DEATH OF A HERO
Ahmed Shah Massud
> TRIBUTEWi> INTERVIEW
> MESSAGE TO THE
PEOPLE OF THE USA

NEW YORK, NEW YORK!
Tribute to
a defaced city
FAREWELL MARJAN...
Marjan, the one-eyed lone
lion is no longer the king of
Kabul zoo
PICTURES from the grenade attack!
Dear Visitors, these next pages are a heartful tribute to Maria Grazia Cutuli, sweetest friend, valued travelmate and skillful writer for Corriere della Sera, major italian newspaper, who was ambushed and killed by unknown assailants on November 19 2001, while traveling from Jalalabad to Kabul (Afghanistan) together with colleagues Julio Fuentes (spanish newspaper El Mundo), Harry Burton and Hazizullah Haidari (cameraman and photographer, Reuters).
>PICTURE GALLERY
>AUDIO CLIP her last report from Peshawar [ Corriere.it ]
>VIDEO recovering the journalists' bodies [New York Times - Associated Press]
How colleagues journalist and friends >REMEMBER her
Pages from italian and international >PRESS
>REPORTS about the ambush
>STORIES we published >TOGETHER (her writings, my pictures)
>ALL THE STORIES
I'm trying to make available ALL THE STORIES written by Maria Grazia Cutuli.
Big kudos to publishers Corriere della Sera-RCS and Arnoldo Mondadori Editore,
for allowing me to post here all the stories they hold copyrights for.
AFGHANISTAN - CORRIERE DELLA SERA
Copyright and Courtesy of Corriere della Sera


Map copyright and courtesy Fabio Sironi


018 Bamiyan, Afghanistan, 1995

lunedi, 19 novembre 2001
Un deposito di gas nervino nella base di Osama
Contenitori di armi chimiche abbandonati in un campo di Al Qaeda sulle colline di Jalalabad

Un deposito di gas nervino nella base di Osama Contenitori di armi chimiche abbandonati in un campo di Al Qaeda sulle colline di Jalalabad
DAL NOSTRO INVIATO FARM HADA (Afghanistan) - Gas sarin: la scritta in caratteri cirillici appare su un' etichet ta rossa, incollata su una scatola di cartone. Dalla confezione spuntano venti fialette di vetro, simili a piccoli termometri, riempite di liquido giallo e pastoso. È una delle sostanze più velenose e letali prodotte in laboratorio. Un gas nervino, u n' arma chimica capace di uccidere al solo contatto con la pelle. È stata trovata dal Corriere della Sera e dal quotidiano spagnolo El Mundo dentro uno dei più grandi campi di Osama Bin Laden in Afghanistan, una base abbandonata dopo la frettolosa ri tirata dei talebani da Jalalabad. Una scatola intera, forse dimenticata durante la fuga. Oppure lasciata apposta, come segno di avvertimento ai futuri profanatori. L' abbiamo scoperta a Farm Hada. Un posto sperduto in mezzo a una landa rocciosa, a un ' ora di macchina dalla città. Ci arriviamo percorrendo una pista di sabbia che si addentra per chilometri in una vallata bruciata dal sole. Un' area inaccessibile fino a qualche giorno fa. Off-limits per chiunque non fosse parte della rete di Osama. Ora troviamo solo un check-point, controllato dai mujaheddin e una vecchia sbarra di ferro a bloccare l' entrata. I miliziani ci salutano, sorridono, lasciano che il nostro fuoristrada passi senza troppe obiezioni. Oltre la barriera, piccole colline desertiche costellate da muraglie quadrate, mimetizzate sullo sfondo di un paesaggio ocra: caserme, baracche d' argilla protette da vecchi carri armati. L' autista guida lungo mulattiere tortuose. Si ferma davanti a una fila di nicchie sterrate sul fianco di una montagnola. Da lontano sembrano tunnel. In realtà sono trincee zeppe di pezzi di artiglieria, bossoli, proiettili di granata. Una sorta di barriera difensiva, dietro la quale si nasconde una banchina di cemento, circondata da muri di ar gilla, con un cancello di ferro chiuso da un catenaccio. Attorno, container di metallo, una casupola che doveva servire come posto di guardia e una baracca dal tetto di lamiera, stipata di munizioni. Gli arabi devono essersene andati in fretta da Far m Hada. Un' armata allo sbaraglio, se per terra c' è ancora una scodella incrostata di cibo, un mucchio di stracci, e poco lontano, gettati alla rinfusa, mine, ordigni esplosivi. E' qui che appare la scatola di cartone. Non riusciamo a capire che cos a contiene. Il giornalista del Mundo, Julio Fuentes, la incide sul lato, tirando fuori ad una ad una le fialette in vetro bianco, ampolle sottili come siringhe da insulina, strozzate alle estremità e isolate una dall' altra dentro piccoli scomparti d i cartone. Ne contiamo una ventina. È l' etichetta attaccata alla confezione a rivelare il contenuto: gas sarin, scritto in russo, e, sotto, l' indicazione sull' antidoto da usare, l' atropina, l' unica sostanza capace di contrastare gli effetti leta li. Una traccia sinistra dell' arsenale che potrebbe essere in mano ai combattenti di Osama. Una prova che nelle caserme dello sceicco saudita non ci sono solo kalashnikov, missili o granate, ma anche armi non convenzionali, utilizzabili da attacchi terroristici in tutto il mondo. E forse non è un caso che tra tutte le basi abbandonate dagli uomini di Al Qaeda in questi giorni, dopo la partenza dei talebani e l' arrivo dei mujaheddin, Farm Hada sia una delle poche a non essere stata bomba rdata dagli americani. Tiriamo via l' etichetta e, per precauzione, lasciamo le ampolle. Troppo rischioso portarle via. Il gas Sarin ha effetti neuro-tossici. Le abbandoniamo lì dove si trovano, sotto il sole. Intorno non si vede nessuno. Il silenzio è pesante e sinistro. Non ci sono mujaheddin a custodire la base. Non siamo neanche sicuri che l' area sia completamente libera dagli arabi di Osama. Ma certo è che qualcuno deve essere passato da qui, dopo la partenza dei membri di Al Qaeda, a mett ere i lucchetti su ogni portone. «Gli uomini di Younis Khalis», dice la nostra guida. I miliziani dello stesso leader politico che mercoledì scorso, dopo un lungo negoziato, ha costretto i talebani a sloggiare dalla regione. L' abbiamo visto Khalis, qualche giorno fa, entrare nel palazzo del governatore, la barba tinta di arancione, uno zuccotto in testa, a passi faticosi su un paio di stampelle. Lo accompagnavano i suoi fedeli, sorreggendolo ad ogni gradino. Ha pronunciato poche parole, sillabe gutturali e cavernose per annunciare la pace. Ma è lui il grande vecchio, il capo storico dell' Hezb-i-Islami, una delle fazioni che combatterono la Jihad contro i sovietici, ad aver concesso a Osama il permesso per costruire la base di Farm Hada su i suoi terreni, all' interno del suo feudo. Era il 1996. Lo sceicco del terrore, scacciato dal Sudan - raccontano a Jalalabad - si era accampato in una brigata di arabi nel villaggio di Teerah, all' interno della zona tribale del Pakistan. I capiclan lo avevano tollerato per un po' , poi l' avevano pregato di andarsene. Osama si è spostato a Tora Bora, il rifugio sulla Spinghar Mountain, la stessa parte dove gli arabi in fuga si sono arroccati in questi giorni. E quindi a Jalalabad con l' assens o della Shura locale. È stato qui che ha trattato con Khalis l' acquisto dei terreni. Il leader, che lo conosceva dai tempi della Jihad, gli offrì ospitalità permettendo ai combattenti di Al Qaeda d' installarsi nella sua roccaforte. Con l' arrivo de i talebani, all' ottobre dello stesso anno, Osama si è trasferito a Kandahar, lasciando a Farm Hada uno dei suoi principali avamposti militari. Per anni si sono nascosti qui dentro alcuni degli uomini più ricercati dall' Fbi, come Atef, il numero tre di Al Qaeda, morto venerdì sotto un bombardamento americano. Dentro la base, che si stende per una decina di chilometri quadrati, vivevano anche alcune famiglie dei seguaci di Osama - racconta un afghano che l' ha visitata qualche tempo fa - in case ggiati protetti come bunker e sorvegliati dai miliziani armati, una cinquantina in tutto; difficile dire quanti fossero complessivamente i residenti. Da Farm Hada potrebbero essere passati a rotazione migliaia di combattenti islamici, per prep ararsi militarmente e spiritualmente alla Jihad contro l' Occidente. All' interno degli edifici non mancava nulla: acqua corrente e luce, fornita da enormi generatori, apparecchiature satellitari, archivi e documenti. Oggi sono rimasti solamente mezz i militari, camion, pezzi di artiglieria e un numero impressionante di munizioni. E il contenitore del gas nervino. Poco lontano dalla zona in cui abbiamo trovato le fiale, sorgono le ville di Younis Khalis e dei suoi comandanti. Costruzioni nascoste dietro fila di mura. Si vedono bambini giocare davanti ai portoni e qualche camion passare lungo la strada. Lo stesso Osama ha conservato una residenza nella zona. Ci fermiamo a Dar Olum, l' ex «madrassa» dove venivano selezionati i giovani combatte nti, ragazzi preferibilmente orfani dai 15 ai 18 anni destinati agli attacchi kamikaze.



domenica , 18 novembre 2001
Jalalabad «libera» resta una prigione avvolta dal burqa

Donne sottomesse alle tradizioni dei pashtun «Il nome di mia moglie? Mai su un giornale». Chi viene da una famiglia agiata, chi ha studiato e chi è stato all' estero rifiuta il burqa. Chi arriva invece dai villaggi e dalle zone rurali, dai quartieri poveri, non penserebbe mai di farne a meno
DAL NOSTRO INVIATO JALALABAD - Nascoste, invisibili, assenti: non si vedono donne a Jalalabad. La liberazione della città afghana dai talebani ha portato nelle strade migliaia di miliziani armati, bande ubriache di vittoria, pronte a contendersi il c ontrollo del territorio sino all' ultimo vicolo o all' ultima casa. Non ci sono donne tra chi fa la guerra, gestisce il potere, decide il futuro. In un' intera mattinata, appaiono tra le botteghe del suk solamente tre sagome avvolte dal burqa, dal pa sso silenzioso e discreto, coperte come sempre dietro la cortina di un poliestere. «Scoprirsi il viso? Non è il momento», farfuglia una delle tre, scivolando tra le bancarelle. «Il burqa è l' unica protezione che abbiamo», dice la seconda, mentre la terza acconsente. «In una situazione come questa, rischieremmo lo stupro». Fanno la spesa veloci, un po' di frutta, cotone per cucire, pezzi di pane. E si dileguano con la stessa andatura leggera con cui sono arrivate, strette una all' altra a difend ersi dal mondo di fuori. Non ci sono stati delitti a Jalalabad, com' è successo invece a Kabul dopo l' arrivo dell' Alleanza del Nord. Nessun proclama dei mujaheddin che inviti le donne afghane a tornare nei posti di lavoro e tra i banchi di scuola. Le milizie tribali - ancorate alle coriacee tradizioni pashtun - hanno altro a cui pensare. E non è certo il burqa, la segregazione femminile, la violazione dei diritti umani, il peccato che rimproverano ai talebani. Il velo integrale fa parte dei co stumi locali. La sottomissione delle donne è un' eredità secolare che le milizie coraniche hanno solo istituzionalizzato. «E la cultura fa la differenza - dice Karmi Nazri, proprietario di una scuola d' inglese a Jalalabad -. Chi viene da una famigli a agiata, chi ha studiato e chi è stato all' estero rifiuta il burqa. Chi arriva invece dai villaggi e dalle zone rurali, dai quartieri poveri, non penserebbe mai di farne a meno». I talebani non c' entrano, secondo lui. Anche prima del loro arrivo i n Afghanistan, la maggior parte delle donne pashtun si copriva il viso. «Cambierà qualcosa? Non certo adesso, con i guerriglieri in giro. Non c' è donna che può aver voglia di mostrarsi in una situazione come questa». Forse in futuro, a poco a poco, una volta che l' Afghanistan avrà preso un altro corso politico. «Ma mia moglie, no. Lei il burqa l' ha sempre portato e lo porterà sino alla fine dei suoi giorni». Come si chiama la moglie? Il professore d' inglese abbozza un sorriso imbarazzato: «N on mi pare il caso che il suo nome compaia sui giornali». Nient' altro da aggiungere. Anche Kamram Bashari, medico all' ospedale centrale di Jalalabad, si mostra esterrefatto all' idea che le donne della sua famiglia possano camminare a viso scoperto . «Non hanno mostrato la loro faccia nemmeno ai propri cugini. Sono quelle che lavorano per il governo, le professioniste, le dottoresse, che tra qualche mese forse alzeranno la testa, a rivendicare libertà mai godute». La cultura pashtun è dura da s radicare. Anche nel vicino Pakistan vigono le stesse regole: perfino nella buona borghesia, dove non c' è occasione che non venga celebrata con sontuosi banchetti, uomini e donne festeggiano in zone diverse, rigidamente separate. Ancor più nei campi profughi degli afghani: il burqa serve a mascherare la povertà, a nascondare la vergogna di chi chiede l' elemosina, a proteggersi dalla promiscuità. Era questo il significato originario dallo hijab, l' abito prescritto dal Corano: un riparo per il c orpo e per lo spirito, in una società invadente come quella beduina, per mettere una distanza tra sé e gli altri, e garantirsi un minimo d' intimità. A Peshawar, in Pakistan, s' incontrano donne ultrafondamentaliste, colte, laureate, capaci di parlar e in perfetto inglese, che teorizzano la differenza tra i sessi. «É segno di rispetto da parte degli uomini - dice una attivista del Jamiat Islami, uno dei principali partiti religiosi -. Serve a difenderci dagli sguardi indiscreti, a proteggersi da un eccesso di responsabilità. Non vogliamo diventare come voi occidentali, oberate di lavoro, costrette a mantenervi da sole, a trascurare la famiglia ed i figli». Persino le donne del Rawa, l' associazione rivoluzionaria femminile dell' Afghanistan, ammettono il velo: «Fa parte della tradizione». Quel che non accettano è che sia lo Stato ad imporlo, come nel caso dai talebani. A Jalalabad le donne aspettano. «Ci vorrà del tempo perché i costumi cambino», dice il dottor Kamran Bashari. Una vera stabilità politica chiarirà quale sarà il ruolo femminile in Afghanistan.



sabato, 17 novembre 2001
Terroristi e talebani fuggono in montagna
Dopo la caduta di Jalalabad gli uomini dello sceicco si nascondono nei tunnel a sud della città I miliziani coranici hanno portato via anche la cassa della Banca Centrale I covi sono stati costruiti dai mujaheddin per resistere all' invasione sovietica

Terroristi e talebani fuggono in montagna Dopo la caduta di Jalalabad gli uomini dello sceicco si nascondono nei tunnel a sud della città
DAL NOSTRO INVIATO JALALABAD (Afghanistan) - Si sono separati dalle famiglie piangendo. I militanti di Al Qaeda sulle camionette cariche di armi, casse e fagotti, diretti verso le montagne. Le mogli coperte dal burqa e i bambini in lacrime verso il confine con il Pakistan. «Una scena da non crederci - racconta Zingle Bad Shah, un infermiere di Jalalabad -. Fac eva quasi pena vederli». Gli uomini di Osama Bin Laden, gli spietati combattenti della congrega terroristica più pericolosa del pianeta, colti in un momento di debolezza, mentre abbandonavano le proprie case, incalzati dalle milizie tribali. Se ne so no andati a mezzogiorno di mercoledì, arabi, pakistani, ceceni, dopo che i talebani hanno accettato di lasciare Jalalabad ai capi clan delle province orientali dell' Afghanistan, liberando la città dalla loro velenosa presenza. «Vinti più di qualunqu e altro - dice ancora l' infermiere che abita a pochi metri dal loro compound. - Arroganti e violenti». Spariti, grazie a Dio. Alcuni nell' area tribale del Pakistan. Altri, più pericolosi, in un posto che si chiama Tora Bora, a 4 mila metri di altez za sulla Spingar Montain, la Montagna Bianca, 40 chilometri a sud di Jalalabad. Un rifugio sperimentato. Costruito dai vecchi mujaheddin per resistere ai sovietici, offre una base formata da una ragnatela di tunnel sotterranei, dove si sarebbero acca mpati assieme a gran parte delle milizie coraniche, fuggite anche loro portandosi dietro l' intera cassa della Banca Centrale. Gli americani, che negli anni ' 80 avevano contribuito coi loro finanziamenti a far nascere luoghi come questi, hanno tenta to di distruggere Tora Bora nel 1998. Ma le bombe l' hanno scalfito appena. «Il campo non ha mai smesso di funzionare - dice Alim Shah, uno dei comandanti pashtun che hanno preso il controllo di Jalalabad -. Gli uomini di Osama possono sopravvivere d entro ai tunnel per mesi». La rete di approvvigionamenti è garantita dal Pakistan. «È dalla frontiera che arrivano viveri e munizioni». Gli americani ci provano ancora. Il tonfo dei bombardamenti che fa tremare i vetri di Jalalabad rimbomba proprio d a lì, dalla roccaforte della Montagna Bianca. La rete era capillare, qui a Jalalabad. Da una parte c' erano gli arabi: algerini, egiziani, sauditi. I più potenti, con Atef come capo, il numero tre di Al Qaeda, che sarebbe stato ucciso dagli americani . Dall' altra i volontari pakistani. Il gruppo dei ceceni, tagiki, uzbeki. Quattromila persone, unite da una stessa fede: Al Qaeda, l' internazionale del terrore. In questa terra di confine, gli «stranieri» facevano parte della vita cittadina. Avevan o sposato ragazze afghane, comprate dai padri a suon di dollari. Avevano fatto figli. Le loro case e i loro campi di addestramento - segreti e impenetrabili fino a qualche giorno fa - appaiono all' improvviso accessibili a tutti: edifici svuotati e a bbandonati, scheletri insignificanti dietro muraglie di fango compresso e barriere di filo spinato. Zingle Bad Shah, l' infermiere che li ha visti partire, mostra uno dei loro quartieri. All' entrata, una parata di vecchi pezzi di artiglieria di marc a sovietica. I nuovi conquistatori, ragazzini dall' aria sfatta, accovacciati coi vestiti laceri e i pakoul in testa, sorvegliano le granate allineate sui gradini. Dentro, un mosaico di appartamenti, casette nuove dai tetti impagliati, vestiti gettat i alla rinfusa, libri, giocattoli. Su uno scaffale, volumi e riviste in tedesco. «La moglie era una donna arrivata dalla Germania - racconta l' infermiere -. Nessuno l' ha mai vista in faccia». Dietro le case, oltre una rete di canali, si trova invec e il centro di addestramento da cui passavano i volontari islamici per imparare a confezionare esplosivi, prima di essere spediti nelle basi operative come quella di Farm Hada, a 10 chilometri da Jalalabad. Anche qui stanze vuote, residuati bellici e cianfrusaglie. Ma qualcuno ha dimenticato un librone in arabo, un manuale del terrorismo. I fantasmi di Al Qaeda aleggiano sulla città. «Non tutti gli arabi se ne sono andati - racconta il giovane Mobares, un afghano vicino alla rete di Osama -. Tan ti si sono nascosti presso le famiglie delle loro mogli». Molti sono rimasti in clandestinità. E aspettano, assieme ai talebani che si sono mimetizzati tra i mujaheddin, di capire chi saranno i veri vincitori. Le tribù dell' Est non hanno ancora trov ato un accordo. «Jalalabad non è mai stata pericolosa come adesso - sussurra qualcuno -. Tra poco si comincerà a sparare». Le brigate di Osama potrebbero tornare. LA FUGA DEI TALEBANI LA CACCIA Il campo di addestramento riceve viv eri e munizioni dal vicino confine col Pakistan. Da qui potrebbe partire il contrattacco In questa zona di frontiera la rete di Bin Laden contava 4.000 uomini: tutti «stranieri» sposati a donne afghane.



venerdi, 16 novembre 2001
Le milizie pashtun padrone di Jalalabad
La città è stata liberata dai seguaci dell' ex re Zahir: «Siamo contrari al predominio dell' Alleanza del Nord» La carovana dei conquistatori scivola veloce lungo la pista deserta e terrosa Strade rischiarate da deboli lampioni mostrano bazar senza merce e uomini in armi
Le milizie pashtun padrone di Jalalabad La città è stata liberata dai seguaci dell' ex re Zahir: «Siamo contrari al predominio dell' Alleanza del Nord»

DAL NOSTRO INVIATO JALALABAD - Non c' è più dogana, non c' è più frontiera. Oltre il Khyber Pass, l' ingresso in Afghanistan è segnato da una fila di catapecchie vuote, che un tempo ospitavano un bazar di confine, chiuso tra montagne inaccessibili. I talebani sono spariti. Hanno lasciato la strada che porta a Jalalabad. Hanno consegnato la città, i suoi dintorni, l' intera regione alle tribù dell' est. Pashtun come loro, ma sotto altre bandiere. Non ci sono arabi sulla strada, volontari islamici, miliziani pakistani. Anche i sostenitori di Osama, che avevano minacciato jihad o morte, si sono ritirati verso altri territori. Scomparsi o forse inghiottiti negli anfratti imperscrutabili della terra di nessuno. La carovana dei conquistatori scivola veloce lungo la pista deserta e terrosa che rappresenta uno dei principali corridoi commercial i dell' Afghanistan. È formata da pullman, da camion, da pick-up. Trasporta capi clan, anziani, comandanti militari, tutti i membri della potente famiglia di Abdul Haq, l' ex leader della jihad contro i russi, ucciso tre settimane fa durante una miss ione in Afghanistan per conto degli americani. Tutti fedeli al re, il vecchio Zahir Shah esiliato a Roma, viaggiano con le immaginette del sovrano attaccate al cruscotto e i fucili tra le gambe. Sono in 2.000. Arrivati da Peshawar, retrovia della res istenza in Pakistan. Tornano a unirsi alle fazioni che hanno preso il controllo di Jalalabad. Premono per arrivare in tempo, prima che altri gruppi strappino di mano il loro feudo d' origine. Temono agguati sulla strada, colpi di coda dei guerrieri c oranici. Ma il viaggio procede tranquillo tra fortini di fango, accampamenti di profughi e i primi villaggi, dove la folla festeggia l' arrivo dei fratelli pashtun, con una parata di bazooka e lancia granate. «Welcome ai liberatori», gridano lungo la strada, enfatizzando la gioia del momento con tre, quattro, cinque terrificanti tiri di mortaio. «Sono i nuovi mujaheddin», esulta Rakim, il capo convoglio. Sgrana gli occhi azzurri, urla al walkie-talkie, li attende fuori dal pullman per salutare v olti sconosciuti, ripetendo estasiato: «Non sono mai stato così felice in vita mia». Un ingorgo di auto annuncia l' arrivo a Jalalabad, la nuova capitale dei pashtun. Seconda città del Paese, conquistata senza sparare un colpo e, soprattutto - dichia rano i capi tribali - senza l' intervento dell' Alleanza del Nord. La prima pietra per contrastare i signori della guerra che, con la copertura aerea americana, sono riusciti a riprendersi Kabul e l' Afghanistan settentrionale. È qui che il Paese si spacca. È qui che si segna lo spartiacque tra due gruppi di potere. Le etnie tagike, uzbeke, hazara che hanno fatto cadere il bastione dei fondamentalisti e adesso vogliono dettare le condizioni per il prossimo governo, e l' etnia dell' est che sosti ene il re, i consigli tribali, il ritorno alla tradizione. Jalalabad, principale snodo commerciale, città di confine, meta di ogni traffico illecito, resta al centro dello scontro. Strade rischiarate da deboli lampioni mostrano bazar senza merce, nas costi dietro il fumo dei barbecue. Migliaia di uomini armati, bazooka in spalla, missili anticarro sui pick-up, kalashnikov in mano, si aggirano inquieti coperti da pesanti scialli di lana. Schieramenti di guerriglieri appaiono negli alberghi, negli edifici pubblici, sugli scaloni che portano al palazzo del governatore, Abdul Kabir, l' uomo dei talebani che ha consegnato la città senza sparare un colpo. «Delegazioni», le chiamano, ed è quanto basta per dire che sono arrivati da fuori. Non si ved ono civili in giro, né tanto meno donne. Solo miliziani barbuti col turbante, in tutto simili ai guerrieri coranici che se ne sono andati via. L' oscurità copre ogni segno dei bombardamenti americani. La città è stata presa mercoledì da Younis Khalis, comandante storico dell' Hezb-i-islami, una delle fazioni che combatterono la guerra contro i russi. Ma già nessuno di ricorda di lui. «È solo un prestanome del clan di Abdul Haq», dicono. Conta la maniera come è stata presa Jalalabad. «Ness uno scontro, nessuna vittima - racconta uno dei comandanti, Mohammed Azrat, bardato come un guerriero medievale - c' è stato un meeting, si è discusso a lungo. Poi ieri notte sono entrati i nostri mujaheddin senza dover premere nemmeno un grilletto». Mezze verità. In città si è sparato, sussurrano altri. Ma non con i talebani. «Quelli sono scappati a Kandahar, nel centro del Paese - aggiunge il comandante -. E con loro gli arabi di Osama. Tutti via». A combattere sarebbero stati i pashtun contro altri pashtun. Tribù arrivate dal distretto di Nangarhar, Laghaman, Nuristan, tra i settemila e i diecimila mujaheddin, in bilico sulla guerra civile. La nuova Jalalabad, vociante e spettrale nelle ore della notte, è una città molto vicina al caos. «Problemi di sicurezza», li chiama Rakim, il capo convoglio arrivato da Peshawar, invitando a non andare in giro per le strade. Vorrebbe organizzare una conferenza stampa. Ma né lui, né i parenti di Abdul Haq, né i pakistani di un' organizzazione uma nitaria, stranamente presenti e attivi nel palazzo del governatore, hanno deciso che cosa raccontare ai giornalisti trasportati fin qui. Chi parla dietro le quinte, rivela una storia fatta di intrecci familiari e di appartenenze, all' interno di una stessa famiglia, a fronti diversi. Si litiga sulla nomina del prossimo governatore: quattro comandanti in lizza, quattro milizie, quattro fazioni. E una grande spaccatura tra chi vuole trasformare la città nell' avamposto dei pashtun, e chi vorrebbe invece trascinarla sotto la stella d' influenza dell' Alleanza del Nord. Anche il potente clan di Abdul Haq fa un gioco ambiguo: si dichiara indipendente, sostiene il re, ma uno dei fratelli del comandante ucciso, Haji Kadir, ex governatore di Jalala bad, favorito per la nomina, ha militato proprio con l' Alleanza del Nord. La trattativa continua. Passa da una Shura all' altra, consigli tribali sospesi sul vuoto di potere. Nella notte il rombo degli aerei americani accompagna l' eco di un bombard amento. Jalalabad è una città assediata più che liberata. L' anticamera forse di una guerra fratricida.


giovedi, 15 novembre 2001
L' appello alle tribù dei capi monarchici
Jalalabad, il cancello d' accesso all' Afghanistan presa da Younis Khalis, eroe della lotta ai russi Il clan di Abdul Haq cercherà oggi di entrare nella città per piantare la sua piccola bandiera
L' appello alle tribù dei capi monarchici Jalalabad, il cancello d' accesso all' Afghanistan presa da Younis Khalis, eroe della lotta ai russi

DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - I comandanti monarchici chiamano a raccolta le loro tribù. Decine, centinaia, migliaia di pashtun armati siedono nei giardini delle case di Peshawar, si accovacciano sulle moquette logore, si preparano all' attesa su vecchi divani di velluto. E' un via vai continuo, un confabulare, un incalzare di riunioni a porte chiuse, di consigli di guerra, di frasi a metà. «Domani lo saprete». «Domani vedrete». Jalalabad non può essere lasciata in mano a un solo gruppo. La sua conquista è merito di tutti, anche di quelli che non hanno partecipato. Il suo destino un problema comune, cosa nostra per i clan afghani che dalla frontiera gettano un occhio o danno una mano ai traffici di armi, droga, merci di contrabbando destinati a passare attraverso la città. Porta d' accesso all' Afghanistan, Jalalabad, nascosta a un' ora di macch ina dietro l' area tribale pakistana, dopo le montagne del Khyber Pass, oltre le coltivazioni di oppio che hanno arricchito le casse dei talebani, circondata dai vecchi campi d' addestramento di Osama Bin Laden, è stata il regno delle bande cecene ch e proteggevano lo sceicco barbuto. Oggi è il cancello per l' Afghanistan liberato. Non quello caduto sotto l' Alleanza del Nord. L' altro Afghanistan, il Paese che i pashtun votati alla causa di re Zahir Shah non vogliono cedere alle etnie nemiche. C hi l' ha presa davvero? «Younis Khalis», rispondono in casa di Abdul Haq, lo sfortunato comandante ucciso dagli arabi di Osama, durante una recente missione in Afghanistan per conto degli Usa. «Younis Khalis». Un nome che riemerge dai libri di storia . Era il leader dell' Hizb-i-Islami durante la resistenza contro i sovietici. Più onesto degli altri, dicono, se non altro per essersi rifiutato di unirsi ai mujaheddin nel 1992 durante il sacco di Kabul. La famiglia di Abdul Haq lo riconosce come pr oprio capo e si prepara, con centinaia di seguaci, a raggiungerlo a Jalalabad. «Non è stata una conquista, ma una negoziazione», dice Nasrullah Arsalai, fratello di Haq, tornato dalla Germania tre settimane fa. Younis Khalis avrebbe convinto Abdul Ka bir, governatore di Jalalabad, a cedere la città. «Non aveva altra scelta, la gente era stufa dei talebani». Gioco facile: Khalis viveva già a Jalalabad. Aveva buoni rapporti con le milizie fondamentaliste. Il governatore era stato tra i suoi soldati durante la Jihad. C' erano gli arabi, è vero. L' incubo dei comandanti pashtun che nelle ultime settimane fremevano per entrare in città: l' altro ieri si parlava di 4 mila miliziani, più 5 mila volontari pakistani. Spariti? «Forse sulle montagne». Forse sulla strada. Non importa. Il clan di Abdul Haq cercherà oggi di entrare in città per piantare la sua piccola bandiera. L' Alleanza del Nord deve rimanere fuori. Che se ne stia a Kabul. «Non abbiamo nessuna intenzione di partecipare alle loro a zioni militari», sottolinea Nasrullah. «Discuteremo con loro del nuovo governo». Il re ci sarà? Abdul Haq si è sacrificato per Zahir Shah. Su Younis Khalis nessuna certezza. Chi ha preso veramente Jalalabad? In una seconda villa di Peshawar, altre tr ibù rivendicano la vittoria, i comandanti delle province dell' Est. I seguaci del Haji Mohammed Zaman, barba rossiccia e occhi chiari, tornato dall' esilio parigino per partecipare alla liberazione dell' Afghanistan. Da un mese si autoqualificano com e soldati del re, si dicono pronti a partire, disposti ad accettare l' aiuto americano. Adesso non si rassegnano a non essere arrivati in tempo. Con i kalashnikov e i walkie-talkie in mano, curvano le schiene su una mappa militare. «Stanotte entrerem o», annunciano tormentandosi le barbe. «Situazione confusa», sorride un osservatore. E' Pir Sayed Ishaq Gailani, nipote di Ahmed, leader monarchico. Anche lui, ex mujaheddin di cultura occidentale, appena arrivato da Roma dopo un incontro con il re, è interessato alla partita. Ma per il momento la guarda da lontano. «Le tribù dell' Est si stanno dando un gran da fare a cacciare i talebani. Oggi o domani sceglieranno nuovi leader». La strada è aperta, la situazione confusa. «L' Afghanistan si sta spaccando in due». Da una parte l' Alleanza del Nord, dall' altra i pashtun seguaci del re.



giovedi , 15 novembre 2001
«Via il burqa, ma le nostre donne devono tenere il velo»
Il leader dello schieramento monarchico auspica «un ritorno alla nostra cultura, senza eccessi»
«Via il burqa, ma le nostre donne devono tenere il velo»

DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - Né con il burqa né con la minigonna. La «liberazione» delle donne afghane, dopo la foga puritana dei talebani, avverrà nel rispetto dei costumi dell' Islam. Un cam biamento che potrà soddisfare tutti, anche quei moderati che non hanno partecipato alla conquista di Kabul, ma che sperano di entrare in futuro nel governo democratico dell' Afghanistan. «Un ritorno alla nostra cultura, senza eccessi e senza fondamen talismi», dice Pir Sayed Ahmed Gailani, il grande vecchio dello schieramento monarchico, emigrato in Pakistan dopo aver guidato una delle fazioni della Jihad durante l' invasione sovietica. Il leader pashtun è attivissimo in questi giorni nel promuov ere il ritorno del re e l' instaurazione della Loya Jirga come soluzione per l' Afghanistan, è anche capo di una setta sufi. Da esponente politico, religioso, militare ha visto tre generazioni femminili costrette a cambiare comportamenti e stili di v ita a ogni passaggio di regime. «Libertà assoluta sotto i comunisti: le ragazze che uscivano da sole, andavano a ballare come in qualsiasi Paese occidentale. Poi sono arrivati i mujaheddin. Per le donne afghane è stato durissimo: stupri, violenze, su icidi per sfuggire alle bande criminali. L' era dei talebani non ha lasciato scampo: bastava tirarsi su il burqa per essere bastonate dalla polizia religiosa. Tre condizioni che rispecchiano altrettante forme di estremismo». Qualcuna peggiore delle a ltre, o no? «In tutti e tre i casi, le afghane sono state vittime di modelli imposti dall' alto, che non rispettavano né i diritti umani né i principi corretti dell' Islam. L' unico momento in cui le donne hanno vissuto in pace con la tradizione e co n i loro diritti è stato durante la monarchia e negli anni che hanno preceduto l' invasione sovietica». Perché considera dannosa la libertà di cui godevano le ragazze durante il regime filo-comunista? «Perché non aveva niente a che vedere con le nost re credenze e con le nostre radici». Quali sono i diritti previsti per le donne islamiche? «Innanzitutto l' istruzione. Qualunque ragazza deve essere messa in condizione di frequentare la scuola, diplomarsi o laurearsi se vuole. Poi, il diritto al la voro: è giusto che le donne tornino a esercitare le proprie professioni, che possano sedere fianco a fianco con gli uomini negli uffici». E' tempo di buttar via il velo integrale? «Il burqa non fa parte della nostra tradizione. E' un abito d' importa zione che arriva da certe culture indiane. Se una donna vuole indossarlo, lo faccia pure. Ma il governo non può renderlo obbligatorio». Niente a che vedere con l' Islam? «No, il Corano prevede lo hjab, che è qualcosa di molto diverso. Un mantello che copre il corpo lasciando scoperte solo le mani, i piedi, la faccia. E' un indumento che offre dei vantaggi, come la shawal kamise usata dagli uomini: non c' è bisogno di portare nient' altro sotto, al contrario del burqa o del chador». Spariti i tal ebani, saranno ammessi abiti e costumi occidentali? «Non ne vedo la necessità. Credo sia meglio che le donne afghane continuino a vestire e a comportarsi secondo il loro stile. Nessuno di noi è abituato a vedere décolleté o altri parti del corpo esib ite o scoperte». Abiti a parte, non crede che le donne afghane debbano cominciare a godere di una vera parità con gli uomini? «Gli uomini devono cambiare la loro mentalità: più grave del burqa è la mancanza di rispetto che i fondamentalisti mostrano nei confronti delle proprie moglie, figlie o sorelle. Bisogna stabilire rapporti corretti tra i due sessi». Corretti e paritari? «Cominciamo a riaprire le scuole, a far tornare le donne al lavoro. Negli uffici, negli ospedali, nei mercati. E' giusto che ciascuna riprenda il suo ruolo, che impari una professione. Sotto i talebani, la popolazione afghana è scivolata nell' ignoranza e nella miseria». Un governo che si ispira ai principi dell' Islam ha il diritto di decidere sulle questioni morali? «No, se parliamo dei bandi decretati dai talebani. Non possono essere gli editti dei mullah a sancire i comportamenti femminili, a decidere in nome della legge coranica che cosa si deve o non si deve fare. Non è questo che prescrive l' Islam.



mercoledi, 14 novembre 2001
ALLA QUARTA VOLTA GIOIA SENZA ILLUSIONI

Era il paradiso degli hippy, la tappa obbligata dei giovani che negli anni Settanta si avventuravano sulle piste esotiche dell' Asia centrale. Le ragazze occidentali arrivavano a Kabul in minigonna, gli uomini con i capelli lunghi e stracci variopinti addosso. Si accampavano a Chicken Street per fumare hashish, comprare vecchi argenti o souvenir d' epoca. Poi, il 28 aprile 1978, il colpo di Stato marxista. Venti di guerra cominciano a soffiare sulla capitale afghana, attraversata da maestosi boulevard, costellata da edifici sontuosi, affollata di antichi bazar, intrigante e misteriosa anche nei suoi quartieri più poveri, tra le case costruite col fango e le baracche della perife ria. Mosca si prepara a invadere l' Afghanistan. Le truppe sovietiche entrano a Kabul il 24 dicembre 1979. Gli oppositori islamici organizzano la resistenza dal Pakistan, con l' appoggio degli americani. Comincia la guerra, ma la capitale non viene t occata. Per dieci anni Kabul si salva dalla distruzione. Nascono nuovi quartieri, casermoni del socialismo reale, ville e residenze per i boss della nomenklatura. La città continua a vivere in un' atmosfera surreale, mentre i mujaheddin combattono ne i villaggi, nelle montagne, negli altri centri del Paese. I russi si ritirano nel 1989. Kabul resiste tre anni sotto il governo filosovietico di Najibullah. Ma la pace è una chimera. Nell' aprile 1992 i guerriglieri della Jihad entrano in città. Comi nciano a scontrarsi gli uni con gli altri. Il primo che trasforma la capitale in un campo di battaglia è Gulbuddin Hekmatyar. Non c' è palazzo, edificio, abitazione che si salvi dalle granate. Non c' è strada che non venga cosparsa di mine. Kabul si trasforma in una landa spettrale, una geologia di macerie, un mosaico di prime linee, dove la gente vive senza acqua, senza luce, barricata dietro montagne di sacchi anti granata. I talebani arrivano per la prima volta nel 1995. Sconfiggono tutti gli avversari, tranne uno: il comandante Massud. Il «leone del Panshir» li ricaccia indietro. Ancora bombe su Kabul. Ma il bazar continua a funzionare, le bancarelle a esporre merci d' importazione. Nelle botteghe si trova frutta, verdura, crema Nivea e persino Nutella. Il 26 settembre 1996 i guerrieri coranici conquistano la città. Non si spara più. Kabul, nuovo laboratorio della sharia, la legge coranica, diventa plumbea come un lager. «Meglio che le bombe dei mujaheddin», ripetono gli abitanti. Rimangono solo i poveri, quelli che non sono riusciti a fuggire. Mendicanti e diseredati, talmente afflitti da non stupirsi nemmeno, cinque anni dopo, assediati per la quarta volta, dei bombardamenti americani. Ieri, all' arrivo dei mujaheddin, hanno festeggiato per le strade di Kabul. Ma forse senza troppe illusioni.



mercoledi, 14 novembre 2001
«Toglieremo il burqa, ma sarà un altro incubo»
Le attiviste afghane, rifugiate in Pakistan: «La nostra lotta continua, i mujaheddin sono criminali come i talebani»

«Toglieremo il burqa, ma sarà un altro incubo» Le attiviste afghane, rifugiate in Pakistan: «La nostra lotta continua, i mujaheddin sono criminali come i talebani» DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - «Sorelle dell' Afghanistan», la schiavitù è finita. «Tor nate a lavorare negli uffici, a studiare nelle scuole, recuperate i vostri diritti, d' accordo con i principi dell' Islam e della nostra tradizione». Sorelle dell' Afghanistan - dicono i mujaheddin - gettate via il burqa, mostrate il vostro viso, usc ite per le strade. Il Medioevo è passato, i talebani sono spariti. Dimenticate gli editti dei mullah, il mondo delle ombre, l' angoscia della punizione. Non ci saranno più scorribande della polizia religiosa, «sacre verghe» a bastonare le vostre schi ene, minacce di lapidazione contro le fedifraghe, cortine nere a oscurare le vostre finestre. L' Alleanza del Nord promette un futuro radioso. Dirama comunicati. Invita le donne a riprendere il proprio posto. Lascia che gli uomini si radano la barba, che la musica ritorni nelle strade, che la vita ricominci senza l' ossessione della sharia. Ma c' è chi non si lascia incantare dalle sirene della liberazione. Questa è comunque una guerra, vinta dai nemici di ieri. E' un nuovo bagno di sangue. E' l ' incognita del caos. «Non è la Kabul che volevamo, tanto meno il futuro che speravamo per la nostra città». Shikeba, 25 anni, attivista del Rawa, l' associazione rivoluzionaria femminile dell' Afghanistan, ha lasciato il suo Paese ad agosto del ' 96 , due mesi prima che i talebani entrassero nella capitale. «Ricordo ancora gli anni in cui i mujaheddin governavano a Kabul. Ricordo le bombe, i saccheggi, gli stupri. Che volete ci importi del burqa? Sarà un altro incubo». Combattevano giorno e nott e i signori di Kabul. Uno contro l' altro, a tirarsi granate tra le case della gente. «Criminali come i talebani. Non credete che i mujaheddin fossero migliori. La guerra tra le fazioni ha lasciato un' intera generazione senza istruzione e senza cult ura. Sono stati loro i primi a distruggere le scuole, devastare l' università, seminare la povertà». Shikeba vive in Pakistan con la famiglia. Milita tra le file del Rawa da quando aveva 15 anni. Sono stati i combattimenti tra i mujaheddin e i taleba ni, oltre alla repressione contro le attiviste del suo movimento, a trasformarla in una profuga. La ragazza ha passato la giornata al telefono, cercando di parlare con le amiche rimaste a Kabul. Sempre la solita voce irritante e metallica. «Salam Ale kum, le linee sono momentaneamente interrotte». «Impossibile parlare, sapere che cosa sta succedendo davvero». Le notizie arrivate da Mazar-i-Sharif non la rallegrano: «Abbiamo parlato con membri della nostra organizzazione. E' vero, hanno visto donn e togliersi il burqa, gli uomini rasarsi. Ma ci raccontano anche che la gente ha paura. Il ritorno dell' Alleanza del Nord segna una nuova catastrofe per il nostro Paese». Tutti i membri del Rawa, un' organizzazione femminista nata nel ' 77, la pensa no come lei. Cresciute nei campi profughi del Pakistan, le piccole eroine della dissidenza laica credono che solo il ritorno di re Zahir Shah e l' instaurazione della Loja Jirga possa garantire la pace. Sperano in un intervento dell' Onu, confortate dalle parole pronunciate ieri da Kofi Annan: «Affrontare la condizione della donna sarà una priorità per qualunque ruolo rivestito dalle Nazioni Unite in Afghanistan». Vivono e lavorano in clandestinità, controllate dalla polizia e dai servizi segret i. In questi anni, coperte dal burqa, con telecamere nascoste sotto il velo, sono entrate e uscite dall' Afghanistan per documentare e denunciare i crimini commessi dai talebani. Ma, anche, per aiutare e sostenere la popolazione. Hanno creato scuole informali nelle case, hanno portato cibo, hanno assistito le profughe nei campi oltre il confine. Combattono, dicono, contro ogni forma di fondamentalismo islamico. Quello dei Talebani, naturalmente. Ma allo stesso modo quello dell' Alleanza. «E' sta to il leggendario comandante Massud il primo a imporre il velo alle donne - racconta Refit, un' altra attivista del Rawa -. E' con lui che è cominciata la schiavitù». Nessun rispetto, nessuna garanzia. «Quando i mujaheddin sono entrati a Kabul nel ' 92, le ragazze cresciute sotto il regime filo sovietico di Najibullah erano abituate a vestire all' Occidentale, a uscire da sole, a frequentare gli amici. Sono state trattate come puttane. I guerriglieri sembravano bestie selvagge. Entravano nelle c ase con i kalashnikov e costringevano i padri a consegnare le loro figlie. Gli stupri erano all' ordine del giorno. Decine di ragazze si sono suicidate per evitare di essere violentate». Tutto confermato in un rapporto pubblicato da Amnesty In ternational nel ' 95, l' ultimo anno in cui i mujaheddin sono rimasti al potere: storie raccapriccianti di donne incinte sventrate ai check point, spose coatte di comandanti militari, vedove lapidate per aver ripreso marito. Le attiviste del Rawa esc ludono che si trattasse di un effetto della guerra. E forse esagerano. Il regime di Massud, per chi ha visitato Kabul in quegli anni, era certamente più tollerante rispetto a quello dei talebani. Ma loro insistono: «La gente ha vissuto anni di terror e». I guerrieri coranici avrebbero solo chiuso il cerchio dell' oscurantismo. «Hanno messo fine a ogni forma di libertà. Hanno perseguitato sistematicamente le donne, hanno lasciato che il Paese sprofondasse nella miseria - continua Shikeba - ma la d ifferenza con i mujaheddin è minima. Non basta permettere alle donne di buttar via il burqa per convincerci a tornare. La nostra lotta continua, finché l' Afghanistan non sarà veramente liberato.



martedi, 13 novembre 2001
«Non siamo battuti Li aspettiamo tra i nostri monti»
I talebani si preparano a lasciare le città «Potremmo resistere anche dieci anni»

«Non siamo battuti Li aspettiamo tra i nostri monti» I talebani si preparano a lasciare le città «Potremmo resistere anche dieci anni»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI ISLAMABAD - I talebani si preparano a lasciare le principali città dell' Afghanistan. Dop o la caduta di Mazar-i-Sharif, la perdita di Kunan, l' avanzata su Herat e Kabul, le milizie integraliste entrano in una seconda fase della guerra, che vedrà i combattenti di Allah arroccarsi sulle montagne, scavare trincee nei deserti, allestire nuo ve linee difensive nelle aree più inaccessibili del Paese. Non è una sconfitta, dicono i loro fiancheggiatori. Solamente una «ritirata strategica», per ricompattare le file della jihad resuscitando le stesse tecniche di guerriglia utilizzate contro g li invasori britannici nell' Ottocento e contro le truppe sovietiche negli anni Ottanta. La nuova strategia viene illustrata al Corriere dai membri di due organizzazioni pakistane - vicine tanto al mullah Omar, il capo supremo dei talebani, quanto a Osama Bin Laden - attivamente coinvolte nella «guerra santa» contro l' Occidente. Il primo è Hussain Hamad Deeshani, comandante militare dell' Herakat-ul-Jihad Islami, un gruppo a cui appartengono diversi «terroristi» apparsi sulle liste nere dell' F bi. Tornato dall' Afghanistan qualche giorno fa, si trova a Islamabad di passaggio, in attesa di ripartire per il fronte. «La resa di Mazar-i-Sharif è stata concordata dai talebani assieme ai capi dell' Alleanza del Nord - sostiene -. E' una ritirata che ci permette di mettere in salvo uomini e armi per poter contrattaccare in un secondo momento». Anche la «consegna» di Kabul, secondo lui, non sarebbe lontana: i talebani starebbero solo prendendo tempo, in attesa di consolidare le posizioni dife nsive sulle montagne. Sarebbero preparati a cedere tutte le città, «compresa Kandahar», la capitale morale delle milizie coraniche, per arroccarsi alla periferia e sferrare da lì attacchi micidiali. «I bombardamenti statunitensi hanno causato danni m olto gravi ai talebani - riconosce Hussain Hamad Deeshani -. Ma tutti noi che operiamo in Afghanistan siamo in grado di resistere alla macchia per altri dieci anni. La stessa Alleanza del Nord finirà per passare dalla nostra parte». Il caos nel futur o del Paese? O le ultime battute di una propaganda sempre meno convincente? L' Herakat-ul-Jihad Islami ha perso un' ottantina di uomini nei raid americani, ma il comandante va avanti come un predicatore: «Sapete quanti sono stati i morti tra i taleba ni, gli arabi e i pakistani? Cinquecento miliziani, non di più. Che volete che sia?». Pilastro della futura guerriglia, per un' armata non convenzionale come quella del mullah Omar, restano le legioni straniere. Assieme ai volontari dell' Herakat-ul- Jihad Islami, operano in Afghanistan altre due associazione pakistane nate dallo stesso ceppo, durante gli anni dell' invasione sovietica: l' Herakat-ul-Mujaheddin e l' Esercito di Maometto, entrambe messe all' indice da George Bush per attività terr oristiche. Al loro fianco, arabi di ogni nazionalità, non necessariamente inquadrati dentro Al Qaeda, la rete di Osama Bin Laden. «Se fino all' 11 settembre il mullah Omar poteva contare sull' aiuto di 12 mila arabi, oggi il numero di volontari è cre sciuto enormemente. Arrivano da tutto il mondo, Occidente compreso. Abbiamo un ex militare americano, convertito all' Islam, che ha combattuto in Cecenia e adesso si trova con i nostri uomini. Ci sono volontari di nazionalità tedesca e persino italiana - racconta un attivista dell' Herakat-ul-Mujaheddin - Alcuni sono immigrati, altri no. Occidentali a tutti gli effetti». Il suo nome di copertura è Janghir, ha 31 anni e una barba più lunga di quella di Osama. La sua iniziazione è avvenuta da ragazzino durante la jihad contro i russi, il perfezionamento nell' arte della guerra nel campo di addestramento di Khost, la centrale terroristica afghana bombardata dagli americani nel 1998. «A ciascun gruppo è affidato il controllo di una parte di territorio. Ma il comando resta ai talebani, sotto la direzione di Jaluddin Haqqani, capo delle operazioni di terra», spiega. La resistenza sulle montagne non fa paura a nessuno. «Siamo abituati a mangiare per anni pane secco imbevuto nell' acqua o a dormire dentro una trincea». L' esodo dalle città preannuncia una guerra di logoramento. Ma per quanto Janghir richiami alla memoria i tempi della jihad, si tratterebbe di una resistenza solitaria simile a quella dei ceceni contro Mosca più che a quella dei mujaheddin degli anni Ottanta. Al momento non c' è nessuna superpotenza alle spalle dei talebani. Nessun Paese disposto a sostenere una nuova guerriglia. Ci sono i «martiri», però. «Combattenti come me addestrati a immolarsi. L' ordine p otrebbe arrivare in qualunque momento. Gli attentati dell' 11 settembre non erano giustificati, perché non c' erano condizioni di guerra - dice Janghir -. Ma da quando gli americani hanno cominciato a bombardare, colpire il nemico diventa un atto leg ittimo». L' attivista dell' Herakat-ul-Mujaheddin lancia un avvertimento: «State attenti tutti, anche voi italiani. Ricordatevi che nel momento in cui le vostre truppe metteranno piede in Afghanistan, diventerete i nostri bersagli».



sabato , 10 novembre 2001
«Lunga vita a Osama»: la polizia spara e uccide quattro manifestantiGli scontri in una città del Punjab: la folla cercava di bloccare un treno
In Pakistan poche migliaia di persone hanno aderito alla protesta anti-americana. Arrestati molti estremisti islamici «Lunga vita a Osama»: la polizia spara e uccide quattro manifestanti

DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - Le manifestazioni anti-americane, convocate dai partiti della Jihad, non scalfiscono la politica del generale Pervez Musharraf. Neanche quattro dimostranti uccisi dalla polizia nel Punjab, in un venerdì di sfida, sciopero e preghiera, intaccano l' immagine monolitica che il governo del Pakistan vuole offrire agli alleati occidentali. La protesta, guidata dai 35 partiti religiosi che formano il «Consiglio di difesa per l' Afghanistan», esplode a Rawalpindi, a Peshawar, a Quetta, a Karachi, ma resta marginale. Sempre meno gente d isposta a seguirla. Poche migliaia e senza troppa grinta. E' solo a Shadon Lund, una città del Punjab a 150 chilometri da Multan, che si arriva allo scontro. Quattro mila manifestanti tentano di bloccare il treno che da Lahore va verso Quetta. La pol izia spara sulla folla. «Tre dimostranti uccisi sul colpo, una quarta morta durante il trasporto in ospedale, altre cinque ferite», elenca il ministro degli Interni Moinuddin Haider. Minacciando: «Non siamo disposti a sopportare niente che danneggi l a vita pubblica». Tolleranza zero. Musharraf ha già annunciato che quando tornerà dagli Stati Uniti, le manifestazioni saranno definitivamente interdette. A Shadon Lund, esponenti del Jamiat Ulema Islam, uno dei principali partiti fondamentalisti, di chiarano di aver preso in ostaggio quattro poliziotti. Ma il governo non reagisce. Preferisce pubblicizzare gli arresti: centinaia di estremisti ammanettati a scopo «preventivo», altri durante le proteste. A cominciare dai leader religiosi: Fazlur Re hman, capo del Jamiat Ulema Islam, rimesso in detenzione per l' ennesima volta, e Qasi Hussein Ahmed, numero uno del Jamiat Islami, arrestato per sedizione dopo aver chiesto la rimozione del generale Pervez Musharraf. A Peshawar la folla grida: «Osam a governerà, lunga vita a Osama». Ma nei vicoli del centro, bastano un paio di candelotti lacrimogeni a disperdere gli estremisti. Anche lo sciopero riesce a metà. «Stamattina i negozi erano tutti aperti. Appena questi finiscono la protesta alziamo n uovamente le saracinesche», confessa Niaz Alì, bottegaio del bazar. I leader sfilano su un camion sventolando vecchie bandiere. Ma nel quartier generale di un altro partito religioso, il Sipah-e-Sahabu, al quinto piano di un palazzo pericolante, ci s ono solo i rappresentanti della sezione giovanile: «Vogliamo protestare contro le violazioni dei diritti umani commesse in Afghanistan». Nella linea dura adottata dal governo c' è una pericolosa zona d' ombra. I volontari armati che continuano a part ire a migliaia per l' Afghanistan. Reclutati da organizzazioni diverse da quelle che scendono in piazza, passano il confine senza che nessuno li fermi. Combattono in prima linea con i talebani, fiancheggiano la brigata araba di Osama Bin Laden. Forse il Pakistan non è così monolitico come il suo presidente vorrebbe far credere.



giovedi , 08 novembre 2001
Cento uomini-bomba contro le forze alleateUn giornale pakistano svela la minaccia «I kamikaze sono legati a gruppi palestinesi»Cento uomini-bomba contro le forze alleate Un giornale pakistano svela la minaccia «I kamikaze sono legati a gruppi palestinesi»

DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - L' internazionale della jihad continua a fare seguaci. Per rafforzare le armate dei taleban i, sarebbero arrivati in Afghanistan, oltre a migliaia di combattenti islamici, anche un centinaio di «martiri», votati agli attentati kamikaze contro le truppe occidentali. Li chiamano «feddayn», come i guerriglieri palestinesi degli anni Settanta. Portano divise nere, blu o verdi, con versi del Corano sul petto, imbracciano mitragliatrici tedesche o sovietiche, hanno libero accesso presso le installazioni militari. Formano squadroni della morte, addestrati per le imboscate, abili ad acquattars i carichi di esplosivo dentro i palazzi di città, sui passi di montagna o negli anfratti di una trincea. «Non si sa da quali Paesi vengono - dice Hamid, un giornalista del quotidiano pakistano Frontier Post che ha pubblicato la notizia -. Ma il loro stile ricorda quello dei combattenti palestinesi». Stile, e non solo. Li coordinerebbe un marocchino, vicino al palestinese Heshem Menqarah, membro delle forze di sicurezza di Al Fatah, l' organizzazione di Yasser Arafat. Non sarebbe la prima volta c he i Territori palestinesi offrono volontari per la causa afghana, mescolati nelle file dell' internazionale islamica a ceceni, yemeniti, sauditi, sudanesi, algerini. Lo stesso Abdul Yosuf Azzam, maestro spirituale di Osama Bin Laden, era palestinese di Jenin. Fu l' uomo che creò a Peshawar in Pakistan, durante l' invasione sovietica, il Beit ul Ansar, l' ufficio per il reclutamento dei mujaheddin in tutto il mondo. Ucciso assieme a due figli in un attentato nel 1989, Azzam ha lasciato un a schiera di eredi. I più fedeli stanno in Pakistan, come i membri dell' Herakat ul Mujaheddin, una delle organizzazioni terroristiche messe al bando dal presidente americano George W. Bush. Prima dell' 11 settembre combattevano in Kashmir contro gli indiani. Oggi raccolgono guerriglieri di varie nazionalità da spedire in Afghanistan. Uno degli uffici, dove avverrebbe il reclutamento, si nasconde in una stradina di campagna alla periferia di Peshawar. Il portone si apre solo un attimo, su un cor tile ingombro di casse, coperte da teli di plastica. Un uomo sulla trentina, dal viso allungato, lunghi riccioli castani fuori dal turbante, barba fluente si sporge con aria minacciosa. «Via da qui, immediatamente. O salterete in aria, voi e la vostr a macchina». Alle sue spalle, due guardie caricano i kalashnikov. Accetta invece di parlare, sotto copertura di anonimato, uno dei responsabili incontrato a Rawalpindi: «Continuiamo ad addestrare decine di volontari da ogni parte del mondo - dice -. Ma i talebani chiedono gente che sappia veramente combattere». Come altre organizzazioni specializzate nella guerriglia in Kashmir, l' Herakat ul Mujaheddin ha già spedito a Kabul i suoi miliziani migliori: una trentina sono rimasti uccisi un paio di settimane fa sotto i bombardamenti americani. Dal Pakistan continuano ad arrivare anche i volontari del Tehrik Nefa-i-Shariah, il Movimento per l' applicazione della sharia (la legge coranica), un' organizzazione ultra fondamentalista che ha concent rato sulla frontiera oltre 10 mila combattenti. Diverse migliaia sono già al fronte. E' la prima linea, l' ossessione del governo di Kabul. I 40 mila soldati talebani non bastano. Il mullah Omar ha preferito affidare il controllo delle zone più calde , oltre che ai nuovi volontari, agli arabi di Osama Bin Laden. Ed è stato lo sceicco del terrore a scegliere gli uomini giusti nei punti cruciali. Il quotidiano pakistano Dawn cita: Shawqi Islamboli, fratello di Khalid Islamboli, l' attentatore che u ccise il presidente egiziano Anwar Sadat, a nord di Kabul; Abu Janab nella provincia orientale di Nangarhar; Abdul Hadi Iraqi, ex ufficiale iracheno esperto di esplosivi, nella città settentrionale di Toloqan. A coordinare l' offensiva di terra, c' è la 55esima brigata, il nucleo più duro delle forze di Osama. Efficienti, allenati, spietati. Sono i «terroristi» ai quali George W. Bush vuole dare la caccia. Gente che non ha niente da perdere.



martedi, 06 novembre 2001
Karzai, la primula rossa del re, sfugge ai talebaniEx mujaheddin, 46 anni, prima del mullah Omar la sua famiglia «regnava» su Kandahar Per il regime «è stato giustiziato». Ma suo fratello in Pakistan dice: «E' vivo, ci chiama ogni giorno»Karzai, la primula rossa del re, sfugge ai talebani

DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - La telefonata arriva puntuale almeno una volta al giorno. Mentre i talebani annunciano di averlo ucciso, Ahmid Karzai, il comandante del fronte filo-monarchico in missi one speciale in Afghanistan, continua a chiamare da un satellitare la famiglia a Quetta, in Pa kistan. L' ultimo contatto ieri sera alle 8. «Karzai sta bene - conferma il fratello Ahmed al Corriere -. È ancora in Afghanistan, libero di muoversi e di portare a termine il suo compito. Ha con sé tutti gli uomini con i quali è partito. Nessuno è stato catturato o ucciso». Misteri di una guerra invisibile, combattuta anche con ex mu jaheddin spediti da Washington nelle sabbie mobili afghane a fomenta re la ribellione contro il regime integralista. Chi mente? Chi dice la verità? Stando alla versione di Ariana, agenzia di stampa vicina ai talebani, Ahmid Karzai, catturato giovedì scorso con altri 25 infiltrati nella provincia di Oruzgan, sarebbe st ato giustiziato ieri assieme a un cittadino statunitense. La grancassa del regime mantiene però toni sommessi. Nessun dettaglio sull' identità del secondo uomo. Nessun particolare sull' esecuzione. Il comandante avrebbe subìto lo stesso trattamento r iservato ad Abdul Haq, l' eroe della resistenza anti-sovietica ucciso una decina di giorni fa: eliminato come agente degli americani. Ma quel filo telefonico tra le montagne di Oruzgan e le retrovie di Quetta indebolisce la tesi di Kabul. A sentire l a voce di Ahmid Karzai non è stato solo il fratello, ma anche gli ascoltatori della Bbc in lingua pashtun. Sabato notte in un' intervista, il comandante ha riferito che i suoi sforzi per convincere la popolazione a ribellarsi ai talebani stanno otten endo successo e che «moltissima gente è stufa del regime». Il leader dell' insurrezione, sebbene braccato, sembra deciso a portare a termine il suo compito. «Ho grandi cose da fare in Afghanistan». Grandi imprese e grandi rischi. Miscela perfetta per accreditarsi come nuova stella della guerra di «liberazione». L' investitura è doppia. Hamid Karzai, 46 anni, entrato in Afghanistan con la copertura degli Stati Uniti e la benedizione di re Zahir Shah, si propone di liberare il Paese dagli arabi di Osama Bin Laden, e di prepararlo a un governo post-talebano, basato sulla «Loja Jirga», il Consiglio supremo della tradizione monarchica. I rapporti con i suoi sponsor sono di lunga data. Il padre, Abdul Ahad Karzai, capo dei Popalzai, la stessa tri bù pash tun del sovrano, fu ministro e senatore del regno. Ucciso nel ' 99 a Quetta, ha lasciato al figlio la guida del suo clan. Ahmid si era già conquistato una discreta fama negli anni Ottanta combattendo contro i sovietici, poi come vice- ministr o degli Esteri nel governo dei mu jaheddin e, a partire dal 1993, come leader politico in esilio a Quetta. L' assassinio del padre- si sospetta, per mano dei talebani - l' ha spinto ad impegnarsi ancora di più nella resistenza contro il regime degli studenti coranici. A lungo è stato inascoltato. «Ho sempre detto agli americani che il nostro Paese ha perso la sovranità e l' indipendenza - si lamentava tempo fa - così come ho sempre denunciato la presenza dei terroristi. Ma nessuno se ne voleva o ccupare: era qualcosa che riguardava solo gli afghani». Capace di portare con la stessa disinvoltura la cravatta e gli abiti tradizionali pashtun, Karzai ha viaggiato molto in Europa e negli Stati Uniti, dove vivono 5 dei suoi fratelli. L' hanno vist o discutere a Washington su come organizzare i capi tribali e altrettanto a Roma, presso la corte in esilio di re Zahir Shah. «E' stato in Italia l' 8 settembre - conferma il fratello Ahmed - a parlare con il re». Un politico più che un guerrigliero: «E' quella la sua passione, il suo impegno numero uno». E' a Kandahar, dominio di famiglia diventato dal 1994 in poi feudo del mullah Omar, l' emiro dei talebani, che Karzai dovrebbe operare. E' qui che riallaccerebbe gli antichi rapporti familiari per convincere i capi tribali alla defezione. Una grande missione su un pericoloso crinale. Vita o morte, per l' uomo che vuole farsi eroe.



domenica , 04 novembre 2001
Ma nei cinema pakistani trionfano Stallone e Schwarzenegger«Sanno lottare, sanno combattere, sanno uccidere» Il pubblico «di frontiera» chiede azione, sangue e intrighi
Ma nei cinema pakistani trionfano Stallone e Schwarzenegger

DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - Gli eroi hanno il fisico taurino di Jean Claude Van Damme, la mascella feroce di Arnold Schwarzenegger, la forza bestiale di Sylvester Stallone. Poco importa ch e siano attori occidentali, protagonisti di film americani. Al Falak Seer, una delle principali sale cinematografiche di Peshawar, le locandine parlano chiaro: conta che portino un mitra in mano, una cartucciera sul petto, una bandana legata in front e. «Sanno lottare, sanno combattere, sanno uccidere», dice Abdullah Ahmed, 20 anni, militare in libera uscita. «Sono i migliori - ridacchia un compagno -. Quasi più forti dei nostri attori». Azione, sangue, intrighi. E' quello che basta al pubblico d el Pakistan. Non c' è propaganda anti-americana che tenga, solidarietà con i «fratelli» afghani, bombardati dai B-52 statunitensi, che faccia cambiare idea agli spettatori. «Il cinema è un mondo a parte - sentenzia Abdullah Ahmed -. Non vedo nessun r apporto tra un bel film e i missili lanciati su Kabul». Lo show-business non conosce frontiera, né tanto meno scontro di civiltà. Nonostante la campagna militare americana sull' Afghanistan, l' industria di Hollywood continua a rifornire tutti i Paes i musulmani, dal Libano alla Siria, dal Pakistan alla Malesia. Non è la fetta di mercato più consistente. Rappresenta solo il 10% del «box office», ma i guru del botteghino pronosticano affari in espansione. Gli incidenti di percorso, come quelli di Quetta, la capitale del Baluchistan, dove gli integralisti hanno bruciato tre cinema che trasmettevano pellicole americane, significano poco. «Quetta è abitata al 75 per cento da afghani - commenta Mohammed Ismail, uno degli impiegati del Falak Seer di Peshawar. - Da noi, è diverso. Abbiamo visto gli integralisti e i mullah sfilare davanti al cinema, senza che arrivasse nemmeno una pietra». La facciata del Falak Seer, un edificio cadente decorato da colonne e fregi orientali, costruito dai gover natori britannici negli anni ' 40, mostra al momento il truculento cartellone di un film in urdu, «Potere e poltrona», un poliziesco a base di innocenti in catene che ululano al cielo la loro rabbia, con i polsi sanguinanti, davanti ai mitra e agli s guardi spietati dei loro aguzzini. E' uno dei tanti musical prodotti negli studi di Lahore, in concorrenza con l' industria di Bollywood, l' Hollywood di Bombay, messa al bando dal governo pachistano come riflesso dei pessimi rapporti con l' India. M a la programmazione delle prossime settimane torna sui lungometraggi americani. Nell' ordine: «Universal Soldier» con Van Damme, «Commando» con Arnold Schwarzenegger, «Demolition man» con Sylvester Stallone. Se Van Damme, ex campione di arti marziali , è l' idolo locale di un pubblico composto prevalentemente da giovani sotto i trent' anni, di bassissima estrazione sociale e pochissima cultura, a sbancare i botteghini è stato però Leonardo Di Caprio con Titanic. «Quattro settimane di programmazio ne - precisa il direttore del cinema, Zaur Din. - Più di un milione di spettatori». Affluenza tale che per la prima volta si sono viste in sala anche le donne, le studentesse dei college in visita speciale. Poca fortuna sembrano avere invece le attri ci straniere. All' entrata del Falak Seer, un gruppetto di ragazzi ricorda solo il nome di Julia Roberts. E la faccia di «quell' altra», «la protagonista di Desperado». «Bella, certo - dice Asmat Guri, studente universitario - . Però questi film pien i di sesso fanno male ai giovani». E' la voce più severa: «Ho sentito dire che Hollywood sta producendo un film su Osama Bin Laden. Spero che non lo portino qui. Osama è il nostro eroe e non vogliamo che venga insultato». Meglio la produzione di Laho re? I film Usa offrono alcuni vantaggi: «Per ragioni di distribuzione sono più economici delle pellicole locali», dice il direttore del Falak Seer. Ma alla fine, a Peshawar, solo 5 cinema su 13 si avventurano in questo business. E anche il calendario del Falak Seer mostra 12 produzioni hollywoodiane contro 30 pachistane. «E' un problema di lingua - dice ancora lo studente Asmat Guri -. I film americani non sono tradotti, così molti preferiscono quelli in urdu». Ragione pratica o scontro di culture?



sabato , 03 novembre 2001
I talebani braccano l' inviato del monarca
Caccia sulle montagne a Hamid Karzai, entrato nel Paese per fomentare una sollevazioneIl Pentagono, sempre meno convinto di spingere l' Alleanza del Nord verso Kabul, sembra puntare su altre fazioni I talebani braccano l' inviato del monarca Caccia sulle montagne a Hamid Karzai, entrato nel Paese per fomentare una sollevazione

DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - I fronti si moltiplicano per i talebani. Oltre ai bombardamenti aerei americani e agli attacchi dell' Alleanza del Nord, le milizie integraliste devono respingere i partigiani dell' ex re Zahir Shah, sponsorizzati dagli Stati U niti per sobillare la rivolta dentro l' Afghanistan. Dopo Abdul Haq, l' ex leader della Jihad catturato e ucciso una settimana fa, c' è un altro comandante in missione segreta nel Paese, braccato dalle milizie coraniche, ricercato con un centinaio di uomini, inseguito per le valli e le montagne del distretto di Oruzgan. È Hamid Karzai, 46 anni, combattente durante la guerra contro i russi, viceministro degli Esteri nel governo dei mujaheddin alla caduta del regime filosovietico di Najibullah, nu ova promessa dell' insurrezione. I talebani gli danno la caccia da giorni in una delle regioni più inaccessibili dell' Afghanistan, chiedendosi ancora come sia riuscito ad arrivare fin là. Per giungere alla sua base, nell' area di Dehrawad, i milizia ni del mullah Omar hanno marciato per nove ore tra i crepacci ocra di un paesaggio lunare. Hanno combattuto. Si sono scontrati con i suoi uomini. Hanno voluto fare credere di averlo catturato, addirittura ucciso, come Abdul Haq. Ma all' alba di ieri, il «morto» è resuscitato. Alle 6.30 Hamid Karzai in persona ha telefonato al fratello Ahmed, che si trova a Quetta, in Pakistan: «C' è stato uno scontro pesante - ha confermato -. Ma stiamo tutti bene, solo uno dei nostri è stato leggermente ferito» . Un avversario più temibile del previsto? L' Afghanistan Islamic Press, l' agenzia che fa da megafono al regime, ha insistito per tutta la giornata: due uomini sarebbero morti, altri 25 catturati rischierebbero l' impiccagione come agenti americani. Poi Kabul ha dovuto smentire: «Gli oppositori sono sfuggiti alla caccia», ha dichiarato un portavoce dei talebani, Mohammed Tajeb Agha. Il comandante avrebbe anzi catturato una dozzina di studenti coranici. La missione di Karzai si colora di giallo, come quella tragica e sfortunata di Abdul Haq. Fa parte di uno stesso piano d' attacco? Segna l' inizio di una nuova strategia americana? Il Pentagono, sempre meno convinto di spingere l' Alleanza del Nord con le sue litigiose etnie alla conquista d i Kabul, già da tempo sembra puntare su altre fazioni. Secondo il ministro dell' informazione dei talebani, Qari Fazil Rabi, ci sono elicotteri statunitensi a offrire copertura aerea agli infiltrati. «Hanno sparato sui nostri soldati mentre attaccava no gli oppositori». E ancora: «Hanno lanciato 600 fucili ai ribelli». «Li hanno scaricati al centro dell' Afghanistan, in una regione impossibile da raggiungere se non in volo». Propaganda, secondo Qayum, altro fratello del comandante, residente negl i Stati Uniti: «Vogliono spacciare Karzai per una marionetta di Washington». Un copione molto simile a quello che ha accompagnato la fine di Abdul Haq. In quel caso si è parlato di Apache chiamati in soccorso, di uomini Cia presenti tra gli oppositor i, di misteriose valigie piene di dollari per comprare i talebani locali. Un intrigo parzialmente confermato dal Pentagono: era un Predator, un aereo spia dotato di missili Hellfire, a essere stato inutilmente mandato sul posto. Lo scenario comincia a ricordare i tempi della Jihad, le troppe fazioni sponsorizzate dalla Cia contro l' invasore sovietico, le retrovie pachistane gremite di combattenti, le infiltrazioni di mujaheddin alle frontiere. Con una variante: il ruolo di Zahir Shah, l' ex mon arca esiliato a Roma, attorno al quale si intrecciano le alleanze che dovrebbero portare alla formazione di un futuro governo con l' instaurazione della Loya Jirga, l' antico consiglio supremo multietnico e trasversale. Anche Hamid Karzai, come Abdul Haq, è un esponente pashtun. È uno degli uomini a cui il sovrano ha affidato il compito di creare il suo nuovo esercito. Le similitudini tra il comandante vivo e quello assassinato sono tante: entrambi facevano affari a Dubai, entrambi sono stati ri chiamati dagli Emirati per organizzare la resistenza. Ma i legami tra Zahir Shah e Karzai sono anche più stretti di quelli con Abdul Haq. È un intreccio di ricordi personali, comunanze politiche, appartenenze tribali. Comparso a Peshawar un paio di s ettimane fa, sarebbe entrato in Afghanistan dal Beluchistan, in contemporanea con Abdul Haq. Ma con una missione diversa: se il primo doveva cercare di far passare dalla propria parte i talebani moderati, Karzai cerca consensi all' interno della sua tribù per scardinare il potere del mullah Omar e della sua nomenklatura.



venerdi , 02 novembre 2001
Ma «i migliori» sono già coi talebaniI più giovani hanno passato il confine ieri e sono stati presi in consegna dagli uomini del mullah Omar
MILLE VOLONTARI PER LA JIHAD Ma «i migliori» sono già coi talebani

DAL NOSTRO INVIATO MINGAORE (Pakistan) - Sono partiti i migliori, come avevano chiesto i talebani. I più giovani, i più addestrati, i combattenti capaci di usare l' artiglieria pesant e e la contraerea per contrastare i cacciabombardieri angloamericani. Dopo una settimana di attesa, mille volontari pakistani sono stati autorizzati ieri dalle milizie coraniche a passare il confine con l' Afghanistan. Sono partiti con un arsenale fo rmato da missili, lanciagranate, kalashnikov, eludendo i controlli di frontiera sui sentieri del Nawa Pass. Dall' altra parte, nella provincia di Kunar, i soldati del mullah Omar hanno preparato 50 camion per trasportarli negli accampamenti. «I musul mani di tutto il mondo sono con noi - ha detto il loro leader, il maulana Sufi Mohammed -. Se non combatteremo oggi in Afghanistan, domani l' America sarà libera di attaccare qualunque Paese islamico». Osama Bin Laden può dirsi contento. Propr io lo sceicco del terrore, attraverso Al Jazira, la televisione del Qatar, aveva invitato i «fratelli» pakistani a ribellarsi al governo, alleato con gli americani, per schierarsi contro la «crociata cristiana» di George Bush. I mille volontari sono la prima «brigata della jihad» ufficialmente coinvolta nello scontro con l' Occidente. La testa di ponte per altri 9 mila pashtun, che restano in armi nell' area tribale, aspettando l' ordine per passare. L' avanguardia di un nuovo esercito, reclutat o nelle retrovie del Pakistan dal Tehrik Nefaz-i-Sharia Mohammedi, il Movimento per l' applicazione della sharia (la legge islamica), che fa molto temere per la stabilità della regione. Il quartiere generale dei volontari si trova a tre ore di macchi na da Peshawar, tra le montagne di Swat, nel cuore più radicale dell' integralismo pakistano. In una madrassa di Mingaore, una città bazar dalle coloratissime architetture orientali, il maulana Fazal-i-Haq, presidente del movimento, autoelogia la sua campagna per la jihad. «I reclutamenti sono cominciati subito dopo l' attacco americano sull' Afghanistan. Chiunque volesse iscriversi, doveva specificare che arma aveva a disposizione e quanto denaro era disposto a versare per il proprio mantenimen to durante la jihad». Sono stati raccolti 20 milioni di rupie, oltre 700 milioni di lire, sufficienti a tenere in piedi il nuovo esercito per almeno sei mesi. Sono arrivate donazioni da ogni parte, compresi 100 chili d' oro regalati dalle donne. In q uanto alle armi, ci sarebbe di tutto. Persino i famosi Stinger venduti dagli Usa ai mujaheddin durante la guerra contro i sovietici. «Abbiamo selezionato solo coloro che avevano già esperienza in prima linea» dice. L' ulteriore scrematura sare bbe stata fatta dai talebani: «Solo volontari capaci di usare l' artiglieria pesante» avrebbero detto gli emissari del mullah Omar durante gli incontri preparatori con i capi del movimento. «Molti volontari dovranno aspettare ancora - aggiunge il mau lana. - Saranno chiamati solo quando le truppe occidentali attaccheranno sul terreno». A vederla nelle immagini scattate dai fotografi locali questa armata alla quale nessun occidentale ha potuto finora avvicinarsi sembra un esercito resuscitato da u n incubo della storia. Bambini, adulti, vecchi dalle barbe bianche impugnano moschetti d' inizio secolo, asce, spade fino ai lanciagranate di fabbricazione sovietica: sono destinati in gran parte a bivaccare a Bajour a 5 chilometri dalla frontiera. E ' stato consegnato loro un intero villaggio, Lagharai, dove si preparano - se necessario - a restare tutto l' inverno. Poco importa che il presidente Pervez Musharraf in altre parti del Paese tenti di frenare gli integralisti, cercando nuove a lleanze sul fronte laico. O che intensifichi le pressioni sul regime di Kabul affinché respinga i volontari pakistani. Il maulana Fazal-i-Haq ricorda che gli attivisti del Movimento per l' implementazione della sharia nel 1994, dopo il fallito tentat ivo del governo di imporre una legge speciale sull' area, sono riusciti con una rivolta popolare a prendere il controllo di aeroporti, stazioni di polizia, edifici istituzionali. Ma forse è solo un gioco delle parti. Musharraf, secondo alcuni, sta la sciando mano libera alla brigata della jihad per alzare il suo prezzo con gli americani. Alla vigilia della sua visita a Washington, agiterebbe il fantasma dell' instabilità per ottenere di più dagli alleati.



martedi, 30 ottobre 2001
Ci tolgono la luce e ci ingiuriano perché siamo cattolici»
Nella casa-ghetto dove abitano i Latif: padre, madre e cinque figlie, unici cristiani in un quartiere integralista di Peshawar
UNA FAMIGLIA ASSEDIATA «Ci tolgono la luce e ci ingiuriano perché siamo cattolici»

DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - Un pappagallo spelacchiato gracchia in un angolo: «Thanks Jesus», grazie Gesù. Le immagini del Cristo, riprodotte con i colori brillanti dell' aerografo, tappezzano ogni muro. Altarini e lumini sono sparsi per la casa, tra letti, tappeti, povere, cianfrusaglie. Michael Latif, 56 anni, dattilografo presso il ministero dell' Interno, una moglie e cinque figlie, non fa mistero della sua fede: «Sono l' unico cattolico in un quartiere musulmano». Ma in una città come Peshawar, capitale dell' integralismo islamico nel nord-ovest del Pakistan, equivale a portarsi in fronte una lettera scarlatta. «I nostri vicini fanno di tutto per scacc iarci. E' uno stillicidio quotidiano. Un giorno ci tagliano la luce, un altro il gas. Un altro ancora intasano le fognature. E non manca notte che qualcuno non bussi alla porta gridando per poi scappare via». La sua via crucis è cominciata cinque ann i fa, quando ha deciso di spostarsi da un' area mista per venire ad abitare in un complesso di palazzine gialle, dai muri scrostati, dove gli appartamenti di proprietà del governo federale vengono affittati a zero rupie. «La casa mi piaceva, è grande abbastanza per ospitare tutta la famiglia. Abbiamo una terrazza. E credevo che i vantaggi avrebbero superato i fastidi di vivere circondati dagli islamici». Si sbagliava. Le tre camere si sono trasformate in un piccolo ghetto, guardato con odio e so spetto dai vicini. Le rappresaglie si sono intensificate dopo l' 11 settembre, il giorno degli attacchi terroristici agli Stati Uniti, la data che ha visto nascere nuove barricate tra religioni e civiltà. «In Pakistan noi cattolici siamo sempre stati visti come degli infedeli, ma adesso è peggio: ci considerano occidentali». L' ultimo avvertimento è arrivato domenica, dopo la strage di cristiani alla chiesa di Bahawalpur, nel Punjab. «Alle cinque del pomeriggio ci hanno tolto di nuovo la luce». Paura? Michael Latif ne ha: «Ma non abbandoneremo per questo la strada tracciata da Cristo», dice con enfasi. Non è solo nella sua battaglia. Nella stanza della preghiera, una camera ingombra di tappeti, ci sono anche le cinque figlie, ferventi focol arine. A piedi nudi secondo la tradizione musulmana, a capo scoperto secondo l' usanza cattolica. Snowbar è la maggiore. Ha 25 anni e una laurea in giurisprudenza. «Gli anni scolastici sono stati un incubo. In classe ero l' unica donna in mezzo a stu denti musulmani. Tutti, a cominciare dagli insegnanti, erano convinti di potersi prendere ogni tipo di libertà. "La vostra religione vi autorizza a commettere l' adulterio", mi dicevano». Molestie anche nel quartiere: «Ogni volta che nostro padre esc e - aggiunge la sorella, Saddaf, 23 anni, studentessa di medicina - vengono a bussare alla porta, a gridarci sconcezze». La differenza principale tra loro e le musulmane è il velo. «Quelle si coprono dalla testa ai piedi con il chador - continua Sadd af -. Hanno l' ossessione di non mostrare il loro viso. A noi basta un fazzoletto sui capelli. E se non vivessimo in Pakistan, faremmo a meno anche di quello». In casa portano comunque vestiti tradizionali. Il padre la schewal kamice pakistana, le ra gazze abiti lunghi con pantaloni fino alle caviglie. Ma sarebbero felici di mangiare carne di maiale, se ne trovassero sul mercato. Di bere il buon vino che viene servito nella parrocchia di Peshawar durante la comunione domenicale. Usanze diverse, n omi diversi. Come Michael. Tutti i cattolici portano traccia di un battesimo sin dalla registrazione all' anagrafe. Si chiamano William, George, John, uniti a cognomi musulmani. Molti Mesieh, versione locale di Messia. Latif spiega: «Siamo cattolici da almeno due generazioni. Lo era mio nonno e lo era mio padre. Loro, come quasi tutti i cristiani del Pakistan, arrivano dall' India, dove sono stati convertiti dai missionari durante il periodo britannico. Io invece sono nato a Peshawar». Sono ex h indu i cattolici pakistani, ex intoccabili. I più poveri dei poveri. La loro origine ha lasciato un marchio sulla comunità. «La maggior parte vive nella miseria più assoluta: sguatteri e camerieri. E' difficile trovare un lavoro diverso». Segrete le nuove conversioni. Tradire Allah per Gesù, secondo la legge, comporta la pena di morte. Prima del golpe del 1999, con il quale il presidente Pervez Musharraf è arrivato al potere, i cattolici pakistani avevano quattro seggi in Parlamento. Oggi hanno un ministro, S.K. Tressler, con mandato sullo sport e la gioventù, impegnato nella promozione del dialogo interconfessionale. Ma nemmeno il capo dello Stato nel suo tentativo di laicizzazione del Pakistan, ha potuto cambiare le regole che mettono nel l' angolo i cattolici. La strage di Bahawalpur è stata la prova. «D' ora in poi, cammineremo a testa ancora più bassa», dice Michael Latif.



martedi, 30 ottobre 2001
REATI ATTENTATI
Strage in chiesa, in diecimila ai funerali

Strage in chiesa, in diecimila ai funerali DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - Qualcuno ha gridato «Vendetta» davanti alle salme. Altri hanno circondato la chiesa della strage, cantando «il sangue dei nostri martiri porterà alla rivoluzione». Altri ancora hanno pianto chiedendo giustizia. Diecimila persone hanno celebrato ieri a Bahawalpur, città del Punjab, i funerali dei cristiani uccisi domenica da sei uomini mascherati nella chiesa di St. Dominic. Quindici cadaveri, è il conto finale, più il corpo del poliziotto musulmano che montava la guardia all' edificio. Negozi e scuole hanno chiuso in segno di lutto, mentre la polizia formava un cordone protettivo attorno alla minoranza cristiana. Agenti dispiegati attorno alla chiesa, alle moschee e og ni altro luogo sacro della città, hanno impedito proteste e rivolte. Nessuno ha ancora rivendicato la strage. Ma le frasi pronunciate dagli uomini del commando, «Allah Akbar», o anche «l' Afghanistan e il Pakistan saranno la tomba dei cristiani», las ciano pensare a una rappresaglia degli integralisti islamici contro l' attacco angloamericano ai talebani. Durante la notte sono stati arrestati 100 attivisti. I rapporti tra la maggioranza musulmana e la minoranza cristiana, che rappresenta l' 1% de lla popolazione del Pakistan, non sono mai stati facili. Ma è la prima volta in 54 anni di storia del Paese che si arriva a un eccidio.



lunedi, 29 ottobre 2001
Pakistan, venti assassinati in chiesaSei uomini aprono il fuoco sui fedeli protestanti invocando Allah: «E' soltanto l' inizio» La suora: «Sapevamo che ci avrebbero attaccati, ma nessuno è stato in grado di difenderci»Pakistan, venti assassinati in chiesa Sei uomini aprono il fuoco sui fedeli protestanti invocando Allah: «E' soltanto l' inizio»

DAL NOSTRO INVIATO PESHAWAR - L' invocazione di rito: «Allah Akbar», Dio è grande. Poi gli spari. Raffiche sui fedeli ing inocchiati per la preghiera. Mitragliate contro le mura. Ancora un grido: «L' Afghanistan e il Pakistan saranno la tomba dei cristiani». Sono le nove del mattino quando sei uomini armati entrano in una chiesa di Bahawalpur, città del Punjab nel Pakis tan orientale, facendo strage davanti all' altare. Arrivano a bordo di tre moto, con passi pesanti e borse in mano, dalle quali tirano fuori kalashnikov e proiettili. La chiesa diventa un mattatoio. «Non è che l' inizio», urlano invasati. I cento dis perati cercano riparo. Si sdraiano per terra, si nascondono dietro l' altare. Ma i corpi cadono già l' uno sull' altro. Sedici fedeli muoiono sul colpo, tra i quali quattro donne, quattro bambini, un celebrante. Altre quattro persone spirano all' osp edale. Sei rimangono gravemente ferite. «Non è che l' inizio», ripetono gli uomini mascherati. Sangue sui paramenti sacri, sui banchi. Un altro cadavere sulla porta della chiesa: uno dei due poliziotti musulmani di guardia all' edificio. E' la prima volta che la comunità cristiana pakistana, per quanto perseguitata, subisce un attacco così sanguinario. Nella regione del Punjab, come in altre aree del Paese, finora c' erano state solo lotte fratricide, sunniti contro sciiti, centinaia di morti ne lle moschee. Contro i cristiani saccheggi, roghi, distruzioni di chiese, mai una carneficina come questa. Negli ultimi giorni però qualcosa sta cambiando. L' aumentare dei bombardamenti anglo-americani sull' Afghanistan fomenta l' odio anti-occidenta le. Volontari islamici si ammassano alla frontiera, per andare a combattere a fianco dei talebani. Molte aree sono fuori controllo. Ieri è esploso anche un ordigno su un autobus a 10 chilometri da Quetta, nel Belucistan: due morti e 25 feriti. Forse una vendetta tra gruppi tribali. Ma lo stesso presidente Pervez Musharraf sembra fatichi a frenare violenze e proteste. Saranno i cristiani i nuovi obiettivi della Jihad? A Bahawalpur, padre Rukes racconta: «La chiesa si è trasformata in un cimitero. Un incubo per chi era venuto a pregare Dio». E una suora, Naseen George, accusa: «Sin da quando è cominciata la guerra in Afghanistan sapevamo che saremmo stati attaccati. Avevamo chiesto protezione alla polizia, ma nessuno è stato capace di difende rci». I religiosi avevano ricevuto telefonate e lettere di minaccia, firmate dal Jamiat Ulema Islam, uno dei principali partiti integralisti, lo stesso organizza manifestazioni di protesta contro gli Usa, reclutamenti e donazioni per la Jihad. A Baha walpur St. Dominic è l' unica chiesa in mezzo a centinaia di moschee, frequentata da 7 mila fedeli, l' unica ad accogliere sia cattolici sia protestanti. Il commando puntava probabilmente a colpire i primi, più numerosi. Ma per un cambio di orario la strage è avvenuta durante la celebrazione protestante. «Un atto diabolico, un tragico gesto di intolleranza», scrive il Papa in un telegramma di condoglianze. Il generale Musharraf assicura che si farà personalmente carico dell' inchiesta. «Consegne remo i colpevoli alla giustizia». Molti musulmani si schierano con i cristiani e proclamano uno sciopero generale di due giorni. La guerra di religione fa paura anche a loro. O forse temono la guerra in casa.



lunedi, 29 ottobre 2001
Nel villaggio assediato dei cattolici: «Ci hanno abbandonato»

PERSECUZIONE RELIGIOSA Nel villaggio assediato dei cattolici: «Ci hanno abbandonato
DAL NOSTRO INVIATO YOSEFABAD (Pakistan) - «L' unica soluzione sarebbe il muro», dice Wilson John, studente di informatica, indicando il confine tra i due villaggi, q uello cattolico (il suo) e quello musulmano. «L' abbiamo chiesto alle autorità, ma dicono che costa troppo». A Yosefabad, cinquemila abitanti persi a mezz' ora di strada da Peshawar, la segregazione è una condanna, ma anche una scelta. «Apparteniamo a due mondi diversi - continua lo studente -. I nostri bambini non giocheranno mai con quelli degli islamici, i nostri amici non staranno mai da quella parte». Prima vengono le baracche dei musulmani, la moschea di Subanabad, alcuni depositi dell' es ercito. Poi c' è il deserto, un orizzonte di sabbia costellato da fortini di fango, dove sono nate, accatastate l' una sull' altra, le casette di Yosefabad. «Certo che abbiamo paura, dopo quello che è successo nella chiesa di Bahawalpur - continua il ragazzo -. I musulmani sono tutti armati, gli unici che non portano fucili siamo noi cattolici». Nelle ultime settimane, dopo gli appelli alla Jihad degli estremisti islamici, la paura è diventata ansia. «Ogni famiglia ha messo a dis