Reporter uccisi, la pista degli oggetti rubati, Andrea Nicastro, 11 Febbraio 2001
Giornalisti assassinati, un arresto a Kabul, Andrea Nicastro, 7 Febbraio 2001
«Così ho visto colpire a morte Maria Grazia», Lorenzo Cremonesi, 19 Dicembre 2001
«Sono loro» Passo avanti nell'inchiesta sugli assassini di Maria Grazia, Flavio Haver, 29 Gennaio 2001
Ma nessuno se mosso per andare da loro, Andrea Nicastro, 20 Novembre 2001
Vendetta, rapina o sequestro: tre ipotesi per un' imboscata, 20 Novembre 2001
Cade l' ultima speranza, trovati i corpi dei giornalisti uccisi, 21 Novembre 2001
Gettati contro una roccia, poi tanti colpi a bruciapelo, Andrea Nicastro, 21 Novembrre 2001
Un' esecuzione dietro le rocce, Fausto Biloslavo, 21 Novembre 2001
«Hanno Costretto l' autista a recitare : Allah è l' unico Dio», Alessandra Coppola, 20 Novembre 2001
La firma di sangue,Al-Qaeda o I Taleban, Gianluca di Feo, 21 Novembre 2001
Lo riconosco, e il corpo di Maria Grazia, Alessandra Coppola, 21 Novembre 2001
Prime pagine su lla stampa estera Uccisi perchè cercavano la verità, Alessio Altichieri, 21 Novembre 2001
Silenzio e dolore nella casa dei genitori, Felice Cavallaro, 21 Novembre 2001
Indagheranno I poliziotti del caso Ilaria Alpi, Flavio Haver, 21 Novembre 2001
Bigliettini, rose rosse e Tricolore sulla scrivania vuota al giornale, Daniela Monti, 21 Novembre 2001
Quattro inchieste sulla strage dei giornalisti, Andrea Nicastro, 22 Novembre 2001
Giornalisti uccisi, ulrimo viaggio verso casa, Barbara Stefanelli, Paolo Valentino, 22 Novembre 2001
E le firme dei lettori compongono l articolo delladdio, Elisabetta Rosaspina, 22 Novembre 2001
I volti dei killer forse in un video girato sulla strada maledetta, Ivo Caizzi, 23 Novembre 2001
Maria Grazia e tornata a casa, silenzio e dolore, Barbara Stefanelli, Paolo Valentino, 23 Novembre 2001
Ruggiero: vogliamo scoprire la verita, Fabrizio Caccia, 23Novembre 2001
Meno probabile l ipotesi della rapina: Quelle ferite, firma dei Taleban, Andrea Nicastro, 21 Novembre 2001
Il mistero dell interprete scomparso. In un video i tre testimoni afghani, Ivo Caizzi, 24 Novembre 2001
Lezione d inglese, Giuliano Zincone, 24 Novembre 2001
Coraggio, cartucce e cattivi maestri, Enzo Biagi, 25 Novembre 2001
L aiuto alle indagini in un video. Forse ripreso il volto degli assassini, Ivo Caizzi, 25 Novembre 2001
Gli stessi banditi fermarono filippini e greci, Ivo Caizzi, 26 Novembre 2001
"Cercammo di trattare ma ci salvò l interprete", Fabrizio Roncone, 26 Novembre 2001
Maria Grazia, il mistero dell interprete, Alessandra Coppola, 27 Novembre 2001
lunedi, 11 Febbraio 2002
Reporter uccisi, la pista degli oggetti rubati
Gli assassini di Maria Grazia potrebbero essere incastrati da cose appartenute ai 4 giornalisti
di Andrea Nicastro
DAL NOSTRO INVIATO
SUROBI (Kabul) - Una borsa griffata, scarponi alla moda di pelle arancione o un computer portatile completo di software per scrivere e inviare articoli a un giornale non si trovano nei bazar afghani. A meno che non siano stati rubati a degli stranieri.
Gli assassini di Maria Grazia Cutuli e degli altri tre reporter massacrati mentre viaggiavano verso Kabul potrebbero essere incastrati da un errore come questo. Basterebbe che dopo la strage i responsabili dellagguato non si fossero disfatti di ciò che avevano rapinato. Nei villaggi non può passare inosservato uno che da un giorno allaltro abbandona le ciabatte di plastica per indossare scarpe che costano venti volte il suo reddito mensile. Mancavano molti oggetti dai bagagli dei quattro giornalisti assassinati. E probabile che uno di questi, forse proprio qualcosa appartenuto allinviata del Corriere , abbia permesso agli investigatori afghani di arrestare un sospetto. «Contro di lui abbiamo delle prove - ha detto al Corriere il ministro dellInterno di Kabul Iounis Qanuni - ma lo stiamo ancora interrogando». Assediati dai reporter, alcuni assistenti ministeriali hanno finito per confondere le notizie sulle indagini. «Due arresti». «Una confessione». «Chiara la dinamica dellagguato». Troppo per un Paese dove un corpo nazionale di polizia deve ancora nascere e lautorità centrale fatica ad affermarsi. Le indagini sono difficili. Nessun uomo del ministero può prendere la macchina e andare a Surobi, il centro più vicino al luogo dellagguato. E tutto un lavorio di rapporti, permessi e collaborazione da parte dei comandanti locali, veri padroni della strada Jalalabad-Kabul.
Il comandante Gulroze ha 200 miliziani per difendere la diga di Surobi che dà acqua ed elettricità alla conca di Kabul. Più tre carri armati e 100 soldati che il ministro della Difesa Fahim gli manda di tanto in tanto. Ma non bastano. Perché Gulroze non riesce a controllare le montagne, proprio quelle della strage dei giornalisti. «Se gli americani avessero bombardato un poco anche lassù invece che solo a Tora Bora o a Kandahar - si lamenta - adesso forse non avremmo di questi problemi». Invece dai giorni della caotica fuga talebana dalla capitale, Surobi non è tranquilla. Dal 19 novembre, giorno dellagguato, fino a oggi, quella strada ha continuato a essere pericolosa. Gli autobus passano a tutta velocità e gli uomini ai posti di blocco governativi che di giorno ne migliorano la sicurezza, due ore prima del tramonto ritornano a Kabul. Su quella strada diversi carichi umanitari sono stati saccheggiati e un posto di blocco del comandante Gulroze bersagliato da razzi Rpg. Talebani? «Sì, fino alla presa di Kabul la gente di qua era tutta a favore dei talebani - dice Gulroze -. Adesso si sono tolti i turbanti neri, ma non hanno ancora deciso se stare dalla parte del governo oppure no».
Il comandante di Surobi tace sul resto, nel villaggio però tutti sanno che Kabul preferisce tentare di comprare la fedeltà di questi gruppi armati invece di combatterli. La stessa logica potrebbero seguire le indagini sugli assassini dei giornalisti. Non solo dollari, anche gesti di riconciliazione come quello di sabato del premier Karzai che ha rilasciato 350 talebani pashtun, molti proprio della zona di Surobi. «Ogni tre giorni - racconta Mustafa Fashir, uno dei pochi tagiki di Surobi - la gente di Hekmatiar spara, il governo paga e tre giorni dopo quelli riprendono come prima. Non si dicono più "studenti del Corano", ma li comanda ancora Aizat, un fedelissimo di Hekmatiar».
Nominare Hekmatiar è rievocare il capitolo di storia più sanguinoso dellAfghanistan. «Che potrebbe ripetersi - dice il tagiko Isidior, direttore di Radio Kabul -. Hekmatiar è rimasto nel suo esilio iraniano, ha dichiarato la guerra santa contro gli americani e vuole a tutti costi rientrare in gioco». Qualcuno dice che stia preparando un attentato alla Forza internazionale di sicurezza e assistenza, Isaf. Si parla di autobomba a Kabul oppure, è una notizia del Times , di missili Scud con testate chimiche armate di gas sarin. Lo stesso tipo di nervino individuato in una base di Al Qaeda da Maria Grazia Cutuli e dallinviato di El Mundo Julio Fuentes prima di essere uccisi.
giovedi, 7 Febbraio 2001
Il ministro dellinterno afghano: «Il Paese sta rinascendo, ma gruppi potenti vogliono sabotare la pace»
Giornalisti assassinati, un arresto a Kabul
Andrea Nicastro
Qanuni: «Lo stiamo interrogando, crediamo che sia uno dei killer di Maria Grazia Cutuli»
DAL NOSTRO INVIATO
KABUL - E in cella. Un «sospetto» per la strage dei quattro giornalisti sulla strada Jalalabad-Kabul è in cella. E il ministro dellInterno afghano Iounis Qanuni ad annunciarlo al Corriere della Sera . «Le indagini sono state lunghe - dice quasi scusandosi il ministro - ma nelle nostre prigioni cè uno dei presunti assassini».
La mattina del 19 novembre due taxi con a bordo quattro reporter, vennero bloccati in una gola a tre ore da Kabul. Linviata del Corriere Maria Grazia Cutuli venne trucidata a raffiche di kalashnikov con tre suoi compagni di viaggio in una manciata di minuti. Si parlò di banditi, di talebani sbandati, di terroristi di Al Qaeda. «Un uomo è stato arrestato e lo stiamo interrogando», dice il ministro di Kabul.
Quando è stato arrestato? Chi è? Un ex talebano? Qanuni accenna un sorriso e allarga le braccia. «Non basta sapere che è in cella? Non è già questa una buona notizia? Per adesso posso solo assicurare che lo stiamo interrogando. Appena avremo informazioni più circostanziate lo faremo sapere».
Iounis Qanuni, 44 anni, laurea in Legge Coranica, pittore per hobby, è uno degli uomini più influenti dellAfghanistan post talebano. E il secondo elemento del «tris panshiro»: prima di Abdullah Abdullah, ministro degli Esteri, ma dopo Mohamed Fahim, responsabile della Difesa e vero signore delle armi. Li chiamano «panshiri» perché sono gli eredi diretti del sistema di potere costruito nella valle del Panshir dal comandante Massud. Un sistema di potere che ancora oggi, ucciso Massud, è quanto di più simile a uno Stato esista in Afghanistan.
Ministro Qanuni, lAfghanistan è un Paese in pace?
«LAfghanistan sta rinascendo. Stiamo costruendo una polizia nazionale. Non una milizia etnica o politica. Per anni questo Paese e i suoi leader sono stati intrappolati negli schematismi etnici o ideologici. Sta cambiando. I miei vice, per esempio. Uno è tagiko, laltro di etnia hazara e laltro pashtun. La squadra che ci lavora è nazionale, è afghana».
Per il momento però queste sono solo buone intenzioni. LAfghanistan di oggi sembra un insieme di feudi indipendenti.
«Non sono daccordo. E un problema molto enfatizzato. Quando abbiamo chiesto alle province di inviarci volontari per laddestramento in polizia, la risposta è stata positiva. Da tutto il Paese, qualunque fosse il gruppo etnico maggioritario nellarea. Fra 15 giorni cominceremo il primo corso. La stampa ha parlato di truppe pronte a marciare da Kandahar a Herat. Ma era falso».
Veramente ne ha parlato il governatore pashtun di Kandahar, Gul Agha.
«Sia lui, che domani sarà mio ospite qui a Kabul, sia Ismail Khan, governatore a Herat, hanno smentito».
E nella provincia di Paktià? I feriti arrivati allospedale di Emergency qui a Kabul non permettono di smentire i razzi e le cannonate dei giorni scorsi.
«Sono scontri locali. La provincia di Paktià è lunica in cui ci siano questi incidenti. E una delegazione governativa sta appianando i contrasti».
Ministro, sta descrivendo una situazione idilliaca.
«Sottolineo quanto è già stato realizzato. E in tre mesi è moltissimo. A Kabul non circolano più irregolari in armi, le caserme sono state spostate fuori dalle aree residenziali. Abbiamo sgominato 27 bande criminali e la cooperazione con lIsaf (la forza multinazionale cui partecipa anche lItalia, ndr.) è buona e migliora ogni giorno. Faccio notare che il rapimento del giornalista americano del Wall Street Journal è avvenuta in Pakistan, non a Kabul. Una cosa, però, è sicura: ci sono gruppi, anche potenti e organizzati, che hanno interesse a sabotare il nostro processo di pacificazione».
E vero che lei, dopo 20 anni, vuole uscire dal partito dellex presidente Burhanuddin Rabbani? Si sta sfaldando il gruppo di potere che ha conquistato Kabul?
«Alla Conferenza di Bonn, dove ero delegato, è stata scelta la via del pluralismo partitico. Quindi il professor Rabbani ha tutto il diritto di partecipare alla lotta politica con il suo partito. Io ne sarò felicissimo, perché questa finalmente è lotta politica e non militare».
mercoledi, 19 dicembre 2001
«Così ho visto colpire a morte Maria Grazia»
Parla l' autista afghano testimone del massacro. A Jalalabad scoperta ieri una lapide alla memoria
Lorenzo Cremonesi
«Così ho visto colpire a morte Maria Grazia» Parla l' autista afghano testimone del massacro Scoperta ieri una lapide alla memoria a Jalalabad
DAL NOSTRO INVIATO JALALABAD (Afghanistan orientale) - Ieri mattina davanti all' hotel Spinghar di Jalalaba d noi giornalisti presenti abbiamo posto una lapide in memoria di Maria Grazia Cutuli, assieme a Julio Fuentes del quotidiano spagnolo El Mundo e ai due giornalisti della Reuters, l' australiano Harry Burton e l' afghano Azizullah Haidari, assassinat i sulla strada per Kabul il 19 novembre. È una lapide semplice, in marmo bianco e i caratteri incisi dipinti di nero fatta da un artigiano locale, che vuole ricordare anche «tutti i giornalisti morti in Afghanistan». Succedeva proprio un mese fa, il 19 novembre: quando le auto su cui viaggiavano i giornalisti (erano diretti a Kabul dalla cittadina orientale di Jalalabad) sono stati fermate. I quattro sono stati fatti uscire dalle vetture, insultati, uccisi e rapinati da un gruppo di malviventi. Maria Grazia e Fuentes avevano appena pubblicato sul Corriere su El Mundo uno scoop internazionale: avevano scoperto un deposito di gas nervino in una base abbandonata di Al Qaeda. Tre i testimoni dell' assassinio. Il primo è Homayun, 28 anni di Jala labad, il traduttore che viaggiava sull' auto con Maria Grazia e Julio. In un primo tempo era stato dato per «scomparso», per qualcuno il suo caso era diventato un giallo. Ma Homayun quel giorno, tornando a Jalalabad, si era sentito in colpa, aveva a vuto paura delle ripercussioni sul suo lavoro di traduttore che si vede uccidere i clienti davanti agli occhi senza poter fare nulla e, al posto di andare a parlare con i giornalisti assiepati allo Spinghar, se n' è tornato a casa. Ma quel giorno sul la via del ritorno almeno a un giornalista raccontò ciò che aveva visto, era Michael Lev, del Chicago Tribune, che tra l' altro in parallelo a un collega americano, Chris Tomlinson dell' Associated Press, coraggiosamente organizzò un piccolo convogli o per andare a vedere che cos' era capitato ai quattro colleghi. Entrambi furono però fermati dagli stessi mujaheddin che li accompagnavano, impauriti dalle notizie di rapine, violenze e spari nella zona di Sarobi dov' era avvenuto l' assassinio (ier i il nuovo premier afghano Karzai in visita a Roma ha garantito il «massimo impegno» per trovare i colevoli della strage) e dal sopraggiungere della notte. Il secondo testimone è Ashuqullah, 26 anni di Jalalabad, il taxista incontrato per la prima vo lta da Maria Grazia e Fuentes alle 8 del 19 novembre. «Quella mattina mi chiesero notizie su Kandahar e Tora Bora. Dissi che erano ancora città rischiosissime». Ashuqullah non crede all' ipotesi del complotto, e cioè che Maria Grazia e Julio siano st ati uccisi da sicari di Al Qaeda decisi a punirli per lo scoop sul gas nervino: la decisione di dirgersi verso Kabul venne presa soltanto poche ore prima dell' agguato. Non ci sarebbe perciò stato tempo di organizzare la vendetta. «In quei giorni nel Paese regnava l' anarchia, era la fine del regime dei talebani. Ma c' era chi aveva percorso senza problemi la strada Jalalabad-Kabul nei due sensi, solo e di notte. La morte dei colleghi segnò una svolta nei nostri comportamenti», ha detto Ron Temp est, del Los Angeles Times, che era in un' auto al seguito di quella delle vittime. Terzo testimone è Turyali, 33 anni, l' autista che aveva a bordo i due inviati della Reuters insieme all' interprete Faruq. Ecco dunque la cronaca dell' assassinio se condo la testimonianza dell' autista di Maria Grazia e Julio (concorda con quella di Turyali): «Durante il viaggio l' atmosfera è rilassata. Julio dormicchia. Maria fuma e mangia pistacchi che offre a tutti. Ci fermiamo solo una volta: lei fotografa una carovana di cammelli. Ci sono altre auto di giornalisti davanti e dietro. Ma non è una colonna organizzata, ognuno va alla velocità che preferisce. Viaggiamo circa a 40 all' ora nella zona di Sarobi verso le 11.30 della mattina quando siamo ferma ti da otto uomini armati. Tre si avvicinano alle porte e dicono: "Fermatevi, poco avanti i talebani sparano". Vedo un pulmino che arriva da Kabul, in senso contrario al nostro. Loro lo fermano, ma ci sono diciotto passeggeri afghani, nessuno stranier o, e li lasciano ripartire. Io vorrei chiedere informazioni all' autista. Ma gli aggressori me l' impediscono. Ordinano invece a Maria e Julio di uscire. Lei prima vorrebbe tornare indietro. Poi esce obbediente. E' calma, con le braccia conserte. Jul io invece resiste, grida contro chi cerca di strapparlo fuori dall' abitacolo. Intanto hanno fermato anche l' auto di Turyali. I quattro giornalisti vengono quindi spinti verso il lato della strada, due degli uomini armati indicano che li vogliono po rtare in alto verso le montagne. Julio resiste ancora. Allora gli tirano una pietra, lui si ripara il viso, è colpito leggermente al costato, lo picchiano con il calcio dei kalashnikov. Da quel momento tutto precipita, prima sparano a lui dal davanti , non una raffica, piuttosto diversi colpi singoli. Poi a Maria Grazia, che al primo sparo contro Julio per ripararsi è quasi scivolata a terra, infine sparano in tanti, almeno quattro mitra contro tutti. Ma io sto già scappando in auto e non vedo pi ù nulla. Loro vengono verso di me e chiedono: "Di chi sono le auto, vostre o degli stranieri?". Quando gli diciamo che siamo noi i proprietari, prendono rapidamente una borsa di Maria Grazia dal sedile posteriore e se ne vanno. È avvenuto tutto in me no di cinque minuti». Ma chi sono gli aggressori, banditi oppure talebani, arabi di Al Qaeda? Ashuqullah dice: «A me hanno chiesto di recitare i primi versi in arabo della preghiera musulmana. Non hanno detto di essere talebani ma hanno apostrofato d uramente il traduttore perché si era tagliato la barba (avevano fatto lo stesso mezz' ora prima con l' autista di Chris Tomlinson che viaggiava da Kabul, ndr). Alcuni avevano il pacol, copricapo dei mujaheddin, ma altri portavano le fasce sulla testa nello stile talebano. Due parlavano pashtun con accento contadino. Però quattro stavano zitti, con il viso coperto, dalla carnagione potevano anche sembrare sudanesi». I quattro corpi verranno recuperati la mattina dopo verso le 8 da un convoglio scortato da un' ottantina di mujaheddin partiti prima dell' alba da Jalalabad. Derubati, privi delle scarpe, ma ancora vestiti.
L' AGGUATO LA DINAMICA IL CONVOGLIO In viaggio E' il 19 novembre 2001: la giornalista del Corriere Maria G razia Cutuli parte da Jalalabad verso Kabul insieme con altri 19 giornalisti di varie nazionalità: viaggia verso la capitale un convoglio di otto auto. Le prime due sono quelle di Maria Grazia e dell' inviato di El Mundo Julio Fuentes.
L' AGGUATO Con le armi Poco dopo mezzogiorno (circa le otto e trenta in Italia) le prime due auto vengono bloccate a Sarobi da otto persone armate. In un' auto, Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes , l' autista afghano Turyali e il traduttore Muhammad Farooq. Nell' altra i due reporter della Reuters Harry Burton e Aziz Haidari, l' autista Ashiquallah e il loro interprete.
SULLA STRADA L' esecuzione Gli uomini armati ordinano agli occidentali di seguirli in montagna. Quando i giornalisti hanno fatto resistenza, li hanno colpiti con il calcio dei kalashnikov. Poi, gli spari. Maria Grazia, centrata al cuore da una raffica di kalashnikov, muore sul colpo. Gli autisti e gli interpreti afghani vengono lasciati andare. Ma prima, gli assassini intimano ad alcuni di loro di recitare una preghiera, per provare che sono musulmani.WWWWTOP OF PAGE
martedì 29 Gennaio 2002
I magistrati italiani in Grecia per ascoltare i giornalisti assaliti subito dopo lomicidio dellinviata del «Corriere»
«Sono loro»: passo avanti nellinchiesta sugli assassini di Maria Grazia
Flavio Haver
ROMA - «Sono loro, senza alcun dubbio sono loro». Tre giornalisti ellenici delle televisioni «Antenna Greca» e «Alpha» hanno ufficialmente riconosciuto, davanti ai nostri inquirenti, i volti dei banditi che li hanno aggrediti sulla strada per Kabul pochi minuti dopo luccisione di Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera , di Julio Fuentes di El Mundo , e di Harry Burton e Aziz Haidari della Reuters. Il riconoscimento è un passaggio fondamentale dellinchiesta avviata dalla Procura di Roma sullassassinio del 19 novembre scorso dei quattro giornalisti inviati in Afghanistan, allinizio della fase finale delloffensiva della coalizione contro i talebani e gli uomini di Osama Bin Laden. Le testimonianze sono state raccolte dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dai funzionari della Digos, che stanno svolgendo le indagini, alla fine della scorsa settimana, durante una trasferta di tre giorni ad Atene. La prima traccia utile per gli accertamenti era stata acquisita grazie allinchiesta giornalistica del Corriere e di El Mundo con la collaborazione della Reuters : subito dopo lagguato, erano stati rintracciati gli inviati della tv filippina Abs-Cbn che ventiquattrore prima erano stati rapinati sulla stessa strada da alcuni malviventi. Un cameraman aveva registrato di nascosto un video in cui i banditi erano ben visibili. Ed i giornalisti greci, assaliti nello stesso punto pochi minuti dopo lomicidio di Maria Grazia Cutuli e degli altri tre inviati, avevano poi confermato in un reportage mandato in onda dalle televisioni di tutto il mondo che gli uomini armati erano proprio quelli che avevano fatto passare momenti terribili ai colleghi filippini.
Si è avuta così la convinzione che i responsabili delle tre aggressioni fossero sempre gli stessi. Ma gli inquirenti italiani non avevano nulla di ufficiale in mano per indirizzare decisamente le indagini in questa direzione. Era indispensabile mostrare il video girato dal cameraman filippino ai giornalisti greci per essere sicuri che così fosse. Il magistrato e i funzionari della Digos sono andati ad Atene portando con sé il filmato e il riconoscimento è stato verbalizzato.
Adesso, linchiesta della magistratura deve fare lulteriore salto di qualità, con lidentificazione degli uomini armati che appaiono nel video e che, probabilmente, sono anche gli aggressori degli inviati del Corriere , di El Mundo e della Reuters . Gli inquirenti sono ottimisti, la trasferta in Grecia si è rivelata molto più importante di quanto sperassero: sembra abbiano potuto ottenere altri elementi per arrivare a dare un nome e un cognome ai banditi. E presto potrebbe essere avviata una nuova rogatoria internazionale. Questa volta per volare in Afghanistan con un ordine di cattura internazionale contro gli assassini.WWWWTOP OF PAGE
martedi , 20 novembre 2001
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MA NESSUNO S' E' MOSSO PER ANDARE DA LORO
Andrea Nicastro
DA KABUL MA NESSUNO S' E' MOSSO PER ANDARE DA LORO di ANDREA NICASTRO KABUL - Questo è quello che sembra sia successo. Quattro giornalisti, un interprete e due autisti sono stati bloccati al passo di Tang i-Abreshum, sulla strada che da Jalalabad por ta a Kabul. Sono stati trascinati fuori dalle loro due auto. Picchiati con i calci dei fucili, strattonati. Chi li minacciava con i kalashnikov ha frugato nelle loro tasche e li ha derubati. I giornalisti sono stati separati dagli altri e spinti a po chi metri dalla strada. Agli autisti è stato permesso di ripartire e mentre si allontanavano a tutta velocità i due uomini hanno visto sparare contro i reporter. «Li obbligavano a camminare con i mitra puntati e quando si sono voltati a guardarli hanno fatto partire tre o quattro raffiche», mi ha riferito uno dei due autisti scampati. Le vittime sono due corrispondenti della Reuters, l' australiano Harry Burton e l' afghano di etnia azara Azizullah Haidari, l' inviato del giornale spagnolo El Mundo, Julio Fuentes; la giornalista del Corriere Maria Grazia Cutuli. Il conducente di un autobus che è passato dal luogo dove è avvenuta l' imboscata ha riferito per telefono al Corriere di aver visto ai bordi della strada quattro corpi. Due uomini, un terzo che sembrava azero come il collega della Reuters, e il quarto di donna, con capelli castani e lisci. Come Maria Grazia. Stessa descrizione da un inviato dell' agenzia di stampa americana Ap. I corpi, però, sarebbero rimasti lì pochi minuti. Qualcuno deve averli spostati. Sono passate decine di altre auto, decine di altri giornalisti su quella strada e nessuno ha visto niente. Solo un collega greco ha raccontato di un agguato del genere capitato circa trenta minuti dopo l' imboscata, avv enuta alle undici del mattino. Tutto è avvenuto in pochi minuti. Il convoglio, formato da sette auto, era partito da Jalalabad alle 9 del mattino locali. La strada per arrivare a Kabul è lunga appena 146 chilometri, ma è molto accidentata. La vettura sulla quale viaggiavano Maria Grazia e gli altri colleghi scomparsi procedeva in testa, un po' staccata rispetto alle altre. Dopo tre ore di viaggio, quando l' auto ha superato un ponte a 90 chilometri dalla capitale afghana, sono sbucati alc uni guerriglieri armati che hanno fatto arrestare la macchina e obbligato a scendere gli occupanti. L' autista è stato l' unico a cui è stato concesso di ripartire, ed è tornato indietro ad avvisare del pericolo le altre vetture in arrivo. Poi, solo testimonianze. La Croce Rossa Internazionale è stata la prima fonte ufficiale a dare come certa la morte dei colleghi. Poi è toccato al ministero dell' Interno afghano e alla Farnesina. Da Bruxelles, il ministro degli Esteri Renato Ruggiero ha dato l ' annuncio con parole accorate: «Abbiamo avuto purtroppo una conferma dalla Unità di Crisi. Attraverso una testimonianza, ritengono che i quattro corpi che sono stati ritrovati sul bordo di una strada corrispondono a quelli dei quattro giornalisti, d i cui una è una vostra collega del Corriere della Sera». Ma nessuno ha visto i corpi, finora. La zona dell' imboscata è terra di nessuno. Chi la aveva attraversata nei giorni scorsi aveva riferito di sassaiole contro le auto dei giornalisti e insulti ai posti di blocco. «Non ci piacciono gli stranieri», avevano detto dei ragazzotti senza divisa, ma con il dito sul grilletto del mitra. Molti afghani della zona parlano della presenza di gruppi talebani sbandati sulle montagne. Nella notte poi l' intera capitale è rimasta senza elettricità: la centrale che alimenta la rete urbana è proprio sopra Surubi, segno che forse in quella zona agiscono gruppi armati che sono forse qualcosa di più di semplici banditi. Le autorità di Kabul non hanno fatto nulla per cercare di soccorrere le vittime dell' imboscata. E anche la stessa Croce Rossa è rimasta a lungo indecisa sul da farsi, quando c' erano ancora preziose ore di luce per raggiungere il posto. La risposta del vice capo missione a Kabul, Asca l, è stata chiara: «Non posso concedere alcuna ambulanza, non posso mettere a rischio la vita del nostro personale». La disponibilità di un pullman attrezzato per il soccorso sanitario è venuta invece dall' ospedale italiano di Emergency. Il bus è rimasto per due ore in attesa di partire davanti ai cancelli del ministero dell' Interno afghano. Inutilmente. Il Corriere aveva tentato di organizzare un convoglio armato per arrivare sul posto e aveva chiesto aiuto al Ministero dell' Interno dello Stato islamico dell' Afghanistan (il nuovo regime). La notizia che qualcosa di grave fosse successo sembra essere giunta a quegli uffici alle 13, circa un' ora prima che circolasse tra i giornalisti a Kabul. Ma fino a quando, alle 14.15, non è stato posto il problema di persona al segretario del ministro, nessuno aveva preso l' iniziativa. Dopo una discussione il ministero afghano ha apparentemente dato la disponibilità del convoglio di soccorso. Però sono stati troppi gli ostacoli messi alla sua effettiva partenza. Per ottenere sei soldati e sei kalashnikov è stato necessario inviare un taxi privato a una base militare dall' altra parte della città. Una volta arrivati, per di più, la presunta scorta di Stato non aveva alcun veicolo militare su cui muoversi. Ogni ufficiale chiamato in causa sembrava non sapere nulla né di quanto era successo né di quanto era stato ordinato. Alle 16.30, con il sole calante, i sei soldati hanno annunciato che la zona da raggiungere era pericolosa con il buio e che la pattuglia non aveva le necessarie armi pesanti. Nessun ufficiale ha impedito loro di rientrare in caserma. Tutte scuse. Probabilmente sin dall' inizio a Kabul nessuno voleva arrivare sino a Tang i-Abreshum. L' unico tentativo fatto dallo Stato islamico d' Afghanistan per raggiungere il luogo dell' agguato è consistito in una telefonata al comandante locale di Surubi, l' abitato più vicino al passo dell' imboscata. In serata anche uno dei signori della guerra che dicono di aver preso il potere alla partenza dei talebani, Hagi Qadir, ha promesso l' invio di un gruppo armato da Jalalabad. I colleghi caduti nell' imboscata avevano preso le precauzioni che dovevano prendere. Proprio per limitare i rischi avevano scelto di viaggiare in convoglio. In una colonna di sei auto a un chilometro di distanza l' una dall' altra. In modo che chi segue è in grado di dare l' allarme se succede qualcosa a chi è davanti. Dare o chiamare soccorso. Solo che ieri in Afghanistan non c' era nessuno che potesse o volesse intervenire per salvarli. Le prime auto del convoglio che hanno fatto marcia indietro, vedendo arrivare le due vetture vuote, hanno sì avvertito qualche comandante inquadrato in gruppi più noti, ma oltre un' ora dopo la (presunta) esecuzione, perché in tutta l' area attraversata non c' erano forze militari riconoscibili. Maria Grazia sapeva bene che viaggiando da Jalalabad a Kabul avrebbe dovuto attraversare una trincea invisibile, ma ben più pericolosa di quelle scavate nella terra. Aveva scelto con consapevolezza un autista pashtun e un interprete pashtun perché proveniva da un' area sotto il controllo dell' etnia pashtun e aveva così aumentato al massimo le misure di sicurezza per continuare a scrivere la cronaca di questa guerra. Però adesso è scomparsa.WWWWTOP OF PAGE
martedi , 20 novembre 2001
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Vendetta, rapina o sequestro: tre ipotesi per un' imboscata
Vendetta, rapina o sequestro: tre ipotesi per un' imboscata Finora, ci sono solo ipotesi sulle cause dell' imboscata della quale sono stati vittime Maria Grazia Cutuli e i colleghi del Mundo e della Reuters. Ieri la Procura di Roma ha aperto un' inchiesta per omicidio volontario. IL SEQUESTRO - C' è un tratto della strada Jalalabad-Kabul, più avanti rispetto al punto in cui sono scomparsi i giornalisti, infestato da banditi di ogni genere. Arabi, ceceni, e persino elementi irregolari dell' Allea nza del Nord. Il reporter della Catalana Tv 3 Eduard San Juan, che stava sulla jeep subito dietro l' inviata del Corriere della Sera, ha raccontato che i 6 uomini armati hanno ordinato bruscamente ai giornalisti di seguirli sulla montagna. Una loro resistenza potrebbe aver causato l' immediata reazione dei banditi.
LA RAPINA - È l' ipotesi tragicamente più banale, eppure confortata dai molti episodi che si sono verificati in questi giorni ai danni dei giornalisti di numerosi Paesi, pronti a qual che rischio pur di raggiungere le città appena liberate. Domenica, proprio nella stessa area, tre reporter francesi erano stati fermati, minacciati con il fucile puntato alla testa e derubati di tutto.
LA VENDETTA - «Vi faremo vedere quanto sa ppiamo resistere», è la minaccia di molti talebani disperati. Gente che non ha nulla da perdere, rabbiosa perché la jihad promessa è finita in poche settimane. Molti afghani della zona parlano della presenza di gruppi talebani sbandati sulle montagne . Quella zona sarebbe una delle ultime roccaforti degli scampati alla caduta di Kabul. Ma se gli autori dell' imboscata fossero davvero miliziani del regime, è difficile spiegare gli spari contro i giornalisti, destinati inevitabilmente ad attirare l ' attenzione proprio su quell' area. WWWWTOP OF PAGE
mercoledi, 21 novembre 2001
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Cade l' ultima speranza, trovati i corpi dei giornalisti uccisi
«La riconosco, è Maria Grazia Cutuli»: reporter spagnolo identifica a Jalalabad l' inviata del Corriere con le altre vittime dell' agguato afghano E' stata un' esecuzione: gli assassini, forse miliziani di Bin Laden, hanno sparato a raffica. Oggi le bare saranno portate a Islamabad in Pakistan
Sgomento in Italia e in tutto il mondo, centinaia di messaggi al nostro giornale. Silenzio e dolore a Catania nella casa dei genitori Cade l' ultima speranza, trovati i corpi dei giornalisti uccisi «La riconosco, è Maria Grazia Cutuli»: report er spagnolo identifica a Jalalabad l' inviata del Corriere con le altre vittime dell' agguato afghano E' stata un' esecuzione: gli assassini, forse miliziani di Bin Laden, hanno sparato a raffica. Oggi le bare saranno portate a Islamabad in Pakistan Le ultime speranze sono svanite: i corpi dei quattro giornalisti scomparsi in Afghanistan, caduti in un' imboscata sulla strada fra Jalalabad e Kabul, sono stati ritrovati. Tra loro, l' inviata del Corriere della Sera, Maria Grazia Cutuli, 39 anni. « E' lei». E' toccato a Eduard Sanjuan, giornalista di una tv spagnola, riconoscere Maria Grazia. Il suo corpo, raccolto da un' ambulanza scortata dai mujaheddin anti-talebani, è stato portato a Jalalabad con quelli delle altre tre vittime, Julio Fuent es del quotidiano madrileno El Mundo, Harry Burton e Azizullah Haidari, entrambi dell' agenzia Reuters. «Era come addormentata, il volto perfettamente intatto. Il viso chiaro e sereno», racconta Sanjuan. L' agguato. Lunedì gli assassini hanno messo i n atto una vera esecuzione: raffiche di kalashnikov a breve distanza, all' altezza del petto. La Procura di Roma ha aperto un' inchiesta per omicidio volontario: indagheranno gli stessi poliziotti del caso Ilaria Alpi. Il ritorno a casa. Oggi le bare verranno trasportate lungo la strada che collega Jalalabad a Peshawar, in Pakistan, e da qui alla capitale Islamabad. A recuperare la salma di Maria Grazia e di Julio Fuentes sarà un aereo militare italiano. A Catania, dove Maria Grazia era nata, la notizia del ritrovamento dei corpi è stata accolta con silenziosa compostezza: i genitori, le sorelle e il fratello avevano sperato fino all' ultimo. Sgomento in Italia e nel mondo da parte di autorità, di grandi organizzazioni, di semplici lettori: centinaia i messaggi inviati al nostro giornale per Maria Grazia.WWWWTOP OF PAGE
mercoledi, 21 novembre 2001
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Gettati contro una roccia, poi tanti colpi a bruciapelo
Andrea Nicastro
MASHEREQI (tra Kabul e Jalalabad) - Il luogo dell' esecuzione è in una gola ripida e stretta. Il fiume corre 20 metri a strapiombo sotto la strada. La roccia è chiara con venature rosse. C' è un piccolo ponte in pietra e cemento che i quattro giornal isti uccisi lunedì in Afghanistan non hanno avuto il tempo di attraversare. E poi c' è un angolo nella montagna, un anfratto che dalla strada praticamente non si vede. I loro corpi sono rimasti là per tutto il pomeriggio e tutta la notte. Solo al mattino di ieri, da Jalalabad, dal territorio ex talebano da dove i reporter provenivano, qualcuno ha finalmente deciso di venirli a prendere. Le macchie di sangue sono quattro, come quattro erano i giornalisti diretti a Kabul: due colleghi dell' agenzia di stampa Reuters, un giornalista di El Mundo, e l' inviata in Afghanistan del Corriere della Sera, Maria Grazia Cutuli. C' è una grossa macchia appena a 2 metri dalla pista tutta gobbe e polvere. Evidentemente il luogo dove è stato colpito uno dei quattro. Poi altre tre macchie uguali a quella, proprio nell' angolo di montagna lontano dalla vista di chi guida. Sono disposte come ai vertici di un triangolo, due davanti e una dietro, la più piccola verso la montagna. Forse due colleghi s i sono messi davanti a Maria Grazia come per difenderla, per farle da scudo. Non aiuta e non era presente alcun esperto per affermarlo, ma il pensiero restituisce per un attimo calore alla scena. Sulla roccia, all' altezza del petto, si vedono schegg iature. Per terra, nella sabbia, dappertutto, due metri davanti a dove sono caduti i giornalisti, decine di bossoli. Non sono morti in una colluttazione, per una raffica partita accidentalmente, sono morti perché qualcuno li ha spinti contro il muro e ha loro sparato. Ha sparato così da vicino e con così tanti proiettili che devono essere morti immediatamente. Come durante un' esecuzione. Partendo da Kabul, dall' area controllata dai mujaheddin, ci sono volute 29 ore per arrivare sin qua. Quasi 4 di viaggio e tutte le altre per ottenere una scorta e una guida che potesse aiutare nelle ricerche. Il giorno stesso del pluriomicidio nessuna autorità, né da Kabul né da Jalalabad, aveva davvero voluto muoversi. Il motivo è comprensibile: il canyo n è un posto ideale per le imboscate, dietro ogni curva ci può essere qualunque pericolo. Due blindati sovietici sfondati e arrugginiti ai lati della strada sono lì a ricordarlo. Nei giorni prima della tragedia tre auto di giornalisti erano state fer mate e rapinate in questo stesso tratto. Una anche il giorno della strage, proprio pochi minuti dopo. I soldati in borghese e i miliziani che il ministero dell' Interno mujaheddin ha finalmente assegnato hanno paura. Hanno i kalashnikov in mano ma ha nno paura. Chiedono di fare in fretta a raccogliere le prove necessarie e di andarsene velocemente. Il tratto di strada che possono controllare è minimo, saranno venti metri indietro e una dozzina avanti. Poi le curve tolgono visibilità. Al di là del fiume, sulla parete di roccia friabile che sovrasta il luogo dell' agguato ci sono centinaia di nascondigli per un uomo con un lanciarazzi. Il fatto che non si sappia ancora chi fossero gli assassini di Maria Grazia e degli altri ha reso pericolosa la loro ricerca e il loro recupero. Poi, raccontano i miliziani, c' è un villaggio al di là delle creste, verso il confine con il Pakistan, dove ci sono ancora talebani. Non afghani, ma arabi e punjabi, gli irriducibili. I bossoli raccolti dalla sabb ia sono di AK47, fucile mitragliatore kalashnikov, l' arma più diffusa in Afghanistan. A Surobì, il villaggio più vicino al luogo dell' imboscata in direzione Kabul, mezz' ora di auto, ogni uomo o ragazzino che passeggia ne ha uno a tracolla. Sulla v ia del ritorno, due adolescenti sventolano il kalashnikov per fermare un' auto del convoglio di ricerca. Uno dei comandanti locali che fanno da garanti si sporge dal finestrino per farsi riconoscere e sgrida il ragazzo. Quello abbassa docile il mitra , ma solo perché riconosce l' autorità dell' uomo, altrimenti, con degli stranieri, che cosa avrebbe potuto fare? I bossoli trovati sulla scena dell' esecuzione sono bruni e di una forma inconfondibile. Sono bossoli fabbricati in Pakistan. Un indizio , ma non una prova. È vero che le truppe talebane si rifornivano di munizioni pakistane, e che quelle mujaheddin avevano munizioni russe, ma nei bazar si trova di tutto e un integralista può sparare russo e un mujaheddin pakistano. È paradossa le, ma significativo del caos in cui versa il Paese, il fatto che a raccogliere queste osservazioni siano stati tre giornalisti e non degli inquirenti. Fa anche specie che la formazione del convoglio di soccorso sia stata un' iniziativa privata, in p rincipio ostacolata più che sostenuta dal governo. Laurent Madia, francese dell' agenzia Reuters, si è unito al Corriere per chiedere al ministero dell' Interno di rendere possibile la missione. Fondamentale, però, il contributo di un secondo collega italiano, Fausto Biloslavo de Il Giornale, che grazie agli ottimi rapporti personali con il ministro è riuscito a convincerlo. Quando i giornalisti vengono ricevuti, nell' ufficio privato del ministro dell' Interno Qanuni, ci sono cinque comandanti che stanno chiedendo rinforzi perché, sostengono, ci sono ancora troppi talebani nella loro area. Sarà una coincidenza, ma sono di Surobì, proprio il paese che, in quel momento, ancora solo delle voci, sostengono essere il più vicino al luogo dell' a gguato. Entra in ufficio anche il secondo degli emissari inviati da Qanuni per chiedere alla gente del posto che cosa sia successo. Nulla a che vedere con investigatori di polizia, l' uomo è più simile ad una spia. L' emissario riferisce che ci sono voci discordanti, e alcuni parlano di giornalisti uccisi, altri di tre portati sulla montagna. Anche Qanuni si convince che ci sono abbastanza ragioni per andare a vedere di persona e autorizza il piccolo convoglio. Una volta a Surobì, alle tre auto iniziali se ne aggiunge una quarta, carica di miliziani del comandante Gulroze, il leader del villaggio e responsabile dell' operazione. Il comandante raccoglie informazioni e parte sicuro di trovare qualcosa. Superato Surobì, la strada verso Jalalab ad s' incunea in una gola, supera una sorta di taverna per camionisti - «Mashreqi», dice il cartello -, un posto di guardia del comandante Gulroze e in trenta minuti arriva al ponticello della strage. Su uno dei pilastrini c' è una scritta: «Aglu, un hcr, feb 97» (l' Unhcr è l' Alto Commissariato dell' Onu per i rifugiati, ndr). Questa è terra di nessuno. Non la controlla il comandante Gulroze e non la controlla il nuovo governatore di Jalalabad Hagi Qadir. Entrambi erano profughi nella valle del Panshir, sotto la protezione del Fronte Unito mujaheddin, fino a una settimana fa. Ora si sono insediati come capiarea, al posto dei leader talebani fuggiti, ma la fedeltà della loro stessa gente è dubbia. A Surobì non possono uscire dall' auto con i vetri oscurati per non «eccitare» l' ambiente di stretta osservanza talebana. Non si vede una sola donna al bazar, solo gli uomini: colpa degli insegnamenti del mullah Omar, fondatore del movimento degli studenti del Corano. A Surobì c' erano stati i colleghi presi a sassate e a male parole nei giorni scorsi. Solo perché non afghani. Ieri invece il comandante Gulroze faceva da garante per gli ospiti e non è successo nulla. Neppure nella terra di nessuno. Ieri. Lunedì le due auto dei giornalist i sono andate incontro al massacro. Una raffica vicino alla strada, altre contro l' angolo di roccia. Quattro vite mangiate in un attimo.WWWWTOP OF PAGE
mercoledi, 21 novembre 2001
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Un' esecuzione dietro le rocce
Fausto Biloslavo
SOROBI (Afghanistan) - Non l'abbiamo notata subito, rappresa nella polvere, ma la striscia di sangue che porta dietro ad una roccia è il primo macabro segnale di una barbara esecuzione. Sotto i colpi di assassini senza volto sono finiti i quattro giornalisti, che si erano avventurati lunedì mattina sulla strada da Jalalabad a Kabul. Seguiamo la traccia scura con il cuore in gola e scopriamo che in una rientranza della parete a picco sui tornanti ci sono tre laghi di sangue. I corpi di Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes, Harry Burton ed Hazizullah Haidari, uccisi ventiquattro ore prima, sono stati appena portati via dai mujaheddin in direzione di Jalalabad. Chiusi in quattro bare di legno chiaro, verranno trasferiti, oggi, in Pakistan. La quarta vittima è stata finita cinque metri di fronte agli altri, quasi fosse stata costretta prima di morire ad assistere alla mattanza.
Dalle tracce rimaste sul terreno la dinamica della strage è raccapricciante. Li hanno fermati all'imboccatura di un ponte, costruito con i fondi dell'Onu nel 1997, dove la gola è orrida, senza sbocchi e la strada corre a picco su un fiume. Qua e là giacciono ogni tanto le carcasse dei vecchi blindati dell'invasione sovietica degli anni ottanta caduti nelle imboscate dei mujaheddin. La piccola garitta ed una rudimentale postazione dall'altro lato del ponte sono abbandonate, ma all'arrivo delle due jeep dei giornalisti dovevano essere presidiate dagli assassini. Le prime gocce di sangue distano dalla strada 5-7 metri, segno che i poveretti sono stati tirati giù dalle macchine ed uno si è beccato immediatamente una fucilata. Subito dopo hanno allineato il ferito con altri due, dietro la roccia, falciandoli a raffiche di kalaschnikov. Tutt'attorno sono sparsi dei bossoli di AK47, il fucile mitragliatore russo adottato dalle guerre del terzo mondo. Probabilmente gli "infedeli", compresa la povera Maria Grazia, doppiamente colpevole in quanto donna, sono stati giustiziati per primi. Quasi sul greto del fiume si espande nella polvere un'altra macchia rosso scuro. Forse al fotografo afghano è stato dato il tempo di pregare prima di morire.
Il luogo della strage si trova a mezz'ora di macchina verso sud da Sorobi, un grande villaggio fra Kabul e Jalalabad. Per percorrere la strada maledetta assieme ad Andrea Nicastro del Corriere della Sera e Laurent Mamida dell'agenzia giornalistica Reuter i mujaheddin ci hanno nascosto dietro i finestrini oscurati di un mezzo del ministero degli Interni. Per non farci vedere dai locali, fra i quali si annidano sicuramente gli assassini, abbiamo dovuto addirittura mangiare dentro l'abitacolo. Nell'ultimo tratto di strada si ha l'impressione di entrare in una terra di nessuno e difatti la scorta è aumentata con ragazzotti pronti a tutto. I mujaheddin vanno a colpo sicuro, anche se quando ci fanno scendere cominciano a guardare oltre il parapetto, verso il fiume o sotto il ponte, prima di scoprire il luogo dell'esecuzione, invisibile dalla strada. Il comandante Gul Roz, un pasthun che sembra lo zio bonaccione con la barba bianca, è preoccupato e ci concede solo dieci minuti per capire cosa è accaduto. Lui, in realtà deve sapere tutto fin da ieri, perché è il poliziotto più alto in grado della zona. Fino ad una settimana fa portava il turbante talebano, ma oggi ha il pacul, il copricapo tradizionale dei mujaheddin del nord che hanno conquistato la capitale. Lo abbiamo incontrato al ministero degli Interni, dove si lamentava che "Arabi e pakistani continuano a girare impunemente armati a Sorobi e dintorni. Come faccio a cacciarli se non ho gli uomini sufficienti?. Il ministro degli Interni, Yunes Qanooni, che a Kabul ha assunto i pieni poteri gli ha promesso due brigate e a noi giornalisti un'adeguata scorta per recarci sul luogo dell'agguato. In mattinata era giunta una notizia che ci faceva ancora sperare: dei testimoni sostenevano di aver visto alcuni occidentali costretti a inerpicarsi sulle montagne prigionieri dei banditi. Purtroppo non era vero e secondo Qanooni non si è trattato di una mera rapina finita in tragedia, ma di di un'imboscata con tanto di segnalazione via radio dell'arrivo del convoglio. "In quella zona opera un criminale che si chiama Esad e controlla 200-300 uomini - spiega l'uomo forte dei mujaheddin - Faceva parte dell'Hezbi i Islami e poi ha sposato la causa dei talebani. Ora il Pakistan lo utilizza per continuare a minare la sicurezza del paese". Fin dai tempi dell'invasione sovietica i guerriglieri dell'Hezbi, fondato dal falco Gulbuddin Hekmatyar, avevano rapito giornalisti occidentali e pure ucciso un collega che lavorava per la Bbc, ma di nazionalità afghana. Fra i monti circostanti il luogo della strage vivono annidati degli arabi con le loro famiglie, ma il sospetto più atroce è che i giornalisti massacrati siano stati fermati da ex talebani passati con i mujaheddin, che magari controllano quella parte di strada maledetta e odiano gli stranieri. Questo, purtroppo, è l'Afghanistan.WWWWTOP OF PAGE
martedi , 20 novembre 2001
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«Hanno costretto l' autista a recitare: Allah è l' unico Dio»
Alessandra Coppola
Nella carovana di giornalisti in viaggio da Jalalabad a Kabul c' era anche Roser Oliver e la sua troupe della televisione catalana TV3. Poche vetture avanti, viaggiava la jeep d ell' inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli. «All' inizio eravamo noi in testa al convoglio - racconta Roser, al telefono da Jalalabad -. Dopo mezz' ora di viaggio la loro automobile ci ha superato: era più leggera della nostra e andava più veloce. Passando avanti Maria Grazia mi ha salutato dal finestrino: è stata l' ultima volta che l' ho vista». Che cosa è successo dopo? «Era passata un' ora circa, quando abbiamo visto le vetture che erano davanti a noi venirci incontro a tutta velocità. Da un finestrino qualcuno ha fatto con la mano il segno della pistola. "Scappiamo - ha gridato la nostra guida - stanno sparando ai giornalisti"». Quando vi siete resi conto che Maria Grazia e gli altri (Julio Fuentes del Mundo, due colleghi della Reut ers e l' interprete) erano rimasti a terra? «Non subito. La loro jeep era tra le macchine in fuga, non ci siamo accorti che non aveva passeggeri. Siamo scappati in direzione di Jalalabad per circa un' ora, finché abbiamo trovato un posto che ci è sem brato sicuro e ci siamo fermati. E' stato allora che il loro autista ci ha spiegato che cosa è successo». Che cosa ha raccontato esattamente l' autista? «Ha detto che l' auto è stata bloccata da sei uomini armati, che hanno intimato ai passeggeri di lasciare la jeep e di salire verso un' altura a margine della strada. Maria Grazia e gli altri sono scesi dall' auto ma, attraverso l' interprete, hanno spiegato che erano giornalisti e che non avevano intenzione di seguirli. A questo punto, secondo l' autista, gli uomini armati si sono esplicitamente qualificati come talebani: "Dicono che siamo finiti. Non è vero: i talebani sono qui". Hanno costretto l' autista a recitare il primo precetto dell' Islam: "Allah è l' unico Dio e Maometto è il suo profeta", probabilmente perché dimostrasse di essere musulmano. E l' hanno lasciato andare. Ma prima di girarsi e fuggire in macchina, l' autista ha fatto in tempo a vedere i "talebani" tirare pietre ai giornalisti, a Maria Grazia in particolare, e sparare. L' ultima cosa che ha visto sono i corpi che cadevano. Poi è salito sulla jeep ed è andato via». La notte prima di partire tu e Maria Grazia avete dormito in stanza insieme. Avevate parlato di questo viaggio verso Kabul? «Maria Grazia ha dec iso di aggregarsi alla carovana all' ultimo momento. Non le sembrava avesse senso andare a Kabul dove il Corriere ha già un inviato. Ma Jalalabad è diventata un posto molto insicuro. In strada sono tutti armati di kalashnikov, c' è aria di guerra civ ile. La maggior parte dei giornalisti era già andata via. E anche noi, gli ultimi rimasti, stavamo lasciando Jalalabad. E' stato questo a convincerla».WWWWTOP OF PAGE
mercoledi, 21 novembre 2001
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La firma di sangue, Al Qaeda o i talebani
L' autista degli inviati uccisi: gli assalitori erano vestiti da studenti coranici. Disperso uno dei traduttori
Gianluca Di Feo
AGGUATO AI GIORNALISTI LE INDAGINI Ancora molti punti oscuri per la ricostruzione dell' imboscata al convoglio compiuta lunedì mattina Il luogo della trappola mortale è al confine tra la zona controllata dai tagiki e quella in mano ai ribelli pashtun * La firma di sangue, Al Qaeda o i talebani L' autista degli inviati uccisi: gli assalitori erano vestiti da studenti coranici. Disperso uno dei traduttori Predoni, talebani o volontari arabi di Osama Bin Laden. La polvere della «terra di nessuno» r ende ancora difficile la ricostruzione dell' agguato in cui hanno perso la vita Maria Grazia Cutuli e gli altri tre giornalisti. I testimoni diretti dell' esecuzione descrivono gli assassini come studenti delle scuole coraniche: una pattuglia di irri ducibili che odiano gli occidentali. Ma il capo della polizia locale e un ufficiale talebano che si è consegnato ieri nella stessa zona sono concordi nell' indicare gli uomini di Al Qaeda come responsabili. «No, sono soltanto dei ladri - replica Haji Shershah, il comandante degli insorti di Jalalabad che ha diretto il recupero dei corpi - che tentano di gettare la colpa sui talebani». Nessuno però ha il controllo di quel territorio, che è sul confine tra la regione nelle mani dei tagiki dell' Al leanza del Nord e quella di Jalalabad, occupata da ribelli di etnia pashtun. Da secoli quella è la strada delle imboscate. In questi giorni vi sono segnalati guerriglieri di cinque differenti fazioni, alcune delle quali dedite alla rapina. E di sicur o, lì operano unità militari rimaste fedeli ai mullah. Lunedì pomeriggio la colonna di trecento miliziani partita dal Nord sarebbe stata bloccata dal fuoco di mitragliatrici. Dopo il tramonto, è stata fatta saltare la linea elettrica che dalla diga d i Sarobi alimenta Kabul. Proprio nei dintorni di Sarobi si trova il ponte dove è scattata la trappola. Il convoglio di venti giornalisti con otto veicoli era partito all' alba di lunedì da Jalalabad. Lungo il percorso, segnato da tornanti e rapide sa lite, le auto si erano distanziate. Poco dopo mezzogiorno la seconda e la terza vettura sono arrivate al ponte dove si erano appostate sei persone armate. In un' auto c' erano Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes di El Mundo, l' autista afghano Turyali e il traduttore Muhammad Farooq. Nell' altra i due reporter della Reuters Harry Burton e Aziz Haidari, l' autista Ashiquallah e l' interprete Houmayun. I quattro giornalisti sono stati uccisi, l' interprete Houmayun è considerato disperso, gli altri tre si sono salvati e le loro testimonianze costituiscono l' unico punto di riferimento. Il racconto più dettagliato è quello di Ashiquallah, confermato dagli altri due superstiti. I sei uomini indossavano gli abiti lunghi tipici degli studenti cora nici: turbanti neri e barbe folte. «Hanno detto: "Non andate oltre, ci sono scontri in corso con i talebani". Ma in quel momento è sopraggiunto un autobus proveniente da Kabul. Il guidatore ci ha gridato: "La strada è libera". Allora abbiamo pensato che si trattasse di ladri e tentato di fuggire. Ma loro ci hanno fermato puntando le armi». Turyali, l' altro autista, aggiunge che due parlavano il pashto, il dialetto della regione meridionale e dei talebani: «Hanno ordinato a tutti di scendere. Po i hanno detto a noi afghani di andare via e agli occidentali di seguirli in montagna. Quando i giornalisti hanno fatto resistenza, li hanno colpiti con il calcio dei kalashnikov; poi uno ha preso una pietra e l' ha lanciata contro un reporter». Prose gue Ashiquallah: «Hanno urlato: "Cosa credete, che i talebani siano finiti? Siamo ancora al potere e avremo la nostra rivincita!". Hanno sparato prima alla donna italiana e poi a uno degli uomini. Io sono fuggito». Dichiara l' interprete Farooqi: «Mi sono mosso subito per salvarmi, li ho visti tirare delle pietre. Poi ho sentito delle raffiche di kalashnikov, tre o quattro». Le testimonianze dei superstiti arrivati a Jalalabad non dicono nulla sulla sorte dell' altro traduttore, Homuin, ufficial mente disperso. Il corpo non è stato trovato: ha seguito gli assassini, è stato ammazzato anche lui o si è nascosto in un villaggio? La sua scomparsa potrebbe anche alimentare l' ipotesi di un' esecuzione mirata, destinata a eliminare Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes e i due della Reuters per i loro servizi sui depositi di ordigni chimici di Bin Laden. Ma è un' eventualità che al momento non trova riscontri. Anche perché nello stesso punto ci sono state altre imboscate. Domenica un giornalista francese è stato rapinato. E lunedì pomeriggio sei persone, probabilmente lo stesso commando omicida, hanno cercato di fermare Chris Tomlinson dell' Associated Press: «Hanno gridato al mio autista: "Perché ti sei tagliato la barba?!". Io gli ho detto di correre via e siamo fuggiti». Un' altra auto più tardi è stata colpita da due pallottole. Il capo della polizia del distretto locale di Nangahar, Hazrat Alì, non ha dubbi: «I giornalisti sono stati uccisi dagli arabi che combattono per Osama». Una versione che è stata ribadita dal capo talebano Sami Urda, che ieri mattina si è arreso nella zona con i suoi venti soldati: «So che è colpa degli arabi».WWWWTOP OF PAGE
mercoledi, 21 novembre 2001
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«Lo riconosco, è il volto di Maria Grazia»
I corpi dei quattro giornalisti assassinati sono stati recuperati all' alba e trasportati a Jalalabad «Ci hanno mostrato solo il viso: era intatto, leggermente girato a sinistra»
Alessandra Coppola
AGGUATO AI GIORNALISTI LA CRONACA «Oltre ottanta mujaheddin hanno scortato l' ambulanza con le salme dei nostri colleghi» «All' interno della vettura i cadaveri erano stati nascosti da coperte. Ma attraverso il finestrino abbiamo subito visto Julio» * «Lo riconosco, è il volto di Maria Grazia» I corpi dei quattro giornalisti assassinati sono stati recuperati all' alba e trasportati a Jalalabad E' stato Eduard Sanjuan a riconoscerla. Non c' erano più inviati italiani a Jalalabad ed è toccato a lu i, spagnolo di Barcellona. Hanno aperto la bara all' altezza del viso e lui ha confermato: «E' Maria Grazia». Lo racconta in lacrime al telefono dall' Afghanistan: «Era come addormentata, il volto perfettamente intatto, leggermente inclinato a sinist ra. Mi dispiace che debba essere io a descriverlo». Erano insieme a Jalalabad: il catalano Eduard, Cristina, Roser e gli altri della catalana Tv3, con Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera e Julio Fuentes di El Mundo. Insieme avevano deciso di restare in quella «terra di nessuno», nonostante il senso di insicurezza, le minacce notturne di mujaheddin armati fuori controllo, l' inquietante rumore di spari a ogni ora del giorno. Nonostante il rientro in Pakistan della maggior parte dei loro c olleghi, tra venerdì e sabato. («Troppo pericoloso - aveva detto l' inviata del Clarín Maria Laura Viñolo - Sono stata in Bosnia, in Kosovo, in Colombia, ma non mi sono mai trovata in una situazione di così totale anarchia»). Avevano diviso in cinque due stanze d' albergo, lo yogurt con la marmellata di albicocche la mattina - non c' era altro per fare colazione -, lo stress per satellitari, computer e batterie che in un posto come Jalalabad non è facile far funzionare. Insieme avevano deciso di partire per Kabul, lunedì mattina. In un certo senso erano stati i catalani a convincerli. Julio e Maria Grazia erano rimasti incerti fino all' ultimo momento. Ancora la mattina della partenza erano indecisi. Poi si erano convinti («Da Kabul potrei provare a raggiungere Kandahar», aveva detto Maria Grazia a Roser). Ma c' era ancora un problema: non riuscivano a trovare una macchina. Alla fine l' avevano trovata, giusto prima che la carovana partisse. Una macchina buona, una Toyota Corolla, più leggera delle altre che portavano molte attrezzature e telecamere; più veloce, passata agilmente in testa al convoglio. Era ancora tra le prime vetture quando è stata bloccata un paio d' ore e 80 chilometri più a sud, da quei sei uomini armati che ha nno fatto fuoco. «Li hanno ritrovati esattamente lì dove erano stati fermati - racconta Eduard -, almeno così ci hanno detto, in un luogo a metà strada tra Jalalabad e Kabul che si chiama Dabalai Obo. Questa mattina all' alba (ieri per chi legge, ndr ), ancora con il buio, da Jalalabad è partita un' ambulanza scortata da oltre ottanta mujaheddin armati. Sono stati loro a raccogliere i corpi dei quattro colleghi. Dell' interprete che viaggiava sulla stessa jeep, invece, non si sa nulla». Guidava i l gruppo il comandante anti-talebano Haji Shershah: nessun incidente durante il percorso - ha raccontato al suo rientro - nessuna sparatoria, nessun incontro con banditi armati nascosti sulle montagne: una missione senza intoppi. «Noi giornalisti - c ontinua Eduard - siamo stati avvertiti del ritorno della carovana con l' ambulanza da un comandante mujaheddin: vista l' ora in cui sono partiti, ci ha detto, saranno ormai sulla via del ritorno. Era ancora mattina. Dall' hotel in cui eravamo concent rati, ci siamo avviati verso l' ospedale centrale di Jalalabad». L' ambulanza è arrivata. Preceduta da una grande confusione, gente che correva, decine di macchine di miliziani armati. «Ci siamo avvicinati. La vettura aveva i vetri trasparenti, ma i corpi all' interno erano nascosti da coperte. Il collega della televisione pubblica spagnola, però, José Antonio Guardiola, dal finestrino è riuscito a vedere il volto di Julio». L' ambulanza è entrata all' interno dell' ospedale e il gruppo dei gior nalisti - una ventina tra reporter, fotografi e cameramen - è rimasto fuori. «Ci hanno chiesto di aspettare che ricomponessero i corpi per il riconoscimento - racconta Eduard -. Non volevano che li vedessimo prima. Abbiamo formato una delegazione di quattro persone: io, una ragazza amica di Harry, un britannico dell' Aptn, un afghano che conosceva bene il fotografo della Reuters. A me è stato affidato il compito di riconoscere il corpo di Maria Grazia. Gli altri colleghi catalani, che pure aveva no fatto amicizia con lei, non se la sono sentita». La delegazione così composta è stata condotta in una stanza dell' ospedale. «A terra c' erano quattro bare: quattro casse rettangolari di legno grezzo chiaro. Hanno aperto la prima, solo un quadrato all' altezza del viso. La ragazza che era con noi ha riconosciuto Harry Burton, il cameraman australiano della Reuters. Hanno aperto la seconda: ho visto il volto di Julio. Nella terza c' era Maria Grazia. Ho guardato il suo viso: chiaro, sereno, gl i occhi chiusi come se stesse dormendo, il capo un po' inclinato a sinistra. Era lei. Ho fatto cenno di sì con la testa. L' ultima cassa conteneva il corpo di Aziz Haidari, fotografo della Reuters, come ha confermato l' afghano della delegazione. Non ci hanno fatto firmare nulla: alla loro burocrazia è bastata una dichiarazione a voce. Hanno richiuso le casse e le hanno portate fuori per mostrarle anche agli altri giornalisti. Abbiamo preteso che restassero sigillate, che nessuno tra i fotografi e i cameramen del gruppo riprendesse i corpi. Cinque minuti dopo li hanno riportati nell' ospedale». In quel posto Maria Grazia non dovrà restare ancora a lungo. Questa mattina un' ambulanza della Croce Rossa internazionale la riporterà in Pakistan. E di lì rientrerà in Italia. «Partiranno presto - dice Eduard - credo intorno alle otto del mattino (le quattro e mezzo di notte in Italia, ndr)». Il personale della Croce Rossa ha chiesto che il convoglio non sia accompagnato da uomini armati. «Tem ono che questo possa solo creare problemi - spiega il reporter catalano - che possa essere un rischio più che una protezione». Gli unici giornalisti al seguito saranno gli americani della Cnn e dell' Aptn (la televisione dell' Associated Press). I co rpi saranno condotti fino alla frontiera con il Pakistan e a Peshawar saranno consegnati alle autorità pakistane, che li porteranno nella capitale, Islamabad, da dove poi raggiungeranno ognuno il proprio Paese d' origine. E voi, Eduard, Roser, Cristi na, che cosa farete adesso? «Siamo sconvolti, stanchi, increduli. Non abbiamo fatto che lavorare, preparare i nostri servizi, parlare al telefono con giornalisti e amici. Non abbiamo avuto il tempo di fermarci a ragionare su che cosa ci convenga fare . Ma una cosa è certa: qui non ci vogliamo restare. Qualche ora dopo la partenza dell' ambulanza della Croce Rossa, andremo via anche noi, verso Peshawar. E andranno via anche gli altri giornalisti rimasti. Tutti via da questo Afghanistan».WWWWTOP OF PAGE
mercoledi, 21 novembre 2001
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Prime pagine sulla stampa estera «Uccisi perché cercavano la verità»
Alessio Altichieri
Prime pagine sulla stampa estera «Uccisi perché cercavano la verità»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE LONDRA - Maria Grazia Cutuli era ieri sulla prima pagina del Daily Telegraph, con un «hijab» giallo che le avvolge testa e spalle, ripresa solo pochi mesi fa a Bamiyan tra uomini che la guardano con curiosità: una grande fotografia, sotto un titolo a tutta pagina sulla tragedia dei giornalisti assassinati, per la donna che stupiva col suo coraggio pure gli afghani che la vedevano arrivare tr a loro. Anche il Sun, il tabloid più diffuso, ha in prima pagina una foto della giornalista, dietro grandi occhiali da sole: e, per quattro milioni e mezzo di lettori, la definisce «vittima di banditi talebani». Poi, in uno dei minuscoli editoriali, esprime «solidarietà di tutto cuore» ai parenti e ai colleghi dei giornalisti uccisi. I giornali inglesi, con maggiore sensibilità della Bbc che ha quasi ignorato la notizia, sono infatti sconcertati dall' assassinio di quattro giornalisti. L' Independent, che porta anch' esso in prima pagina una grande foto di Maria Grazia Cutuli, sottolinea i pericoli dei corrispondenti di guerra in Afghanistan, visto che ci sono ancora 1.500 arabi affiliati ad Al Qaeda nella regione a sud di Jalalabad. Pericoli difficili da prevenire, osserva il Telegraph, se due degli uccisi, l' australiano Harry Burton e l' afghano Azizullah Haidari, un mese fa avevano seguito un corso di sopravvivenza cui vengono inviati anche i giornalisti della Bbc: ma nulla si può contro «l' imprevedibilità» del giornalismo di guerra, dice la National Union of Journalists. Sul Daily Mail, sotto il titolo «Massacrati per avere cercato la verità», l' inviato del giornale, Peter Allen, riferisce l' ultimo colloquio con Mar ia Grazia Cutuli, alla partenza da Jalalabad. La giornalista gli disse che per lei era «un dovere con la comunità internazionale» arrivare a Kabul. Ma aggiunse un commento scherzoso: «Il mio unico problema è che fa freddo e ho solo un soprabito di ca shmere da mettermi: completamente sbagliato per l' Afghanistan». Allen aveva condiviso con lei molte zuppe di cavolo e di riso, un piatto afghano che fa gola a pochi. Eppure Maria Grazia gli diceva che «stare a casa tutto il giorno vuol dire n on avere una vita». E aggiungeva: «Ci sono rischi e pericoli nel nostro mestiere, ma tutta la vita è rischio e pericolo». Così lunedì è salita su un' auto «dalle gomme lisce» con Julio Fuentes e l' interprete Aziz Ali, e ha salutato Allen per l' ulti ma volta. Tutti i giornali hanno parole deferenti, compreso il Times che, in un editoriale, dice che i giornalisti caduti «meritano d' essere ricordati con particolare rispetto». Ma è il Guardian, con poche parole, a fare il ritratto più preciso dell a giornalista italiana. Eccolo: «Maria Grazia Cutuli, 39 anni, era uno dei più eminenti corrispondenti di guerra italiani, che prima dell' Afghanistan aveva svolto servizi in Cecenia, in Africa e nei Balcani. Lavorava per il Corriere della Sera, il q uotidiano italiano con la maggiore diffusione e la maggiore autorevolezza. Il suo ultimo servizio era annunciato ieri in prima pagina. "Maria Grazia era una ragazza in gamba, altrimenti non sarebbe stata mandata laggiù", ha detto sua madre, Agata D' Amore, 74 anni». Proprio così. WWWWTOP OF PAGE
mercoledi, 21 novembre 2001
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Silenzio e dolore nella casa dei genitori
Dopo una notte di ansia svanisce l' ultima speranza. Il direttore del Corriere dalla famiglia a Catania
Felice Cavallaro
DAL NOSTRO INVIATO CATANIA - E quando l' ultimo, esile filo di speranza di potere ancora ricevere un segno da Maria Grazia s' è spezza to definitivamente, da via Solferino, il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli ha preso un aereo per correre a Catania, dai genitori della cronista caduta sul fronte dell' informazione. Un volo carico di angoscia, accanto a Donata, l a sorella più piccola di Maria Grazia. Con i vicedirettori Paolo Ermini e Massimo Gaggi. E con Paolo Valentino, il corrispondente da Berlino che di Maria Grazia era cugino, collega, un po' maestro. Eccoli tutti in un tristissimo pomeriggio all' ombra di un Etna cupo, nell' appartamento sulla collina di via del Bosco dove Maria Grazia ha trascorso la sua giovinezza, fra soggiorno, studio e corridoi stipati di amici e parenti. Un abbraccio commosso, prima sosta di un lungo viaggio perché quello st esso gruppo è pronto a partire stamane per il Pakistan con un aereo della presidenza del Consiglio. «Andiamo a riprenderla», dice de Bortoli alla mamma e al papà di Maria Grazia parlando di questa inviata che il Corriere perde nel peggiore dei modi: «Abbiamo cercato di legarci a quel filo di speranza di cui ha parlato anche lei in Tv, signora. Ho continuato ad usare, finché possibile, il presente, a pensare che Maria Grazia fosse ancora tra di noi. Ma dobbiamo arrenderci e andarla a riprendere». Le mani di de Bortoli stringono quelle di una madre in pena: «Ho pensato di avere sbagliato non raccomandando prudenza a sufficienza. Ma come si fa a dire ad un giornalista di razza di non stare sulla notizia?». E il quesito lo smorza questa donna c apace di vivere un dolore infinito con una compostezza esemplare: «Ma lo sa, direttore, che nemmeno io potevo dire a Maria Grazia di stare attenta, di tornare... No, non si poteva». Comprende la mamma di Maria Grazia che non si poteva porre argini al «grande coraggio» di «una valente giornalista che rimarrà segnata per sempre nei ricordi del Corriere della Sera», come ha scritto Cesare Romiti, il presidente della Rcs, in una lettera ai genitori consegnata da de Bortoli. Legge commossa, lei. Poi si informa sui tempi, apprende che con lo stesso aereo di Maria Grazia tornerà in Europa anche il corpo del giornalista spagnolo Julio Fuentes, che forse per ragioni burocratiche bisognerà fermarsi un giorno, due o di più, a Roma, prima di poter prep arare l' ultimo saluto a Catania. E ad ogni domanda, ad ogni risposta, la signora Tina volge lo sguardo al marito, Pippo Cutuli, il preside in pensione che non può parlare perché i postumi di una malattia glielo impediscono. Ma lui parla con gli arti coli della sua piccola che ha ritagliato in questi mesi tirandoli fuori da un cassetto, felice quando apprende che il Comitato di redazione ha chiesto di pubblicarli in un libro. E poi prende un suo libro di poesie, regalandolo a Ferruccio de Bortoli . Un libro struggente perché ogni verso sembra adesso scritto per Maria Grazia, anche se è dedicato al fratello del professore, Vito, perduto a 17 anni, nel 1939, in un incidente stradale che è un paradosso nella tragedia perché morì incrociando in b icicletta un convoglio governativo sulla strada fra Giarre ed Acireale durante una visita ufficiale di Mussolini in Sicilia. E dal cassetto vengono fuori le lettere dei gerarchi che si discolpavano per quel corpo lasciato per strada mentre il convogl io proseguiva. Il racconto di quest' uomo senza più lacrime è fatto con un indice nervoso che scorre fra le righe, fra versi sulla vita «in cui lasciam profumo, colore, beltà, il fiorire di ogni desiderio, le illusioni, i sogni, le speranze...». Non parla papà Cutuli, ma questo è un grido che lacera l' anima, vittima di una ingiustizia senza fine, costretto a scegliere l' ultima dimora, ad indicare il cimitero di Santa Venerina, il paesino arroccato ai piedi dell' Etna dove lui è nato e dove vor rà tornare un giorno accanto alla sua bambina caduta lontano, troppo lontano da casa. Felice Cavallaro La strada per il ritorno
RITROVAMENTO Le salme di Maria Grazia Cutuli e degli altri colleghi caduti nell' imboscata di lunedì mattina sono arrivate ieri a Jalalabad a bordo di ambulanze. Erano state recuperate da «comandanti locali» dell' Alleanza del Nord sulla strada che conduce a Kabul. I corpi sono stati identificati dai giornalisti presenti a Jalalabad
IN PAKISTAN Oggi le bare verranno nuo vamente trasferite e, salvo imprevisti, la Croce Rossa si incaricherà di portarle via terra in Pakistan, probabilmente a Islamabad
L' OMAGGIO Il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, che oggi andrà in Pakistan per riportare a casa il corpo di Maria Grazia, ieri si è recato a Catania, per incontrare i familiari della giornalista. «Sono venuto qui a rendere omaggio alla memoria di Maria Grazia Cutuli, giornalista che fa onore a questo mestiere», ha detto de Bortoli.WWWWTOP OF PAGE
mercoledi, 21 novembre 2001
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Indagheranno i poliziotti del caso Ilaria Alpi
Roma, aperta un' inchiesta della Procura sulla morte di Maria Grazia Cutuli: omicidio volontario Il lavoro degli inquirenti si annuncia difficile: finora sono pochi gli elementi utili
Flavio Haver
Indagheranno i poliziotti del caso Ilaria Alpi Roma, aperta un' inchiesta della Procura sulla morte di Maria Grazia Cutuli: omicidio volontario ROMA - Gli interrogatori dei giornalisti testimoni dell' agguato e la ricerca degli autisti e degli interp reti che erano nel convoglio. Sono questi i primi passi dell' inchiesta aperta ieri dalla Procura di Roma per tentare di individuare gli assassini di Maria Grazia Cutuli. Un' indagine per omicidio volontario che si presenta difficile, sia perché l' a gguato è avvenuto in un Paese in cui non esistono regole né tantomeno interlocutori istituzionali, sia per la zona in cui è stato portato a termine, lontano dai centri abitati. Gli accertamenti sono stati affidati agli stessi funzionari della Digos c he riuscirono a rintracciare e a portare in Italia uno dei somali del commando che nel marzo del ' 94 ha ucciso a Mogadiscio l' inviata del Tg3 Ilaria Alpi e l' operatore Miran Hrovatin. Rimane irrisolto, invece, il delitto di Antonio Russo, il giorn alista di Radio Radicale ucciso in Cecenia: «Speriamo che le indagini sull' omicidio di Maria Grazia abbiano un altro risultato», ha osservato il direttore dell' emittente Massimo Bordin.
I TESTIMONI - Da ieri sono cominciate le verifiche disposte da l procuratore aggiunto Italo Ormanni e dal pm Federico De Siervo. Quest' ultimo fa parte del pool antiterrorismo che sta indagando anche sugli attacchi a New York e Washington dell' 11 settembre attribuiti a Osama Bin Laden. La caccia agli uomini che hanno ucciso Maria Grazia Cutuli e gli altri colleghi è cominciata con l' apertura del fascicolo per omicidio volontario. I pm hanno aspettato che dal ministero degli Esteri arrivasse la comunicazione ufficiale della morte della giornalista del Corr iere della Sera e poi hanno convocato i funzionari della Digos. Ai poliziotti spetta il compito di individuare tutte le persone che hanno assistito a quello che è accaduto nei pressi di Sarobi, a 55 chilometri da Kabul. I nomi di numerosi giornalisti che facevano parte del convoglio sono stati già messi a fuoco sfruttando i ritagli di giornali ed i «takes» delle agenzie che hanno raccolto le loro testimonianze. Gli agenti cercheranno elementi utili per arrivare all' identificazione degli interpr eti e degli autisti dei veicoli della carovana partita da Jalalabad: nel mirino è soprattutto il guidatore dell' auto sulla quale erano Maria Grazia e il collega di El Mundo, il cameraman e il fotografo della Reuters. Ai cronisti a cui ha raccontato quello che era accaduto si è presentato come Ashiquallah: troppo poco per rintracciarlo ma i poliziotti, sfruttando le testimonianze degli altri inviati in Afghanistan, sperano di trovarlo. E di interrogarlo: dovrà spiegare per quale motivo i sei gue rriglieri armati e vestiti con abiti lunghi e turbanti gli hanno risparmiato la vita.
LE IPOTESI PER L' OMICIDIO - Tentativo di rapina o vendetta? Sono questi i quesiti attorno a cui ruota l' inchiesta. Gli elementi in mano agli investigatori sono sc arni. Finora hanno solo la ricostruzione fatta attraverso il racconto del conducente dell' auto sulla quale si trovava Maria Grazia Cutuli. Ma le testimonianze degli altri giornalisti presenti nella zona possono essere determinanti per dare una svolt a alle verifiche. Prime fra tutte, quelle di un gruppo di inviati greci che viaggiava dietro al convoglio e che sono stati salvati dal loro autista, e di Michael Lev, del Chicago Tribune. «Un gruppo di ragazzi ci è venuto incontro correndo e gridando che tre giornalisti erano stati uccisi. "Tornate indietro, tornate indietro", ci hanno urlato», ha ricordato Nikos Vafiadis, della televisione greca Antenna. Ma l' allarme era tardivo: «Siamo stati trascinati fuori dalla nostra vettura e ho provato la sensazione che toccasse a noi - ha aggiunto Vafiadis - ma il nostro autista ci ha salvato la vita dicendo loro che eravamo musulmani».
LE PISTE - La pista che porta a banditi in cerca di facili rapine è quella che attualmente seguono gli inquirent i. Ma, come ha sottolineato il procuratore Salvatore Vecchione, non sarà tralasciata alcuna strada. Compresa quella che porta ad una ritorsione per l' ultimo scoop di Maria Grazia Cutuli e del collega di El Mundo Julio Fuentes, un deposito di gas Sar in in una ex base di Al Qaeda. Un' altra porta ad un gruppo di miliziani arabi legati a Osama Bin Laden: l' accusa è di Sami Urda, capo di un reparto di talebani formato da una ventina di uomini e operante nella zona di Jalalabad che ha deposto le ar mi e si è consegnato ai mujaheddin dell' Alleanza del Nord nella località afghana di Tanji Palichai.WWWWTOP OF PAGE
mercoledi, 21 novembre 2001
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Bigliettini, rose rosse e Tricolore sulla scrivania vuota al giornale
Daniela Monti
MILANO - Le prime rose sono rosse e grandi, strette da un fiocco amaranto. Quante sono? Tante da ricoprire la scrivania di Maria Grazia. Tastiera, mouse, pila di giornali a sinistr a del suo computer, in fondo alla redazione degli Esteri del Corriere della Sera. Tutto sepolto sotto i petali rosso rubino e sotto la bandiera italiana in cui sono stati avvolti gli steli, il drappo è un po' sfilacciato da un lato, è come ci si immagina debba essere una vera bandiera da combattimento. Sono le dieci di un giorno triste. Dopo quel fascio di rose, che il presidente della Rcs, Cesare Romiti, appoggia sul tavolo di Maria Grazia Cutuli con la mestizia che distingue un addio da un arrivederci, arrivano tanti altri mazzi, tanti altri biglietti che restano chiusi. Qualcuno sale le tre rampe di scale che portano al primo piano del palazzo di via Solferino, dove lavorava Maria Grazia, per appoggiarli di persona sulla scrivania fra le sue carte e i suoi libri: sono i tanti colleghi della stampa e della televisione. Qualcun altro li lascia in portineria, «può metterli sulla scrivania della giornalista uccisa in Afghanistan?», raccomandano a bassa voce al custode: sono i tan ti lettori del Corriere, le persone per le quali Maria Grazia trovava il coraggio di rischiare per raccontare le sue storie, ogni volta da un fronte diverso. Sulla scrivania bisogna fare spazio, a metà mattina non c' è già più posto. Lì accanto la te levisione, sempre accesa, trasmette dall' Afghanistan le prime immagini di una cassa lunga e chiara, assi di legno inchiodate, con un nome scritto sopra con il gesso. Quel nome si legge solo in parte, c' è scritto Maria, e non si vedono fiori, solo p olvere. I fiori per Maria Grazia Cutuli, inviato speciale sul fronte di guerra, sono tutti qui sulla sua scrivania vuota, nella sua redazione. «Abbiamo coltivato un filo di speranza fino all' ultimo: ora si è spezzato anche quello», dice il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli alle 11, in sala Albertini, in quella che solitamente è la riunione per mettere a fuoco i temi forti del giornale, pepata, appassionata, ieri invece dimessa come una veglia. Perché se lunedì è stato il giorno del ge lo e del buio scesi all' improvviso, del dolore che intontisce e mette addosso una frenesia cattiva, da automi, ieri è stato il giorno del silenzio e del ritorno alla realtà, di cui però adesso manca un pezzo. C' era Donata, la sorella minore di Mari a Grazia, accanto a de Bortoli in sala Albertini. «E' una situazione difficile - dice il direttore - ma dobbiamo restare uniti». Quando la riunione è finita, sono partiti insieme per Catania, da dove Maria Grazia era arrivata a Milano più di dieci an ni fa e dove vivono i suoi genitori. Con loro, sono partiti i due vice direttori Ermini e Massimo Gaggi, mentre Carlo Verdelli è rimasto a seguire il giornale. Ieri al Corriere sono stati recapitati centinaia di fiori e centinaia di lettere. Ci sono le rose del direttore, quelle dei colleghi, le rose portate dai ragazzi che leggevano i suoi pezzi a scuola, i gigli di chi non ha bisogno di giornalisti morti sul campo per credere ancora ne |