiti sono più occidentali. Buon parlatore, ex studente di giurisprudenza, Fahim è leggermente sovrappeso, ma questo non incide sul rispetto che suscita nei soldati: oggi nessuno mette in discussione il suo diritto a raccogliere l' eredità del Leone del Panshir. Siete in contatto con le forze americane? «Noi siamo in guerra contro gli integralisti e i terroristi da diversi anni. Abbiamo uno stato maggiore che studia la strategia e diffonde gli ordini ai comandanti sul campo. Gli americani ci hanno interpellato mentre noi stavamo già combattendo. E sì, da allora, siamo in conta tto con loro». Avete indicato all' aviazione americana gli obiettivi talebani che potrebbero aprirvi la strada verso Kabul? «Noi rappresentiamo il governo legittimo dell' Afghanistan. Sul seggio Onu riservato a Kabul siede un nostro diplomatico, non un talebano. È naturale accogliere aiuti militari da qualunque paese straniero per scacciare usurpatori e terroristi. Con gli americani collaboriamo, ma non abbiamo ricevuto alcuna fornitura bellica. Solo un reciproco scambio di informazioni. Non abb iamo chiesto supporto aereo e, d' altra parte, non ci è stato offerto». Aspetterete il via libera americano prima di lanciare l' offensiva terrestre? «Gli americani ci hanno avvertito dell' inizio dei loro bombardamenti e noi li informeremo prima del nostro attacco. Questo è tutto». È vero che controllate la strada nord-sud di rifornimento per le linee talebane? «No, non è completamente in mano nostra. Talebani e terroristi sono ancora in grado di rifornire via terra le loro postazioni in tutte le regioni del Paese. Ma per loro è molto più difficile rispetto a una settimana fa e ciò ha quasi annullato la loro capacità di una controffensiva. Noi dobbiamo solo aspettare il momento giusto per attaccare. Potrebbe essere una questione di giorni più che di settimane. La situazione sul campo cambia velocemente, in ogni caso non abbiamo fretta, siamo pronti». Siete in grado di prendere Taloqan, la città del nord persa nel settembre del 2000? «Sì, in qualunque momento». Da quale fronte partirà l' offensiva? «Non appena ci saranno le condizioni attaccheremo contemporaneamente su tutti i fronti. Lanceremo un unico colpo. Sarà formidabile, ma non posso dire di più». In quali circostanze deciderete di attaccare la capitale? «Quando troveremo l a situazione favorevole per liberare Kabul lo faremo. Di sicuro prima che altre milizie occupino la città e possano nuocere alla popolazione civile». Che informazioni avete sui movimenti delle truppe talebane, in particolare sui volontari stranieri p resenti tra le loro file? «La maggior parte dei talebani ha lasciato le precedenti posizioni. Cercano di stare in movimento e si avvicinano tutte le notti alle nostre linee. Si ammassano al fronte pensando di mettersi così al riparo dai bombardamenti aerei. L' hanno fatto sin dai primissimi giorni del raid anche le milizie straniere. Intercettiamo moltissime comunicazioni radio tra arabi, kashmiri, cinesi e pakistani. In ogni caso si spostano solo coloro che hanno ancora benzina per muoversi». D ove sono il Mullah Omar e Osama Bin Laden? «Circolano molte informazioni sbagliate sul loro conto. La notizia più falsa di tutte è che Osama abbia lasciato il Paese. No, è ancora in Afghanistan. E lo dico con sicurezza. Bin Laden e Mullah Omar si nas condono in località differenti». Andrea Nicastro Comandante L' ALLEANZA Contro il regime dei talebani, insediatosi a Kabul nel ' 96, lottano i mujaheddin (già combattenti contro i sovietici) dell' Alleanza del Nord, che controlla circa il 15 per cent o del Paese. Il loro comandante, Massud, è stato ucciso un mese fa in un attentato IL GENERALE Mohammed Fahim, tagiko, è l' erede di Massud, al quale si unì nei primi giorni di guerra contro i sovietici: aveva 22 anni, allora, quattro meno di Massud, ed era uno studente di legge senza alcuna esperienza militare



martedi , 16 ottobre 2001
GUERRA
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«Sparano agli aerei con i fucili, e i bambini piangono»


«Le donne non escono più di casa, metà dei negozi sono chiusi»
Andrea Nicastro

AL TELEFONO CON KABUL «Sparano agli aerei con i fucili, e i bambini piangono» DAL NOSTRO INVIATO JABAL SERAJ (Afghanistan del nord) - «Salam. «Bale, befermaet?». «Pronto, chi parla?». Non è mai stato facile telefonare a Kabul. Lo è ancora meno da dom enica notte, quando i raid americani hanno colpito Lataband, e distrutto le centraline dei due operatori telefonici cittadini, uno cinese e uno pakistano. Ora per parlare con Kabul esistono delle linee governative che passano dal Pakistan, le radio a d alta frequenza e qualche telefono satellitare. Tre negozietti che offrivano questo servizio, ieri, sembravano aver staccato l' apparecchio. A Kabul esistono però telefoni satellitari privati. Sono illegali, vietati come le tv dal regime integralist a. Ma chi può, nasconde l' antenna del telefono o la parabola tv. Il problema è che ad essere scoperti con un telefono satellitare non dichiarato si rischia la prigione. A parlare con uno straniero, il reato potrebbe diventare spionaggio e la pena l' impiccagione. Per ragioni di sicurezza non diremo né il nome dell' interlocutore del Corriere a Kabul né l' identità di chi ha permesso il contatto. Come state? «Bene, a parte il fatto che non riusciamo più a dormire. Già le bombe degli aerei sono t remende. I missili però sono molto peggio. Tutta la casa trema. I bambini piangono e non si riesce a farli smettere. Non dormono per tutta la notte e di giorno appena chiudono gli occhi si svegliano per gli incubi. Non credevo che esistesse qualcosa di così potente. Prima senti un sibilo, a volte anche la contraerea, poi il botto. Come un terremoto. Anche se colpiscono l' aeroporto si sente in tutta la città. Mi meraviglio che non siano ancora caduti dei palazzi». Come fate ad avere il telefono acceso? C' è corrente? «No, è stata staccata dalla prima notte. Il nostro telefono funziona con una batteria d' automobile». Avete da mangiare? «La città si è svuotata e metà dei negozi sono chiusi. Nei primi giorni della settimana scorsa i prezzi de lla frutta e della verdura sono scesi. Tutti accaparravano farina, olio e riso. Ma non la frutta, perché si deteriora. Oggi sono stato al bazar i prezzi hanno ricominciato a salire». Com' è al Shahar, il bazar principale? «I negozianti hanno portato a casa la maggior parte della merce. Hanno paura che qualcuno gli sfondi la serranda. Di notte le strade sono deserte. C' è chi se ne approfitta. I talebani lasciano la città, vanno verso la prima linea per evitare le bombe. Alle 17, quando scende il tramonto, sotto le nostre finestre passano decine di automobili». Come si fa a sapere che sono talebani? «Perché hanno auto nuove, giapponesi, sono gli unici ad averle. E solo loro hanno benzina in questi giorni. Subito dopo i primi bombardamenti, " gli arabi" ne hanno comprata da tutti, a qualunque prezzo. Il resto è stato requisito». Avete paura? «Di giorno no. Ci sono pochi bombardamenti. Io vado in ufficio la mattina, mi faccio vedere dal capo, me ne torno indietro. Così non perdo lo stipend io, ma per "ragioni di sicurezza" è meglio non restare negli edifici pubblici. Mentre rientro vedo tutta gente come me, che non lavora, fa la spesa e si chiude in casa. Le scuole sono chiuse. le donne non escono. Kabul sembra una città di soli uomini ». Perché le donne non escono di casa? «Meglio che restino in casa. Sono i talebani a spaventare di più, soprattutto adesso che la maggior parte di loro sono stranieri e non afghani. Si comportano stranamente. Due giorni fa hanno bombardato che erano le 10 del mattino. Ho visto un gruppo di arabi salire sul loro pick-up e partire a tutta velocità sparando in aria, come se potessero colpire l' aereo. Ridevano e cantavano. Possono fare qualunque cosa. Insultano la gente per niente e nessuno può di re nulla». Perché non venite via da Kabul? «Non abbiamo più la macchina. Ce l' hanno rubata». Andrea Nicastro



mercoledi, 17 ottobre 2001
GUERRA
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I ribelli del Nord conquistano una base aerea


Sono arrivati alle porte di Mazar-i-Sharif. Ma mancano uomini e mezzi per puntare sulla capitale afghana Il comandante Hagi Sudik difende il fianco destro dello schieramento anti integralista. Poiché non ha a disposizione carri armati per attaccare, ha fatto sistemare un container sulla strada e l' ha riempito di sassi
Andrea Nicastro

I ribelli del Nord conquistano una base aerea Sono arrivati alle porte di Mazar-i-Sharif. Ma mancano uomini e mezzi per puntare sulla capitale afghana DAL NOSTRO INVIATO VALLE DI GHURBAN (Afghanistan del Nord) - Il comandante Hagi Sudik esagera di si curo. Muove il braccio a indicare le vette a sinistra, poi quelle a destra e spara: «Mille mujaheddin». Sarebbero i suoi soldati, quelli che impediscono ai barbuti talebani d' infilarsi nella valle di Ghurban e tagliare la strada tra il Panshir, fort ezza naturale della resistenza, e la pianura. Hagi Sudik deve difendere il fianco destro dello schieramento anti integralista. Siccome però non ha «momentaneamente a disposizione» carri armati per avanzare, ha fatto sistemare un container sulla strad a che corre lungo il fiume e l' ha riempito di sassi. Per maggior sicurezza ha fatto anche franare dieci metri di camionabile. Di lì si passa solo a piedi o con l' asinello. Dei suoi mille guerrieri, il comandante ne può mostrare al momento solo una mezza dozzina. Certo, con tante scuse e solo per «la sicurezza del giornalista ospite». Bisogna abbandonare il fondovalle, arrampicarsi per una mezz' oretta sulla cresta ed ecco lì la trincea. Un buco scavato nella roccia serve sia da dormitorio sia da santabarbara con una ventina di granate da mortaio e altrettanti razzi anticarro. «Giù la testa, i talebani sono là in fondo». Il comandante guarda attraverso il mirino della mitragliatrice pesante: in linea d' aria saranno cinquecento metri, ma è esattamente dall' altra parte della valle su una cresta sassosa come questa e, si può immaginare, con il medesimo buco scavato nella roccia, le medesime mitragliatrici sovietiche e il medesimo mortaio trasportato a dorso d' asino. «Due mesi fa - rac conta ancora - i talebani hanno cercato di sfondare, ma li abbiamo bloccati». Avanzavano con i carri armati? Il comandante ci pensa per un po' . «Sì e ne abbiamo distrutti dieci». Peccato che non si possano vedere i rottami. Fanfaronate a parte, è ev idente che anche sul fianco destro del fronte anti talebano verso Kabul, i mujaheddin non hanno, al momento, alcuna possibilità di avanzare. Non hanno abbastanza armi, munizioni, uomini. Fino a otto giorni fa erano sulla difensiva. Più o meno come da sei anni a questa parte. Resistevano grazie a vallate strettissime come quella di Ghurban, in cui basta davvero un container zeppo di pietre per rallentare una colonna corazzata ed esporla al fuoco di un lanciarazzi trasportato a spalla. Fino a quan do gli americani non hanno cominciato a bombardare e da allora non devono più difendersi perché i nemici non attaccano più. Il comandante Hagi Sudik, piccolo «ufficiale» al fronte, dorme ora tranquillo. «I talebani non possono più contare sulla loro aviazione. Di tanto in tanto arrivava un Mig e ci bombardava. Un bel fastidio. Quel buco lì è una bomba d' aereo, fosse caduta più vicino, addio postazione. E poi gli americani sono riusciti a colpire i loro depositi e sulla prima linea stanno finend o munizioni e carburanti. Ho sentito l' edizione afghana della Bbc». La scarsa o nulla azione bellica su questo fronte non deve ingannare. Kabul rimane un sogno a cui i mujaheddin dell' Alleanza del Nord non sono disposti a rinunciare. Tanto più che l' accordo di ieri tra Pakistan e Stati Uniti per un governo post-talebano ridimensiona drasticamente le ambizioni dell' Alleanza (soprattutto di etnia tagika) per rilanciare il ruolo dell' etnia pashtun (da cui proviene il 90 per cento dei talebani) e dei monarchici in esilio (in maggioranza pashtun). L' opzione militare rimane per il momento la più valida, se non l' unica a disposizione dei tagiki per mettere i bastoni tra le ruote al progetto di Washington e Islamabad. L' obiettivo può essere quello di guadagnare terreno, prendere più città possibili e poi reclamare altrettante poltrone nel governo post-talebano. È probabilmente vero che senza un aiuto statunitense dal cielo i mujaheddin non sembrano in grado di fare granché. Almeno non con l' apparato bellico che hanno allestito sul fronte di Kabul. Però, in una settimana di bombardamenti, sono riusciti ad aprire altri due fronti. Uno a Herat, quasi al confine con l' Iran, dov' è tornato in armi l' ormai sessantenne Ismail Kahn, l' altro a Mazar-i-Sharif, nel nord. I comandanti dell' Alleanza annunciano che l' accerchiamento di Herat è quasi completato. Per la città di Mazar-i-Sharif, invece, ci sono ancora maggiori aspettative. È lo stesso ministro degli Esteri dell' Alleanza , Abdullah Abdullah, a spiegare che «questa stessa notte le truppe del generale Dostum potrebbero entrare in città». L' aeroporto è stato conquistato ieri sera, ma la capitolazione dell' intera Mazar-i-Sharif, se davvero è questione di ore, dipenderà probabilmente dalla resa dei talebani rimasti. «I combattimenti sono in corso - annunciava Abdullah -: 12 talebani sono stati uccisi. Domani mattina conosceremo l' esito della battaglia». L' Alleanza del Nord punta sull' effetto che le bombe Usa han no sul morale dello schieramento integralista. Molti signori della guerra locali si sono uniti al mullah Omar e a Bin Laden per convenienza più che per islamica convinzione. Ora potrebbero decidere che è arrivato il tempo di cambiare barricata. Ieri sono comparsi i primi 15 talebani pentiti in carne, ossa e barba incolta. Si sono presentati a Sengendara, dove corre la trincea più vicina a Kabul. Andrea Nicastro



sabato , 20 ottobre 2001
GUERRA
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Arrivano otto «consiglieri» americani. L' Alleanza del Nord spera


Andrea Nicastro

I comandanti dei mujaheddin ammettono di essere stati respinti dalla controffensiva talebana a Mazar-i-Sharif Arrivano otto «consiglieri» americani. L' Alleanza del Nord spera DAL NOSTRO INVIATO JANGALEC (Afghanistan del Nord) - Nessuna jeep, nessun camion ansimante poteva ieri passare sotto «la collina dei martiri», nel cuore della valle del Panshir. Decine di mujaheddin buttavano legna sotto un enorme pentolone, in equilibrio tra due pietre per non soffocare il fuoco. I maschi di Jangalec eran o lì, tutti, dai due agli ottant' anni. Con loro, centinaia di soldati senza Kalashnikov e i comandanti in divisa. La moschea senza cupola di Jangalec non bastava a contenerli. Erano sulla stradina verso il tempio, lungo il fiume, persino sul tetto d ella piccola moschea e pregavano. In file ordinatissime, la fronte rivolta alla Mecca. Pregavano per il comandante Massud ucciso il 9 settembre da due kamikaze inviati da Osama Bin Laden. Le barbe nere e le rughe non nascondevano gli occhi lucidi. Ta giuddin, il padre della vedova Massud, ha organizzato ieri la celebrazione dei quaranta giorni dalla scomparsa del genero. Con il pentolone sono stati preparati quasi 500 pasti. Un primo mujaheddin riempiva il piatto di riso bianco, un secondo aggiun geva un boccone di carne, il terzo uvette e mandorle, il quarto un pezzo di pane. Quindi il piatto passava di mano in mano per trecento metri, lungo una fila di uomini e bambini, fino alla moschea. E lì gli ospiti mangiavano usando il pane e la mano destra per raccogliere il cibo. «Seguiremo la sua strada» diceva chiunque accettasse di parlare. «Puniremo i suoi assassini». «Mai e poi mai accetteremo un governo imposto dal Pakistan, noi afghani vogliamo essere liberi». Con Massud vivo, le cose an drebbero in modo diverso. Invece, a due settimane dall' inizio dei bombardamenti americani, i mujaheddin non sono riusciti a raggiungere alcun vero risultato. La presa della grande città del Nord, Mazar-i-Sharif, è rinviata di giorno in giorno. La da ta dell' attacco frontale su Kabul slitta verso l' inverno. Colpa del fatto che gli americani non bombardano i talebani al fronte, dicono i generali del Fronte unito. Attorno a Mazar-i-Sharif combatte il generale Dostum, uzbeko. Con lui, ci sono anch e combattenti hazari e tagiki. E ora anche otto americani. «Li ho visti, so che sono con il generale Dostum - ha detto il comandante Ustad Attah, alle porte della città -, ma non so quali siano i loro compiti». Il capo del Pentagono Donald Rumsfeld i eri ha ammesso per la prima volta la collaborazione con i guerriglieri anti-talebani: «C' è un buon coordinamento tra gli aerei e le forze sul terreno, specie al nord». Il Fronte unito ne ha bisogno: «Avevamo preso l' aeroporto, ma l' abbiamo abbando nato - ammette dal suo telefono satellitare Attah al Corriere -. Avevamo interrotto le linee di rifornimento talebane a Marmol, ma una controffensiva ci ha respinti». Troppo logore e scarse le risorse belliche del Fronte unito: anche considerando le perdite inflitte dai bombardamenti Usa ai talebani. Per questo, probabilmente, il ministro della Difesa generale Faim è volato ieri in Iran. Se gli Usa non riforniscono i mujaheddin di armi ci potrebbero pensare gli alleati di questi sei anni di resi stenza antitalebana: i russi, incontrati mercoledì in Tagikistan, gli indiani, interessati a limitare le ambizioni di Islamabad in Afghanistan e in Kashmir, e gli iraniani, appunto. Gli ayatollah, sciiti, sono sempre stati contrari all' avventura int egralista del mullah Omar, sunnita, e i mujaheddin sperano in aiuti concreti. «Abbiamo almeno venti carri armati che aspettano il via libera dall' Uzbekistan» dicono fonti mujaheddin. Fosse anche vero, prima bisogna liberare Mazar-i-Sharif e poi, for se, i venti tank potranno partecipare alla battaglia per Kabul. Gli orfani di Massud vogliono provarci e devono farlo presto. Prima che i milioni di dollari che la Cia sta buttando nella partita afghana convincano qualche comandante talebano che l' a vventura integralista è finita, ma il dominio dei pashtun sugli altri gruppi etnici afghani può continuare. Andrea Nicastro



domenica , 21 ottobre 2001
GUERRA
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E i mujaheddin temono i trucchi della diplomazia


I jet Usa bombardano le prime linee talebane Ma Powell non vuole l' Alleanza a Kabul La presa della capitale darebbe ai combattenti del Nord un valore politico ritenuto eccessivo da Washington e Islamabad
Andrea Nicastro

E i mujaheddin temono i trucchi della diplomazia I jet Usa bombardano le prime linee talebane Ma Powell non vuole l' Alleanza a Kabul DAL NOSTRO INVIATO JABAL SARAJ (Afghanistan del Nord) - Sono passate tre ore, ma l' emozione si sente ancora nella v oce del generale Ustad Attah, comandante del settore nord dei mujaheddin. «Sì è vero, i bombardieri americani hanno colpito le posizioni dei talebani proprio davanti alle nostre trincee. I miei soldati riferiscono di pesanti danni inferti al nemico, ma non siamo ancora in grado di valutarli con precisione». È la prima volta che gli aerei americani agiscono in modo tanto ravvicinato. Fino ad oggi si erano limitati a distruggere le installazioni dell' aeroporto di Mazar-i-Sharif e qualche deposito a una ventina di chilometri dal fronte. «In questa occasione è stato diverso. Il raid è cominciato puntuale alle 15.30 ed è stato massiccio. Esattamente come mi avevano preannunciato». Ma allora, comandante, voi del Fronte Unito state collaborando c on gli americani? «Effettivamente avevamo suggerito più volte un' azione del genere. Per noi è un grandissimo aiuto». Concorderete altri raid? Il comandante tentenna: «Staremo a vedere». La realtà è probabilmente meno entusiasmante di quella che i su oi mujaheddin hanno ammirato soddisfatti ieri pomeriggio. Gli americani non vogliono il Fronte Unito (o Alleanza del Nord) come testa d' ariete per sfondare le linee talebane, preferiscono usarlo come elemento di disturbo all' azione dei caccia e del le forze speciali. Il comandante Dostum e il generale Attah che combatte con lui devono però considerarsi fortunati. Almeno ieri hanno ottenuto supporto aereo ravvicinato, al contrario di altri settori della resistenza. Per Attah la colpa è del Pakis tan, «burattinaio di tutti i complotti»: dalle liti interne ai mujaheddin all' omicidio del comandante Massud, alla nascita dell' integralismo talebano. Durante i colloqui di Islamabad tra il segretario di Stato Colin Powell e il presidente pakistano , generale Musharraf, «l' America si è fatta convincere ancora» dice deluso Attah. L' incontro si sarebbe concluso, secondo i mujaheddin, con questa frase di Powell: «L' Alleanza del Nord può anche prendere Mazar-i-Sharif, ma non deve assolutamente e ntrare a Kabul». La presa della capitale avrebbe un valore politico eccessivo, darebbe l' opportunità al Fronte Unito di guidare la transizione post-talebana e gli americani non vogliono un governo che escluda l' etnia pashtun, diffusa anche in Pakis tan, ma quasi assente nel Fronte Unito. Le regole fissate nel secolo scorso per il «grande gioco» sull' Afghanistan tra impero zarista e britannico non sono cambiate. Se una potenza lascia una casella libera, subito un' altra è pronta a occuparla. Il generale russo a due stelle Vladimir Popov assicura al Fronte Unito «tutto l' aiuto necessario, senza bisogno di richiederlo ad altri Paesi che non siano la Russia». E, tanto per rafforzare il messaggio, auspica che sia proprio il professor Rabbani, leader dei mujaheddin, il «futuro presidente dell' Afghanistan liberato». Popov non è il presidente Putin, è solo il capo del gruppo operativo russo in Tagikistan, ma la sostanza non cambia. Con il Fronte Unito si schierano la Russia per mantenere l a sua influenza nell' Asia centrale e gestire il mercato del petrolio del Caspio, l' Iran sciita che vorrebbe neutralizzare l' aggressività dei talebani sunniti e l' India interessata a ridimensionare l' integralismo islamico che minaccia il suo Kash mir. Le bombe americane cadute ieri attorno a Mazar-i-Sharif daranno nuovo slancio all' assedio della città. Sono giorni che il Fronte Unito ne promette la cattura, ma il colpo del ko non arriva. I talebani sono stati persino in grado di rompere l' a ssedio nel distretto di Marmol e far arrivare viveri e munizioni. Ieri invece Marmol, importante snodo viario, è stato ripreso grazie anche alla diserzione di quattro comandanti talebani che hanno portato in dote al Fronte Unito 250 soldati. È eviden te che gli aerei Usa fanno danni non solo con le bombe, ma anche con la paura. Eppure se e quando Mazar-i-Sharif sarà in mano al Fronte Unito, i mujaheddin potranno aprire la strada ai rifornimenti promessi da Mosca. Carri armati e artiglieria pesant e, sufficienti per non far rimpiangere i caccia-bombardieri. Andrea Nicastro



lunedi , 22 ottobre 2001
GUERRA
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Fuoco sulle prime linee intorno a Kabul


L' America conferma l' intervento diretto di forze di terra accanto ai mujaheddin
Andrea Nicastro

Fuoco sulle prime linee intorno a Kabul L' America conferma l' intervento diretto di forze di terra accanto ai mujaheddin DAL NOSTRO INVIATO JABAL SARAJ (Afghanistan del Nord) - Quando gli aerei americani vanno a bombardare Kabul, il rombo si sente p er almeno mezzo minuto, poi si vede sbucare la sagoma già avanti sulla pianura. Volano alti, forse 6 mila metri, ma per chi sta a 30 chilometri da qui, al di là della linea del fronte che divide i mujaheddin dai talebani, deve essere un suono terrifi cante. Libro degli armamenti alla mano, gli esperti militari assicurano trattarsi di F14 Tomcat, F15 Eagle e F15 E-Eagle. «Quello che ha sganciato a 4 chilometri dall' aeroporto di Bagram, proprio sulle linee degli integralisti che difendono Kabul, e ra di sicuro un F15». Altri dicono F18 Hornet. Ma forse hanno ragione tutti, perché da ieri è difficile trovare chi passi la giornata con il naso in aria a riconoscere i caccia. Ne passano sempre di più, a tutte le ore. Il segretario di Stato Colin P owell ha dato il suo imprimatur all' operazione. «Stiamo sostenendo l' Alleanza del Nord anti-talebana - ha dichiarato ieri per la prima volta - e stiamo notando un comportamento più aggressivo da parte dei mujaheddin nei confronti delle postazioni t erroristiche. L' Alleanza del Nord potrebbe puntare su Kabul. Osama Bin Laden imprendibile. Il mullah Omar ancora alla testa delle sue truppe integraliste a dominare l' 80 per cento del Paese. Meglio allora giocare la carta mujaheddin. Pronti però a rimetterla nel mazzo appena il mostro talebano sarà al tappeto. «L' Alleanza del Nord - ha spiegato Powell - rappresenta una parte minoritaria del mosaico etnico afghano, attorno al 15 per cento, e non possono quindi aspirare a un ruolo dominante nel governo post-talebano». Appoggio aereo ravvicinato in cambio della rinuncia alla presidenza: chissà se il patto è stato concordato? Di certo è l' intenzione di Washington e tanto basta a prevedere che presto, anche sul fronte di Kabul, si comincerà a fare sul serio. Il regime integralista denuncia: «Bombardamenti senza precedenti» su Herat, Kandahar, Kabul e Jalalabad, «comprese le aree residenziali». Vittime anche tra i civili, 60 ad Herat, la città al confine con l' Iran, e 20 a Kabul. Fra i morti anche il figlio di 10 anni del mullah Omar. Il bambino sarebbe rimasto ferito nei primissimi raid, quando la casa del mullah venne distrutta. Ieri sarebbe morto in ospedale. A Kandahar un aereo americano sarebbe invece atterrato per scaricare t ruppe d' assalto nell' area dell' aeroporto, ma la reazione degli «studenti del Corano», sempre secondo il loro ministero dell' Informazione, li avrebbe costretti a ripartire lasciando sul campo 20 corpi. Il Pentagono smentisce. Se il rombo dei jet s erve a indebolire i nervi di chi sta sul fronte, i talebani cercano di mettersi al riparo da diserzioni sempre più frequenti usando il pugno di ferro. A Mazar-i-Sharif, altra città sotto assedio mujaheddin, il governatore integralista, mullah Niazi, ha ordinato l' esecuzione di 5 «traditori». Due di loro erano «comandanti» (Saboor e Iussuf), gli altri semplici combattenti. «Sono stati trovati colpevoli di spionaggio a favore degli anglo-americani e di istigazione alla rivolta», annuncia il gover no integralista. Impiccati e che serva di lezione. Il generale dell' Alleanza del Nord, Dostun, al telefono con il Corriere, parla di «affari interni allo schieramento terroristico», ma sembra che i cinque stessero distribuendo armi ai civili. Il gen erale Dostum conferma anche che tra i suoi uomini ci sono esperti militari stranieri. «Sono venti - specifica per la prima volta - e guidano le azioni dei caccia dal suol