DEATH OF A HERO
Ahmed Shah Massud
> TRIBUTEWi> INTERVIEW
> MESSAGE TO THE
PEOPLE OF THE USA

NEW YORK, NEW YORK!
Tribute to
a defaced city
FAREWELL MARJAN...
Marjan, the one-eyed lone
lion is no longer the king of
Kabul zoo
PICTURES from the grenade attack!
Dear Visitors, these next pages are a heartful tribute to Maria Grazia Cutuli, sweetest friend, valued travelmate and skillful writer for Corriere della Sera, major italian newspaper, who was ambushed and killed by unknown assailants on November 19 2001, while traveling from Jalalabad to Kabul (Afghanistan) together with colleagues Julio Fuentes (spanish newspaper El Mundo), Harry Burton and Hazizullah Haidari (cameraman and photographer, Reuters).
>PICTURE GALLERY
>AUDIO CLIP her last report from Peshawar [ Corriere.it ]
>VIDEO recovering the journalists' bodies [New York Times - Associated Press]
How colleagues journalist and friends >REMEMBER her
Pages from italian and international >PRESS
>REPORTS about the ambush
>STORIES we published >TOGETHER (her writings, my pictures)
>ALL THE STORIES

MARIA GRAZIA CUTULI - THE AMBUSH
Stories in italian Copyright and Courtesy of Corriere della Sera
>>>The New York Times / AP
VIDEO: Recovering the Journalists' Bodies
>>>The New York Times
>>>The Guardian
WW>>>The Independent


Reporter uccisi, la pista degli oggetti rubati, Andrea Nicastro, 11 Febbraio 2001
Giornalisti assassinati, un arresto a Kabul
, Andrea Nicastro, 7 Febbraio 2001
«Così ho visto colpire a morte Maria Grazia»
, Lorenzo Cremonesi, 19 Dicembre 2001
«Sono loro» Passo avanti nell'inchiesta sugli assassini di Maria Grazia, Flavio Haver, 29 Gennaio 2001
Ma nessuno s’e’ mosso per andare da loro, Andrea Nicastro, 20 Novembre 2001
Vendetta, rapina o sequestro: tre ipotesi per un' imboscata, 20 Novembre 2001
Cade l' ultima speranza, trovati i corpi dei giornalisti uccisi, 21 Novembre 2001
Gettati contro una roccia, poi tanti colpi a bruciapelo, Andrea Nicastro, 21 Novembrre 2001
Un' esecuzione dietro le rocce, Fausto Biloslavo, 21 Novembre 2001
«Hanno Costretto l' autista a recitare : Allah è l' unico Dio», Alessandra Coppola, 20 Novembre 2001
La firma di sangue,Al-Qaeda o I Taleban, Gianluca di Feo, 21 Novembre 2001
“Lo riconosco, e’ il corpo di Maria Grazia“, Alessandra Coppola, 21 Novembre 2001
Prime pagine su lla stampa estera “Uccisi perchè cercavano la verità”, Alessio Altichieri, 21 Novembre 2001
Silenzio e dolore nella casa dei genitori, Felice Cavallaro, 21 Novembre 2001
Indagheranno I poliziotti del caso Ilaria Alpi, Flavio Haver, 21 Novembre 2001
Bigliettini, rose rosse e Tricolore sulla scrivania vuota al giornale, Daniela Monti, 21 Novembre 2001
Quattro inchieste sulla strage dei giornalisti, Andrea Nicastro, 22 Novembre 2001
Giornalisti uccisi, ulrimo viaggio verso casa, Barbara Stefanelli, Paolo Valentino, 22 Novembre 2001
E le firme dei lettori compongono l’ articolo dell’addio, Elisabetta Rosaspina, 22 Novembre 2001
I volti dei killer forse in un video girato sulla strada maledetta, Ivo Caizzi, 23 Novembre 2001
Maria Grazia e’ tornata a casa, silenzio e dolore, Barbara Stefanelli, Paolo Valentino, 23 Novembre 2001
Ruggiero: vogliamo scoprire la verita’, Fabrizio Caccia, 23Novembre 2001
Meno probabile l’ ipotesi della rapina: “Quelle ferite, firma dei Taleban”, Andrea Nicastro, 21 Novembre 2001
Il mistero dell’ interprete scomparso. In un video i tre testimoni afghani, Ivo Caizzi, 24 Novembre 2001
Lezione d’ inglese, Giuliano Zincone, 24 Novembre 2001
Coraggio, cartucce e cattivi maestri, Enzo Biagi, 25 Novembre 2001
L’ aiuto alle indagini in un video. Forse ripreso il volto degli assassini, Ivo Caizzi, 25 Novembre 2001
Gli stessi banditi fermarono filippini e greci, Ivo Caizzi, 26 Novembre 2001
"Cercammo di trattare ma ci salvò l’ interprete", Fabrizio Roncone, 26 Novembre 2001
Maria Grazia, il mistero dell’ interprete, Alessandra Coppola, 27 Novembre 2001




lunedi, 11 Febbraio 2002
Reporter uccisi, la pista degli oggetti rubati
Gli assassini di Maria Grazia potrebbero essere incastrati da cose appartenute ai 4 giornalisti
di Andrea Nicastro

DAL NOSTRO INVIATO
SUROBI (Kabul) - Una borsa griffata, scarponi alla moda di pelle arancione o un computer portatile completo di software per scrivere e inviare articoli a un giornale non si trovano nei bazar afghani. A meno che non siano stati rubati a degli stranieri.
Gli assassini di Maria Grazia Cutuli e degli altri tre reporter massacrati mentre viaggiavano verso Kabul potrebbero essere incastrati da un errore come questo. Basterebbe che dopo la strage i responsabili dell’agguato non si fossero disfatti di ciò che avevano rapinato. Nei villaggi non può passare inosservato uno che da un giorno all’altro abbandona le ciabatte di plastica per indossare scarpe che costano venti volte il suo reddito mensile. Mancavano molti oggetti dai bagagli dei quattro giornalisti assassinati. E’ probabile che uno di questi, forse proprio qualcosa appartenuto all’inviata del Corriere , abbia permesso agli investigatori afghani di arrestare un sospetto. «Contro di lui abbiamo delle prove - ha detto al Corriere il ministro dell’Interno di Kabul Iounis Qanuni - ma lo stiamo ancora interrogando». Assediati dai reporter, alcuni assistenti ministeriali hanno finito per confondere le notizie sulle indagini. «Due arresti». «Una confessione». «Chiara la dinamica dell’agguato». Troppo per un Paese dove un corpo nazionale di polizia deve ancora nascere e l’autorità centrale fatica ad affermarsi. Le indagini sono difficili. Nessun uomo del ministero può prendere la macchina e andare a Surobi, il centro più vicino al luogo dell’agguato. E’ tutto un lavorio di rapporti, permessi e collaborazione da parte dei comandanti locali, veri padroni della strada Jalalabad-Kabul.
Il comandante Gulroze ha 200 miliziani per difendere la diga di Surobi che dà acqua ed elettricità alla conca di Kabul. Più tre carri armati e 100 soldati che il ministro della Difesa Fahim gli manda di tanto in tanto. Ma non bastano. Perché Gulroze non riesce a controllare le montagne, proprio quelle della strage dei giornalisti. «Se gli americani avessero bombardato un poco anche lassù invece che solo a Tora Bora o a Kandahar - si lamenta - adesso forse non avremmo di questi problemi». Invece dai giorni della caotica fuga talebana dalla capitale, Surobi non è tranquilla. Dal 19 novembre, giorno dell’agguato, fino a oggi, quella strada ha continuato a essere pericolosa. Gli autobus passano a tutta velocità e gli uomini ai posti di blocco governativi che di giorno ne migliorano la sicurezza, due ore prima del tramonto ritornano a Kabul. Su quella strada diversi carichi umanitari sono stati saccheggiati e un posto di blocco del comandante Gulroze bersagliato da razzi Rpg. Talebani? «Sì, fino alla presa di Kabul la gente di qua era tutta a favore dei talebani - dice Gulroze -. Adesso si sono tolti i turbanti neri, ma non hanno ancora deciso se stare dalla parte del governo oppure no».
Il comandante di Surobi tace sul resto, nel villaggio però tutti sanno che Kabul preferisce tentare di comprare la fedeltà di questi gruppi armati invece di combatterli. La stessa logica potrebbero seguire le indagini sugli assassini dei giornalisti. Non solo dollari, anche gesti di riconciliazione come quello di sabato del premier Karzai che ha rilasciato 350 talebani pashtun, molti proprio della zona di Surobi. «Ogni tre giorni - racconta Mustafa Fashir, uno dei pochi tagiki di Surobi - la gente di Hekmatiar spara, il governo paga e tre giorni dopo quelli riprendono come prima. Non si dicono più "studenti del Corano", ma li comanda ancora Aizat, un fedelissimo di Hekmatiar».
Nominare Hekmatiar è rievocare il capitolo di storia più sanguinoso dell’Afghanistan. «Che potrebbe ripetersi - dice il tagiko Isidior, direttore di Radio Kabul -. Hekmatiar è rimasto nel suo esilio iraniano, ha dichiarato la guerra santa contro gli americani e vuole a tutti costi rientrare in gioco». Qualcuno dice che stia preparando un attentato alla Forza internazionale di sicurezza e assistenza, Isaf. Si parla di autobomba a Kabul oppure, è una notizia del Times , di missili Scud con testate chimiche armate di gas sarin. Lo stesso tipo di nervino individuato in una base di Al Qaeda da Maria Grazia Cutuli e dall’inviato di El Mundo Julio Fuentes prima di essere uccisi.



giovedi, 7 Febbraio 2001
Il ministro dell’interno afghano: «Il Paese sta rinascendo, ma gruppi potenti vogliono sabotare la pace»

Giornalisti assassinati, un arresto a Kabul
Andrea Nicastro

Qanuni: «Lo stiamo interrogando, crediamo che sia uno dei killer di Maria Grazia Cutuli»
DAL NOSTRO INVIATO
KABUL - E’ in cella. Un «sospetto» per la strage dei quattro giornalisti sulla strada Jalalabad-Kabul è in cella. E’ il ministro dell’Interno afghano Iounis Qanuni ad annunciarlo al Corriere della Sera . «Le indagini sono state lunghe - dice quasi scusandosi il ministro - ma nelle nostre prigioni c’è uno dei presunti assassini».
La mattina del 19 novembre due taxi con a bordo quattro reporter, vennero bloccati in una gola a tre ore da Kabul. L’inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli venne trucidata a raffiche di kalashnikov con tre suoi compagni di viaggio in una manciata di minuti. Si parlò di banditi, di talebani sbandati, di terroristi di Al Qaeda. «Un uomo è stato arrestato e lo stiamo interrogando», dice il ministro di Kabul.
Quando è stato arrestato? Chi è? Un ex talebano? Qanuni accenna un sorriso e allarga le braccia. «Non basta sapere che è in cella? Non è già questa una buona notizia? Per adesso posso solo assicurare che lo stiamo interrogando. Appena avremo informazioni più circostanziate lo faremo sapere».
Iounis Qanuni, 44 anni, laurea in Legge Coranica, pittore per hobby, è uno degli uomini più influenti dell’Afghanistan post talebano. E’ il secondo elemento del «tris panshiro»: prima di Abdullah Abdullah, ministro degli Esteri, ma dopo Mohamed Fahim, responsabile della Difesa e vero signore delle armi. Li chiamano «panshiri» perché sono gli eredi diretti del sistema di potere costruito nella valle del Panshir dal comandante Massud. Un sistema di potere che ancora oggi, ucciso Massud, è quanto di più simile a uno Stato esista in Afghanistan.
Ministro Qanuni, l’Afghanistan è un Paese in pace?
«L’Afghanistan sta rinascendo. Stiamo costruendo una polizia nazionale. Non una milizia etnica o politica. Per anni questo Paese e i suoi leader sono stati intrappolati negli schematismi etnici o ideologici. Sta cambiando. I miei vice, per esempio. Uno è tagiko, l’altro di etnia hazara e l’altro pashtun. La squadra che ci lavora è nazionale, è afghana».
Per il momento però queste sono solo buone intenzioni. L’Afghanistan di oggi sembra un insieme di feudi indipendenti.
«Non sono d’accordo. E’ un problema molto enfatizzato. Quando abbiamo chiesto alle province di inviarci volontari per l’addestramento in polizia, la risposta è stata positiva. Da tutto il Paese, qualunque fosse il gruppo etnico maggioritario nell’area. Fra 15 giorni cominceremo il primo corso. La stampa ha parlato di truppe pronte a marciare da Kandahar a Herat. Ma era falso».
Veramente ne ha parlato il governatore pashtun di Kandahar, Gul Agha.
«Sia lui, che domani sarà mio ospite qui a Kabul, sia Ismail Khan, governatore a Herat, hanno smentito».
E nella provincia di Paktià? I feriti arrivati all’ospedale di Emergency qui a Kabul non permettono di smentire i razzi e le cannonate dei giorni scorsi.
«Sono scontri locali. La provincia di Paktià è l’unica in cui ci siano questi incidenti. E una delegazione governativa sta appianando i contrasti».
Ministro, sta descrivendo una situazione idilliaca.
«Sottolineo quanto è già stato realizzato. E in tre mesi è moltissimo. A Kabul non circolano più irregolari in armi, le caserme sono state spostate fuori dalle aree residenziali. Abbiamo sgominato 27 bande criminali e la cooperazione con l’Isaf (la forza multinazionale cui partecipa anche l’Italia, ndr.) è buona e migliora ogni giorno. Faccio notare che il rapimento del giornalista americano del Wall Street Journal è avvenuta in Pakistan, non a Kabul. Una cosa, però, è sicura: ci sono gruppi, anche potenti e organizzati, che hanno interesse a sabotare il nostro processo di pacificazione».
E’ vero che lei, dopo 20 anni, vuole uscire dal partito dell’ex presidente Burhanuddin Rabbani? Si sta sfaldando il gruppo di potere che ha conquistato Kabul?
«Alla Conferenza di Bonn, dove ero delegato, è stata scelta la via del pluralismo partitico. Quindi il professor Rabbani ha tutto il diritto di partecipare alla lotta politica con il suo partito. Io ne sarò felicissimo, perché questa finalmente è lotta politica e non militare».



mercoledi, 19 dicembre 2001
«Così ho visto colpire a morte Maria Grazia»

Parla l' autista afghano testimone del massacro. A Jalalabad scoperta ieri una lapide alla memoria
Lorenzo Cremonesi

«Così ho visto colpire a morte Maria Grazia» Parla l' autista afghano testimone del massacro Scoperta ieri una lapide alla memoria a Jalalabad
DAL NOSTRO INVIATO JALALABAD (Afghanistan orientale) - Ieri mattina davanti all' hotel Spinghar di Jalalaba d noi giornalisti presenti abbiamo posto una lapide in memoria di Maria Grazia Cutuli, assieme a Julio Fuentes del quotidiano spagnolo El Mundo e ai due giornalisti della Reuters, l' australiano Harry Burton e l' afghano Azizullah Haidari, assassinat i sulla strada per Kabul il 19 novembre. È una lapide semplice, in marmo bianco e i caratteri incisi dipinti di nero fatta da un artigiano locale, che vuole ricordare anche «tutti i giornalisti morti in Afghanistan». Succedeva proprio un mese fa, il 19 novembre: quando le auto su cui viaggiavano i giornalisti (erano diretti a Kabul dalla cittadina orientale di Jalalabad) sono stati fermate. I quattro sono stati fatti uscire dalle vetture, insultati, uccisi e rapinati da un gruppo di malviventi. Maria Grazia e Fuentes avevano appena pubblicato sul Corriere su El Mundo uno scoop internazionale: avevano scoperto un deposito di gas nervino in una base abbandonata di Al Qaeda. Tre i testimoni dell' assassinio. Il primo è Homayun, 28 anni di Jala labad, il traduttore che viaggiava sull' auto con Maria Grazia e Julio. In un primo tempo era stato dato per «scomparso», per qualcuno il suo caso era diventato un giallo. Ma Homayun quel giorno, tornando a Jalalabad, si era sentito in colpa, aveva a vuto paura delle ripercussioni sul suo lavoro di traduttore che si vede uccidere i clienti davanti agli occhi senza poter fare nulla e, al posto di andare a parlare con i giornalisti assiepati allo Spinghar, se n' è tornato a casa. Ma quel giorno sul la via del ritorno almeno a un giornalista raccontò ciò che aveva visto, era Michael Lev, del Chicago Tribune, che tra l' altro in parallelo a un collega americano, Chris Tomlinson dell' Associated Press, coraggiosamente organizzò un piccolo convogli o per andare a vedere che cos' era capitato ai quattro colleghi. Entrambi furono però fermati dagli stessi mujaheddin che li accompagnavano, impauriti dalle notizie di rapine, violenze e spari nella zona di Sarobi dov' era avvenuto l' assassinio (ier i il nuovo premier afghano Karzai in visita a Roma ha garantito il «massimo impegno» per trovare i colevoli della strage) e dal sopraggiungere della notte. Il secondo testimone è Ashuqullah, 26 anni di Jalalabad, il taxista incontrato per la prima vo lta da Maria Grazia e Fuentes alle 8 del 19 novembre. «Quella mattina mi chiesero notizie su Kandahar e Tora Bora. Dissi che erano ancora città rischiosissime». Ashuqullah non crede all' ipotesi del complotto, e cioè che Maria Grazia e Julio siano st ati uccisi da sicari di Al Qaeda decisi a punirli per lo scoop sul gas nervino: la decisione di dirgersi verso Kabul venne presa soltanto poche ore prima dell' agguato. Non ci sarebbe perciò stato tempo di organizzare la vendetta. «In quei giorni nel Paese regnava l' anarchia, era la fine del regime dei talebani. Ma c' era chi aveva percorso senza problemi la strada Jalalabad-Kabul nei due sensi, solo e di notte. La morte dei colleghi segnò una svolta nei nostri comportamenti», ha detto Ron Temp est, del Los Angeles Times, che era in un' auto al seguito di quella delle vittime. Terzo testimone è Turyali, 33 anni, l' autista che aveva a bordo i due inviati della Reuters insieme all' interprete Faruq. Ecco dunque la cronaca dell' assassinio se condo la testimonianza dell' autista di Maria Grazia e Julio (concorda con quella di Turyali): «Durante il viaggio l' atmosfera è rilassata. Julio dormicchia. Maria fuma e mangia pistacchi che offre a tutti. Ci fermiamo solo una volta: lei fotografa una carovana di cammelli. Ci sono altre auto di giornalisti davanti e dietro. Ma non è una colonna organizzata, ognuno va alla velocità che preferisce. Viaggiamo circa a 40 all' ora nella zona di Sarobi verso le 11.30 della mattina quando siamo ferma ti da otto uomini armati. Tre si avvicinano alle porte e dicono: "Fermatevi, poco avanti i talebani sparano". Vedo un pulmino che arriva da Kabul, in senso contrario al nostro. Loro lo fermano, ma ci sono diciotto passeggeri afghani, nessuno stranier o, e li lasciano ripartire. Io vorrei chiedere informazioni all' autista. Ma gli aggressori me l' impediscono. Ordinano invece a Maria e Julio di uscire. Lei prima vorrebbe tornare indietro. Poi esce obbediente. E' calma, con le braccia conserte. Jul io invece resiste, grida contro chi cerca di strapparlo fuori dall' abitacolo. Intanto hanno fermato anche l' auto di Turyali. I quattro giornalisti vengono quindi spinti verso il lato della strada, due degli uomini armati indicano che li vogliono po rtare in alto verso le montagne. Julio resiste ancora. Allora gli tirano una pietra, lui si ripara il viso, è colpito leggermente al costato, lo picchiano con il calcio dei kalashnikov. Da quel momento tutto precipita, prima sparano a lui dal davanti , non una raffica, piuttosto diversi colpi singoli. Poi a Maria Grazia, che al primo sparo contro Julio per ripararsi è quasi scivolata a terra, infine sparano in tanti, almeno quattro mitra contro tutti. Ma io sto già scappando in auto e non vedo pi ù nulla. Loro vengono verso di me e chiedono: "Di chi sono le auto, vostre o degli stranieri?". Quando gli diciamo che siamo noi i proprietari, prendono rapidamente una borsa di Maria Grazia dal sedile posteriore e se ne vanno. È avvenuto tutto in me no di cinque minuti». Ma chi sono gli aggressori, banditi oppure talebani, arabi di Al Qaeda? Ashuqullah dice: «A me hanno chiesto di recitare i primi versi in arabo della preghiera musulmana. Non hanno detto di essere talebani ma hanno apostrofato d uramente il traduttore perché si era tagliato la barba (avevano fatto lo stesso mezz' ora prima con l' autista di Chris Tomlinson che viaggiava da Kabul, ndr). Alcuni avevano il pacol, copricapo dei mujaheddin, ma altri portavano le fasce sulla testa nello stile talebano. Due parlavano pashtun con accento contadino. Però quattro stavano zitti, con il viso coperto, dalla carnagione potevano anche sembrare sudanesi». I quattro corpi verranno recuperati la mattina dopo verso le 8 da un convoglio scortato da un' ottantina di mujaheddin partiti prima dell' alba da Jalalabad. Derubati, privi delle scarpe, ma ancora vestiti.
L' AGGUATO LA DINAMICA IL CONVOGLIO In viaggio E' il 19 novembre 2001: la giornalista del Corriere Maria G razia Cutuli parte da Jalalabad verso Kabul insieme con altri 19 giornalisti di varie nazionalità: viaggia verso la capitale un convoglio di otto auto. Le prime due sono quelle di Maria Grazia e dell' inviato di El Mundo Julio Fuentes.
L' AGGUATO Con le armi Poco dopo mezzogiorno (circa le otto e trenta in Italia) le prime due auto vengono bloccate a Sarobi da otto persone armate. In un' auto, Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes , l' autista afghano Turyali e il traduttore Muhammad Farooq. Nell' altra i due reporter della Reuters Harry Burton e Aziz Haidari, l' autista Ashiquallah e il loro interprete.
SULLA STRADA L' esecuzione Gli uomini armati ordinano agli occidentali di seguirli in montagna. Quando i giornalisti hanno fatto resistenza, li hanno colpiti con il calcio dei kalashnikov. Poi, gli spari. Maria Grazia, centrata al cuore da una raffica di kalashnikov, muore sul colpo. Gli autisti e gli interpreti afghani vengono lasciati andare. Ma prima, gli assassini intimano ad alcuni di loro di recitare una preghiera, per provare che sono musulmani.
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martedì 29 Gennaio 2002
I magistrati italiani in Grecia per ascoltare i giornalisti assaliti subito dopo l’omicidio dell’inviata del «Corriere»
«Sono loro»: passo avanti nell’inchiesta sugli assassini di Maria Grazia

Flavio Haver

ROMA - «Sono loro, senza alcun dubbio sono loro». Tre giornalisti ellenici delle televisioni «Antenna Greca» e «Alpha» hanno ufficialmente riconosciuto, davanti ai nostri inquirenti, i volti dei banditi che li hanno aggrediti sulla strada per Kabul pochi minuti dopo l’uccisione di Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera , di Julio Fuentes di El Mundo , e di Harry Burton e Aziz Haidari della Reuters. Il riconoscimento è un passaggio fondamentale dell’inchiesta avviata dalla Procura di Roma sull’assassinio del 19 novembre scorso dei quattro giornalisti inviati in Afghanistan, all’inizio della fase finale dell’offensiva della coalizione contro i talebani e gli uomini di Osama Bin Laden. Le testimonianze sono state raccolte dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dai funzionari della Digos, che stanno svolgendo le indagini, alla fine della scorsa settimana, durante una trasferta di tre giorni ad Atene. La prima traccia utile per gli accertamenti era stata acquisita grazie all’inchiesta giornalistica del Corriere e di El Mundo con la collaborazione della Reuters : subito dopo l’agguato, erano stati rintracciati gli inviati della tv filippina Abs-Cbn che ventiquattrore prima erano stati rapinati sulla stessa strada da alcuni malviventi. Un cameraman aveva registrato di nascosto un video in cui i banditi erano ben visibili. Ed i giornalisti greci, assaliti nello stesso punto pochi minuti dopo l’omicidio di Maria Grazia Cutuli e degli altri tre inviati, avevano poi confermato in un reportage mandato in onda dalle televisioni di tutto il mondo che gli uomini armati erano proprio quelli che avevano fatto passare momenti terribili ai colleghi filippini.
Si è avuta così la convinzione che i responsabili delle tre aggressioni fossero sempre gli stessi. Ma gli inquirenti italiani non avevano nulla di ufficiale in mano per indirizzare decisamente le indagini in questa direzione. Era indispensabile mostrare il video girato dal cameraman filippino ai giornalisti greci per essere sicuri che così fosse. Il magistrato e i funzionari della Digos sono andati ad Atene portando con sé il filmato e il riconoscimento è stato verbalizzato.
Adesso, l’inchiesta della magistratura deve fare l’ulteriore salto di qualità, con l’identificazione degli uomini armati che appaiono nel video e che, probabilmente, sono anche gli aggressori degli inviati del Corriere , di El Mundo e della Reuters . Gli inquirenti sono ottimisti, la trasferta in Grecia si è rivelata molto più importante di quanto sperassero: sembra abbiano potuto ottenere altri elementi per arrivare a dare un nome e un cognome ai banditi. E presto potrebbe essere avviata una nuova rogatoria internazionale. Questa volta per volare in Afghanistan con un ordine di cattura internazionale contro gli assassini.
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martedi , 20 novembre 2001
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MA NESSUNO S' E' MOSSO PER ANDARE DA LORO

Andrea Nicastro

DA KABUL MA NESSUNO S' E' MOSSO PER ANDARE DA LORO di ANDREA NICASTRO KABUL - Questo è quello che sembra sia successo. Quattro giornalisti, un interprete e due autisti sono stati bloccati al passo di Tang i-Abreshum, sulla strada che da Jalalabad por ta a Kabul. Sono stati trascinati fuori dalle loro due auto. Picchiati con i calci dei fucili, strattonati. Chi li minacciava con i kalashnikov ha frugato nelle loro tasche e li ha derubati. I giornalisti sono stati separati dagli altri e spinti a po chi metri dalla strada. Agli autisti è stato permesso di ripartire e mentre si allontanavano a tutta velocità i due uomini hanno visto sparare contro i reporter. «Li obbligavano a camminare con i mitra puntati e quando si sono voltati a guardarli hanno fatto partire tre o quattro raffiche», mi ha riferito uno dei due autisti scampati. Le vittime sono due corrispondenti della Reuters, l' australiano Harry Burton e l' afghano di etnia azara Azizullah Haidari, l' inviato del giornale spagnolo El Mundo, Julio Fuentes; la giornalista del Corriere Maria Grazia Cutuli. Il conducente di un autobus che è passato dal luogo dove è avvenuta l' imboscata ha riferito per telefono al Corriere di aver visto ai bordi della strada quattro corpi. Due uomini, un terzo che sembrava azero come il collega della Reuters, e il quarto di donna, con capelli castani e lisci. Come Maria Grazia. Stessa descrizione da un inviato dell' agenzia di stampa americana Ap. I corpi, però, sarebbero rimasti lì pochi minuti. Qualcuno deve averli spostati. Sono passate decine di altre auto, decine di altri giornalisti su quella strada e nessuno ha visto niente. Solo un collega greco ha raccontato di un agguato del genere capitato circa trenta minuti dopo l' imboscata, avv enuta alle undici del mattino. Tutto è avvenuto in pochi minuti. Il convoglio, formato da sette auto, era partito da Jalalabad alle 9 del mattino locali. La strada per arrivare a Kabul è lunga appena 146 chilometri, ma è molto accidentata. La vettura sulla quale viaggiavano Maria Grazia e gli altri colleghi scomparsi procedeva in testa, un po' staccata rispetto alle altre. Dopo tre ore di viaggio, quando l' auto ha superato un ponte a 90 chilometri dalla capitale afghana, sono sbucati alc uni guerriglieri armati che hanno fatto arrestare la macchina e obbligato a scendere gli occupanti. L' autista è stato l' unico a cui è stato concesso di ripartire, ed è tornato indietro ad avvisare del pericolo le altre vetture in arrivo. Poi, solo testimonianze. La Croce Rossa Internazionale è stata la prima fonte ufficiale a dare come certa la morte dei colleghi. Poi è toccato al ministero dell' Interno afghano e alla Farnesina. Da Bruxelles, il ministro degli Esteri Renato Ruggiero ha dato l ' annuncio con parole accorate: «Abbiamo avuto purtroppo una conferma dalla Unità di Crisi. Attraverso una testimonianza, ritengono che i quattro corpi che sono stati ritrovati sul bordo di una strada corrispondono a quelli dei quattro giornalisti, d i cui una è una vostra collega del Corriere della Sera». Ma nessuno ha visto i corpi, finora. La zona dell' imboscata è terra di nessuno. Chi la aveva attraversata nei giorni scorsi aveva riferito di sassaiole contro le auto dei giornalisti e insulti ai posti di blocco. «Non ci piacciono gli stranieri», avevano detto dei ragazzotti senza divisa, ma con il dito sul grilletto del mitra. Molti afghani della zona parlano della presenza di gruppi talebani sbandati sulle montagne. Nella notte poi l' intera capitale è rimasta senza elettricità: la centrale che alimenta la rete urbana è proprio sopra Surubi, segno che forse in quella zona agiscono gruppi armati che sono forse qualcosa di più di semplici banditi. Le autorità di Kabul non hanno fatto nulla per cercare di soccorrere le vittime dell' imboscata. E anche la stessa Croce Rossa è rimasta a lungo indecisa sul da farsi, quando c' erano ancora preziose ore di luce per raggiungere il posto. La risposta del vice capo missione a Kabul, Asca l, è stata chiara: «Non posso concedere alcuna ambulanza, non posso mettere a rischio la vita del nostro personale». La disponibilità di un pullman attrezzato per il soccorso sanitario è venuta invece dall' ospedale italiano di Emergency. Il bus è rimasto per due ore in attesa di partire davanti ai cancelli del ministero dell' Interno afghano. Inutilmente. Il Corriere aveva tentato di organizzare un convoglio armato per arrivare sul posto e aveva chiesto aiuto al Ministero dell' Interno dello Stato islamico dell' Afghanistan (il nuovo regime). La notizia che qualcosa di grave fosse successo sembra essere giunta a quegli uffici alle 13, circa un' ora prima che circolasse tra i giornalisti a Kabul. Ma fino a quando, alle 14.15, non è stato posto il problema di persona al segretario del ministro, nessuno aveva preso l' iniziativa. Dopo una discussione il ministero afghano ha apparentemente dato la disponibilità del convoglio di soccorso. Però sono stati troppi gli ostacoli messi alla sua effettiva partenza. Per ottenere sei soldati e sei kalashnikov è stato necessario inviare un taxi privato a una base militare dall' altra parte della città. Una volta arrivati, per di più, la presunta scorta di Stato non aveva alcun veicolo militare su cui muoversi. Ogni ufficiale chiamato in causa sembrava non sapere nulla né di quanto era successo né di quanto era stato ordinato. Alle 16.30, con il sole calante, i sei soldati hanno annunciato che la zona da raggiungere era pericolosa con il buio e che la pattuglia non aveva le necessarie armi pesanti. Nessun ufficiale ha impedito loro di rientrare in caserma. Tutte scuse. Probabilmente sin dall' inizio a Kabul nessuno voleva arrivare sino a Tang i-Abreshum. L' unico tentativo fatto dallo Stato islamico d' Afghanistan per raggiungere il luogo dell' agguato è consistito in una telefonata al comandante locale di Surubi, l' abitato più vicino al passo dell' imboscata. In serata anche uno dei signori della guerra che dicono di aver preso il potere alla partenza dei talebani, Hagi Qadir, ha promesso l' invio di un gruppo armato da Jalalabad. I colleghi caduti nell' imboscata avevano preso le precauzioni che dovevano prendere. Proprio per limitare i rischi avevano scelto di viaggiare in convoglio. In una colonna di sei auto a un chilometro di distanza l' una dall' altra. In modo che chi segue è in grado di dare l' allarme se succede qualcosa a chi è davanti. Dare o chiamare soccorso. Solo che ieri in Afghanistan non c' era nessuno che potesse o volesse intervenire per salvarli. Le prime auto del convoglio che hanno fatto marcia indietro, vedendo arrivare le due vetture vuote, hanno sì avvertito qualche comandante inquadrato in gruppi più noti, ma oltre un' ora dopo la (presunta) esecuzione, perché in tutta l' area attraversata non c' erano forze militari riconoscibili. Maria Grazia sapeva bene che viaggiando da Jalalabad a Kabul avrebbe dovuto attraversare una trincea invisibile, ma ben più pericolosa di quelle scavate nella terra. Aveva scelto con consapevolezza un autista pashtun e un interprete pashtun perché proveniva da un' area sotto il controllo dell' etnia pashtun e aveva così aumentato al massimo le misure di sicurezza per continuare a scrivere la cronaca di questa guerra. Però adesso è scomparsa.
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martedi , 20 novembre 2001
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Vendetta, rapina o sequestro: tre ipotesi per un' imboscata

Vendetta, rapina o sequestro: tre ipotesi per un' imboscata Finora, ci sono solo ipotesi sulle cause dell' imboscata della quale sono stati vittime Maria Grazia Cutuli e i colleghi del Mundo e della Reuters. Ieri la Procura di Roma ha aperto un' inchiesta per omicidio volontario.
IL SEQUESTRO - C' è un tratto della strada Jalalabad-Kabul, più avanti rispetto al punto in cui sono scomparsi i giornalisti, infestato da banditi di ogni genere. Arabi, ceceni, e persino elementi irregolari dell' Allea nza del Nord. Il reporter della Catalana Tv 3 Eduard San Juan, che stava sulla jeep subito dietro l' inviata del Corriere della Sera, ha raccontato che i 6 uomini armati hanno ordinato bruscamente ai giornalisti di seguirli sulla montagna. Una loro resistenza potrebbe aver causato l' immediata reazione dei banditi.
LA RAPINA - È l' ipotesi tragicamente più banale, eppure confortata dai molti episodi che si sono verificati in questi giorni ai danni dei giornalisti di numerosi Paesi, pronti a qual che rischio pur di raggiungere le città appena liberate. Domenica, proprio nella stessa area, tre reporter francesi erano stati fermati, minacciati con il fucile puntato alla testa e derubati di tutto.
LA VENDETTA - «Vi faremo vedere quanto sa ppiamo resistere», è la minaccia di molti talebani disperati. Gente che non ha nulla da perdere, rabbiosa perché la jihad promessa è finita in poche settimane. Molti afghani della zona parlano della presenza di gruppi talebani sbandati sulle montagne . Quella zona sarebbe una delle ultime roccaforti degli scampati alla caduta di Kabul. Ma se gli autori dell' imboscata fossero davvero miliziani del regime, è difficile spiegare gli spari contro i giornalisti, destinati inevitabilmente ad attirare l ' attenzione proprio su quell' area.
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mercoledi, 21 novembre 2001
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Cade l' ultima speranza, trovati i corpi dei giornalisti uccisi

«La riconosco, è Maria Grazia Cutuli»: reporter spagnolo identifica a Jalalabad l' inviata del Corriere con le altre vittime dell' agguato afghano E' stata un' esecuzione: gli assassini, forse miliziani di Bin Laden, hanno sparato a raffica. Oggi le bare saranno portate a Islamabad in Pakistan

Sgomento in Italia e in tutto il mondo, centinaia di messaggi al nostro giornale. Silenzio e dolore a Catania nella casa dei genitori Cade l' ultima speranza, trovati i corpi dei giornalisti uccisi «La riconosco, è Maria Grazia Cutuli»: report er spagnolo identifica a Jalalabad l' inviata del Corriere con le altre vittime dell' agguato afghano E' stata un' esecuzione: gli assassini, forse miliziani di Bin Laden, hanno sparato a raffica. Oggi le bare saranno portate a Islamabad in Pakistan Le ultime speranze sono svanite: i corpi dei quattro giornalisti scomparsi in Afghanistan, caduti in un' imboscata sulla strada fra Jalalabad e Kabul, sono stati ritrovati. Tra loro, l' inviata del Corriere della Sera, Maria Grazia Cutuli, 39 anni. « E' lei». E' toccato a Eduard Sanjuan, giornalista di una tv spagnola, riconoscere Maria Grazia. Il suo corpo, raccolto da un' ambulanza scortata dai mujaheddin anti-talebani, è stato portato a Jalalabad con quelli delle altre tre vittime, Julio Fuent es del quotidiano madrileno El Mundo, Harry Burton e Azizullah Haidari, entrambi dell' agenzia Reuters. «Era come addormentata, il volto perfettamente intatto. Il viso chiaro e sereno», racconta Sanjuan. L' agguato. Lunedì gli assassini hanno messo i n atto una vera esecuzione: raffiche di kalashnikov a breve distanza, all' altezza del petto. La Procura di Roma ha aperto un' inchiesta per omicidio volontario: indagheranno gli stessi poliziotti del caso Ilaria Alpi. Il ritorno a casa. Oggi le bare verranno trasportate lungo la strada che collega Jalalabad a Peshawar, in Pakistan, e da qui alla capitale Islamabad. A recuperare la salma di Maria Grazia e di Julio Fuentes sarà un aereo militare italiano. A Catania, dove Maria Grazia era nata, la notizia del ritrovamento dei corpi è stata accolta con silenziosa compostezza: i genitori, le sorelle e il fratello avevano sperato fino all' ultimo. Sgomento in Italia e nel mondo da parte di autorità, di grandi organizzazioni, di semplici lettori: centinaia i messaggi inviati al nostro giornale per Maria Grazia.
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mercoledi, 21 novembre 2001
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Gettati contro una roccia, poi tanti colpi a bruciapelo

Andrea Nicastro

MASHEREQI (tra Kabul e Jalalabad) - Il luogo dell' esecuzione è in una gola ripida e stretta. Il fiume corre 20 metri a strapiombo sotto la strada. La roccia è chiara con venature rosse. C' è un piccolo ponte in pietra e cemento che i quattro giornal isti uccisi lunedì in Afghanistan non hanno avuto il tempo di attraversare. E poi c' è un angolo nella montagna, un anfratto che dalla strada praticamente non si vede. I loro corpi sono rimasti là per tutto il pomeriggio e tutta la notte. Solo al mattino di ieri, da Jalalabad, dal territorio ex talebano da dove i reporter provenivano, qualcuno ha finalmente deciso di venirli a prendere. Le macchie di sangue sono quattro, come quattro erano i giornalisti diretti a Kabul: due colleghi dell' agenzia di stampa Reuters, un giornalista di El Mundo, e l' inviata in Afghanistan del Corriere della Sera, Maria Grazia Cutuli. C' è una grossa macchia appena a 2 metri dalla pista tutta gobbe e polvere. Evidentemente il luogo dove è stato colpito uno dei quattro. Poi altre tre macchie uguali a quella, proprio nell' angolo di montagna lontano dalla vista di chi guida. Sono disposte come ai vertici di un triangolo, due davanti e una dietro, la più piccola verso la montagna. Forse due colleghi s i sono messi davanti a Maria Grazia come per difenderla, per farle da scudo. Non aiuta e non era presente alcun esperto per affermarlo, ma il pensiero restituisce per un attimo calore alla scena. Sulla roccia, all' altezza del petto, si vedono schegg iature. Per terra, nella sabbia, dappertutto, due metri davanti a dove sono caduti i giornalisti, decine di bossoli. Non sono morti in una colluttazione, per una raffica partita accidentalmente, sono morti perché qualcuno li ha spinti contro il muro e ha loro sparato. Ha sparato così da vicino e con così tanti proiettili che devono essere morti immediatamente. Come durante un' esecuzione. Partendo da Kabul, dall' area controllata dai mujaheddin, ci sono volute 29 ore per arrivare sin qua. Quasi 4 di viaggio e tutte le altre per ottenere una scorta e una guida che potesse aiutare nelle ricerche. Il giorno stesso del pluriomicidio nessuna autorità, né da Kabul né da Jalalabad, aveva davvero voluto muoversi. Il motivo è comprensibile: il canyo n è un posto ideale per le imboscate, dietro ogni curva ci può essere qualunque pericolo. Due blindati sovietici sfondati e arrugginiti ai lati della strada sono lì a ricordarlo. Nei giorni prima della tragedia tre auto di giornalisti erano state fer mate e rapinate in questo stesso tratto. Una anche il giorno della strage, proprio pochi minuti dopo. I soldati in borghese e i miliziani che il ministero dell' Interno mujaheddin ha finalmente assegnato hanno paura. Hanno i kalashnikov in mano ma ha nno paura. Chiedono di fare in fretta a raccogliere le prove necessarie e di andarsene velocemente. Il tratto di strada che possono controllare è minimo, saranno venti metri indietro e una dozzina avanti. Poi le curve tolgono visibilità. Al di là del fiume, sulla parete di roccia friabile che sovrasta il luogo dell' agguato ci sono centinaia di nascondigli per un uomo con un lanciarazzi. Il fatto che non si sappia ancora chi fossero gli assassini di Maria Grazia e degli altri ha reso pericolosa la loro ricerca e il loro recupero. Poi, raccontano i miliziani, c' è un villaggio al di là delle creste, verso il confine con il Pakistan, dove ci sono ancora talebani. Non afghani, ma arabi e punjabi, gli irriducibili. I bossoli raccolti dalla sabb ia sono di AK47, fucile mitragliatore kalashnikov, l' arma più diffusa in Afghanistan. A Surobì, il villaggio più vicino al luogo dell' imboscata in direzione Kabul, mezz' ora di auto, ogni uomo o ragazzino che passeggia ne ha uno a tracolla. Sulla v ia del ritorno, due adolescenti sventolano il kalashnikov per fermare un' auto del convoglio di ricerca. Uno dei comandanti locali che fanno da garanti si sporge dal finestrino per farsi riconoscere e sgrida il ragazzo. Quello abbassa docile il mitra , ma solo perché riconosce l' autorità dell' uomo, altrimenti, con degli stranieri, che cosa avrebbe potuto fare? I bossoli trovati sulla scena dell' esecuzione sono bruni e di una forma inconfondibile. Sono bossoli fabbricati in Pakistan. Un indizio , ma non una prova. È vero che le truppe talebane si rifornivano di munizioni pakistane, e che quelle mujaheddin avevano munizioni russe, ma nei bazar si trova di tutto e un integralista può sparare russo e un mujaheddin pakistano. È paradossa le, ma significativo del caos in cui versa il Paese, il fatto che a raccogliere queste osservazioni siano stati tre giornalisti e non degli inquirenti. Fa anche specie che la formazione del convoglio di soccorso sia stata un' iniziativa privata, in p rincipio ostacolata più che sostenuta dal governo. Laurent Madia, francese dell' agenzia Reuters, si è unito al Corriere per chiedere al ministero dell' Interno di rendere possibile la missione. Fondamentale, però, il contributo di un secondo collega italiano, Fausto Biloslavo de Il Giornale, che grazie agli ottimi rapporti personali con il ministro è riuscito a convincerlo. Quando i giornalisti vengono ricevuti, nell' ufficio privato del ministro dell' Interno Qanuni, ci sono cinque comandanti che stanno chiedendo rinforzi perché, sostengono, ci sono ancora troppi talebani nella loro area. Sarà una coincidenza, ma sono di Surobì, proprio il paese che, in quel momento, ancora solo delle voci, sostengono essere il più vicino al luogo dell' a gguato. Entra in ufficio anche il secondo degli emissari inviati da Qanuni per chiedere alla gente del posto che cosa sia successo. Nulla a che vedere con investigatori di polizia, l' uomo è più simile ad una spia. L' emissario riferisce che ci sono voci discordanti, e alcuni parlano di giornalisti uccisi, altri di tre portati sulla montagna. Anche Qanuni si convince che ci sono abbastanza ragioni per andare a vedere di persona e autorizza il piccolo convoglio. Una volta a Surobì, alle tre auto iniziali se ne aggiunge una quarta, carica di miliziani del comandante Gulroze, il leader del villaggio e responsabile dell' operazione. Il comandante raccoglie informazioni e parte sicuro di trovare qualcosa. Superato Surobì, la strada verso Jalalab ad s' incunea in una gola, supera una sorta di taverna per camionisti - «Mashreqi», dice il cartello -, un posto di guardia del comandante Gulroze e in trenta minuti arriva al ponticello della strage. Su uno dei pilastrini c' è una scritta: «Aglu, un hcr, feb 97» (l' Unhcr è l' Alto Commissariato dell' Onu per i rifugiati, ndr). Questa è terra di nessuno. Non la controlla il comandante Gulroze e non la controlla il nuovo governatore di Jalalabad Hagi Qadir. Entrambi erano profughi nella valle del Panshir, sotto la protezione del Fronte Unito mujaheddin, fino a una settimana fa. Ora si sono insediati come capiarea, al posto dei leader talebani fuggiti, ma la fedeltà della loro stessa gente è dubbia. A Surobì non possono uscire dall' auto con i vetri oscurati per non «eccitare» l' ambiente di stretta osservanza talebana. Non si vede una sola donna al bazar, solo gli uomini: colpa degli insegnamenti del mullah Omar, fondatore del movimento degli studenti del Corano. A Surobì c' erano stati i colleghi presi a sassate e a male parole nei giorni scorsi. Solo perché non afghani. Ieri invece il comandante Gulroze faceva da garante per gli ospiti e non è successo nulla. Neppure nella terra di nessuno. Ieri. Lunedì le due auto dei giornalist i sono andate incontro al massacro. Una raffica vicino alla strada, altre contro l' angolo di roccia. Quattro vite mangiate in un attimo.
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mercoledi, 21 novembre 2001
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Un' esecuzione dietro le rocce

Fausto Biloslavo

SOROBI (Afghanistan) - Non l'abbiamo notata subito, rappresa nella polvere, ma la striscia di sangue che porta dietro ad una roccia è il primo macabro segnale di una barbara esecuzione. Sotto i colpi di assassini senza volto sono finiti i quattro giornalisti, che si erano avventurati lunedì mattina sulla strada da Jalalabad a Kabul. Seguiamo la traccia scura con il cuore in gola e scopriamo che in una rientranza della parete a picco sui tornanti ci sono tre laghi di sangue. I corpi di Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes, Harry Burton ed Hazizullah Haidari, uccisi ventiquattro ore prima, sono stati appena portati via dai mujaheddin in direzione di Jalalabad. Chiusi in quattro bare di legno chiaro, verranno trasferiti, oggi, in Pakistan. La quarta vittima è stata finita cinque metri di fronte agli altri, quasi fosse stata costretta prima di morire ad assistere alla mattanza.
Dalle tracce rimaste sul terreno la dinamica della strage è raccapricciante. Li hanno fermati all'imboccatura di un ponte, costruito con i fondi dell'Onu nel 1997, dove la gola è orrida, senza sbocchi e la strada corre a picco su un fiume. Qua e là giacciono ogni tanto le carcasse dei vecchi blindati dell'invasione sovietica degli anni ottanta caduti nelle imboscate dei mujaheddin. La piccola garitta ed una rudimentale postazione dall'altro lato del ponte sono abbandonate, ma all'arrivo delle due jeep dei giornalisti dovevano essere presidiate dagli assassini. Le prime gocce di sangue distano dalla strada 5-7 metri, segno che i poveretti sono stati tirati giù dalle macchine ed uno si è beccato immediatamente una fucilata. Subito dopo hanno allineato il ferito con altri due, dietro la roccia, falciandoli a raffiche di kalaschnikov. Tutt'attorno sono sparsi dei bossoli di AK47, il fucile mitragliatore russo adottato dalle guerre del terzo mondo. Probabilmente gli "infedeli", compresa la povera Maria Grazia, doppiamente colpevole in quanto donna, sono stati giustiziati per primi. Quasi sul greto del fiume si espande nella polvere un'altra macchia rosso scuro. Forse al fotografo afghano è stato dato il tempo di pregare prima di morire.
Il luogo della strage si trova a mezz'ora di macchina verso sud da Sorobi, un grande villaggio fra Kabul e Jalalabad. Per percorrere la strada maledetta assieme ad Andrea Nicastro del Corriere della Sera e Laurent Mamida dell'agenzia giornalistica Reuter i mujaheddin ci hanno nascosto dietro i finestrini oscurati di un mezzo del ministero degli Interni. Per non farci vedere dai locali, fra i quali si annidano sicuramente gli assassini, abbiamo dovuto addirittura mangiare dentro l'abitacolo. Nell'ultimo tratto di strada si ha l'impressione di entrare in una terra di nessuno e difatti la scorta è aumentata con ragazzotti pronti a tutto. I mujaheddin vanno a colpo sicuro, anche se quando ci fanno scendere cominciano a guardare oltre il parapetto, verso il fiume o sotto il ponte, prima di scoprire il luogo dell'esecuzione, invisibile dalla strada. Il comandante Gul Roz, un pasthun che sembra lo zio bonaccione con la barba bianca, è preoccupato e ci concede solo dieci minuti per capire cosa è accaduto. Lui, in realtà deve sapere tutto fin da ieri, perché è il poliziotto più alto in grado della zona. Fino ad una settimana fa portava il turbante talebano, ma oggi ha il pacul, il copricapo tradizionale dei mujaheddin del nord che hanno conquistato la capitale. Lo abbiamo incontrato al ministero degli Interni, dove si lamentava che "Arabi e pakistani continuano a girare impunemente armati a Sorobi e dintorni. Come faccio a cacciarli se non ho gli uomini sufficienti?. Il ministro degli Interni, Yunes Qanooni, che a Kabul ha assunto i pieni poteri gli ha promesso due brigate e a noi giornalisti un'adeguata scorta per recarci sul luogo dell'agguato. In mattinata era giunta una notizia che ci faceva ancora sperare: dei testimoni sostenevano di aver visto alcuni occidentali costretti a inerpicarsi sulle montagne prigionieri dei banditi. Purtroppo non era vero e secondo Qanooni non si è trattato di una mera rapina finita in tragedia, ma di di un'imboscata con tanto di segnalazione via radio dell'arrivo del convoglio. "In quella zona opera un criminale che si chiama Esad e controlla 200-300 uomini - spiega l'uomo forte dei mujaheddin - Faceva parte dell'Hezbi i Islami e poi ha sposato la causa dei talebani. Ora il Pakistan lo utilizza per continuare a minare la sicurezza del paese". Fin dai tempi dell'invasione sovietica i guerriglieri dell'Hezbi, fondato dal falco Gulbuddin Hekmatyar, avevano rapito giornalisti occidentali e pure ucciso un collega che lavorava per la Bbc, ma di nazionalità afghana. Fra i monti circostanti il luogo della strage vivono annidati degli arabi con le loro famiglie, ma il sospetto più atroce è che i giornalisti massacrati siano stati fermati da ex talebani passati con i mujaheddin, che magari controllano quella parte di strada maledetta e odiano gli stranieri. Questo, purtroppo, è l'Afghanistan.
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martedi , 20 novembre 2001
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«Hanno costretto l' autista a recitare: Allah è l' unico Dio»

Alessandra Coppola

Nella carovana di giornalisti in viaggio da Jalalabad a Kabul c' era anche Roser Oliver e la sua troupe della televisione catalana TV3. Poche vetture avanti, viaggiava la jeep d ell' inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli. «All' inizio eravamo noi in testa al convoglio - racconta Roser, al telefono da Jalalabad -. Dopo mezz' ora di viaggio la loro automobile ci ha superato: era più leggera della nostra e andava più veloce. Passando avanti Maria Grazia mi ha salutato dal finestrino: è stata l' ultima volta che l' ho vista». Che cosa è successo dopo? «Era passata un' ora circa, quando abbiamo visto le vetture che erano davanti a noi venirci incontro a tutta velocità. Da un finestrino qualcuno ha fatto con la mano il segno della pistola. "Scappiamo - ha gridato la nostra guida - stanno sparando ai giornalisti"». Quando vi siete resi conto che Maria Grazia e gli altri (Julio Fuentes del Mundo, due colleghi della Reut ers e l' interprete) erano rimasti a terra? «Non subito. La loro jeep era tra le macchine in fuga, non ci siamo accorti che non aveva passeggeri. Siamo scappati in direzione di Jalalabad per circa un' ora, finché abbiamo trovato un posto che ci è sem brato sicuro e ci siamo fermati. E' stato allora che il loro autista ci ha spiegato che cosa è successo». Che cosa ha raccontato esattamente l' autista? «Ha detto che l' auto è stata bloccata da sei uomini armati, che hanno intimato ai passeggeri di lasciare la jeep e di salire verso un' altura a margine della strada. Maria Grazia e gli altri sono scesi dall' auto ma, attraverso l' interprete, hanno spiegato che erano giornalisti e che non avevano intenzione di seguirli. A questo punto, secondo l' autista, gli uomini armati si sono esplicitamente qualificati come talebani: "Dicono che siamo finiti. Non è vero: i talebani sono qui". Hanno costretto l' autista a recitare il primo precetto dell' Islam: "Allah è l' unico Dio e Maometto è il suo profeta", probabilmente perché dimostrasse di essere musulmano. E l' hanno lasciato andare. Ma prima di girarsi e fuggire in macchina, l' autista ha fatto in tempo a vedere i "talebani" tirare pietre ai giornalisti, a Maria Grazia in particolare, e sparare. L' ultima cosa che ha visto sono i corpi che cadevano. Poi è salito sulla jeep ed è andato via». La notte prima di partire tu e Maria Grazia avete dormito in stanza insieme. Avevate parlato di questo viaggio verso Kabul? «Maria Grazia ha dec iso di aggregarsi alla carovana all' ultimo momento. Non le sembrava avesse senso andare a Kabul dove il Corriere ha già un inviato. Ma Jalalabad è diventata un posto molto insicuro. In strada sono tutti armati di kalashnikov, c' è aria di guerra civ ile. La maggior parte dei giornalisti era già andata via. E anche noi, gli ultimi rimasti, stavamo lasciando Jalalabad. E' stato questo a convincerla».
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mercoledi, 21 novembre 2001
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La firma di sangue, Al Qaeda o i talebani

L' autista degli inviati uccisi: gli assalitori erano vestiti da studenti coranici. Disperso uno dei traduttori

Gianluca Di Feo

AGGUATO AI GIORNALISTI LE INDAGINI Ancora molti punti oscuri per la ricostruzione dell' imboscata al convoglio compiuta lunedì mattina Il luogo della trappola mortale è al confine tra la zona controllata dai tagiki e quella in mano ai ribelli pashtun * La firma di sangue, Al Qaeda o i talebani L' autista degli inviati uccisi: gli assalitori erano vestiti da studenti coranici. Disperso uno dei traduttori Predoni, talebani o volontari arabi di Osama Bin Laden. La polvere della «terra di nessuno» r ende ancora difficile la ricostruzione dell' agguato in cui hanno perso la vita Maria Grazia Cutuli e gli altri tre giornalisti. I testimoni diretti dell' esecuzione descrivono gli assassini come studenti delle scuole coraniche: una pattuglia di irri ducibili che odiano gli occidentali. Ma il capo della polizia locale e un ufficiale talebano che si è consegnato ieri nella stessa zona sono concordi nell' indicare gli uomini di Al Qaeda come responsabili. «No, sono soltanto dei ladri - replica Haji Shershah, il comandante degli insorti di Jalalabad che ha diretto il recupero dei corpi - che tentano di gettare la colpa sui talebani». Nessuno però ha il controllo di quel territorio, che è sul confine tra la regione nelle mani dei tagiki dell' Al leanza del Nord e quella di Jalalabad, occupata da ribelli di etnia pashtun. Da secoli quella è la strada delle imboscate. In questi giorni vi sono segnalati guerriglieri di cinque differenti fazioni, alcune delle quali dedite alla rapina. E di sicur o, lì operano unità militari rimaste fedeli ai mullah. Lunedì pomeriggio la colonna di trecento miliziani partita dal Nord sarebbe stata bloccata dal fuoco di mitragliatrici. Dopo il tramonto, è stata fatta saltare la linea elettrica che dalla diga d i Sarobi alimenta Kabul. Proprio nei dintorni di Sarobi si trova il ponte dove è scattata la trappola. Il convoglio di venti giornalisti con otto veicoli era partito all' alba di lunedì da Jalalabad. Lungo il percorso, segnato da tornanti e rapide sa lite, le auto si erano distanziate. Poco dopo mezzogiorno la seconda e la terza vettura sono arrivate al ponte dove si erano appostate sei persone armate. In un' auto c' erano Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes di El Mundo, l' autista afghano Turyali e il traduttore Muhammad Farooq. Nell' altra i due reporter della Reuters Harry Burton e Aziz Haidari, l' autista Ashiquallah e l' interprete Houmayun. I quattro giornalisti sono stati uccisi, l' interprete Houmayun è considerato disperso, gli altri tre si sono salvati e le loro testimonianze costituiscono l' unico punto di riferimento. Il racconto più dettagliato è quello di Ashiquallah, confermato dagli altri due superstiti. I sei uomini indossavano gli abiti lunghi tipici degli studenti cora nici: turbanti neri e barbe folte. «Hanno detto: "Non andate oltre, ci sono scontri in corso con i talebani". Ma in quel momento è sopraggiunto un autobus proveniente da Kabul. Il guidatore ci ha gridato: "La strada è libera". Allora abbiamo pensato che si trattasse di ladri e tentato di fuggire. Ma loro ci hanno fermato puntando le armi». Turyali, l' altro autista, aggiunge che due parlavano il pashto, il dialetto della regione meridionale e dei talebani: «Hanno ordinato a tutti di scendere. Po i hanno detto a noi afghani di andare via e agli occidentali di seguirli in montagna. Quando i giornalisti hanno fatto resistenza, li hanno colpiti con il calcio dei kalashnikov; poi uno ha preso una pietra e l' ha lanciata contro un reporter». Prose gue Ashiquallah: «Hanno urlato: "Cosa credete, che i talebani siano finiti? Siamo ancora al potere e avremo la nostra rivincita!". Hanno sparato prima alla donna italiana e poi a uno degli uomini. Io sono fuggito». Dichiara l' interprete Farooqi: «Mi sono mosso subito per salvarmi, li ho visti tirare delle pietre. Poi ho sentito delle raffiche di kalashnikov, tre o quattro». Le testimonianze dei superstiti arrivati a Jalalabad non dicono nulla sulla sorte dell' altro traduttore, Homuin, ufficial mente disperso. Il corpo non è stato trovato: ha seguito gli assassini, è stato ammazzato anche lui o si è nascosto in un villaggio? La sua scomparsa potrebbe anche alimentare l' ipotesi di un' esecuzione mirata, destinata a eliminare Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes e i due della Reuters per i loro servizi sui depositi di ordigni chimici di Bin Laden. Ma è un' eventualità che al momento non trova riscontri. Anche perché nello stesso punto ci sono state altre imboscate. Domenica un giornalista francese è stato rapinato. E lunedì pomeriggio sei persone, probabilmente lo stesso commando omicida, hanno cercato di fermare Chris Tomlinson dell' Associated Press: «Hanno gridato al mio autista: "Perché ti sei tagliato la barba?!". Io gli ho detto di correre via e siamo fuggiti». Un' altra auto più tardi è stata colpita da due pallottole. Il capo della polizia del distretto locale di Nangahar, Hazrat Alì, non ha dubbi: «I giornalisti sono stati uccisi dagli arabi che combattono per Osama». Una versione che è stata ribadita dal capo talebano Sami Urda, che ieri mattina si è arreso nella zona con i suoi venti soldati: «So che è colpa degli arabi».
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mercoledi, 21 novembre 2001
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«Lo riconosco, è il volto di Maria Grazia»

I corpi dei quattro giornalisti assassinati sono stati recuperati all' alba e trasportati a Jalalabad «Ci hanno mostrato solo il viso: era intatto, leggermente girato a sinistra»

Alessandra Coppola

AGGUATO AI GIORNALISTI LA CRONACA «Oltre ottanta mujaheddin hanno scortato l' ambulanza con le salme dei nostri colleghi» «All' interno della vettura i cadaveri erano stati nascosti da coperte. Ma attraverso il finestrino abbiamo subito visto Julio» * «Lo riconosco, è il volto di Maria Grazia» I corpi dei quattro giornalisti assassinati sono stati recuperati all' alba e trasportati a Jalalabad E' stato Eduard Sanjuan a riconoscerla. Non c' erano più inviati italiani a Jalalabad ed è toccato a lu i, spagnolo di Barcellona. Hanno aperto la bara all' altezza del viso e lui ha confermato: «E' Maria Grazia». Lo racconta in lacrime al telefono dall' Afghanistan: «Era come addormentata, il volto perfettamente intatto, leggermente inclinato a sinist ra. Mi dispiace che debba essere io a descriverlo». Erano insieme a Jalalabad: il catalano Eduard, Cristina, Roser e gli altri della catalana Tv3, con Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera e Julio Fuentes di El Mundo. Insieme avevano deciso di restare in quella «terra di nessuno», nonostante il senso di insicurezza, le minacce notturne di mujaheddin armati fuori controllo, l' inquietante rumore di spari a ogni ora del giorno. Nonostante il rientro in Pakistan della maggior parte dei loro c olleghi, tra venerdì e sabato. («Troppo pericoloso - aveva detto l' inviata del Clarín Maria Laura Viñolo - Sono stata in Bosnia, in Kosovo, in Colombia, ma non mi sono mai trovata in una situazione di così totale anarchia»). Avevano diviso in cinque due stanze d' albergo, lo yogurt con la marmellata di albicocche la mattina - non c' era altro per fare colazione -, lo stress per satellitari, computer e batterie che in un posto come Jalalabad non è facile far funzionare. Insieme avevano deciso di partire per Kabul, lunedì mattina. In un certo senso erano stati i catalani a convincerli. Julio e Maria Grazia erano rimasti incerti fino all' ultimo momento. Ancora la mattina della partenza erano indecisi. Poi si erano convinti («Da Kabul potrei provare a raggiungere Kandahar», aveva detto Maria Grazia a Roser). Ma c' era ancora un problema: non riuscivano a trovare una macchina. Alla fine l' avevano trovata, giusto prima che la carovana partisse. Una macchina buona, una Toyota Corolla, più leggera delle altre che portavano molte attrezzature e telecamere; più veloce, passata agilmente in testa al convoglio. Era ancora tra le prime vetture quando è stata bloccata un paio d' ore e 80 chilometri più a sud, da quei sei uomini armati che ha nno fatto fuoco. «Li hanno ritrovati esattamente lì dove erano stati fermati - racconta Eduard -, almeno così ci hanno detto, in un luogo a metà strada tra Jalalabad e Kabul che si chiama Dabalai Obo. Questa mattina all' alba (ieri per chi legge, ndr ), ancora con il buio, da Jalalabad è partita un' ambulanza scortata da oltre ottanta mujaheddin armati. Sono stati loro a raccogliere i corpi dei quattro colleghi. Dell' interprete che viaggiava sulla stessa jeep, invece, non si sa nulla». Guidava i l gruppo il comandante anti-talebano Haji Shershah: nessun incidente durante il percorso - ha raccontato al suo rientro - nessuna sparatoria, nessun incontro con banditi armati nascosti sulle montagne: una missione senza intoppi. «Noi giornalisti - c ontinua Eduard - siamo stati avvertiti del ritorno della carovana con l' ambulanza da un comandante mujaheddin: vista l' ora in cui sono partiti, ci ha detto, saranno ormai sulla via del ritorno. Era ancora mattina. Dall' hotel in cui eravamo concent rati, ci siamo avviati verso l' ospedale centrale di Jalalabad». L' ambulanza è arrivata. Preceduta da una grande confusione, gente che correva, decine di macchine di miliziani armati. «Ci siamo avvicinati. La vettura aveva i vetri trasparenti, ma i corpi all' interno erano nascosti da coperte. Il collega della televisione pubblica spagnola, però, José Antonio Guardiola, dal finestrino è riuscito a vedere il volto di Julio». L' ambulanza è entrata all' interno dell' ospedale e il gruppo dei gior nalisti - una ventina tra reporter, fotografi e cameramen - è rimasto fuori. «Ci hanno chiesto di aspettare che ricomponessero i corpi per il riconoscimento - racconta Eduard -. Non volevano che li vedessimo prima. Abbiamo formato una delegazione di quattro persone: io, una ragazza amica di Harry, un britannico dell' Aptn, un afghano che conosceva bene il fotografo della Reuters. A me è stato affidato il compito di riconoscere il corpo di Maria Grazia. Gli altri colleghi catalani, che pure aveva no fatto amicizia con lei, non se la sono sentita». La delegazione così composta è stata condotta in una stanza dell' ospedale. «A terra c' erano quattro bare: quattro casse rettangolari di legno grezzo chiaro. Hanno aperto la prima, solo un quadrato all' altezza del viso. La ragazza che era con noi ha riconosciuto Harry Burton, il cameraman australiano della Reuters. Hanno aperto la seconda: ho visto il volto di Julio. Nella terza c' era Maria Grazia. Ho guardato il suo viso: chiaro, sereno, gl i occhi chiusi come se stesse dormendo, il capo un po' inclinato a sinistra. Era lei. Ho fatto cenno di sì con la testa. L' ultima cassa conteneva il corpo di Aziz Haidari, fotografo della Reuters, come ha confermato l' afghano della delegazione. Non ci hanno fatto firmare nulla: alla loro burocrazia è bastata una dichiarazione a voce. Hanno richiuso le casse e le hanno portate fuori per mostrarle anche agli altri giornalisti. Abbiamo preteso che restassero sigillate, che nessuno tra i fotografi e i cameramen del gruppo riprendesse i corpi. Cinque minuti dopo li hanno riportati nell' ospedale». In quel posto Maria Grazia non dovrà restare ancora a lungo. Questa mattina un' ambulanza della Croce Rossa internazionale la riporterà in Pakistan. E di lì rientrerà in Italia. «Partiranno presto - dice Eduard - credo intorno alle otto del mattino (le quattro e mezzo di notte in Italia, ndr)». Il personale della Croce Rossa ha chiesto che il convoglio non sia accompagnato da uomini armati. «Tem ono che questo possa solo creare problemi - spiega il reporter catalano - che possa essere un rischio più che una protezione». Gli unici giornalisti al seguito saranno gli americani della Cnn e dell' Aptn (la televisione dell' Associated Press). I co rpi saranno condotti fino alla frontiera con il Pakistan e a Peshawar saranno consegnati alle autorità pakistane, che li porteranno nella capitale, Islamabad, da dove poi raggiungeranno ognuno il proprio Paese d' origine. E voi, Eduard, Roser, Cristi na, che cosa farete adesso? «Siamo sconvolti, stanchi, increduli. Non abbiamo fatto che lavorare, preparare i nostri servizi, parlare al telefono con giornalisti e amici. Non abbiamo avuto il tempo di fermarci a ragionare su che cosa ci convenga fare . Ma una cosa è certa: qui non ci vogliamo restare. Qualche ora dopo la partenza dell' ambulanza della Croce Rossa, andremo via anche noi, verso Peshawar. E andranno via anche gli altri giornalisti rimasti. Tutti via da questo Afghanistan».
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mercoledi, 21 novembre 2001
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Prime pagine sulla stampa estera «Uccisi perché cercavano la verità»

Alessio Altichieri

Prime pagine sulla stampa estera «Uccisi perché cercavano la verità»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE LONDRA - Maria Grazia Cutuli era ieri sulla prima pagina del Daily Telegraph, con un «hijab» giallo che le avvolge testa e spalle, ripresa solo pochi mesi fa a Bamiyan tra uomini che la guardano con curiosità: una grande fotografia, sotto un titolo a tutta pagina sulla tragedia dei giornalisti assassinati, per la donna che stupiva col suo coraggio pure gli afghani che la vedevano arrivare tr a loro. Anche il Sun, il tabloid più diffuso, ha in prima pagina una foto della giornalista, dietro grandi occhiali da sole: e, per quattro milioni e mezzo di lettori, la definisce «vittima di banditi talebani». Poi, in uno dei minuscoli editoriali, esprime «solidarietà di tutto cuore» ai parenti e ai colleghi dei giornalisti uccisi. I giornali inglesi, con maggiore sensibilità della Bbc che ha quasi ignorato la notizia, sono infatti sconcertati dall' assassinio di quattro giornalisti. L' Independent, che porta anch' esso in prima pagina una grande foto di Maria Grazia Cutuli, sottolinea i pericoli dei corrispondenti di guerra in Afghanistan, visto che ci sono ancora 1.500 arabi affiliati ad Al Qaeda nella regione a sud di Jalalabad. Pericoli difficili da prevenire, osserva il Telegraph, se due degli uccisi, l' australiano Harry Burton e l' afghano Azizullah Haidari, un mese fa avevano seguito un corso di sopravvivenza cui vengono inviati anche i giornalisti della Bbc: ma nulla si può contro «l' imprevedibilità» del giornalismo di guerra, dice la National Union of Journalists. Sul Daily Mail, sotto il titolo «Massacrati per avere cercato la verità», l' inviato del giornale, Peter Allen, riferisce l' ultimo colloquio con Mar ia Grazia Cutuli, alla partenza da Jalalabad. La giornalista gli disse che per lei era «un dovere con la comunità internazionale» arrivare a Kabul. Ma aggiunse un commento scherzoso: «Il mio unico problema è che fa freddo e ho solo un soprabito di ca shmere da mettermi: completamente sbagliato per l' Afghanistan». Allen aveva condiviso con lei molte zuppe di cavolo e di riso, un piatto afghano che fa gola a pochi. Eppure Maria Grazia gli diceva che «stare a casa tutto il giorno vuol dire n on avere una vita». E aggiungeva: «Ci sono rischi e pericoli nel nostro mestiere, ma tutta la vita è rischio e pericolo». Così lunedì è salita su un' auto «dalle gomme lisce» con Julio Fuentes e l' interprete Aziz Ali, e ha salutato Allen per l' ulti ma volta. Tutti i giornali hanno parole deferenti, compreso il Times che, in un editoriale, dice che i giornalisti caduti «meritano d' essere ricordati con particolare rispetto». Ma è il Guardian, con poche parole, a fare il ritratto più preciso dell a giornalista italiana. Eccolo: «Maria Grazia Cutuli, 39 anni, era uno dei più eminenti corrispondenti di guerra italiani, che prima dell' Afghanistan aveva svolto servizi in Cecenia, in Africa e nei Balcani. Lavorava per il Corriere della Sera, il q uotidiano italiano con la maggiore diffusione e la maggiore autorevolezza. Il suo ultimo servizio era annunciato ieri in prima pagina. "Maria Grazia era una ragazza in gamba, altrimenti non sarebbe stata mandata laggiù", ha detto sua madre, Agata D' Amore, 74 anni». Proprio così.
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mercoledi, 21 novembre 2001
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Silenzio e dolore nella casa dei genitori

Dopo una notte di ansia svanisce l' ultima speranza. Il direttore del Corriere dalla famiglia a Catania

Felice Cavallaro

DAL NOSTRO INVIATO CATANIA - E quando l' ultimo, esile filo di speranza di potere ancora ricevere un segno da Maria Grazia s' è spezza to definitivamente, da via Solferino, il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli ha preso un aereo per correre a Catania, dai genitori della cronista caduta sul fronte dell' informazione. Un volo carico di angoscia, accanto a Donata, l a sorella più piccola di Maria Grazia. Con i vicedirettori Paolo Ermini e Massimo Gaggi. E con Paolo Valentino, il corrispondente da Berlino che di Maria Grazia era cugino, collega, un po' maestro. Eccoli tutti in un tristissimo pomeriggio all' ombra di un Etna cupo, nell' appartamento sulla collina di via del Bosco dove Maria Grazia ha trascorso la sua giovinezza, fra soggiorno, studio e corridoi stipati di amici e parenti. Un abbraccio commosso, prima sosta di un lungo viaggio perché quello st esso gruppo è pronto a partire stamane per il Pakistan con un aereo della presidenza del Consiglio. «Andiamo a riprenderla», dice de Bortoli alla mamma e al papà di Maria Grazia parlando di questa inviata che il Corriere perde nel peggiore dei modi: «Abbiamo cercato di legarci a quel filo di speranza di cui ha parlato anche lei in Tv, signora. Ho continuato ad usare, finché possibile, il presente, a pensare che Maria Grazia fosse ancora tra di noi. Ma dobbiamo arrenderci e andarla a riprendere». Le mani di de Bortoli stringono quelle di una madre in pena: «Ho pensato di avere sbagliato non raccomandando prudenza a sufficienza. Ma come si fa a dire ad un giornalista di razza di non stare sulla notizia?». E il quesito lo smorza questa donna c apace di vivere un dolore infinito con una compostezza esemplare: «Ma lo sa, direttore, che nemmeno io potevo dire a Maria Grazia di stare attenta, di tornare... No, non si poteva». Comprende la mamma di Maria Grazia che non si poteva porre argini al «grande coraggio» di «una valente giornalista che rimarrà segnata per sempre nei ricordi del Corriere della Sera», come ha scritto Cesare Romiti, il presidente della Rcs, in una lettera ai genitori consegnata da de Bortoli. Legge commossa, lei. Poi si informa sui tempi, apprende che con lo stesso aereo di Maria Grazia tornerà in Europa anche il corpo del giornalista spagnolo Julio Fuentes, che forse per ragioni burocratiche bisognerà fermarsi un giorno, due o di più, a Roma, prima di poter prep arare l' ultimo saluto a Catania. E ad ogni domanda, ad ogni risposta, la signora Tina volge lo sguardo al marito, Pippo Cutuli, il preside in pensione che non può parlare perché i postumi di una malattia glielo impediscono. Ma lui parla con gli arti coli della sua piccola che ha ritagliato in questi mesi tirandoli fuori da un cassetto, felice quando apprende che il Comitato di redazione ha chiesto di pubblicarli in un libro. E poi prende un suo libro di poesie, regalandolo a Ferruccio de Bortoli . Un libro struggente perché ogni verso sembra adesso scritto per Maria Grazia, anche se è dedicato al fratello del professore, Vito, perduto a 17 anni, nel 1939, in un incidente stradale che è un paradosso nella tragedia perché morì incrociando in b icicletta un convoglio governativo sulla strada fra Giarre ed Acireale durante una visita ufficiale di Mussolini in Sicilia. E dal cassetto vengono fuori le lettere dei gerarchi che si discolpavano per quel corpo lasciato per strada mentre il convogl io proseguiva. Il racconto di quest' uomo senza più lacrime è fatto con un indice nervoso che scorre fra le righe, fra versi sulla vita «in cui lasciam profumo, colore, beltà, il fiorire di ogni desiderio, le illusioni, i sogni, le speranze...». Non parla papà Cutuli, ma questo è un grido che lacera l' anima, vittima di una ingiustizia senza fine, costretto a scegliere l' ultima dimora, ad indicare il cimitero di Santa Venerina, il paesino arroccato ai piedi dell' Etna dove lui è nato e dove vor rà tornare un giorno accanto alla sua bambina caduta lontano, troppo lontano da casa. Felice Cavallaro La strada per il ritorno
RITROVAMENTO Le salme di Maria Grazia Cutuli e degli altri colleghi caduti nell' imboscata di lunedì mattina sono arrivate ieri a Jalalabad a bordo di ambulanze. Erano state recuperate da «comandanti locali» dell' Alleanza del Nord sulla strada che conduce a Kabul. I corpi sono stati identificati dai giornalisti presenti a Jalalabad
IN PAKISTAN Oggi le bare verranno nuo vamente trasferite e, salvo imprevisti, la Croce Rossa si incaricherà di portarle via terra in Pakistan, probabilmente a Islamabad
L' OMAGGIO Il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, che oggi andrà in Pakistan per riportare a casa il corpo di Maria Grazia, ieri si è recato a Catania, per incontrare i familiari della giornalista. «Sono venuto qui a rendere omaggio alla memoria di Maria Grazia Cutuli, giornalista che fa onore a questo mestiere», ha detto de Bortoli.
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mercoledi, 21 novembre 2001
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Indagheranno i poliziotti del caso Ilaria Alpi

Roma, aperta un' inchiesta della Procura sulla morte di Maria Grazia Cutuli: omicidio volontario Il lavoro degli inquirenti si annuncia difficile: finora sono pochi gli elementi utili

Flavio Haver

Indagheranno i poliziotti del caso Ilaria Alpi Roma, aperta un' inchiesta della Procura sulla morte di Maria Grazia Cutuli: omicidio volontario ROMA - Gli interrogatori dei giornalisti testimoni dell' agguato e la ricerca degli autisti e degli interp reti che erano nel convoglio. Sono questi i primi passi dell' inchiesta aperta ieri dalla Procura di Roma per tentare di individuare gli assassini di Maria Grazia Cutuli. Un' indagine per omicidio volontario che si presenta difficile, sia perché l' a gguato è avvenuto in un Paese in cui non esistono regole né tantomeno interlocutori istituzionali, sia per la zona in cui è stato portato a termine, lontano dai centri abitati. Gli accertamenti sono stati affidati agli stessi funzionari della Digos c he riuscirono a rintracciare e a portare in Italia uno dei somali del commando che nel marzo del ' 94 ha ucciso a Mogadiscio l' inviata del Tg3 Ilaria Alpi e l' operatore Miran Hrovatin. Rimane irrisolto, invece, il delitto di Antonio Russo, il giorn alista di Radio Radicale ucciso in Cecenia: «Speriamo che le indagini sull' omicidio di Maria Grazia abbiano un altro risultato», ha osservato il direttore dell' emittente Massimo Bordin.
I TESTIMONI - Da ieri sono cominciate le verifiche disposte da l procuratore aggiunto Italo Ormanni e dal pm Federico De Siervo. Quest' ultimo fa parte del pool antiterrorismo che sta indagando anche sugli attacchi a New York e Washington dell' 11 settembre attribuiti a Osama Bin Laden. La caccia agli uomini che hanno ucciso Maria Grazia Cutuli e gli altri colleghi è cominciata con l' apertura del fascicolo per omicidio volontario. I pm hanno aspettato che dal ministero degli Esteri arrivasse la comunicazione ufficiale della morte della giornalista del Corr iere della Sera e poi hanno convocato i funzionari della Digos. Ai poliziotti spetta il compito di individuare tutte le persone che hanno assistito a quello che è accaduto nei pressi di Sarobi, a 55 chilometri da Kabul. I nomi di numerosi giornalisti che facevano parte del convoglio sono stati già messi a fuoco sfruttando i ritagli di giornali ed i «takes» delle agenzie che hanno raccolto le loro testimonianze. Gli agenti cercheranno elementi utili per arrivare all' identificazione degli interpr eti e degli autisti dei veicoli della carovana partita da Jalalabad: nel mirino è soprattutto il guidatore dell' auto sulla quale erano Maria Grazia e il collega di El Mundo, il cameraman e il fotografo della Reuters. Ai cronisti a cui ha raccontato quello che era accaduto si è presentato come Ashiquallah: troppo poco per rintracciarlo ma i poliziotti, sfruttando le testimonianze degli altri inviati in Afghanistan, sperano di trovarlo. E di interrogarlo: dovrà spiegare per quale motivo i sei gue rriglieri armati e vestiti con abiti lunghi e turbanti gli hanno risparmiato la vita.
LE IPOTESI PER L' OMICIDIO - Tentativo di rapina o vendetta? Sono questi i quesiti attorno a cui ruota l' inchiesta. Gli elementi in mano agli investigatori sono sc arni. Finora hanno solo la ricostruzione fatta attraverso il racconto del conducente dell' auto sulla quale si trovava Maria Grazia Cutuli. Ma le testimonianze degli altri giornalisti presenti nella zona possono essere determinanti per dare una svolt a alle verifiche. Prime fra tutte, quelle di un gruppo di inviati greci che viaggiava dietro al convoglio e che sono stati salvati dal loro autista, e di Michael Lev, del Chicago Tribune. «Un gruppo di ragazzi ci è venuto incontro correndo e gridando che tre giornalisti erano stati uccisi. "Tornate indietro, tornate indietro", ci hanno urlato», ha ricordato Nikos Vafiadis, della televisione greca Antenna. Ma l' allarme era tardivo: «Siamo stati trascinati fuori dalla nostra vettura e ho provato la sensazione che toccasse a noi - ha aggiunto Vafiadis - ma il nostro autista ci ha salvato la vita dicendo loro che eravamo musulmani».
LE PISTE - La pista che porta a banditi in cerca di facili rapine è quella che attualmente seguono gli inquirent i. Ma, come ha sottolineato il procuratore Salvatore Vecchione, non sarà tralasciata alcuna strada. Compresa quella che porta ad una ritorsione per l' ultimo scoop di Maria Grazia Cutuli e del collega di El Mundo Julio Fuentes, un deposito di gas Sar in in una ex base di Al Qaeda. Un' altra porta ad un gruppo di miliziani arabi legati a Osama Bin Laden: l' accusa è di Sami Urda, capo di un reparto di talebani formato da una ventina di uomini e operante nella zona di Jalalabad che ha deposto le ar mi e si è consegnato ai mujaheddin dell' Alleanza del Nord nella località afghana di Tanji Palichai.
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mercoledi, 21 novembre 2001
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Bigliettini, rose rosse e Tricolore sulla scrivania vuota al giornale

Daniela Monti

MILANO - Le prime rose sono rosse e grandi, strette da un fiocco amaranto. Quante sono? Tante da ricoprire la scrivania di Maria Grazia. Tastiera, mouse, pila di giornali a sinistr a del suo computer, in fondo alla redazione degli Esteri del Corriere della Sera. Tutto sepolto sotto i petali rosso rubino e sotto la bandiera italiana in cui sono stati avvolti gli steli, il drappo è un po' sfilacciato da un lato, è come ci si immagina debba essere una vera bandiera da combattimento. Sono le dieci di un giorno triste. Dopo quel fascio di rose, che il presidente della Rcs, Cesare Romiti, appoggia sul tavolo di Maria Grazia Cutuli con la mestizia che distingue un addio da un arrivederci, arrivano tanti altri mazzi, tanti altri biglietti che restano chiusi. Qualcuno sale le tre rampe di scale che portano al primo piano del palazzo di via Solferino, dove lavorava Maria Grazia, per appoggiarli di persona sulla scrivania fra le sue carte e i suoi libri: sono i tanti colleghi della stampa e della televisione. Qualcun altro li lascia in portineria, «può metterli sulla scrivania della giornalista uccisa in Afghanistan?», raccomandano a bassa voce al custode: sono i tan ti lettori del Corriere, le persone per le quali Maria Grazia trovava il coraggio di rischiare per raccontare le sue storie, ogni volta da un fronte diverso. Sulla scrivania bisogna fare spazio, a metà mattina non c' è già più posto. Lì accanto la te levisione, sempre accesa, trasmette dall' Afghanistan le prime immagini di una cassa lunga e chiara, assi di legno inchiodate, con un nome scritto sopra con il gesso. Quel nome si legge solo in parte, c' è scritto Maria, e non si vedono fiori, solo p olvere. I fiori per Maria Grazia Cutuli, inviato speciale sul fronte di guerra, sono tutti qui sulla sua scrivania vuota, nella sua redazione. «Abbiamo coltivato un filo di speranza fino all' ultimo: ora si è spezzato anche quello», dice il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli alle 11, in sala Albertini, in quella che solitamente è la riunione per mettere a fuoco i temi forti del giornale, pepata, appassionata, ieri invece dimessa come una veglia. Perché se lunedì è stato il giorno del ge lo e del buio scesi all' improvviso, del dolore che intontisce e mette addosso una frenesia cattiva, da automi, ieri è stato il giorno del silenzio e del ritorno alla realtà, di cui però adesso manca un pezzo. C' era Donata, la sorella minore di Mari a Grazia, accanto a de Bortoli in sala Albertini. «E' una situazione difficile - dice il direttore - ma dobbiamo restare uniti». Quando la riunione è finita, sono partiti insieme per Catania, da dove Maria Grazia era arrivata a Milano più di dieci an ni fa e dove vivono i suoi genitori. Con loro, sono partiti i due vice direttori Ermini e Massimo Gaggi, mentre Carlo Verdelli è rimasto a seguire il giornale. Ieri al Corriere sono stati recapitati centinaia di fiori e centinaia di lettere. Ci sono le rose del direttore, quelle dei colleghi, le rose portate dai ragazzi che leggevano i suoi pezzi a scuola, i gigli di chi non ha bisogno di giornalisti morti sul campo per credere ancora nell' «utilità» della stampa libera. C' è un fiore più profum ato degli altri con un biglietto: «Per tutti noi». Le buste indirizzate a Maria Grazia sono state messe in ordine, sul suo tavolo. I messaggi per de Bortoli sono stati invece aperti a notte fonda, dopo il rientro del direttore da Catania: parole di c ordoglio scritte su carta intestata, insieme a semplici fogli di bloc notes. Quando in serata i colleghi della redazione Esteri cominciano a scrivere l' articolo di fondo del Corriere di oggi, il pellegrinaggio nella redazione di Maria Grazia non è a ncora finito. Chi l' aveva conosciuta, ieri ha voluto esserci per darle un ultimo saluto. E se all' inizio della giornata era d' obbligo bisbigliare qualche indicazione, «la sua scrivania è quella laggiù in fondo, a sinistra», adesso sono parole spre cate, basta passare la porta a vetri con le veneziane abbassate che introduce alla redazione e guardare avanti: c' è un fila di computer e una fila di cronisti che battono sui tasti. Poi un buco, una seggiola vuota, una cartina dell' Afghanistan appe sa alla parete. La scrivania di Maria Grazia Cutuli è quella nascosta sotto la montagna di fiori.
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giovedi , 22 novembre 2001
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Quattro inchieste sulla strage dei giornalisti

L' Alleanza ai comandanti locali: consegnateci i responsabili. «Sono gli uomini del nuovo capo talebano»

Andrea Nicastro

DAL NOSTRO INVIATO KABUL - Sono quattro le inchieste aperte sulla morte in Afghanistan dell' inviata del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli e dei tre colleghi in viaggio con lei da Jalalabad verso Kabul. Una in Italia, una in Spagna, una in Australia, una in Afghanistan. Tante quanti sono i Paesi di origine delle vittime. Ma non saranno inda gini facili. E soprattutto non serviranno i canali tradizionali. Le polizie straniere non potranno contare sui consueti strumenti di collaborazione. In Afghanistan non c' è Interpol, non ci sono accordi per rogatorie, trasmissione degli atti processu ali, interrogatori. In Afghanistan non ci sono neppure ambasciate a seguire l' inchiesta locale e a fare da catena di trasmissione con la madrepatria. Queste gigantesche lacune sono tutto sommato dettagli in confronto a quello che in Afghanist an manca davvero. Qui è lo Stato a non esistere. «E anche il sistema giudiziario ne risente, ed è qualcosa da ricostruire in fretta» dice il portavoce Onu a Kabul. L' indagine che il governo del Fronte Unito ha annunciato non è condotta dai giudici e commissari e non avrà carte processuali se non quella della sentenza, se mai ci sarà. L' inchiesta è tutta nella testa di un signore alto con la pelle butterata e il naso grosso. Indossa abiti tradizionali afghani e il cappello bakul del comandante Massud. Ieri era il terzo giorno che andava e veniva da Sarobi, il paesino più vicino al luogo dell' agguato. Suo compito è parlare con i comandanti locali. Convincerli che quanto è successo ai quattro giornalisti è una cosa che danneggia l' immagine del nuovo governo e che il ministro dell' Interno in persona, Iounis Qanuni, sarà grato della loro collaborazione su questo caso. Tocca ai vari signorotti locali ora decidere se consegnare o meno i responsabili o addirittura dare loro la caccia. Lo «Stato» può intervenire inviando qualche decina di soldati in supporto. Ma lo «Stato» ha già i suoi problemi a tenere tranquille le zone che controlla direttamente. Ieri notte dei giornalisti iraniani avevano sparso la voce che altri tre colleghi era no stati uccisi su una strada che portava a Kabul. Ma per fortuna non sono arrivate altre conferme. Nelle altre province, fuori dal controllo del Fronte Unito, vige l' autogestione. La «conquista» di Jalalabad, per esempio, è avvenuta senza che il Fr onte Unito spostasse un solo carro armato. Sono stati gli stessi soldati della città al confine con il Pakistan, in patria e in esilio, a dichiarare la rottura con il movimento talebano. Si sono tolti i turbanti, hanno accorciato la barba, ma che cos a può essere cambiato in una settimana? Per di più la zona dell' agguato è sul confine tra le due province, quella di Jalalabad a maggioranza Pashtun e quella di Kabul a maggioranza tagika. Le due etnie tendono a non mischiarsi e la zona cuscinetto f a da rifugio per qualche malintenzionato. «Ci sono molti talebani su quelle montagne - dice al Corriere il massimo leader pashtun del Fronte unito Rasul Sayaff -. Calano di tanto in tanto per chiudere la strada e provocare danni alle nuove autorità. Stiamo facendo di tutto per trovare i responsabili di quell' agguato». L' idea di scaricare la colpa della strage sugli studenti del Corano è stata la prima a balenare nella mente dei responsabili del governo mujaheddin. L' hanno ripetuto ieri i rappresentanti Onu a Islamabad citando fonti del governo di Kabul. «I responsabili dell' eccidio potrebbero essere ex combattenti talebani che adesso rischiano di trasformarsi in bande criminali». A parziale sostegno di quest' ipotesi c' è la brut ta avventura vissuta da tre giornalisti americani su quella stessa strada. I tre hanno raccontato di essere stati fermati e minacciati di morte al grido: «Il mullah Omar ha ordinato di eliminare gli stranieri». La loro fortuna è stata nell' interpret e con abbastanza sangue freddo da trattare la liberazione dei suoi clienti. Fortuna che le quattro vittime di lunedì non hanno avuto, dal momento che i loro due autisti pashtun sono rientrati senza neppure un graffio all' auto. Dell' interprete che v iaggiava con loro poche tracce, ma sarebbe vivo. Una seconda ipotesi è leggermente diversa. È una voce che circola nei bazar. «Gulbuddin Hekmatyar sta riorganizzando i talebani sbandati e si prepara ad attaccare Kabul». Hekmatyar è stato il più poten te e ambizioso capo della Guerra santa contro i sovietici e il più letale distruttore dell' alleanza tra mujaheddin. È un islamico fondamentalista. Da cinque anni in esilio a Teheran, ma scomparsa la leadership talebana le vecchie strutture del suo partito, l' Hezb i-islami, potrebbero tornare centrali e raccogliere l' eredità politica del mullah Omar. Le affinità non mancano. D' altra parte l' idea di uno Stato fondato in tutto e per tutto sulle leggi coraniche è stata di Hekmatya r prima che dei talebani. La notte dopo l' esecuzione dei quattro giornalisti sulla strada da Jalalabad, la città di Kabul si è ritrovata al buio. In tanti hanno pensato proprio ad Hekmatyar che controllava il villaggio di Sarobi e da lì la centrale elettrica che illumina la capitale. «Imboscata in una zona che è sempre stata di Hekmatyar», spiega Qanuni. Lo smentisce lo stesso ex comandante mujaheddin: «Non abbiamo più uomini in quell' area da almeno cinque o sei anni. Non c' entriamo con l' ag guato». Terza ipotesi quella della criminalità comune che qui significa comandanti a corto di soldi o di armi. Qualcuno tra i quattro stranieri può aver reagito, oppure gli aggressori erano tanto nervosi e pieni di hashish o oppio d' aver fatto partire una raffica che ha ucciso uno dei quattro. Quindi la decisione di eliminare i testimoni, i pochi passi dietro lo sperone di roccia, e il fuoco come da un plotone d' esecuzione.
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giovedi , 22 novembre 2001
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Giornalisti uccisi, ultimo viaggio verso casa

Un aereo di Stato riporterà oggi in Italia i corpi di Maria Grazia e di Julio Fuentes. Il dolore del Papa: uccisione brutale Afghanistan, studenti coranici verso la resa a Kunduz. Bush: il peggio deve arrivare, Bin Laden non si farà prendere vivo

I rappresentanti dell' Onu: il massacro dei quattro reporter opera dei talebani. Messaggi da tutto il mondo Giornalisti uccisi, ultimo viaggio verso casa Un aereo di Stato riporterà oggi in Italia i corpi di Maria Grazia e di Julio Fuentes. Il dolore del Papa: uccisione brutale Afghanistan, studenti coranici verso la resa a Kunduz. Bush: il peggio deve arrivare, Bin Laden non si farà prendere vivo Maria Grazia Cutuli, l' inviata del Corriere della Sera uccisa lunedì in Afghanistan, e i su oi tre colleghi caduti con lei nell' imboscata tornano a casa. Il corpo di Maria Grazia è stato trasportato ieri via terra da Jalalabad a Peshawar, in Pakistan, e da qui all' ambasciata italiana a Islamabad. Verso casa. Un aereo militare italiano è p artito ieri da Roma per il Pakistan. A bordo, tra gli altri, il fratello e una sorella di Maria Grazia e il direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli. Oggi stesso farà ritorno in Italia. Con la salma della giornalista viaggia anche quella dell' in viato del quotidiano spagnolo El Mundo Julio Fuentes, assassinato con lei e i due reporter dell' agenzia Reuters. Secondo i rappresentanti dell' Onu gli assassini sarebbero talebani. Il dolore del Papa. «Profondamente addolorato» per la «brutale» ucc isione di Maria Grazia e degli altri tre giornalisti, il Papa ha pregato per loro e ha mandato un pensiero ai familiari. L' Osservatore Romano ha espresso «solidarietà» al Corriere. La guerra. Verso la resa la città di Kunduz, ultima roccaforte dei t alebani nel Nord dell' Afghanistan, da giorni assediata dalle forze del Fronte Unito. Il presidente americano George Bush fa sapere che «la guerra è cominciata bene, ma adesso ci aspetta la parte più difficile». L' amministrazione Usa è certa che Osa ma Bin Laden «non si farà prendere vivo»: lo sceicco avrebbe chiesto ai fedelissimi di ucciderlo nel caso rischiasse la cattura e ha preparato un video con il suo «testamento» da far circolare dopo la sua morte.
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giovedi , 22 novembre 2001
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E le firme dei lettori compongono l' articolo dell' addio

Elisabetta Rosaspina

MILANO - In silenzio, con pudore. Arrivano alla spicciolata, guardano la grande foto a colori di Maria Grazia Cutuli, inviata speciale del Corriere della Sera, esposta nell' atrio di via Solferino 28. «È lei», la riconoscono al primo sguardo come se fosse un' amica di sempre. In qualche caso lo è davvero, e in tutti gli altri lo è appena diventata. Si avvicinano ai due registri e scrivono di getto, perché non si soppesano le parole che vengono dal cuore. Che sia il complimento di un collega ammirato: «Brava!». O l' approvazione di chi, come svela la grafìa antica, deve aver sperimentato la gue rra: «Valorosa italiana!». O il rimpianto di chi ha mancato un appuntamento importante: «È un peccato non poterti leggere più», vorrebbe farle sapere Ketty. E qualcun altro continua il filo di quei pensieri: «Ci mancherà il racconto di questo tuo ult imo viaggio». Ma in realtà, adesso lo stanno scrivendo proprio loro, i suoi lettori. Firma dopo firma, incolonnate fra le righe di due quaderni, lievitano riflessioni e certezze: «Ho quasi la tua età e da piccola avrei voluto fare la giornalista», in izia una. «Coraggiosa come te», completa poco più avanti un altro. È un' antologia di Spoon River alla rovescia: sono i vivi a raccontare a più voci chi era la donna morta sulla collina di Mashereqi. E non importa che l' abbiano incontrata almeno una volta di persona o tutti i giorni, negli ultimi due mesi, soltanto attraverso le pagine di un quotidiano. Il fruscìo dei fogli che ieri hanno raccolto le prime quattrocento firme dimostrano che la relazione non si è interrotta. I lettori di Maria Gr azia passano da via Solferino e si fermano per il tempo di una firma, discreta e asciutta. Entra Gaetano Afeltra, storico direttore di quotidiani: «Dov' è la sua scrivania?» chiede. E quando lo accompagnano alla redazione esteri, al primo piano, dava nti al computer circondato di fiori dell' inviata in Afghanistan, depone un bacio sul tavolo. Poi si guarda intorno e s' illumina: «Se non sbaglio, questa era una volta la stanza occupata da Montanelli, Piovene, Vergani e Buzzati». Bisognerebbe racco ntarlo anche alle due classi di prima liceo scientifico, arrivate ieri da Montebelluna per osservare da vicino come vive un giornale e rese edotte invece di come muoia una giornalista: «Volevano sapere tutto su come fosse potuto accadere, su c hi fosse Maria Grazia, la sua età, da quanto tempo stesse lavorando in Medio Oriente e perfino se avesse dei figli - riferisce Paola Dalto, che accompagnava la scolaresca -. Di solito gli studenti in visita alla redazione fanno domande più prosaiche: come si diventa direttore, quanto si guadagna e se sia un lavoro faticoso». Dal 19 dicembre prossimo, a un mese dall' imboscata ai quattro inviati, i quaranta allievi dell' Istituto per la formazione al giornalismo avranno un' aula nuova, intitolata a Maria Grazia Cutuli, per addestrare la loro passione e decidere se valga ancora la pena di crederci o no.
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venerdi , 23 novembre 2001
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I volti dei killer forse in un video girato sulla «strada maledetta»

Il giorno prima della strage, una troupe filippina è stata attaccata e ha filmato di nascosto due assalitori

Ivo Caizzi

DAL NOSTRO INVIATO ISLAMABAD - Un video della televisione filippina Abs-Cbn - individuato e visionato dal Corriere - potrebbe fornire utili riscontri all' inchiesta de lla Procura di Roma, che tenterà di ricostruire cosa è veramente accaduto sulla strada tra Jalalabad e Kabul a Maria Grazia Cutuli, la giornalista di Via Solferino uccisa insieme al suo collega spagnolo Julio Fuentes del Mundo di Madrid, al fotografo afghano Aziz Haidari e al cameraman australiano Harry Burton, entrambi della Reuters. Quel poco che si sa è, infatti, ancora legato all' eventualità che si sia trattato di un assalto di sconosciuti con turbante: pertanto simile a una rapina subita i l giorno prima da una troupe della tv Abs-Cbn di Manila, sempre di mattina e forse nello stesso tratto della strada per Kabul. Rapina filmata di nascosto con immagini in cui si riconoscono due assalitori. I due autisti afghani dei quattro giornalisti uccisi, secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, hanno parlato di un assalto di sei uomini armati, intorno alle 11 del mattino, a circa un' ora d' auto da Kabul. Questi individui con turbante avrebbero bloccato il taxi bianco e giallo s u cui viaggiavano Aziz e Harry e l' auto metallizzata di Julio e Maria Grazia, costringendoli a scendere. Solo ai due autisti sarebbe stato concesso di invertire la marcia e di dileguarsi verso Jalalabad. In seguito uno dei due ha raccontato alla Ass ociated Press (tramite interprete), che quegli uomini armati avrebbero imposto a Burton, Cutuli, Fuentes e Haidari di salire verso un' altura. Mentre si allontanava in tutta fretta, avrebbe sentito in lontananza colpi d' arma da fuoco. E' un po' quan to accaduto il giorno prima ai giornalisti filippini. «Domenica scorsa, verso mezzogiorno, degli uomini armati hanno bloccato il nostro camioncino a più o meno un' ora e mezzo d' auto da Kabul - ha detto al Corriere Patrick Paez della tv Abs-Cbn di M anila -. Ci hanno fatto scendere e poi salire verso un' altura. Qui ci hanno rapinato del denaro, ma a un mio collega, che lo chiedeva, hanno restituito passaporto e carta di credito. Alla fine ci hanno fatto ripartire. Tutto si è svolto in po chi minuti». Di nascosto un cameraman della troupe filippina ha ripreso la prima parte della rapina. Visionando le immagini presso la Reuters Television a Islamabad, risulta evidente che si tratta di rapinatori locali. Due di loro sono inquadrati in modo da essere riconoscibili. Uno è chiaramente senza barba. Pertanto, se i due autisti hanno visto quello che hanno raccontato, dovrebbero verosimilmente poter dire se si tratta degli stessi assalitori dei quattro giornalisti uccisi. Questi due auti sti si troverebbero a Jalalabad, dove possono essere interrogati. Un funzionario delle Nazioni Unite ha infatti dichiarato al quotidiano pakistano The News che esponenti dell' Alleanza del Nord afghana hanno assicurato un' indagine sulla morte di Bur ton, Cutuli, Fuentes e Haidari.
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venerdi , 23 novembre 2001
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Maria Grazia è tornata a casa, silenzio e dolore

Onori militari per la bara dell' inviata del «Corriere». Nello zaino aveva i regali per gli amici

Barbara Stefanelli, Paolo Valentino

DAI NOSTRI INVIATI DI RITORNO DA ISLAMABAD - Hanno messo il Tricolore sulla tua bara. Lo hanno annodato col nastro. Tu avresti sorriso imbarazzata, forse anche un po' infastidita. «La prima caduta italiana di questa guerra», aveva detto il nostro direttore in sala Albertini. Soltanto adesso, mentre portiamo te e Julio Fuentes su questo furgoncino grig io, cogliamo la verità di quelle parole. Forse è per questo che la bandiera ci commuove. Maria Grazia Cutuli, Catania 1962-Kabul 2001. Ma è quando il corteo lascia l' ambasciata e si allunga verso l' aeroporto al chiarore dell' aurora, che ti ritrovi amo nel paesaggio che amavi. Ti sarebbe piaciuto guardare il ragazzo pakistano avvolto nelle coperte e accovacciato tra le due casse, che vi accompagna spaurito. Ti sarebbe piaciuto il lento risveglio di Islamabad: la prima luce e il canto del muezzi n danno inizio a un' altra giornata di lavoro e di digiuno per il Ramadan, il mese sacro del precetto islamico. La folla che a poco a poco invade le strade, i bambini in divisa blu verso la scuola, gli uomini in bicicletta, le donne velate sugli asin elli. Soprattutto ti sarebbero piaciute quelle montagne rosate che chiudono l' orizzonte dietro il Boeing con la pancia spalancata per accoglierti. Ti pensiamo felice, ansiosa, in quella mattina di metà settembre quando ne hai riconosciuto il profilo atterrando in Pakistan, l' inizio della missione. Due mesi per raccontare e due mesi per morire. Hanno messo le bare sul montacarichi, le hanno sollevate piano piano e fatte scivolare leggere dentro la carlinga. Il portellone si è chiuso quasi senza rumore. E' stato il tuo addio a queste terre di margine, che hai sempre percorso e che questa volta ti hanno uccisa. Un viaggio senza pace, quello per venirti a prendere e riaccompagnarti a casa. Mercoledì mattina, base aerea di Pratica di Mare. Inc ontriamo per primi Pedro Ramirez, il direttore di El Mundo, e Michele Valensise, il portavoce della Farnesina che il ministro degli Esteri ha inviato come rappresentante del governo. Poco dopo arrivano Mario e Donata. Tuo fratello ha il giaccone blu che gli avevi comprato tu, due anni fa, al termine di un' estenuante giornata di acquisti prima di Natale. «E' lui il bello della famiglia - dicevi - Alto, bruno. Con gli occhi verdi». Questa mattina li nasconde dietro gli occhiali scuri. E poi Donat a, minuta, diafana, la tua vera metà: era lei ad ascoltare irrequieta i tuoi racconti al termine di ogni viaggio, «quelle storie sempre in bilico tra Apocalypse Now e Walt Disney». A bordo, i militari dell' Ottavo stormo ci accolgono con una cortesia che diventa tenerezza. Loro, che in genere riforniscono i caccia o trasportano i cannoni, ora sembrano essersi dati come unico obiettivo quello di alleviare il nostro dolore e contenerlo in questa cabina. Decolliamo abbagliati dal sole di Roma. Ci s iamo seduti tutti molto vicini, anche se i posti sono tanti e potremmo stare più comodi. E' come se il tuo pudore ci avesse contagiati. Stentiamo a parlare di te. E' come se volessimo attenerci alla tua discrezione, a quella capacità che avevi di far parlare i fatti nascondendoti. E' che qui i fatti diventano gesti. E per dire tutto ciò che abbiamo dentro, per sbirciare impauriti nel vuoto che lasci, ci scambiamo uno sguardo, facciamo una carezza a Mario e Donata, sapendo com' eri per lor o madre e sorella, quanto te ne preoccupassi e cercassi di proteggerli, all' antica ma sotto la finzione di un rapporto tra adulti. E quando chiudiamo gli occhi, proviamo a sognarti. Nessuno dorme, il tuo volto continua a fissarci. Ci fa paura pensar e di non rivedere più il tuo sorriso, ora che il tuo corpo è nella stanza accanto chiuso in una cassa di legno chiaro. Siamo arrivati nella notte all' ambasciata italiana. Non tutti vogliono entrare e vedere. Seguiamo Mario, Ferruccio de Bortoli e Pa olo Ermini. Ritroviamo la dolcezza del tuo profilo, ma è chiaro che ti hanno fatto male. «Perché lei?», fa in tempo a dire tuo fratello, prima che la voce si spezzi. Se siamo qui è perché ci illudiamo di capire qualcosa di più sulla tua fine, perché vedendo vorremmo raccogliere in fondo al nostro dolore anche la rabbia per pretendere chiarezza su quella mattina tragica del 19 novembre. Ricostruzioni approssimative e contraddittorie, testimoni scomparsi, ore trascorse senza che nessuno venisse a cercarvi, ore in cui la pietà sembrava morta insieme a voi, a te, a Julio, a Harry Burton e ad Azizullah Haidari. Presunti rapinatori che però rinunciano alle vostre valigie, anche al telefono satellitare. Presunti talebani che però si lasciano sfugg ire una parte del convoglio. Presunti mujaheddin che vi fucilano come se foste voi i nemici in questa guerra. Autisti e interprete che miracolosamente si salvano... Tocca a noi guardare negli scatoloni dove hanno ammassato le vostre cose, separare le tue da quelle di Julio. Ci sono pochi vestiti, quasi tutti nuovi, acquistati sul posto. Dentifricio e spazzolino, bagnoschiuma, un profumo Dolce e Gabbana, lo sciroppo per la tosse. E poi una valanga di carta: blocchi torturati di appunti e numeri d i telefono, giornali, libri, pezzi interi del tuo famoso archivio faxati in albergo dai colleghi degli esteri, i bigliettini lasciati da chi era passato a cercarti: «Ero venuto al volo a farti visita ma non ci sei. Volevo solo dirti che sei bravissim a. Livio Senigalliesi». I regali sono avvolti in sacchettini di carta marrone. Li portavi sempre, tutti li aspettavamo. Due collane di pietre grezze e argento, stoffe bianche ricamate, un cammello di legno in miniatura, sicuramente destinato alla col lezione di animali esotici in mostra nell' ufficio di Guido Santevecchi, il tuo caporedattore. Riprendiamo la rotta del ritorno. Di nuovo dobbiamo puntare verso la penisola arabica per evitare i cieli di Iran e Iraq, che non hanno concesso il diritto di sorvolo. Le vostre bare, nella parte anteriore del Boeing, spazzano via quella sensazione di irrealtà che aveva come attenuato la disperazione nel viaggio di andata. Ci siamo sparsi lungo tutta la cabina, ognuno più solo a cercare un filo a cui a ggrapparsi. Monica, la moglie di Julio, ascolta musica guardando le foto del marito, toccando i suoi abiti, leggendo i suoi appunti. Mario ricostruisce cento volte quello che può essere accaduto tra Jalalabad e Kabul. Donata finge di dormire e, diste sa, piange. E noi pensiamo a Julio e a te, nella gola della morte. Uno accanto all' altra, forse vi siete sentiti meno soli nell' attimo in cui avete capito di essere perduti. Sono appena passate le due del pomeriggio quando atterriamo a Ciampino, 23 ore esatte dall' inizio di questo cammino. Per te e Julio il picchetto d' onore dell' Aeronautica, le autorità, la benedizione con l' acqua santa e l' incenso, i colleghi al lavoro per raccontare di voi. Avresti sorriso anche al pensiero di essere d iventata tu la notizia. Sei arrivata a Catania di notte, dopo un lungo pomeriggio di autopsia: adesso sappiamo che ti hanno annientata sparandoti alle spalle. E' la pioggia ad accoglierti nella tua città, ma il tepore umido dello scirocco ti fa senti re meno freddo e ti riporta a casa, alla tua famiglia, al Mediterraneo.
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venerdi , 23 novembre 2001
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Ruggiero: «Vogliamo scoprire la verità»

C' era la Digos ad attendere le spoglie di Maria Grazia a Ciampino. «Uccisa con tre colpi alla schiena» Il direttore del «Corriere» propone di mettere una lapide nel luogo dove sono stati assassinati

Fabrizio Caccia

ROMA - Sarebbe stato un gran giorno, per Maria Grazia. Tornare in Italia, dopo quasi due mesi passati al fronte, e poter raccontare finalmente agli amici, l' adrenalina a mille, tutte le cose viste, le esperienze vissute, i segreti dell' ultimo scoop, quello delle fiale di gas nervino scovate da lei e da Julio Fuentes, il reporter di El Mundo, in una bas e abbandonata di Al Qaeda, vicino Jalalabad. E invece a Ciampino ci sono gli uomini della Digos. La Procura di Roma ha aperto un' inchiesta. Il ministro degli Esteri Renato Ruggiero, in una nota, assicura «il massimo impegno della Farnesina per otten ere la più ampia collaborazione delle autorità dell' Afghanistan e del Pakistan per l' accertamento dei fatti e l' individuazione dei responsabili». «Ci sono testimonianze discordanti - racconta Mario Cutuli, il fratello di Maria Grazia - L' unica co sa che sappiamo è che è stata un' esecuzione feroce». La conferma arriva nel pomeriggio dall' autopsia, svolta all' istituto di medicina legale, dove passa per rendere omaggio il sindaco di Roma, Walter Veltroni. Maria Grazia Cutuli è stata uccisa co n almeno tre colpi d' arma da fuoco sparati alla schiena. I fori dei proiettili, poi, sono stati ricuciti. Forse in Pakistan, quando è stata composta la salma. Sui corpi delle vittime sono stati anche rilevati segni di gravi maltrattamenti. «L' inter prete della spedizione non si trova più, speriamo che almeno le autorità pakistane collaborino per rintracciare lui e gli autisti», è l' ultimo appello di Mario Cutuli, prima di lasciare Ciampino. L' inviata di guerra del Corriere è tornata dentro un a bara di legno chiaro, avvolta dal tricolore, con il picchetto d' onore degli avieri del Vam e la corona di fiori della presidenza del Consiglio. Il Boeing 707 dell' Aeronautica militare è atterrato alle 13.50 di ieri all' aeroporto romano di Ciampi no. A bordo, tra gli altri, il fratello Mario e la sorella Donata, il direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, e il direttore di El Mundo, Pedro Ramirez, che è andato a riprendersi il suo reporter, Julio Fuentes, ucciso anche lui come Maria Graz ia e i due cronisti della Reuters, Harry Burton e Azizullah Haidari, dai briganti afghani nell' imboscata di lunedì scorso. Quando si apre il portellone del Boeing, i militari si mettono sull' attenti. Anche la bara di Fuentes viene avvolta con la ba ndiera spagnola. C' è un aereo pronto sulla pista per riportarlo in patria. A ricevere le salme dei due giornalisti, sono venuti per il governo italiano il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il sottosegretario agli Esteri, M argherita Boniver. C' è anche l' ambasciatore spagnolo a Roma, Josè de Carvajal. La Boniver ha un paio di occhiali scuri, gli occhi sotto sono lucidi. Si avvicina a Donata Cutuli, la sorella di Maria Grazia: «L' ho conosciuta a Peshawar, era una raga zza coraggiosissima». Poi l' abbraccia. Anche Letta è commosso, stringe forte de Bortoli: «Ho fatto il direttore per 15 anni - dice - conosco i tormenti di un direttore in questi momenti. Il sacrificio di Maria Grazia non è solo il rischio legato all a professione, ma una grande testimonianza. Che è il prezzo della verità e della pace». I funerali di Maria Grazia Cutuli verranno celebrati domani alle 10.30, nel duomo di Catania, la sua città natale. Il direttore del Corriere pronuncerà l' orazion e funebre. In quella strada tra Jalalabad e Kabul, dove è finita la vita di quattro giornalisti, de Bortoli vorrebbe che fosse collocata una lapide: «Per ricordare Maria Grazia e il sacrificio di tutti i colleghi morti nel raccontare le guerre».
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sabato , 24 novembre 2001
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Meno probabile l' ipotesi della rapina «Quelle ferite, firma dei talebani»

La promessa del ministro dell' Interno dell' Alleanza: «Sappiamo chi sono i colpevoli, li prenderemo»

Andrea Nicastro

DAL NOSTRO INVIATO KABUL - Il ministro dell' Interno dell' Alleanza del Nord Yunus Qanuni si è impegnato personalmente: «I colpevoli della morte dei quattro giornalisti sulla strada di Jalalabad saranno trovati e puniti» assicura Qanuni al Corriere. «Abbiamo in mano documenti che valgono più di un testimone oculare». Quali documenti? «Non è il caso di parlarne». Ma ha un' idea di quanto tempo ci vorrà prima di trovare la pista giusta? «Poco, penso che la settimana prossima potremmo anche andare a prenderli». Può almeno dire se i vostri sospetti sono ancora orientati su gruppi militari talebani attivi nell' area dell' agguato? «Si tratta di talebani, sì. Ma ufficialme nte ora sarebbero ex talebani. Gente che ha cambiato bandiera per convenienza. Ha dichiarato di voler passare dalla nostra parte, ma ha continuato a comportarsi come prima, da terroristi. Bisogna eliminarli». Le indicazioni fornite dall' autopsia di Maria Grazia Cutuli effettuata l' altroieri a Roma sembrano rendere meno probabile l' ipotesi della rapina e avvalorare l' ipotesi di Qanuni (i colpevoli sarebbero talebani sbandati). Tra le indicazioni che avvalorano l' ipotesi, il taglio di una par te dell' orecchio subito dopo la morte, e non quando era ancora in vita, dalla giornalista. E anche il collega spagnolo, Julio Fuentes, ha avuto mutilate le dita di una mano. Per gli afghani la mithlah, l' amputazione, è il segno di umiliazione del n emico. Sui campi di battaglia, da una parte e dall' altra, è frequente trovare cadaveri con l' orecchio mozzato. Ciò sembra indicare un omicidio nato dall' odio più che dalla volontà di rubare i computer dei giornalisti. Tra le altre indicazioni forn ite dall' autopsia la morte istantanea di Maria Grazia Cutuli (un colpo di kalashnikov ha trapassato in pieno il cuore). Frammenti di proiettile utili all' indagine (per cercare di rintracciare l' arma del delitto) sono stati estratti dal fianco dell a giornalista. Il ministro Qanuni è l' uomo che, seppur con ventiquattr' ore di ritardo, ha permesso che un drappello di suoi soldati andasse nella zona della strage per tentare di ritrovare i quattro giornalisti partiti da Jalalabad e mai arrivati a Kabul. Qanuni parla di «fatto drammatico e doloroso». Il ministro degli Esteri Abdullah Abdullah va anche oltre. «È stato un terribile errore - dice al Corriere -. Una colpevole mancanza di coordinamento». Almeno duecento giornalisti sono passati in tre giorni su quella strada, possibile che l' «errore» si sia ripetuto così tante volte? «Purtroppo è così - dice il ministro Abdullah -. Tra il governatore di Jalalabad, Hagi Qadir, e le autorità di Kabul c' è stato come un blackout. Erano i primi giorni del consolidamento delle autorità dopo la sconfitta talebana, questo spiega qualcosa ma non lo giustifica. Non si sarebbe comunque dovuto permettere di avviarsi su una strada ancora così poco sicura. Si sarebbero dovuti organizzare convogli pe santemente scortati.». Il ministro Qanuni mostra sicurezza sulla prospettiva degli arresti. Quali «documenti» può avere in mente? Forse è stato ritrovato il computer che manca dal bagaglio di Maria Grazia Cutuli. Forse qualche indumento di proprietà delle vittime. Qanuni indica in «ex talebani» i possibili autori dell' esecuzione. Ma l' Afghanistan antitalebano è pieno di ex talebani. L' avanzata militare delle truppe del Fronte Unito si è fermata a Kabul, città principalmente tagika, etnia che è anche dominante all' interno dell' alleanza mujaheddin. In tutti i territori pashtun, altro gruppo etnico afghano, invece, i soldati tagiki non hanno mai messo piede. Avrebbero rischiato una sollevazione popolare se l' avessero fatto. Ogni provinci a che è caduta sotto il controllo del nuovo governo a Kabul ha subito una sorta di rimescolamento interno delle posizioni. Chi era in esilio è tornato, chi era al potere si è fatto da parte. Ma non se n' è andato. Né ha cambiato idea.
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sabato , 24 novembre 2001
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Il mistero dell' interprete scomparso. In un video i tre testimoni afghani

Ivo Caizzi

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI ISLAMABAD - Il mistero più inquietante riguarda la possibile presenza di un interprete afghano sull' auto di colore grigio metallizzato i n cui viaggiavano, sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul, Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera e Julio Fuentes di El Mundo di Madrid, uccisi insieme ai colleghi Harry Burton e Aziz Haidari della Reuters. L' interprete sembra essere scomp arso. Non è tra i corpi dei quattro giornalisti morti, né è tornato a Jalalabad insieme all' interprete e ai due autisti di Burton e Haidari: i tre afghani che hanno fornito le uniche testimonianze su cui è stato possibile ricostruire questa vicenda. Le loro dichiarazioni sono state registrate dalla Tv3 di Barcellona, che ieri ha consentito di visionarle presso la Reuters Television di Islamabad. Ma iniziano a essere diversi i riscontri che stanno emergendo dall' inchiesta giornalistica lanciata dal Corriere e da El Mundo, con la collaborazione della Reuters, per verificare la ricostruzione iniziale dell' uccisione dei quattro giornalisti. Questi riscontri sono già stati richiesti dagli investigatori della Digos, incaricati dalla Procura di Roma di sviluppare l' indagine aperta d' ufficio dopo l' assassinio all' estero della cittadina italiana Cutuli.
L' INTERPRETE - La presenza di un interprete afghano sull' auto in cui viaggiavano Fuentes e Cutuli è ritenuta abbastanza sicura da alme no due giornalisti, Jonah Hull dell' Associated Press ed Eduard Sanjuan della Tv3 catalana. Entrambi facevano parte dello stesso convoglio di diverse auto partito lunedì scorso da Jalalabad verso Kabul. «Era stato l' interprete a noleggiare l' auto p er Julio e Maria a Jalalabad, solo pochi minuti prima della partenza perché loro due hanno deciso all' ultimo di unirsi a noi - ha detto Sanjuan -. Non credo che sia poi rimasto a Jalalabad. Non saprei però riconoscerlo».
IL CONVOGLIO - Sanjuan andav a a Kabul con le colleghe Roser, Cristina ed Esther, che dicono di aver dormito con Maria Grazia le ultime due notti a Jalalabad. Hull era accompagnato dal cameramen Khaled Kazziha. In un' altra vettura c' erano Wouter Kurpershoev della Tv olandese N os, che ha detto di aver viaggiato insieme a Pamela Constable del Washington Post. Tutti forniscono più o meno la stessa versione. Le due auto dei colleghi della Reuters e di Corriere e El Mundo sarebbero state più avanti. A un certo punto quella di Burton e Haidari sarebbe tornata indietro lampeggiando. L' autista era solo con l' interprete. Sconvolto, gridava di scappare. Il convoglio gli ha dato retta, ma l' ha raggiunto solo molto più avanti. A questo punto l' afghano avrebbe parlato di assa lto di uomini armati, che avrebbero fatto scendere i quattro giornalisti e avrebbero intimato di salire verso un' altura: consentendo di ripartire solo agli afghani in quanto musulmani. L' autista, scappando, avrebbe sentito vari spari alle sue spall e.
I TRE TESTIMONI - Nel principale albergo di Jalalabad è poi ricomparso l' autista di Fuentes e Cutuli. Ha dato una versione più articolata del collega, che ha ripetuto il suo racconto davanti a numerosi giornalisti. Nel video della Tv3 gli afghani parlano spesso nella loro lingua, circondati da molta confusione. Il video rende meno difficile la ricerca dei tre, che risiederebbero a Jalalabad. A loro dovrebbe essere presto mostrato un video della tv Abs-Cbn di Manila, in cui è registrato una a ssalto simile a quello subito dai quattro giornalisti sulla stessa strada per Kabul (ma avvenuto il giorno prima e rivelatosi solo una rapina). Due dei banditi appaiono riconoscibili, la Digos intende chiedere all' interprete e agli autisti afghani s e sono gli stessi del tragico assalto del giorno dopo.
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sabato , 24 novembre 2001
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LEZIONE D' INGLESE

Giuliano Zincone

Troppo cordoglio, troppe lacrime, accusa il «Guardian»
Con la consueta petulanza isolana, il quotidiano inglese The Guardian esprime qualche beffardo stupore per la qualità e la quantità del cordoglio che noi it aliani abbiamo dedicato alla morte di Maria Grazia Cutuli, la giornalista del Corriere assassinata in Afghanistan. «L' Italia ha ricevuto la notizia come un pugno nello stomaco ed è imbacuccata nel lutto. Una cronista coraggiosa è stata trasformata i n una martire della patria. Questa donna, che prima era sconosciuta, è ora simbolo d' ardimento e fonte d' orgoglio per un Pae se che ha bisogno d' eroi». Con queste parole (che abbiamo riassunto), il Guardian sottolinea bonariamente le nostre inclin azioni sentimentali, piagnone e vittimiste. Poi aggiunge che i nostri mass-media hanno riferito la notizia con toni scioccanti, che l' evento è stato vissuto come una tragedia nazionale e che (addirittura) «gli amici, i parenti e i colleghi hanno pia nto». «E se non piangi, di che pianger suoli?», scriveva il vecchio Alighieri. Ma lui, appunto, era un toscano sentimentale. Sarebbe il caso di ricordare che quando i terroristi uccisero un loro concittadino (Klinghoffer), gli americani non si limita rono a piangere, ma alzarono i caccia e scatenarono una baruffa internazionale. Ma limitiamoci al Guardian e alla cultura che esso esprime, sempre svelta nel considerare gli italiani un po' patetici e folkloristici. Pazienza: ciò è nel carattere di q uella nostra nobile e antica colonia (romana), ingiustamente accusata d' imperturbabilità. Gli inglesi, al contrario, sono sempre capaci di giocondi stupori e, come i bimbi, si meravigliano di tutto. Trovano buffo, per esempio, il cibo degli s tranieri, e così chiamano «rane» i francesi, «crauti» i tedeschi e (indovinate) «spaghetti» gli italiani. Com' è l' umorismo inglese? Alimentare, Watson. Invece a Londra circolano poche barzellette sulla mucca pazza, ma ciò è comprensibile. Il britan nico diventa ironico, quando il dolore mediterraneo gli sembra eccessivo. Sfugge al critico del Guardian che le nostre emozioni per Maria Grazia Cutuli sono state sollecitate anche dal suo amore per il mestiere, dall' inedita complessità della guerra , dal suo recente scoop sul gas nervino, dall' inutile brutalità dell' agguato e perfino (ebbene, sì) dal suo raro impegno di donna in prima linea. Quest' ultimo particolare, anzi, accende un' ulteriore lampadina nel cervello dell' analista britannic o: «Ms Cutuli era una ragazza attraente», ecco perché gli italiani hanno esagerato nel lutto. Strano. Che cos' altro era Lady Diana? Chi la conosceva, prima che sposasse il principe di Galles? E quali altri meriti acquistò, a parte i fidanzamenti con alcune personalità dell' esercito e delle ex colonie? Lei sì che è stata santificata e onorata con tonnellate di fiori, con cerimonie (anche canore) trionfali, ed è morta in un incidente d' auto, mica al fronte. Chiaro, i Windsor sono memorabili per ché nascono, si sposano, divorziano e cadono da cavallo. Vuoi mettere questa gloria con le lacrime per la nostra povera principessina in camionetta? Molti inglesi sono fatti così. Si stupiscono degli altri, e non si guardano mai allo specchio. Ricord o come sbeffeggiarono le piume dei nostri bersaglieri in Libano. «Penne di pollo», li chiamarono. Proprio loro, che hanno soldati con grembiuloni di leopardo, orsacchiotti in testa e gonne scozzesi. Quando i nostri incrociatori andarono a salvare i p rofughi vietnamiti, gli opinionisti di Londra sghignazzarono: «Navi italiane? Meglio il Titanic!» . E il famoso fair play? Alla signora (oggi baronessa) Thatcher annunciarono in Parlamento che era morto l' onorevole Bobby Sands, dopo uno sciopero del la fame. Lei rispose: «Macché onorevole, quello era un terrorista». Secondo il Guardian, infine, noi giornalisti italiani siamo viscerali e opportunisti: avremmo approfittato della morte della collega per rifarci una verginità, per acquistare un pres tigio eroico, per invitare i lettori a «genuflettersi» di fronte ai mass-media. Tutto questo, aggiunge l' astuto analista, in un Paese dove «la libertà di stampa è più fragile che nella maggioranza delle nazioni europee». Come no? Siamo talmen te fragili che addirittura ci dispiace, quando uno di noi muore in Afghanistan.
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domenica , 25 novembre 2001
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Coraggio, cartucce e cattivi maestri

Enzo Biagi

Chi fa il mio mestiere deve cercare di non morire durante un «servizio», perché segue, oltre al dolore degli amici, delle persone care, la parte commemorativa, l' estimazione postuma. Non ho conosciuto Maria Grazia Cutuli, l' inviata del Corriere caduta, assieme ad altri tre colleghi, durante un' imboscata in Afghanistan. Parlano di una ragazza coraggiosa, che amava il mestiere e non temeva il rischio: nella vocazione giornalistica forse è compreso il gusto del viaggio e dell' avventura. Forse quella trasferta era quasi un premio alla sua tenacia e alla sua passione: l' amore per quel mondo così lontano da noi, e così complicato. Alla defunta è stato riconosciuto, nientemeno, il titolo di «inviato specia le»: prima era un «redattore ordinario». Non tanto, come si è poi visto, e non mi sembra sia proprio una qualifica trascurabile. Ci sono colleghi che trascorrono una vita a un tavolone: sono bravi e anche generosi, «passano», nel senso che rileggono, e spesso anche aggiustano, le prose di quelli che vanno in giro. Certo, nel nostro lavoro, come pure in quello meno appariscente, c' è anche il rischio: di cadere non solo guardando un paesaggio esotico, ma su un marciapiede poco lontano da casa. C' è anche il terrorismo, la violenza della città. E gli «interventi» dei politici. Penso a Walter Tobagi, un giovane uomo buono, bravo e generoso (parlandone, si intende, da vivo), ammazzato in un giorno di pioggia, negli «anni di piombo»: compreso qu ello delle cartucce. Qualcuno ricorda? Qualcuno ha pagato, alcuni con il rimorso, quell' assassinio nato dalla predicazione di cattivi maestri e di sciocchi e storditi alunni? Adesso Maria Grazia è ritornata a casa. Promossa.
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domenica , 25 novembre 2001
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L' aiuto alle indagini in due video: forse ripreso il volto degli assassini

Ivo Caizzi

DAL NOSTRO INVIATO ISLAMABAD - Scaturisc e da due video la prima pista investigativa sull' uccisione dei quattro giornalisti in viaggio verso Kabul, che è stata attribuita a un assalto di uomini armati. Entrambi hanno già destato l' attenzione della polizia Digos, incaricata dalla Procura d i Roma di sviluppare l' inchiesta sull' assassinio all' estero della cittadina italiana Maria Grazia Cutuli. Il primo video mostra i volti di due dei banditi responsabili di una rapina avvenuta il giorno prima ai danni della troupe di una tv filippin a, sulla stessa strada, sempre in mattinata e con modalità simili. Il secondo video contiene le testimonianze in diretta di un interprete e dei due autisti afghani delle auto su cui viaggiavano la giornalista del Corriere della Sera, Julio Fuentes di El Mundo, Harry Burton e Aziz Haidari della Reuters. Entrambi gli autisti sono tornati vivi al punto di partenza - la cittadina afghana di Jalalabad - e hanno raccontato di sei uomini armati che avrebbero bloccato i giornalisti e poi sparato. Ma ier i sono arrivati anche autorevoli interventi del presidente della Commissione, Romano Prodi, e del ministro degli Esteri italiano, Renato Ruggiero, volti a sostenere una ricerca della verità molto difficile in un Afghanistan sconvolto dalla guerra e d all' instabilità politica. Prodi ha chiesto «il massimo impegno» al presidente del Pakistan, il generale Pervez Musharraf, nella collaborazione alla parte delle indagini che sembrano destinate a svilupparsi tra Islamabad e Peshawar. In queste città p akistane fanno base tanti dei giornalisti impegnati a seguire gli sviluppi della guerra nel confinante Afghanistan, tra cui alcuni di quelli che seguivano in colonna le auto dei colleghi uccisi. «Vista la situazione in Afghanistan, l' intervento del Pakistan è importantissimo per cercare di chiarire questa drammatica vicenda», ha detto Prodi al Corriere nella residenza di Musharraf a Islamabad, dove s' è recato con il presidente di turno dell' Ue, il premier belga Guy Verhofstad, per sviluppare il dialogo Europa-Pakistan. Ruggiero ha disposto che il ministero degli Esteri utilizzi al meglio le sedi diplomatico-consolari per consentire una rapida acquisizione di tutti gli elementi utili all' indagine della Procura di Roma sull' uccisione di Maria Grazia Cutuli. Il ministro ha mobilitato principalmente l' ambasciata a Islamabad e le altre entità della Farnesina coinvolte nella crisi afghana. L' obiettivo è cercare di ottenere la massima collaborazione dalle autorità locali nella ricerca di prove testimoniali e documentali, che possano servire a individuare chi ha ucciso la giornalista del Corriere e i tre colleghi. Numerosi dubbi scaturiscono dalla prima ricostruzione dei fatti, basata sulle approssimative e incomplete testimonianze dei due autisti e di un interprete che li accompagnava. Queste testimonianze sono state registrate in un video della TV3 di Barcellona, che consente di vedere la particolare ambientazione (un albergo della cittadina afghana di Jalalabad), dove sono state raccolte in gran parte nella lingua locale, con traduzioni in inglese sommarie e nella confusione creata dall' affollamento di giornalisti in ansia per la sorte dei quattro colleghi dispersi. Ai due autisti dovrebbe comunque essere mostrato l' altro video della tv Abs-Cbn di Manila per verificare se i due banditi ripresi sono gli stessi che hanno assalito Burton, Cutuli, Fuentes e Haidari.
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lunedi , 26 novembre 2001
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Gli stessi banditi fermarono filippini e greci

Troupe ellenica riconosce in un video i miliziani che la bloccarono poco dopo l' assassinio di Maria Grazia Cutuli

Ivo Caizzi

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI ISLAMABAD - Per la prima volta si apre una possibilità di individuare i colpevoli dell' uccisione di quattro giornalisti, Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera, Julio Fuentes di El Mundo di Madr id, Harry Burton e Aziz Haidari della Reuters, avvenuta lunedì scorso sulla strada tra la cittadina afghana di Jalalabad e la capitale Kabul. L' inchiesta giornalistica lanciata da Corriere e Mundo, con la collaborazione della Reuters, ha trovato un importante riscontro al sospetto che gli assassini possano essere alcuni banditi locali che sulla stessa strada avevano rapinato domenica scorsa i giornalisti della tv filippina Abs-Cbn e il giorno seguente assalito quelli greci delle tv Antenna Grec a e Alpha (senza rubare nulla). Gli stessi banditi, ben visibili in un video registrato di nascosto da un cameraman filippino rapinato, sono stati riconosciuti dai giornalisti delle due tv elleniche, bloccati da uomini armati, più o meno nello stesso tratto della via per Kabul, solo pochi minuti dopo quanto era successo ai quattro giornalisti uccisi. Negli ultimi giorni era stato possibile ricostruire le testimonianze degli occupanti di tre auto che seguivano quelle con Burton-Haidari e Fuentes- Cutuli, in un convoglio di giornalisti partito al mattino presto da Jalalabad e diretto a Kabul. Sulla vettura più vicina viaggiavano Wouter Kurpershoev della tv olandese Nos e Pamela Constable del Washington Post. In un' altra c' erano Jonah Hull e Khaled Kazziha della Associated Press. Più indietro seguivano Eduard Sanjuan con Roser Oliver, Cristina Rivas ed Esther Llauradò della TV3 di Barcellona. Ma tutti loro non hanno potuto vedere cos' è successo ai quattro colleghi più avanti. Hanno racc ontato che, intorno alle 11, a circa un' ora da Kabul, s' erano trovati davanti l' auto di Burton e Haidari con a bordo solo l' autista afghano (secondo qualcuno c' era anche l' interprete). Lampeggiava e urlava di invertire la marcia perché avanti c ' era pericolo. Il convoglio gli aveva dato ascolto e aveva fatto una rapida conversione a U. Ma Hull e Kazziha hanno detto di aver potuto raggiungere l' autista in fuga solo più avanti. A quel punto l' afghano, visibilmente sconvolto, avrebbe raccon tato di uomini armati che avrebbero bloccato le due auto con i quattro giornalisti. Li avrebbero costretti a scendere, consentendo solo ai loro dipendenti afghani di tornare indietro. Scappando avrebbe sentito colpi di arma da fuoco. Una versione che ha ripetuto la sera stessa, con altri due afghani, dichiaratisi rispettivamente «interprete» della Reuters e «autista» di Fuentes e della Cutuli. I loro racconti sono stati raccolti da numerosi giornalisti in ansia per i quattro colleghi dispersi, n el principale albergo di Jalalabad, in un clima di confusione e con traduzioni dalla lingua pashtun apparentemente sommarie e lacunose. Le tre testimonianze sono state registrate da un video che la TV3 di Barcellona ha fornito al Corriere e al Mundo. All' appello mancavano dei giornalisti greci che, proprio il giorno della scomparsa di Fuentes, Cutuli, Burton e Haidari, erano stati rapinati più o meno nello stesso punto, ma erano poi riusciti ad arrivare a Kabul. L' altro ieri notte sono tornati a Islamabad. E ieri il Corriere ha chiesto a Nicholas Vafiadis di Antenna Greca di visionare il video girato di nascosto dai filippini per vedere se vi apparissero gli stessi rapinatori in cui s' erano poi imbattuti i greci. Vafiadis è arrivato dopo pochi minuti in una postazione tv all' hotel Marriot di Islamabad, messa a disposizione grazie all' intervento di un giornalista dei Tg Rai. Vafiadis ha visionato attentamente le immagini. Ha detto di credere di riconoscere un bandito. «Ma non vogli o rischiare di fornire un' informazione su una vicenda così delicata senza essere davvero sicuro - ha detto al Corriere -. Preferisco chiamare il mio cameraman per avere una conferma». Una telefonata, un paio di minuti e Kostantinos Saros è arrivato davanti allo schermo su cui il tecnico ha fermato l' immagine con il viso del primo bandito, con barba e turbante chiaro. Subito dice sicuro in greco che è lui. «E' proprio quello che mi ha costretto a uscire dall' auto con modi bruschi - ha aggiunto Saros -. Era il più malvagio. Voleva levarmi la telecamera. Qui ha un turbante, mentre lo ricordo con un cappello diverso. Ma la sua faccia è quella. Non la dimenticherò mai». Subito dopo il cameraman ha visionato le altre immagini. Gli è stata fiss ata quella in cui si vede il bandito senza barba, lunga tunica marrone e mitra in mano. Ma su lui Saros è incerto: «Ricordo bene solo quello che ho avuto, faccia a faccia, davanti a me». Un' ora dopo è arrivato Tasos Dousis, il terzo giornalista grec o di Alpha Tv. Nella postazione Rai gli è stata messa davanti l' immagine fissa del bandito riconosciuto da Saros. Tasos l' ha guardata e riguardata ma ha scosso la testa. Ha detto in greco ai suoi colleghi che non era sicuro. Ha continuato a vedere dubbioso le immagini. Appena è spuntato l' altro bandito senza barba e con il mitra, è sobbalzato. Ha annuito in greco ai colleghi. «E' lui, sono sicuro - ha detto al Corriere -. E' quello che stava davanti a me». Dopo qualche ora la notizia è rimbal zata in Italia. Dalla Digos, che indaga per conto della Procura di Roma sull' omicidio Cutuli, è trapelata la possibilità che i magistrati Italo Ormanni e Federico De Siervo chiedano il mandato di cattura internazionale, appena i greci confermeranno in interrogatorio le loro testimonianze. Certo, non ci sono prove che siano gli assassini. Ma quei banditi ripresi nel video ormai sono seriamente sospettati di aver assalito i quattro giornalisti poi trovati uccisi. Ivo Caizzi La fine dei quattro gi ornalisti in Afghanistan LA PARTENZA Lunedì 19 novembre, intorno alle 9 del mattino ora locale, da Jalalabad parte un convoglio di almeno otto vetture con a bordo una ventina di giornalisti. Tra di loro c' è anche Maria Grazia Cutuli (nella foto Ciri ello), inviata del «Corriere». Sono diretti a Kabul L' AGGUATO L' auto di Maria Grazia (sulla quale viaggia anche l' inviato di «El mundo» Julio Fuentes) e quella di un fotografo e un cameraman della «Reuters» passano in testa alla carovana. Dopo cir ca due ore di viaggio, a metà strada tra Jalalabad e Kabul, le due jeep vengono bloccate da sei uomini armati I TESTIMONI Secondo la testimonianza dei due autisti, gli uomini armati fanno scendere i giornalisti, e dopo averli colpiti con delle pietre , li uccidono a colpi di kalashnikov.
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lunedi , 26 novembre 2001
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«Cercammo di trattare ma ci salvò l' interprete»

Fabrizio Roncone

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI ISLAMABAD - Se su quella strada sterrata di gole rocciose e tornanti ripidi, che da Jalalabad conduce a Kabul, agisce un' unica banda di predoni assassini, lor o ne hanno riconosciuto i volti. Loro sono tre giornalisti greci: due cronisti e un cameraman. Cenano in un ristorante italiano, c' è un pakistano che sforna pizze al pomodoro e crostini, mangiano con avidità. «A Kabul abbiamo digiunato». Sono riusci ti a raggiungere Kabul lo stesso giorno in cui l' inviata del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes del Mundo e i due corrispondenti della Reuters, il fotografo afghano Aziz Haidari e l' operatore australiano Harry Burton, sono stati uccisi. «Noi percorremmo lo stesso tratto di strada poco dopo l' eccidio, e pure noi finimmo in un agguato, però noi siamo stati incredibilmente più fortunati dei nostri colleghi». Il sospetto si è quasi tramutato in certezza quando hanno visto le i mmagini riprese dai due giornalisti filippini mentre, domenica scorsa, in compagnia dell' autista e dell' interprete, venivano bloccati, minacciati e derubati, anche loro su quella terribile strada. Nicholas Vafiadis, 40 anni, inviato di Antenna Grec a, riconosce «quello più alto e cattivo». Manda giù un sorso d' acqua. «Non sono troppo sicuro ma, nel filmato dei colleghi filippini, credo proprio di riconoscere il primo che ci è venuto incontro, mettendoci il mitra in faccia. Erano circa le 11.30 di lunedì, non avevamo voluto dar retta all' interprete dei due colleghi della Reuters che ci era corso incontro, dicendoci di tornare indietro, a Jalalabad, perché il convoglio era stato attaccato e c' erano stati quattro morti». Prosegue Tasos Dou sis, 31 anni, inviato di Alfa Tv: «Io, osservando il filmato, riconosco invece un altro di quei banditi. Quello che si prese cura di me, insultandomi e derubandomi». Dice Costantinos Saros, 45 anni, il cameraman: «Anch' io riconosco il bandito che si dedicò a me. E' pazzesco: ma se la stessa banda è autrice di due attacchi, è evidente che potrebbe essere responsabile anche del terzo, quello mortale, portato, per giunta, giusto pochi minuti prima del nostro». Sono tre giornalisti esperti. Si cura no dei particolari: «Dei filippini, colpisce la remissività. Seguono i banditi e si lasciano derubare senza neppure sospettare cosa potrebbe accadergli. Noi, invece, abbiamo cercato di trattare e se siamo qui, lo dobbiamo al nostro interprete che com inciò a parlare, spacciandoci per giornalisti musulmani. O forse no, forse lo dobbiamo solo al fatto che i banditi, quella mattina, avevano già ucciso abbastanza.
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martedi , 27 novembre 2001
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Maria Grazia, il mistero dell' interprete

Il reporter spagnolo Sanjuan: «Ho visto un uomo nella jeep accanto al guidatore»

Alessandra Coppola

Maria Grazia, il mistero dell' interprete Il reporter spagnolo Sanjuan: «Ho visto un uomo nella jeep accanto al guidatore» C' era sicuramente anche un interprete nella macchina su cui viaggiavano Maria Grazia Cutuli e Julio Fuentes. Ed era stato proprio lui a procurare quella stessa mattina ai due giornalisti una jeep e un autista per raggiungere Kabul.
IL PRIMO INTERPRETE - Eduard Sanjuan, il reporter spagnolo di Tv3 che viaggiava in una delle vetture del convoglio dei giornalisti partito il 19 mattina da Jalalabad, è rientrato da qualche giorno a Barcellona. E da lì ha cominciato a mettere insieme con maggiore chiarezza le immagini di quel lunedì in cui furono uccisi i suoi quattro colleghi. «Ne sono sicuro - ricorda adesso -: sui sedili posteriori viaggiavano Maria Grazia e Julio. Davanti a loro c' erano due uomini». Dunque l' interprete c' era, sedeva di fianco al conducente, e con ogni probabilità era lo stesso che accompagnava i due inviati già da qualche giorno (erano arrivati a Jalalabad giovedì 15 novembre). Su questo punto Eduard non è sicuro, ma, «se non hanno deciso di cambiarlo successivamente, era lui». Il suo nome, secondo una prima ricostruzione dell' Associated Press, potrebbe essere Faruq. Ma, se c' era e non è s tato ucciso (visto che il suo corpo non è stato ritrovato), né è tornato a Jalalalad con l' autista (visto che tutti i giornalisti dietro nel convoglio non l' hanno visto ritornare), dov' è finito?
L' AUTISTA - Alla guida della jeep di Maria Grazia e Julio c' era Turyali (questo sarebbe il nome dell' autista secondo l' Ap). Un uomo che Maria Grazia e Julio conoscevano solo da poche ore: avevano deciso di partire all' ultimo momento e l' interprete si era preoccupato di trovare un' automobile e u n conducente. «Mi ricordo che provarono a chiedere alla fermata dell' autobus se c' era qualcuno disposto ad andare a Kabul - dice Sanjuan -. Poi l' interprete trovò quest' uomo». Maria Grazia e Julio andarono con l' interprete alla ricerca dell' autista? «Non lo ricordo con certezza, ma credo di no», risponde Eduard. La testimonianza di Turyali nella sostanza coincide con quella dell' autista delle altre due vittime dell' agguato, il fotografo Azizullah Haidari e il cameraman Harry Burton della Reuters: i giornalisti sono stati fermati, colpiti con pietre e uccisi a colpi di kalashnikov. Ma, se il secondo conducente ha immediatamente avvisato le macchine dietro di quanto stava accadendo più avanti («Tornate indietro, stanno sparando ai gio rnalisti») e all' arrivo a Jalalabad si è subito prestato a una conferenza stampa, l' autista di Maria Grazia è rimasto defilato. «C' era solo il conducente della macchina della Reuters a rispondere alle domande dei giornalisti - dice Sanjuan -. Io però mi sono accorto che fuori dall' albergo in cui ci eravamo riuniti c' era anche l' altro autista. L' ho avvicinato con il mio interprete e gli ho chiesto di raccontarmi che cosa fosse accaduto. Il mio interprete l' ha ascoltato e mi ha detto: "Quest' uomo ha visto tutto". Pochi minuti dopo le mie colleghe hanno filmato la testimonianza». Ma poi anche di lui non si è saputo più nulla. Nei giorni successivi altri giornalisti l' hanno cercato per riascoltarlo, senza riuscire a trovarlo: d ov' è finito?
IL SECONDO INTERPRETE - Incerta la presenza di un interprete sull' auto del fotografo e del cameraman della Reuters. «Azizullah era afghano: non aveva bisogno di qualcuno che gli facesse da interprete», dice Eduard. E se anche ci fosse stato un interprete non sarebbe tornato indietro. Lo conferma al Corriere l' olandese Rinus Van Hese, della tv Nos, anche lui sul convoglio di Maria Grazia: «Le due macchine tornarono indietro dopo l' agguato con a bordo soltanto i due autisti».
L' I NCHIESTA ITALIANA - Il video di Tv3 con la testimonianza dei due autisti entrerà nel fascicolo della Procura di Roma che indaga per omicidio volontario sulla morte di Maria Grazia Cutuli. Il procuratore aggiunto Italo Ormanni e il pm Federico De Sier vo hanno dato incarico alla Digos di acquisire anche il filmato della troupe filippina, che ha ripreso gli uomini armati che li hanno bloccati sulla stessa strada per Kabul un giorno prima. In questo video tre giornalisti greci, aggrediti poco dopo M aria Grazia sulla stessa strada, hanno riconosciuto lunedì almeno uno dei loro assalitori. Agli atti sarà messo anche il video della Rai che documenta il riconoscimento. Ma la procura non esclude di ascoltare direttamente - tramite rogatoria o convoc andoli in Italia - questi e altri testimoni. Alessandra Coppola L' agguato sulla strada Jalalabad-Kabul
LA VICENDA Lunedì 19 novembre, sulla strada da Jalalabad a Kabul, sei uomini armati bloccano due jeep e costringono i giornalisti che sono a bordo a scendere. Secondo la testimonianza dei due autisti afghani che guidavano le jeep, gli uomini avrebbero tirato pietre e poi ucciso a colpi di kalashnikov i quattro giornalisti: Maria Grazia Cutuli del «Corriere», Julio Fuentes di «El Mundo», Harry Burton e Azizullah Haidari della «Reuters»
PRIMO FILMATO La testimonianza dei due autisti afghani, Ashiquallah e Turyali, è stata filmata dalla televisione catalana TV3. E' molto probabile che con Maria Grazia e Julio viaggiasse anche un interprete. Di lui, però, si è persa ogni traccia
SECONDO FILMATO Su quella stessa strada, più o meno alla stessa altezza, il giorno prima dell' attacco a Maria Grazia erano stati bloccati e derubati tre giornalisti della tv filippina Abs-Cbn: il cameraman era r iuscito a filmare i volti degli assalitori
IL CONFRONTO Ancora su quella strada, poco dopo l' uccisione dei quattro giornalisti, uomini armati fermano una troupe di reporter greci: Nicholas Vafiadis, Tasos Dousis, Costantinos Saros. I tre riconoscono nel filmato dei filippini almeno uno dei loro assalitori
EDUARD SANJUAN IL TESTIMONE «L' autista di Fuentes e Cutuli è rimasto in disparte quando siamo rientrati a Jalalabad. Io sono riuscito a fargli qualche domanda. Ma poi è sparito»
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Copyright and Courtesy of Corriere della Sera




November 20, 2001, The New York Times
VIDEO: Recovering the Journalists' Bodies


November 20, 2001, The New York Times
4 Foreign Journalists' Bodies Are Identified by Colleagues
By TIM WEINER
The Associated Press and Reuters
The journalists shot on Monday were, from top, left to right, Harry Burton, Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes and Aziz Haidari.
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J
ALALABAD, Afghanistan, Nov. 20 — The bodies of four foreign journalists who were kidnapped and shot by armed gunmen on the highway halfway from Jalalabad to Kabul were identified here by colleagues today.
One witness said the gunmen shouted Monday: "What did you think? It's the end of the Taliban? The Taliban are still here!"
But an anti-Taliban commander in Jalalabad, Haji Shershah, told The Associated Press today that he believed the attackers were bandits, not Taliban or his own fighters.
The journalists' deaths brought to seven the number of foreign reporters killed in Afghanistan in the last two weeks.
The journalists left here Monday morning in an eight-car convoy headed for Kabul, the capital. They took no armed escort, as local Afghan commanders and political figures invariably do.
The group included more than a dozen journalists from The Washington Post, The Los Angeles Times, The Baltimore Sun and a number of European publications and broadcast outlets.
The second car in the convoy held Maria Grazia Cutuli, a reporter for the Italian daily Corriere della Sera, and Julio Fuentes from El Mundo in Madrid, along with their interpreter, Muhammad Farooq, and their driver, Turyali, both Afghans. The third car held Harry Burton, an Australian television cameraman, and Aziz Haidari, an Afghan-born photographer, both for Reuters, an interpreter named Houmayun and a driver named Ashiqullah, also both Afghans. The whereabouts of Mr. Houmayun was unknown tonight.
The convoy's cars were separated by as much as several hundred yards as they bumped and strained over the war-shattered road that climbs steeply up the Kabul River gorge toward the capital. The narrow defile was a favorite spot for Afghan fighters to ambush British soldiers in the three wars Britain fought here in the 19th century.
At about noon Monday, the convoy crossed the line that separates Laghman Province, nominally controlled by a coalition of commanders based here, from Kabul Province, nominally controlled by the Northern Alliance from the capital.
In fact, that stretch of a road is a no-man's-land. No one controls it. When the Taliban ruled this country, freedom was absent, but a strict law and order prevailed, and highway robbery was all but unknown. But war has overthrown their rule and the harsh security they imposed.
Some time shortly after noon, the convoy crossed a flood bridge called Pul-i-Estikam. A group of at least six men armed with Kalashnikov assault rifles were standing near the other side of the bridge.
What happened next was described in accounts by Mr. Turyali, Mr. Ashiqullah and Mr. Farooq, with the drivers' accounts conveyed through Afghan interpreters, after they returned to Jalalabad Monday night.
The men stopped the second and third cars in the convoy at gunpoint. They were clad in the style favored by the Taliban. Two men spoke in Pashto, the language of the tribe that dominates eastern and southern Afghanistan.
They ordered everyone out of the cars. They told the Afghan drivers and interpreters to turn back. They told the foreigners, "Come with us to the mountains."
"They hit them with their rifle butts," Mr. Turyali said. "One man took a stone and threw it" at the foreigners.
Mr. Ashiqullah said, "They hit the journalists with stones, pulled them out and killed them."
Mr. Farooq said: "I tried to move away to save myself. I saw them using stones. I heard a Kalashnikov three times, maybe four times." The Kalashnikov semiautomatic rifle, known as the AK-47, is the weapon of choice of most Afghan fighters. Mr. Farooq described the shots as rapid bursts of automatic rifle fire.
Mr. Ashiqullah said, "They shot the people and I ran away." The cars behind them in the convoy, alerted by one of the drivers that something terrible had happened on the road, turned around and headed back to Jalalabad.
More foreign reporters are in Afghanistan at the moment than at any point in its history, many for the first time. The group that left Jalalabad Monday broke an elemental rule of traveling in the country, which is to try to never go down a strange road without an Afghan riding shotgun alongside you.
Chris Tomlinson, an Associated Press reporter who is a former United States Army medic, who was spending his first working day in Afghanistan, had passed a group of armed men on the road of the same bridge minutes earlier as a driver took him down the road from Kabul.
By every description he gave, they were the same group that are believed to have killed the other reporters.
"They screamed at my driver, `Why did you cut your beard?' " Mr. Tomlinson said after arriving at Jalalabad. "I told my driver, `This isn't a checkpoint —keep going.' "
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The Independent
Militia force finds journalists' bodies
By Richard Lloyd Parry in Jalalabad

20 November 2001

The bodies of four foreign journalists have been found in eastern Afghanistan after they were ambushed and shot by masked gunmen while travelling between the city of Jalalabad and the capital, Kabul.
A militia force brought the bodies back to Jalalabad, where they were identified by colleagues. Last night the unidentified attackers were reported to be still at large in the area, about 40 miles from Kabul.
The journalists are Harry Barton, an Australian reporter, and Aziz Haidari, an Afghan photographer, both working for Reuters; Julio Fuentes of the Spanish newspaper El Mundo; and Maria Grazia Cutuli, an Italian reporter for the daily Corriere della Sera.
The driver of one of the cars, who escaped and returned to Jalalabad, said he had seen two of them shot at close range and heard further shots as he sped away.
The tragedy illustrates the anarchic state of eastern Afghanistan six days after the retreat of the Taliban. Several cars arrived in Jalalabad yesterday with bullet holes from the same area, close to the border between Northern Alliance-controlled Kabul and the territory of the Jalalabad mujahedin government.
Like hundreds of other journalists in the past few days, the victims drove in a loose convoy of some eight cars along the mountainous road between Jalalabad and Kabul. According to their Afghan drivers and translators, the two leading cars were stopped by a group of about eight men carrying rifles who said there were Taliban on the road ahead.
The party became suspicious when a bus passed from the opposite direction and its passengers reported no trouble on the road. When the cars attempted to turn round, the gunmen dragged out the occupants and began hurling stones and beating them with rifle butts. The attackers spoke the local language of the Pashtun tribesmen. "One of them said, 'You declared that the Taliban were finished, but we are still here'," said one of the drivers, Ashiq Ullah, adding that they abused them and insulted their wives. The drivers were told to recite an Islamic prayer to prove that they were Muslims, and were then allowed back into the cars.
"I saw with my own eyes two of the journalists being shot, one of them was a woman and the other was a man," Mr Ashiq Ullah said. "They were shooting from about 10 yards away, and the journalists fell to the ground."
Despite the absence of the Taliban, the Jalalabad region is far from safe. As many as 1,500 Arab al-Qa'ida fighters are reported to be holed up in mountains south of the city.
But other travellers suggested that the killers might have been motivated more by criminal intentions than by ideology. "They are not Taliban, they are robbers," said Sher Shah, the mujahedin commander who led the search party last night. "They robbed many local people travelling along that road – they took clothes, shoes, watches and money. They just want to put the blame on the Taliban."
Yesterday's deaths bring to seven the number of foreign journalists killed in Afghanistan since the beginning of the bombing campaign on 7 October.
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The Independent
The Journalist
By Frances Kennedy
25 November 2001

Three weeks ago Maria Grazia Cutuli, foreign correspondent of the Milan daily paper Corriere della Sera, celebrated her 39th birthday in style. A snapshot shows smiling journalists sitting cross-legged on the floor at a Peshawar restaurant, glasses raised in a toast. Earlier a senior editor had phoned Maria Grazia suggesting she might like to come home to recharge her batteries – after all she had been in Pakistan and Afghanistan since immediately after 11 September. Her response was telling. "Why? Aren't you happy with the pieces I am sending?" she asked, feigning offence. "If you want to give me a birthday present, let me stay."
Last week, Maria Grazia paid the price for her commitment to telling the story of the war when she became its first Italian victim. Instead of coming home to her small Milan flat, where every object told a story, she returned to her native Sicilian city of Catania in a plain pine coffin aboard an Italian air force plane. Along the tortuous mountain road that leads from Jalalabad to Kabul, she and three other reporters – Julio Fuentes of the Spanish paper El Mundo, Harry Burton and Azizullah Haidari of Reuters news agency – were stopped by a group of turbanned gunman and ordered to get down from their Jeep. Their bullet-riddled bodies were recovered the next day.
Maria Grazia knew the dangers of her profession well, but she was not a thrill-seeker, nor did she ever let her ego or the adrenalin rush push her into unsafe situations. The group had been told by colleagues who had made the trip 24 hours before that it was safe. When reports that Maria Grazia had been attacked began to filter through, her mother Agata, 74, told journalists she had rung home the night before. She had called frequently to reassure her mother and ask after her father, Giuseppe, 84, left speechless by a stroke. "She was happy as she always was when she was on a story and said everything was tranquil." Her sister Sabina, an accountant who lives in Catania, was soon at her parents' home as they hoped against hope that it would be a mistake. Her other two siblings, Donata, a trade union official, and Mario, an architect, live in Rome and had the task of accompanying her body home from Pakistan.
Maria Grazia grew up in Catania, under the shadow of Mount Etna. After graduating in philosophy, she began writing for the entertainment pages of the local newspaper, before moving on to local television. Colleagues said she was always ambitious and believed women should not be relegated to writing about fashion or lifestyle.
At 26 she left Sicily for the fog and hostility of Milan, where she took her first tentative steps as a correspondent for the popular weekly Epoca. She would spend her holidays in places like Cambodia, Liberia or Sierra Leone, coming back with a great story. When Epoca closed, she returned to Rwanda as a volunteer for United Nations High Commission for Refu- gees, an experience that left its mark.
In 1999 she was hired by Corriere della Sera, one of Italy's most respected broadsheet newspapers. In the past year alone she covered the tragedy of the Russian submarine, the Kursk and the Benin child slave boat as well as the new intifada in Israel and the destruction of the Buddhas in Afghanistan.
"I think initially it was above all curiosity," she once said. "I wanted to discover extreme forms of existence, to witness close up extreme situations, understand how people lived in a world different from that faded well-being of we in the West."
She also said: "I admire female colleagues with husbands and children who do my same profession but I could never manage that." Her profession dominated her life. Close friends said that when she had boyfriends, they were inevitably fellow war correspondents, photographers or aid workers.
Maria Grazia, slim with long dark hair and black eyes, had a very Sicilian kind of beauty; in some recent photos she looks like a girl, while others show her a sophisticated and determined woman. Yet she was ill at ease with her looks, irritated that people would look at the colour of her eyes rather than what she wrote. Fellow journalists remember her fury when in the midst of an unfolding tragedy she was nicknamed Miss Kigali.
She was difficult, determined, passionate and dedicated to telling the tales of the dispossessed, the victims, those who suffered. As her colleague Renzo Cianfanelli, a senior Corriere correspondent, put it: "She was never a member of the 'this is all about me' school of journalism."
The day after she died, her last scoop was published by her paper. In the article, Maria Grazia, for whom being a foreign correspondent had been a dream fulfilled, alerted the world to a nightmare: the discovery of Sarin gas, the nerve gas used in the Tokyo metro attack, in an abandoned Taliban hideout.
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The Independent
For one week only, we are just another story
The reporters - A personal diary from Jalalabad
Richard Lloyd Parry

25 November 2001

Perhaps at some time or other, walking around a hotel or driving through the streets of Jalalabad, I did see Harry Barton, Julio Fuentes, Aziz Haidari and Maria Grazia Cutuli, who was buried yesterday. But I never put a name to a face and the only impressions I have of them belong to other people. Maria, a striking Italian, who had been reporting on Afghanistan for years; Aziz, the gentlemanly Afghan photographer working for Reuters; Julio, the bold Spanish reporter, and Harry, an Australian who was already concerned about his safety and wasn't sure he wanted to be here anyway.
But it was sickening, none the less, to drive back into Jalalabad's Wide Mountains Hotel on Monday afternoon to be told that just two hours ago the four of them had been killed. They were shot by an unidentified gunman on the road from Jalalabad to the Afghan capital Kabul. On Wednesday the Red Cross drove their bodies into Pakistan for repatriation. And life at the White Mountains Hotel has not been the same since.
How many thousands of Afghans have died in this war nobody knows, but so far there have been only seven confirmed foreign deaths. They would not be B52 pilots or members of the SAS but journalists – the four who died last week and three who were killed earlier this month in northern Afghanistan. An unwritten rule decrees that reporters shall not write about the life of reporters. But perhaps this is the week to make an exception.
Compared with Kandahar (where the Taliban leadership is holed up under American bombardment) or Kunduz (where thousands of Taliban and al-Qa'ida holy warriors are in the process of surrendering under siege), Jalalabad is a peaceful backwater but still, for sheer variety of dramatic stories, I have never known a week like this one. Last Sunday, I was standing in a Taliban base amid unexploded cluster bombs and the wrecks of 200 tanks and artillery pieces. The next morning, I visited an opium farm, and in the afternoon four of my colleagues were murdered.
Wednesday was a slow day – reading arms manuals in a terrorist hide-out, and interviews with the rival mujahedin commanders who are manoeuvring for control of Jalalabad. On Thursday, I drove into the mountains to visit a prison, medieval in smell and appearance, where 150 al-Qa'ida prisoners were being held. On Friday, I explored Osama bin Laden's abandoned house in Jalalabad, and in the evening American planes dropped bombs a few miles from where I was tapping out my story. Early on Saturday morning, to top it all, Jalalabad was shaken by a small earthquake. It is as if a decade of reporting highlights has been compressed into a single week, and each of my colleagues here could compile a similar diary.
Who are the journalists working in Jalalabad? After the tragedy on Monday, a lot of people understandably pulled out, but there remains a fluctuating population of around 60. At least four out of five of us are men; even inside the hotel, the women wear headscarves and long loose clothing out of respect for Muslim sensibilities. Perhaps two-thirds of us come from the English-speaking world, the rest from Europe, South America and Japan.
A few have found lodgings in town, but most of us are based in Jalalabad's only large hotel, the Spin Ghar. The two-storey concrete structure is set in broad gardens behind a high metal fence, guarded by young mujahedin. Here and there are signs in Cyrillic; you can feel the ghosts of dead Russian officers of the Soviet occupation brushing past you in the corridors. The hotel is named after Jalalabad's most famous landmark, the beautiful white mountains, 25 miles to the south; as an institution it fails to live up to its graceful name.
The beds are narrow and lumpy, the hot water unreliable, and the toilets frequently unspeakable. The food is reasonable, but this is Ramadan, the Muslim month of fasting, and the local population does not eat during the hours of daylight. In the evenings we gorge ourselves, but apart from a few biscuits I have not had lunch for nine days.
On Tuesday night, a power cut coincided with the failure of the hotel's generator, and a panicked scramble began to charge up the numerous TV editing suites, cameras, and laptop computers. The most essential and closely guarded items are the portable satellite telephones, without which the most astonishing news story is useless. After my computer died, I wrote my second article by hand and dictated it, through fading batteries, by the light of a hurricane lamp.
Such practical problems fade in comparison with what the journalist euphemistically refer to as the "security problem''. What it comes down to is an unspoken question. Is the work which I am contemplating today likely to result in my injury or death? Without a certain tolerance of risk one would never step foot in Afghanistan – the difficulty is in managing the risks which one encounters day by day.
Contrary to the popular image of the war correspondent, there are very few swashbucklers or adrenalin junkies among the press corps in Jalalabad. Experience, it seems, breeds caution rather than its opposite. Walking across a patch of virgin desert, in a country riddled with landmines, is obviously a stupid idea; we follow car tracks or step in the footprints of those who have gone before. But what about the Taliban and military bases, all of which are strewn with unexploded bombs and ammunition? To be completely safe, one would never go near one – but at this stage in the war they are one of the biggest and most fascinating stories.
So we compromise by treading gingerly, and always taking the advice of the local mujahedin. Have I felt myself to be in mortal peril? Not at all. But in a time and place like this, you might not know until the danger was on top of you. The four journalists who died were driving in a group along a busy and well travelled road. The first conclusion to be drawn was the most obvious of all: that it could have happened to any of us.
There is another hardship which none of us talk about much but which everyone feels: the simple loneliness of being away from home. My closest journalist friends are all in other parts of Afghanistan. Apart from my translator and constant friend, Nader Farhad, relationships here are transitory. But one of the great pleasures of work like this is the experience of becoming firm friends with people you hardly know at all.
On Thursday night, the Americans in the hotel organised a Thanksgiving dinner, a festival which previously meant little to me. Turkeys were purchased from the bazaar and with a lot of improvisation, a grand banquet spread out in the White Mountains' sepulchral dining room. Local pomegranates were substituted for cranberry sauce. There was one bottle of wine between 60 people. But it is amazing how drunk you can feel when you really need to. There were speeches in which we toasted our dead colleagues and one another. It was a happy night, sentimental in the best sense of the word. I missed my girlfriend and our home in safe, rich, uneventful Tokyo, and I understood more clearly than ever what an illusion this kind of existence is, how remote from the responsibilities of real life. But there is an obscure satisfaction in being here among all this that is hard to pin down. It is an ordeal, a privilege, and the experience of a lifetime.
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The Guardian
Journalists' bodies recovered
Tuesday November 20, 2001

The bodies of four journalists have been identified by colleagues a day after their convoy was ambushed in a narrow mountain pass on the road to the Afghan capital, Kabul.
They had been reported missing and feared dead following after being ambushed as they drove from the eastern city of Jalalabad.
They were an Australian television cameraman, Harry Burton and an Afghan photographer, Azizullah Haidari, both from the Reuters news agency; Maria Grazia Cutuli of the Italian newspaper, Corriere della Sera and Julio Fuentes of the Spanish daily, El Mundo.
Militiamen found the bodies and brought them to a hospital in Jalalabad, where they were identified by colleagues.
The four were among more than a dozen international journalists travelling from Jalalabad to Kabul in a convoy of about eight cars.
The amount of dust on the road meant the cars had to spread out and often lost sight of each other.
The area recently came under the control of anti-Taliban forces.
However, some Taliban stragglers and Arab fighters loyal to the terror suspect, Osama bin Laden, are believed to be in the area and there had been earlier reports of armed robberies on the road.
Near the town of Serobi, 35 miles east of Kabul, six gunmen on the roadside waved the first three cars in the convoy to stop.
One car sped ahead, while two stopped, according to Ashiquallah, the driver of the car carrying the Reuters reporters.
He said the gunmen, wearing long robes, beards and turbans, warned them not to go any further because there was fighting with the Taliban ahead.
At that moment, a bus from Kabul approached and its driver claimed the road was safe.
The cars' drivers thought the gunmen were thieves and tried to speed away but the gunmen stopped them.
The gunmen then ordered all the journalists out of the cars and tried to force them to climb the mountain.
When they refused, the gunmen beat and threw stones at them, said Ashiquallah.
"They said, 'What, you think the Taliban are finished? We are still in power and we will have our revenge'," he said.
The gunmen then shot the Italian woman and one of the men, prompting the drivers to flee, he said.
The Afghan translator, a man named Homuin, was left behind with the journalists.
The cars sped back towards Jalalabad to warn the rest of the convoy. Other journalists saw the cars turn and decided to turn around also.
Ashiquallah's account was corroborated by another translator and a driver who escaped in the other car.
Haji Shershah, an anti-Taliban commander in Jalalabad, said he spoke to residents and travellers on the road, who reported seeing four bodies at the location of the attack.
"They were on the road, one woman and three men," Shershah said, quoting witnesses.
He said villagers reported numerous other attacks involving gunfire on vehicles on the same road during the day.
Shershah took his men to within 10 miles of the ambush site. He decided against going further because night had fallen, the attack took place outside his district and he feared an ambush on the narrow road, which has a river to the north and a steep mountain to the south.
The Afghans who took control of Jalalabad after the Taliban fled have a tenuous relationship with the Northern Alliance in Kabul and the attack occurred along the boundary between the two groups.
Shershah said the attackers were bandits, not Taliban or his own fighters.
A French journalist was robbed in the area the day before and, hours after Monday's assault on the journalists, an Afghan car arrived in Jalalabad riddled with bullet holes from an attack.
"They're not Taliban, they are thieves," Shershah said. "They just want to put the blame on the Taliban... They were robbing lots of people."
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The Guardian
Journalists believed dead after ambush
Four seized from cars in hold-up
Rory McCarthy in Kabul
Tuesday November 20, 2001

Four journalists were feared dead yesterday after their car was ambushed by gunmen in an area liberated from the Taliban, increasing fears that southern Afghanistan was slipping back into the grip of brutal warlords.
The journalists were taken from their cars outside the eastern Afghan city of Jalalabad, along the winding unmade road to Kabul, which has become the main route into the country from Pakistan.
Reuters identified their two missing employees as television cameraman Harry Burton, an Australian, and Azizullah Haidari, an Afghan-born photographer.
Maria Grazia Cutulli, of Italy's Corriere della Sera, was also missing, said Guido Santevecchi, an editor at the daily in Milan. Spain's El Mundo said one of its leading journalists, Julio Fuentes, was travelling in the convoy and also had not been heard from.
Drivers said two cars were stopped by a group of six armed men who forced the four journalists from the vehicles.
The gunmen began to march the group up into the surrounding hills, they said. Mohammed Farrad, one of the drivers, said he then heard three or four bursts of Kalashnikov fire. "They took the jour nalists, and when the journalists turned to look at them, the gunmen shot," he said. The drivers fled and warned the rest of the convoy, which was some distance behind, to turn back.
The Italian foreign minister, Renato Ruggiero, told journalists in Brussels that based on reports from the scene it appeared the four were killed.
A driver at Kabul bus station said he passed the area and found three bodies near the roadside, including that of a woman.
Corriere della Sera's editor, Ferrucio de Bortoli, said: "We're still hanging on to the last hope, even though with the passing of the hours, it becomes ever more feeble." A Reuters spokesman said the news agency could not confirm the journalists were dead.
Eduard Sanjuan, a correspondent for Spanish regional television TV3, who was further back in the convoy, said a car ahead of him quickly turned around, its passengers "shouting at us in Pashtu, to get out rapidly because they (gunmen) were shooting at the journalists". The convoy did not have any protective escort, he said.
Hundreds of journalists have travelled the same route from Jalalabad to Kabul since the border with Pakistan at the Khyber pass opened on Thursday. At least two groups of journalists were robbed on the road on Sunday.
Although northern Afghanistan and Kabul itself is under the control of the Northern Alliance the south is very different. Nangarhar province, which surrounds Jalalabad, is now controlled by Pashtun warlords. Many of them ran personal fiefdoms in the area before the Taliban took over five years ago.
Small pockets of Taliban fighters and their Arab allies are also believed to be hiding in the hills.
Jalalabad is now controlled by Haji Abdul Qadir, a Pashtun commander who is close to the Northern Alliance and was the governor of the province before the Taliban.
But several other commanders in the area are also vying for power. Fighters loyal to the fierce warlord Hazarat Ali, who has been made the Jalalabad police chief, control many areas around the city.
Three foreign journalists were killed a week ago when they were with Northern Alliance troops who were ambushed by Taliban soldiers.

The missing
· Maria Grazia Cutuli, 39, was one of Italy's leading war correspondents, reporting from Chechnya, Africa and the Balkans before Afghanistan.
Single and with no children, she worked for Corriere della Sera, Italy's biggest selling and most respected daily. Her last dispatch was carried on yesterday's front page.
"Maria Grazia was a smart girl, otherwise she would not have been sent there," said her mother, Agata D'Amore, 74.
· Harry Burton, 33, an Australian who worked as a cameraman for Reuters television, entered Jalalabad last week as the Taliban's grip on Afghanistan weakened.
His name appeared on several wired reports from the city at the weekend. His last story, on Saturday, described an abandoned Afghan school where "some 30-40 children of the foreign fighters who form the backbone of Osama bin Laden's al-Qaida network were taught to shoot straight".
Earlier this year he was in Indonesia, covering the Free Aceh Movement for the agency.
· Azizullah Haidari, 33, an Afghan-born photographer, had filed for Reuters from Islamabad for several years and often travelled into Afghanistan.
His photographs portrayed the main Pakistani and Afghan political figures of the region, as well as refugees and soldiers caught up in the violence. In 1998, he was in Mazar-i-Sharif covering the aftermath of the earthquake which left more than 3,000 dead.
· Julio Fuentes, 43, was a correspondent and novelist who had spent much of the past 20 years travelling from war zone to war zone.
His editor at Spain's El Mundo newspaper, Pedro Ramirez, said:"Anybody who has ever met a war correspondent will be able to imagine exactly what Julio Fuentes is like."
On Sunday he discovered phials containing sarin gas at an abandoned al-Qaida camp. "I am not a hero but I needed proof," he wrote in his last article to explain why he had handled the dangerous phials and taken away packaging.
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The Guardian
Transformed by death in Afghanistan
A murder near Kabul turns a brave journalist into an Italian martyr as the media clamours for honour by association, writes Rory Carroll

Rory Carroll
Wednesday November 21, 2001

Maria Grazia Cutuli is dead and Italy is shrouded in mourning.
Two days ago she was largely unknown, but an ambush on a dusty road east of Kabul changed that. Now she is a symbol of courage and source of pride for a country in need of heroes.
Gunmen - possibly Taliban, possibly bandits - executed her along with three other journalists on Monday. Italy received the news like a punch in the stomach.
Friends, relatives and colleagues wept while television and radio news bulletins relayed the death in shocked tones to the public. Details of Ms Cutuli's final moments have dominated the airwaves and chat shows speak of nothing else.
Ms Cutuli, 39, was a correspondent for the Milan daily Corriere della Sera, Italy's leading newspaper, and even its rivals treated the murder as a national tragedy. Front pages yesterday and today carried her photo beneath banner headlines, with some papers such as La Repubblica devoting 13 pages to the story.
Tributes and messages of condolences came from the prime minister, Silvio Berlusconi, celebrities, footballers and intellectuals. The president, Carlo Azeglio Ciampi, said: "This tragedy makes you realise even more the horror of this war."
If the family permits, Ms Cutuli is likely to be given a massive funeral. Her body has been recovered and identified along with those of her companions: Julio Fuentes of the Spanish daily El Mundo, Harry Burton, an Australian, and Azizullah Haidari, an Afghan, both of Reuters.
The three men are being mourned in their own countries and the killings have been condemned worldwide. But Italy's response appears stronger, more visceral - and tinged with opportunism.
Elements of the media have sanctified Ms Cutuli as a martyr to her profession. They have treated her death as a vindication of the value of their own work, declaring it proof not just of her courage, but theirs.
Some editorialists, column-writers and broadcasters glided from praising Ms Cutuli to thinly-veiled self-congratulation for their own importance and guts. The tone invited readers and viewers to genuflect before the media.
That the Sicilian was brave, honest and deserved the tributes there is no doubt. She fought hard in a male-dominated profession to become a war correspondent, a job she loved, and reported from Bosnia, Rwanda, Israel and other troublespots, before Afghanistan.
Her last dispatch was a scoop about her discovery, with Julio Fuentes, of nerve gas in an abandoned camp allegedly used by Osama bin Laden's al-Qaida group. Her sickening murder robbed journalism of one its best.
But the massive coverage in Italy, shunting the fighting in Kandahar and Kunduz and diplomatic breakthroughs far down the news schedule, has been suffused with the conviction that all journalism is a noble, heroic enterprise.
Several Italian journalists told me the reaction betrayed a collective insecurity; unloved by the public and intimidated by the government, this was a chance to proclaim their worth. Some editors said her death underlined the importance of a free press - a freedom more fragile in Italy than most west European countries.
"Some see it as a vindication, even if they never leave the office to go on assignment," said one.
In today's La Stampa, the columnist Pierluigi Battista criticised the sanctification of Ms Cutuli as a martyr, suggesting it revealed a hankering for a lost nobility.
There is another, more banal reason to explain the impact of the killing. Ms Cutuli was a woman and physically attractive.
Last year, unknown assassins murdered another Italian journalist, Antonio Russo, 40, in the former Soviet republic of Georgia. He too had been brave and exposed atrocities in neighbouring Chechnya and had his body dumped by the side of a road.
But he worked for Radio Radicale, which was affiliated to the fringe Radical party, and the mainstream media had little interest in comparing itself to such a colleague. His family and friends mourned alone.
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The Guardian
Journalists murdered 'in revenge'
Drivers tell of attack as bodies are identified
Owen Bowcott

Wednesday November 21, 2001

The bodies of four journalists ambushed and murdered on the narrow, mountain road to the Afghan capital, Kabul, were recovered yesterday by anti-Taliban militiamen and taken to Jalalabad where they were identified by colleagues.
Accounts from the surviving Afghan drivers and translators suggest that the six gunmen, who lured several cars into stopping near the town of Serobi, were Taliban fighters or Arabs loyal to Osama bin Laden who had retreated into the hills.
A convoy of eight or nine vehicles left Jalalabad without a military escort on Monday morning, carrying journalists heading for Kabul. On rough roads, the cars became spread out. The gunmen, standing beside the highway, signalled to the first three to halt. One suspicious driver put his foot down and sped off. The next two stopped, said Ashiquallah, the driver of the vehicle carrying two Reuters journalists - photographer Azizullah Haidari, and reporter/cameraman Harry Burton. The other car contained Spanish journalist Julio Fuentes of El Mundo, and Italian journalist Maria Grazia Cutuli of Corriere della Sera.
The gunmen, dressed in long robes, beards and turbans, warned them not to proceed because there was fighting ahead. A bus passing from the opposite direction told them the road was safe, but the gunmen stopped the cars leaving.
Everyone was ordered out, said Ashiquallah. The four journalists were told: "Come with us to the mountains." When they refused, the gun men said, 'You think the Taliban are finished? We are still in power and we will have our revenge,'" added Ashiquallah.
Ms Cutuli was shot first, and there were then several bursts of gunfire. The drivers fled, warning the rest of the convoy. One report suggested the ambush was near a gorge where Afghan fighters ambushed British troops in the 19th century. The area lies in no man's land, between a district held by the Northern Alliance and territory controlled by the new governor of Jalalabad.
Haji Shershah, a local anti-Taliban commander, dismissed reports that the gunmen were Taliban members. "They're not Taliban, they are thieves," he said. "They just want to put the blame on the Taliban. They were robbing lots of people."
Geert Linnebank, Reuters editor-in-chief, said the deaths were "yet more cold-blooded executions of journalists going about their work.
"We are devastated by the loss of our two colleagues. Our thoughts and prayers are with their families, and with the families of the two journalists who died with them," he said. "We mourn the passing of two consummate professionals who made a life of reporting the facts despite the dangers that brought with it.
"Harry and Aziz came from very different backgrounds: Aziz an Afghan refugee who joined Reuters in Pakistan in 1992, where he went on to become a news photographer Harry, an Australian cameraman based in Jakarta, made a name for himself covering the civil war in East Timor."
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Maria Grazia Cutuli
sketch courtesy and © F.Sironi

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Farewell, good ol' Marjan...
The lone king of Kabul zoo succumbs to his age at 48, after surviving years and years of deprivations and symbolizing to kabulis the spirit of resiliency itself

Well.....that's sad news, indeed. To my eyes, Marjan symbolized hope.  However, in thinking about that dear old lion's death I choose to believe that when he heard the swoosh of kites flying over Kabul, heard the roars from the football stadium, experienced the renewed sounds of music in the air and heard the click-click of chess pieces being moved around chessboards....well, the old guy knew that there was plenty of hope around and it was okay for him to let go and fly off, amid kite strings, to wherever it is the spirits of animals go.
Peace to you Marjan and peace to Afghanistan.
[Diana Smith, via the Internet]

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