Postcards From Afghanistan: Intervista con Massud
DEATH OF A HERO
Ahmed Shah Massud
> TRIBUTEWi> INTERVIEW
> MESSAGE TO THE
PEOPLE OF THE USA

NEW YORK, NEW YORK!
Tribute to
a defaced city
FAREWELL MARJAN...
Marjan, the one-eyed lone
lion is no longer the king of
Kabul zoo
PICTURES from the grenade attack!
Dear Visitors, these next pages are a heartful tribute to Maria Grazia Cutuli, sweetest friend, valued travelmate and skillful writer for Corriere della Sera, major italian newspaper, who was ambushed and killed by unknown assailants on November 19 2001, while traveling from Jalalabad to Kabul (Afghanistan) together with colleagues Julio Fuentes (spanish newspaper El Mundo), Harry Burton and Hazizullah Haidari (cameraman and photographer, Reuters).
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How colleagues journalist and friends >REMEMBER her
Pages from italian and international >PRESS
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>STORIES we published >TOGETHER (her writings, my pictures)
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INTERVISTA CON IL COMANDANTE MASSUD (1995)
>Maria Grazia Cutuli

460119 Ahmed Shah Massud, "The Lion of Panshir"
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Scarpe e kalashnikov appoggiati sull'erba. Il tappeto da preghiera steso sul prato all'inglese dell'ex ambasciata d'Austria, a Kabul. Il comandante Ahmed Shah Massud si inginocchia rivolto alla Mecca. Il «pakoul» in testa, tipico copricapo afghano dai bordi arrotolati, il naso aquilino, la barbetta rada gli disegnano un profilo da guerriero medievale. Dietro di lui si inginocchiano anche gli uomini della scorta, una decina di mujaheddin in tuta mimetica, che lo seguono devotamente anche quando si ritira per le abluzioni rituali nelle stanze dell'ex ambasciata, oggi sede del suo staff a Kabul. I mujaheddin non lo perdono di vista. E a ragione: perchè Massud, eroe della Jihad ai tempi dell'invasione sovietica, leggendario «leone del Panshir», la sua regione di origine, 43 anni, di cui 20 passati in trincea, prima contro i russi, adesso contro le fazioni afghane rivali, non è solo il capo militare del Jamiat-el-Islami (Società islamica), il partito del presidente Rabbani che governa a Kabul. E' in questo momento l'uomo chiave dell' Afghanistan. Il più potente e il più esposto. Signore della guerra. Ma anche della pace. A marzo ha liberato Kabul dalle fazioni, riuscendo a ristabilire la quiete, dopo tre anni di bombardamenti e massacri tra i partiti della Jihad, arrivati con la caduta del regime filocomunista di Najibullah. E proprio nel momento peggiore: mentre marciava sulla città il nuovo esercito dei Talibani, gli studenti-soldati delle scuole oraniche.
Certamente è una pace incerta quella portata da Massud nella capitale, sancita solo con la forza delle armi, mentre il resto dell'Afghanistan è ancora tutto in guerra. Il comandante, di etnia tagika come il presidente Rabbani, continua infatti a combattere contro le stesse fazioni che si erano scontrate a Kabul: il generale Raschid Dostom, l'uzbeko alleato dei sovietici, che governa la città di Mazar-i-Sharif e ha schierato le sue milizie a nord oltre il passo di Salang; gli sciiti di etnia hazara del partito Wahdat, anche questi a nord; l'integralista Gulbuddin Hekmatyar, dell'etnia predominante pashtun, antico nemico e sospetto sostenitore di terroristi internazionali, che ha in mano la città di Sarobi a est; e infine, appunto, i Talibani, ancora pashtun, rigidi applicatori della sharia, la legge coranica, che tengono sotto controllo il sud-est del Paese. Ma inutile parlare di guerra etnica. Massud si irrita: «Questa è una guerra sostenuta dalle potenze straniere: il Pakistan che finanzia i Talibani ed Hekmatyar, l'Iran che sta dietro agli sciiti, l'Uzbekistan che vorrebbe controllare le frontiere attraverso Dostom».
Guerra perenne, e con troppi nemici. Per ragioni di sicurezza il comandante non dorme mai due notti di fila nello stesso posto e anche di giorno è impossibile superare lo sbarramento dei suoi uomini che lo accompagnano da un quartier generale all'altro. E che persino a Kabul, nel giardino dell'ex ambasciata d'Austria, vigilano con i kalashnikov in mano. Finita la preghiera, Massud riesce comunque a rilassarsi. Il «pakoul» indietro, la fronte scoperta, gli occhi chiarissimi a mandorla, il fisico asciutto dentro abiti color sabbia, gli danno un'aria aristocratica. Il viso è segnato da una trama di rughe, eredità di troppe battaglie. O forse solo degli ultimi anni, inaspettatamente duri. «La guerra con i russi», dice lui, accomodandosi su una delle poltrone d'epoca dell'ex ambasciata, «non ci ha stancato. Era uno scontro chiaro. Sapevamo chi era il nemico da combattere. Altra cosa è stata la battaglia di Kabul, lottare con le stesse fazioni che avevano sostenuto la Jihad anti sovietica».
Figlio di un colonnello dell'esercito, studente al lic eo francese di Kabul, e poi al politecnico, Massud sembrava destinato a diventare ingegnere. Ma nel 1973 il colpo di stato con il quale il primo ministro Daoud rivescia la monarchia di Zaher Shah, lo spinge a partire per il Pakistan dove incontra l'attuale capo del Jamiat, Rabbani, in esilio. Torna in Afghanistan nel 1975, nel Panshir, ma solo per organizzare la resistenza al regime di Kabul. L'avventura vera e propria comincia quattro anni dopo, con l'arrivo dei russi. Massud ha non più di 30 seguaci, 17 fucili e 130 dollari in cassa. Ma buone capacità organizzative e strategiche. E un bagaglio culturale costruito sui testi che vanno di moda all'epoca: Mao, Ho Chi Minh, Che Guevara. Da lì a poco si ritrova a capo dei 10 mila mujiaheddin del Jamiat di Rabbani. Il Panshir diventa il suo quartiere generale, osservatorio privilegiato della guerra per la stampa di tutto il mondo. Combatte con i sovietici, ma ha contro anche le fazioni rivali, quella di Hekmatyar in testa, beniamo dei pakistani, che gli blocca più volte le vie di approvigionamento e gli aiuti. Dagli intrighi del Pakistan, che nel frattempo ha esteso il suo controllo sulle fazione della Jihad, Massud preferisce comunque tenersi alla larga, organizzando una propria rete di approvigionamenti, gestita da parenti e gruppi affiliati. I territori controllati da lui sono ricchi di rubini, smeraldi e lapislazzuli. Gli avversari lo accusano di essere al centro di lucrosi commerci con Francia e Gran Bretagna. In quanto ai russi, con grande spregiudicatezza, il comandante non mancherà di firmare più volte il cessate-il-fuoco in cambio di denaro per riorganizzare le sue milizie.
Il 1984 è il suo anno nero: il Kgb tenta di eliminarlo. «Il momento più difficile», ricorda ancora. «I russi avevano lanciato l'offensiva sul Panshir. La popolazione tentava di lasciare la valle, ma i sovietici avevano messo mine dappertutto. Le strade coperte dalla neve erano bloccate, mentre i Tupolev 16, gli aerei nemici, bombardavano notte e giorno. Sembrava impossibile... Eppure ne siamo venuti fuori». Non del tutto. Nel 1992 Massud entra a Kabul, e diventa ministro della difesa del nuovo governo. Ma comincia la lotta al potere con le altre fazioni, i saccheggi, i bombardamenti, i massacri dei civili, ai quali le sue milizie non sono certo estranee.
Una guerra che non è ancora terminata, anche se il «leone» è fiducioso: «Abbiamo avuto trattative con tutti, direttamente con i Talibani, indirettamente con Dostom ed Hekmatyar. E sono sicuro che potremmo arrivare a una soluzione politica». Ottimismo in parte confortato dall'aver pacificato la capitale, dal via vai di delegazioni straniere (sono arrivati anche i russi), che te ntano accordi politici e commerciali con il nuovo governo, ma in parte smentito dagli alterni successi delle offensive militari dell'ultimo mese. Contro Dostom, contro Hekmatyar. E sopratutto contro i Talibani. A marzo quando gli «studenti coranici» sono arrivati nella capitale, hanno sconvolto la geografia delle fazioni. Massud ne ha approfittato. Se ne è servito per liberarsi dai suoi avversari, e poi dedicarsi all'offensiva contro di loro. Ma gli «studenti», attaccati dai governativi a sud nella provincia di Helmand, premono ancora a una ventina di chilometri da Kabul. Da lì l'8 agosto, sono riusciti a lanciare 22 missili sulla periferia della città, ammazzando 21 civili e ferendone 24. «La forza dei Talibani non è una forza materiale. E' una forza morale», dice il comandante. «Hanno conquistato la popolazione con la sharia. Ma hanno fatto lo sbaglio di voler prendere Kabul. La gente in città non poteva accettare il taglio della mano o del piede».
La sharia, appunto. Massud, portavoce di un Islam «moderato», aperto all'occidente, eroe «romantico» osannato dalla stampa internazionale, appassionato di scacchi, (proprio uno dei giochi proibiti dai Talibani), non sembra volerla rinnegare: «Per il nostro paese vogliamo un governo fondato su libere elezioni. Basato, ovviamente sulla legge islamica, l'unica riconosciuta dal nostro popolo».
Per quanto riguarda le donne, per esempio, Massud vuole il velo, non necessariamente integrale. Anche se persino a una giornalista occidentale è consigliato di presentarsi al suo cospetto a capo coperto. Rispetto della tradizioni? La biografia del comandante, personaggio eroico in un romanzo di Ken Follet, Lying down with the lion (tradotto in italiano Un letto di leoni, edizioni Mondadori), rilancia voci e leggende. Come quella delle infermiere francesi, accolte in Panshir durante la guerra contro i sovietici. «Le puttane di Massud», le chiamavano i suoi avversari. Pettegolezzi... Chissà. Quello che passa ufficialmente è un lungo celibato, come esempio per i suoi uomini (prima la guerra, poi la famiglia), e solo negli anni recenti il matrimonio con una ragazza del Panshir, una «paesana», figlia di uno dei suoi ufficiali dalla quale ha avuto tre figli. Ogni venerdì Massud torna a casa da lei, una casa semplice fuori città dove vive senza gruppo elettrogeno, nè acqua corrente.

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Maria Grazia Cutuli
sketch courtesy and © F.Sironi

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Farewell, good ol' Marjan...
The lone king of Kabul zoo succumbs to his age at 48, after surviving years and years of deprivations and symbolizing to kabulis the spirit of resiliency itself

Well.....that's sad news, indeed. To my eyes, Marjan symbolized hope.  However, in thinking about that dear old lion's death I choose to believe that when he heard the swoosh of kites flying over Kabul, heard the roars from the football stadium, experienced the renewed sounds of music in the air and heard the click-click of chess pieces being moved around chessboards....well, the old guy knew that there was plenty of hope around and it was okay for him to let go and fly off, amid kite strings, to wherever it is the spirits of animals go.
Peace to you Marjan and peace to Afghanistan.
[Diana Smith, via the Internet]

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INTERVIEW
with A. S. Massud
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