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mercoledi, 22 agosto 2001
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Ruanda, un genocidio previsto
Rapporto americano rivela: «Il Pentagono sapeva che sarebbe finito in massacro»
Nonostante le informazioni in suo possesso, Washington votò per il ritiro delle forze Onu Ruanda, un genocidio previsto Rapporto americano rivela: «Il Pentagono sapeva che sarebbe finito in massacro» Le barricate non furono una sorpresa, la caccia al l' uomo nemmeno. Le stragi etniche che portarono alla morte di 800 mila tutsi e qualche hutu moderato, potevano essere fermate in tempo. Non era solo l' Onu ad essere stata inutilmente avvisata che in Ruanda si pianificava un genocidio. Anche Washing ton sapeva. E anche Washington preferì il disimpegno. Un rapporto, a lungo nascosto negli archivi della Sicurezza nazionale, rivela adesso l' indifferenza dell' amministrazione americana di fronte all' ecatombe preparata dagli estremisti hutu e qualc osa di più. Secondo il documento, un allarme arrivò all' indomani dell' attentato aereo in cui morì il presidente Juvénal Habyarimana, il 6 aprile 1994. Al sorgere delle barricate, un funzionario del Pentagono avvertì il sottosegretario alla Difesa F rank Wisner: «O si riesce a convincere le due parti (hutu e tutsi, ndr) a rientrare nel processo di pace o ci sarà un bagno di sangue che potrebbe estendersi anche al Burundi». Nel Paese si trovano 2.500 Caschi blu. Il loro comandante, il generale ca nadese Romeo Dallaire, lanciava messaggi disperati da tempo. Ma i diplomatici americani anziché insistere per un rafforzamento del dispositivo militare, si pronunciarono per un «ritiro ordinato» della Minuar, la missione dell' Onu. Gli estremisti hut u diedero il via alle stragi. Il 9 aprile il dipartimento di Stato Usa inviò un telegramma confidenziale con il quale ordinava alla missione americana presso le Nazioni Unite di impegnarsi per lo smantellamento del contingente multinazionale. Non c' era città, villaggio, quartiere dove le Far, le ex forze armate ruandesi, assieme agli Interahamwe, la Guardia presidenziale, non avessero trasmesso l' ordine di sterminio. Secondo l' amministrazione Clinton, invece, «non c' erano ragioni sufficienti » per mantenere una forza di pace. Il 21 aprile il Consiglio di Sicurezza dell' Onu votò a favore del ritiro. La Minuar sloggiò. Da lì al mese di luglio, 100 giorni in tutto, si consumò uno dei peggiori genocidi del secolo. Nuovamente gli Usa. Il 28 aprile 1994 - rivela il rapporto - Prudence Bushnell, vice assistente del segretario di Stato per gli Affari africani, telefonò al ministro della Difesa ruandese, il colonnello Theoneste Bagosora. «Sappiamo che l' esercito ruandese è impegnato in att i criminali, che sta sostenendo il massacro dei civili», diceva l' americana. Risposta del colonnello: l' uccisione dei tutsi è opera della popolazione. Nessun aiuto da parte del governo ad interim, controllato dagli estremisti hutu, che si era insta llato dopo la morte di Habyrimana. Prudence Bushnell è oggi ambasciatrice in Guatemala. Theoneste Bagosora - detenuto nel carcere di Arusha in Tanzania - è uno dei principali accusati del tribunale Onu per il Ruanda: la «grande mente» del genocidio. Perché gli Usa lasciarono il Ruanda al suo destino? La «sindrome somala», si disse all' epoca. L' intervento a Mogadiscio, i marines uccisi e trascinati nelle vie della città, il ritiro catastrofico del contingente Onu dalla Somalia all' inizio del 1 994, avevano tracciato una linea sull' era del «peace keeping». Si era spento l' ottimismo occidentale e vacillava anche l' idea di un nuovo ordine mondiale sotto garanzia americana. Ma in Ruanda qualcosa poteva comunque essere fatto e gli Stati Unit i si rifiutarono. Si discusse, per esempio, sull' uso di «Commando solo», aerei militari che avrebbero potuto bloccare le trasmissioni di Radio Milles Collines, l' emittente dalla quale gli estremisti hutu incitavano la popolazione a «riempire le tom be di scarafaggi tutsi». Frank Wisner bocciò la proposta: inutile e troppo rischioso. Nonostante il genocidio, la guerra fu vinta dai tutsi. Da un uomo in particolare, l' attuale presidente Paul Kagame, ex guerrigliero cresciuto in Uganda con corsi d ' addestramento negli Stati Uniti. Washington ha riallacciato presto i rapporti con lui: gli ha fornito intelligence e tecnologia tra il 1996 e il 1997 quando il Ruanda ha creato le armate di Kabila in Zaire per ripulire i campi dove erano fuggiti gl i estremisti hutu e defenestrare l' ex presidente Mobutu. L' operazione è riuscita solo in parte: Mobutu è stato cacciato ed è poi morto, ma la guerra non è finita. Continuano anche gli assalti dei miliziani hutu. Vecchie e nuove reclute. Proprio ier i l' Unicef ha annunciato che l' esercito ruandese ha «liberato» centinaia di ragazzini tra i 10 e i 18 anni, arruolati dagli ex «génocidaire». HUTU CONTRO TUTSI GENOCIDIO Il 6 aprile del 1994 l' aereo su cui viaggia il presidente hutu del ruanda, Juvénal Habyarimana, viene abbattuto. È l' avvio del genocidio. Le milizie hutu, con l' appoggio dell' esercito ruandese, cominciano lo sterminio sistematico della minoranza tutsi a colpi di machete (uccidendo anche migliaia di hutu moderati). Oltre 800 mila persone vengono trucidate in 4 mesi. LE ETNIE L' 84% dell' attuale popolazione del Ruanda è di origine bantu, gli hutu. I tutsi, pastori originari della Valle del Nilo migrati nell' Africa Centrale, sono il 14%. L' 1% sono twa, pigmei. I tutsi per secoli sono stati la casta dominante, fino al 1961 quando il re Kigeri V viene rovesciato e diventa presidente l' hutu Grégoire Kayibanda. Le rivolte tutsi falliscono, in migliaia vengono trucidati IL TRIBUNALE Il Tribunale p enale internazionale per il Ruanda, creato dall' Onu nel 1999 in Tanzania, persegue i responsabili del genocidio
mercoledi, 08 agosto 2001
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La Curia fiorentina: «Padre Seromba è pronto ad affrontare la giustizia»
«Le imputazioni contro il religioso manipolate da un gruppo tutsi vicino al governo di Kigali»
Ancora in Italia il prete ruandese accusato di genocidio La Curia fiorentina: «Padre Seromba è pronto ad affrontare la giustizia» Don Athanase Seromba non vuole sottrarsi al processo. Non è fuggito dall' Italia, ma si trova ancora nell' arcidiocesi d i Firenze. Il prete ruandese, accusato dal Tribunale internazionale di Arusha di genocidio e crimini contro l' umanità, sarebbe insomma pronto a comparire davanti alla legge. Parla a nome suo il portavoce dell' arcidiocesi di Firenze, Riccardo Bigi, in un testo inviato alla Misna, l' agenzia di stampa missionaria: «A tutt' oggi - recita il comunicato - don Athanase non ha ancora ricevuto nessun atto ufficiale d' accusa, e non conosce le imputazioni se non attraverso quello che è stato pub blicato sui giornali». Imputazioni faziose, secondo la Curia, basate su un rapporto di African Watch, un' associazione fondata a Londra da alcuni tutsi ruandesi, vicini all' attuale regime di Kigali. Padre Athanase è un hutu, accusato di aver cospira to e favorito la strage di 2000 tutsi che si erano rifugiati nella sua chiesa di Nyunde, un villaggio nell' Ovest del Ruanda. Contro di lui sarebbe montata dunque una campagna falsa e strumentale, come è successo tante altre volte nel Paese africano. Ma non è solo African Watch a puntare il dito contro il sacerdote. L' arcidiocesi di Firenze in questo si sbaglia: l' atto d' accusa contro padre Seromba, emesso dal procuratore generale del Tribunale internazionale Carla Del Ponte, è pubblico da un a quindicina di giorni. Sono 17 pagine, nelle quali si descrivono con ricchezza di dettagli le responsabilità del prete nella morte dei suoi parrocchiani. Come mai padre Seromba non ne sa nulla? La Chiesa parla di «persecuzione» subita in Ruanda, di 3 vescovi, 103 sacerdoti, 65 religiose e 47 religiosi uccisi nel Paese africano dal 1993 al 1994. Denuncia un regime abilissimo a manovrare i media, colpevole di «arresti arbitrari, detenzioni illegati, torture dei detenuti». Ricorda il processo a mo nsignor Augustin Misago, vescovo di Gikongoro, prefettura nel sud del Paese. Pure lui sospettato di genocidio e poi scagionato a luglio dell' anno scorso. Anche il tribunale di Arusha è fazioso? Il «gemello» della Corte dell' Aja è accusato da molti di essere troppo sensibile all' influenza di Kigali. Ma è riuscito comunque ad arrestare altri religiosi fuggiti in Europa. Nel caso di padre Seromba, c' è uno snodo politico in più: il rifiuto del governo italiano ad consegnare il prete alla giustiz ia internazionale. Spiega al Corriere Adama Dieng, cancelliere del Tribunale di Arusha: «Tutti gli stati membri dell' Onu hanno il dovere di collaborare con noi. Eppure l' Italia sostiene di dover far approvare un apposito decreto in Parlamento». Un pretesto? O un impedimento giuridico? L' agenzia Misna appoggia la seconda ipotesi.
lunedi , 06 agosto 2001
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Ruanda, sui massacri il «giudizio del villaggio»
Il governo di Kigali vuole ripristinare la «Gacaca», il tribunale tradizionale dei «saggi»
DAL NOSTRO INVIATO KIGALI - E' il momento dell' autocoscienza, delle confessioni di massa, della verità ricostruita collina per collina, villaggio per villaggio, casa per casa. Sette anni dopo il genocidio, il governo del Ruanda, oberato da un compit o epocale - processare 115 mila detenuti accusati delle stragi - invita gli assassini ad ammettere le proprie colpe. Servirà a completare i dossier, ad alleggerire le pene, ma soprattutto a resuscitare la Gacaca, i tribunali tradizionali formati dai «saggi», dove toccherà alla popolazione emettere la sentenza finale. La giustizia verrà dal basso: chi ha ucciso dovrà confrontarsi con i parenti delle vittime, i testimoni dovranno parlare, i sopravvissuti dovranno raccontare quello che hanno subito da aprile a luglio del 1994. La Gacaca partirà l' anno prossimo, ma i preparativi sono in corso. Ogni settimana funzionari della procura percorrono a bordo di vecchie berline le piste di terra rossa che attraversano il Ruanda, su per le colline nebb iose, alla ricerca di prove e confessioni sui massacri in cui morirono almeno 800 mila tutsi e qualche hutu moderato. Uno di questi lavacri collettivi è il comune di Murama, cento chilometri a sud della capitale Kigali. Ci si arriva tagliando bananet i e campi di tè, tra casupole scalcinate, mandrie di buoi dalle grandi corna, mercati di campagna. Lungo la strada teschi ed ossa, esposti dentro a piccolo memoriale, ricordano che due mila tutsi furono trucidati nella zona a colpi di machete e basto ni. Il municipio è un edificio fatiscente costruito in cima a una montagnola. Sul retro si aprono i cachot, le prigioni comunali. Settecento hutu vivono ammassati in tre stanzoni maleodoranti, tra sporte di plastica che pendono dal soffitto e un buco per terra come latrina. «Quasi 600 hanno già confessato - dice Innocent Manzi, l' avvocato generale della procura -. Gli altri potrebbero farlo oggi». Il suo staff è arrivato alle nove del mattino per raccogliere le nuove deposizioni. Il primo a par lare è un anziano. Ha la voce atona e lo sguardo inespressivo: «Ho ucciso quattro persone», recita mentre la mano ricorda a gesti i colpi del machete. Gli altri, usciti dalle celle, aspettano su una radura. Visi cupi, piedi nudi nei sandali di plasti ca. Una trentina le donne. Un ragazzo si fa avanti. Si chiama Jean Damascène Ndagijimana, un crocefisso d' oro gli brilla al collo. Racconta: «Le autorità sono arrivate per la prima volta due anni fa a prometterci che se avremmo confessato saremmo st ati liberati prima. Ma c' è voluto del tempo per convincere tutti. Solo con l' aiuto di preti e pastori abbiamo cominciato a riflettere sui nostri peccati». Anche qui, come in altre prigioni del Ruanda, è stata organizzata una pre-Gacaca, un tribunal e interno, guidato da un comitato di 20 persone. «Molti avevano paura, ci si accusava e ci si minacciava a vicenda. Ma adesso siamo pronti a sostenere il giudizio del villaggio». Jean Damascène sembra un soldato, più che un genocidaire, un massacrato re. Con lo stesso zelo con cui nell' aprile ' 94 aveva obbedito alle autorità che gli ordinavano di massacrare i vicini, predica ora la necessità della «riconciliazione nazionale». L' avvocato generale lo guarda soddisfatto: «Abbiamo lavorato molto s ulle campagne di sensibilizzazione». I detenuti sanno che le pene previste per gli «esecutori» delle stragi disposti a confessare non superano i 15 anni. Considerato il periodo passato in prigione e la possibilità di scontare metà della condanna lavo rando a beneficio della comunità, molti di loro potrebbero essere liberati subito dopo il processo. Parecchi escono già per lavorare. Sia dal cachot di Murama, sia dalle prigioni centrali. I primi vestiti di stracci, gli altri con divise rosa confett o. La nomenclatura tutsi, stretta attorno al presidente Paul Kagame, è abile nella propaganda. Non si tratta di un regime illuminato. E' un gruppo di potere minoritario che ha gestito con durezza l' eredità del genocidio. Anche se la capitale Kigali è una città dalle aiuole in fiore e dai ristoranti affollati dagli staff umanitari, il Paese sprofonda nella miseria. C' è una guerra in Congo: gran parte della regione del Kivu è controllata dall' esercito ruandese. Ci sono le incursioni di migliaia di miliziani hutu lungo la frontiera. Ma la transizione democratica, chiesta dalle istituzioni finanziarie, impone formule più morbide rispetto al passato. Il Ruanda, che all' indomani dei massacri si era ritrovato senza magistrati, senza avvocati, con le prigioni straripanti e il clima avvelenato da vendette e delazioni, dopo aver processato 5.600 detenuti, ha così ripescato la Gacaca, dimenticata con l' arrivo dei colonizzatori belgi, trasformandola in istituzione penale. Le elezioni dei nuov i giudici - 240 mila previsti in Ruanda - si terranno a settembre. I saggi esamineranno gli accusati, ma potranno emettere sentenze solo per gli esecutori dei massacri, rimandando i pianificatori del genocidio ai Tribunali ordinari. Per loro rimane i n vigore la condanna a morte. Lungo la strada che porta a sud, c' è chi ha già rincontrato gli assassini. A Ntongwe la procura ha presentato al villaggio un centinaio di detenuti, organizzando una pre-Gacaca. «E' stato un gioco sottile e doloroso - r acconta Jean Marie Mbarushimana, procuratore generale della Corte d' Appello di Nyamisindo, un tutsi dalla corporatura robusta -. Abbiamo visto uomini e donne alzarsi in massa per difendere un innocente. Al contrario sguardi rancorosi e un silenzio a gghiacciante ogni volta che appariva un criminale». Il procuratore Jean Marie ha perso la madre nei massacri, ma è considerato uno dei magistrati più validi ed equilibrati del Ruanda. «Non pensate che la Gacaca risolverà tutto. In molte province sono stati commessi crimini da entrambe le parti, certe gente è stata arrestata senza prove. E sarà difficile vincere le resistenze dei sopravvissuti. Non si può immaginare la Gacaca senza una legge che indennizzi le vittime». Sono i rescapés, i sopravvi ssuti, la grande incognita della riconciliazione nazionale. Morti viventi rimasti intrappolati per giorni sotto montagne di cadaveri, tutsi braccati dagli squadroni della morte, gente che ha visto fare a pezzi la propria famiglia. Benoit Kabogy, 27 a nni, membro di Ibuka, l' organizzazione più estremista nella difesa dei sopravvissuti, è uno di loro. Viveva nel Bugesera, una delle regioni a più alta concentrazione tutsi. Furono sterminati in 60 mila. Lui si salvò nascondendosi nelle paludi. «La G acaca potrà aiutarci a ricostruire il passato - dice -. Ma chi abita nei villaggi teme per la propria sicurezza. Come si può accettare che gli assassini tornino ad abitare alla porta accanto?».
lunedi , 06 agosto 2001
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Il «mea culpa» dei cattolici: «Assenti, forse colpevoli»
IL RUOLO DELLA CHIESA Il «mea culpa» dei cattolici: «Assenti, forse colpevoli» DAL NOSTRO INVIATO KIGALI - Troppe accuse. Troppi sospetti. Un vescovo, monsignor Misago, processato e poi prosciolto per genocidio. Un sacerdote, Athanase Seromba, ospite della diocesi fiorentina, ricercato dal Tribunale Onu di Arusha e non ancora consegnato dall' Italia. Due suore condannate in Belgio. Una decina di altri religiosi in prigione in Ruanda o processati per aver incoraggiato gli estremisti hutu nelle st ragi. La Chiesa cattolica ha dovuto organizzare una sua Gacaca: una riflessione sul ruolo svolto durante le stragi del ' 94. E' successo durante il Giubileo, con un Sinodo speciale e un incontro finale a Kigali, il 2 febbraio di quest' anno. «Non è s tata un' ammissione di colpa - racconta il padre gesuita Ottave Ugirashebuya, presidente della Commissione Giustizia e pace ruandese -. La Chiesa continua a sostenere che le responsabilità sono individuali, ma è stato un gesto importante». Per anni p reti e missionari hanno vissuto nell' isolamento. Omicidi e minacce hanno colpito anche loro: c' era un progetto politico: mettere da parte i cattolici francofoni a vantaggio dei protestanti anglofoni, più vicini al regime controllato dai combattenti tutsi rientrati dall' Uganda. Dopo la «Gacaca cristiana», i rapporti sono migliorati. A gennaio il presidente Paul Kagame ha convocato i vescovi: il regime tutsi ha riconosciuto di non poter fare a meno della Chiesa cattolica. E la Chiesa ha rispost o accettando un ruolo politico. Oggi i preti fanno «campagne di sensibilizzazione» in prigioni e parrocchie. Invitano i fedeli a confessare responsabilità. La politica filo-hutu della Chiesa ruandese risale agli anni ' 50, quando si volle dar forza a lla maggioranza etnica. Con l' indipendenza nel ' 62, gli hutu salgono al potere e la Chiesa diventa il braccio spirituale del regime. Dice padre Ugirashebuya: «La Chiesa ha veramente istigato gli hutu al genocidio? O ha la colpa di non aver fatto nu lla per fermarli? La Chiesa è stata assente, forse colpevole. Ancora oggi siamo a metà strada. Timidi e incerti». M.G.C.
martedi , 31 luglio 2001
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Ruanda, il sogno perduto della Giustizia
Lentezza, corruzione, burocrazia: in 7 anni il Tribunale speciale dell' Onu ha arrestatp solo 48 persone. "Il prete ospitato in Italia e' colpevole"
Il «gemello povero» della Corte dell' Aja cerca i responsabili di 800 mila morti. «Ma le inefficienze sono un problema passato» Arusha, il sogno perduto della Giustizia Lentezza, corruzione, burocrazia: in 7 anni il Tribunale Onu per il Ruanda ha arr estato solo 48 persone DAL NOSTRO INVIATO ARUSHA (Tanzania) - Oltre il vetro arriva solamente la voce, amplificata dalle cuffie. Un uomo, nascosto dietro pesanti tendaggi, parla con tono sommesso. «L' ordine ci venne dato la mattina del 7 aprile, men tre eravamo al bar: andate, uccidete, sterminate tutti gli abitanti. Ci dividemmo in gruppi e cominciammo la caccia ai tutsi. Lungo la strada uno dei miei compagni tagliò il seno a una donna, poi leccò il sangue rimasto sul machete». L' uomo è uno de i testimoni al processo contro Juvénal Kajelijeli, ex sindaco di un Comune del Ruanda. E' un hutu che accusa un altro hutu, davanti al Tribunale internazionale di Arusha, per uno dei massacri commessi tra aprile e luglio 1994 nel Paese africano. Fuor i dall' aula, le immagini trasmesse dalle telecamere a circuito chiuso diventano scene di un film muto. Lungo i corridoi che si snodano all' interno di tre palazzoni bianchi, collegati da balconate, si possono anche dimenticare le 800 mila vittime de l genocidio ruandese, i racconti dei sopravvissuti, le smorfie degli assassini. Il Tribunale di Arusha - istituito dall' Onu nel novembre 1994 per giudicare gli autori delle stragi - più che un memoriale dell' orrore sembra un bunker kafkiano. Cement o e inferriate progettati da un architetto italiano, nel nord della Tanzania tra il monte Meru e le pendici del Kilimanjaro. Entri negli uffici e trovi funzionari di 80 nazionalità che si affannano con linee telefoniche disastrate, corrente elettrica garantita dai generatori, collegamenti Internet più che mai virtuali. Magistrati e avvocati si perdono tra cumuli di carte e procedure esasperanti. Lavorano in una città ricca di eucalipti, acacie, banani, ma priva di strutture. Suggestiva per i tur isti che si avventurano nei parchi del Serengeti e del Ngorongoro. Meno per chi deve ricostruire le responsabilità degli estremisti hutu che guidarono i 100 giorni di sangue del Ruanda. Il Tribunale, nato come struttura gemella della Corte dell' Aja per la ex Jugoslavia - con cui divide lo stesso procuratore Carla Del Ponte e gli stessi giudici dell' Appello - non ha avuto un decollo facile. Lentezza, corruzione, burocrazia: «il bilancio è deludente», denuncia un rapporto dell' International Cri sis Group, centro studi con base a Bruxelles. In sette anni di attività la Corte ha arrestato 48 persone ed emesso solo nove verdetti. Una delle menti del genocidio, come l' ex ministro della Difesa Théoneste Bagosora, è in prigione da cinque anni in attesa di giudizio. Altri ricercati circolano liberamente in Congo, in Kenia, in Gabon, in Francia o in Belgio. Un bilancio deprimente per la giustizia internazionale. Oltre frontiera i tribunali ruandesi, che vanno molto per le spicce, hanno messo in galera 130 mila persone, ne hanno processate più di 3 mila, ne hanno fucilate 22. «Operare in un Paese in via di sviluppo non ci ha certo aiutato - controbatte il portavoce Kingsley Moghalu -. Ma la storia delle inefficienze appartiene al passato» . Negli ultimi anni sono stati arrestati ex ministri, militari, giornalisti, religiosi. Tre di loro hanno confessato, come l' italo belga George Ruggiu, accusato di aver incitato gli hutu alla strage. Cinque processi sono in corso, altri partiranno p resto. Niente da invidiare all' Aja - sostiene -, nonostante gli staff più bassi, 800 dipendenti contro 1100, e il budget ridotto a 200 miliardi di lire annui. Il portavoce cita Jean Kambanda, premier ad interim in Ruanda ai tempi della mattanza: un «pesce grosso» che ha riconosciuto le sue colpe ed è stato condannato all' ergastolo. «Siamo stati i primi a emettere una sentenza contro un capo di governo per genocidio. E' un passo importante per chi giudicherà l' ex dittatore cileno Augusto Pinoc het o l' ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic». Anche il numero dei detenuti dovrebbe aumentare: il procuratore Carla Del Ponte ha in serbo altre 130 incriminazioni. La «diplomazia» del Tribunale continua a trattare per ottenere l' arresto dei latitanti fuggiti in Africa, in Europa, negli Usa. E soprattutto in Italia, dove la mancata consegna di Athanase Seromba, un prete ruandese accusato di genocidio, rischia di creare un precedente inaccettabile. Forse i tempi stanno cambiando. Ma nei c orridoi di Arusha pochi credono all' ondata riformatrice. Si entra in procura, dove sono stati licenziati da poco sei funzionari per incompetenza, e si raccolgono lamentele sugli staff, insufficienti per far fronte ad altri processi. Si ascoltano gli avvocati e si sente parlare di procedure lentissime - «Il mio assistito è rimasto in carcere 18 mesi prima di sapere di che cosa era accusato», dice un legale britannico, Howard Morrison - di testimoni poco attendibili, di processi unicamente accusa tori. Mentre i sospetti cadono anche sulla difesa. L' Onu ha appena condotto un' inchiesta su legali che avrebbero diviso gli onorari del Tribunale, dai 120 agli 80 dollari l' ora, con i clienti. Neanche il raggruppamento degli imputati è servito a v elocizzare i processi. Le tre Camere del Tribunale lavorano su più dossier contemporaneamente, ma saltuariamente. Alessandro Caldarone, un siciliano residente a Padova, capo della sezione che coordina gli avvocati e la sorveglianza delle prigioni, ad debita le lentezze a un eccesso di garantismo: «La preoccupazione di tutelare i diritti dei detenuti ha fatto dimenticare il diritto numero uno, quello a un processo equo e rapido». «Non siamo qui solamente per condannare - ripetono negli uffici di A rusha -. La Corte può anche emettere assoluzioni». Il caso portato come esempio, il proscioglimento di Ignace Bagilishema, un ex sindaco accusato di avere favorito il massacro di 45 mila hutu, non è il più felice. Una farsa kafkiana. Il Tribunale l' ha proclamato innocente a giugno, ma nessuno dei Paesi interpellati, Francia in testa, è disposto ad accoglierlo. Bagilishema resta ad Arusha, come sorvegliato speciale. Tutte le tappe del procedimento contro chi pianificò lo ster minio LA CORTE Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda è stato creato dal Consiglio di Sicurezza dell' Onu l' 8 novembre 1994, come struttura gemella del Tribunale dell' Aja per la ex Jugoslavia. Il mandato è quello di perseguire i responsab ili del genocidio e di altre violazioni della legge umanitaria durante il periodo che va dall' 1 gennaio al 31 dicembre 1994. La sede è ad Arusha, nel nord della Tanzania. LA STRATEGIA Il Tribunale ha scelto di occuparsi soprattutto dei pianificatori e organizzatori delle stragi, fuggiti all' estero, lasciando ai tribunali nazionali ruandesi competenza sui piccoli calibri. GLI ARRESTI Fino ad oggi ha arrestato 51 persone ed ha emesso 9 sentenze, di cui tre attualmente in appello. Tre imputati si sono dichiarati colpevoli. Sono stati ascoltati quasi 300 testimoni. LO STAFF Ha uno staff di 800 persone e un bilancio di 90 milioni di dollari l' anno. Dispone di 3 camere di prima istanza, per un totale di 9 giudici. Ha lo stesso procuratore dell ' Aja, Carla Del Ponte (foto in alto), e gli stessi magistrati di Corte d' appello L' ATTO DI ACCUSA «Il prete ospitato in Italia è colpevole» DAL NOSTRO INVIATO ARUSHA - Furono quattordici giorni di cospirazione: dal 6 al 20 aprile 1994, per stermin are 2 mila tutsi, rinchiusi dentro la parrocchia di Nyange, un villaggio nell' ovest del Ruanda. La chiesa venne circondata dagli Interahmwe, le milizie hutu. Poi arrivò un bulldozer a rimuovere i corpi e spianare l' edificio. L' atto d' accusa del T ribunale internazionale di Arusha conferma i sospetti contro padre Athanase Seromba, il parroco ruandese ospitato in Italia dalla diocesi di Firenze. Il prete, assieme al sindaco Grégoire Ndahimana, all' ispettore Fulgence Kayishema e ad altri due es ponenti del villaggio, è accusato di genocidio e crimine contro l' umanità: fu lui a consegnare le liste per rintracciare i tutsi fuggiti, lui a dare gli ordini ai miliziani. Il rifiuto dell' Italia ad arrestarlo e consegnarlo a Arusha si è trasforma to in un caso politico. Ad Arusha girano voci: padre Athanase Seromba potrebbe essere già fuggito in Camerun. C' è il Vaticano dietro il rifiuto dell' Italia? La Chiesa ha sempre accusato il Ruanda di manipolare le accuse attraverso «sindacati di del atori». M.G.C.
domenica , 29 aprile 2001
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Costa d' Avorio, i piccoli schiavi del cacao
Una piantagione è l' inferno di Sekou, 14 anni: «Mi hanno comprato per centomila lire"
Una rete di affaristi dietro al traffico di giovanissimi clandestini, arrivati dal Mali e dal Burkina Faso con false promesse di guadagno Costa d' Avorio, i piccoli schiavi del cacao Una piantagione è l' inferno di Sekou, 14 anni: «Mi hanno comprato per centomila lire» DAL NOSTRO INVIATO DALOA (Costa d' Avorio) - La pista di terra rossa si fa più stretta man mano che la jeep si addentra nella foresta, tra i tronchi nodosi dei baobab, i fusti altissimi degli eriodendri, gli intrighi delle liane. Dopo qualche chilometro, le ruote pestano solo l' erba alta, mentre il cielo si chiude in una volta di foglie. Gruppi di ragazzini scappano impauriti dal rombo del motore. E' il cuore più inaccessibile della Costa d' Avorio, la regione di Daloa, 400 chilometri da Abidjan, la terra delle piantagioni, dove approdano i giovani clandestini del Mali e del Burkina Faso, bambini e adolescenti, venduti come schiavi nei campi di cacao e di caffè. Le coltivazioni si estendono per due o tre ettari al massi mo. Sono appezzamenti minuscoli, a conduzione familiare, persi nella giungla e lontani da ogni centro abitato. Per arrivare all' accampamento, uno spiazzo polveroso delimitato da un paio casupole di fango dove razzolano galline e pulcini, bisogna mar ciare a piedi in mezzo al ronzio delle zanzare, nel caldo umido del pomeriggio tropicale. E' qui che dopo le sette di sera compaiono i primi tre ragazzini, reduci dalla giornata di lavoro. Hanno si e no 14 anni, magliette ridotte a brandelli addosso, sandali di plastica, bidoni sulla schiena. «Braccianti», dice il proprietario. Ma i loro monosillabi in dioula e gli sguardi stralunati rivelano un' altra storia. «Siamo qui da quasi un anno - racconta uno di loro, Sekou Coulibaly - ma non abbiamo a ncora visto un soldo. Il padrone dice che dobbiamo completare il periodo di contratto prima di essere pagati. Il lavoro però è talmente duro che vorremmo andarcene subito». Sono venuti dal Mali, seguendo lo stesso percorso a tappe obbligate che ogni anno porta nelle piantagioni migliaia di lavoratori a basso costo. I primi contatti con i «trasportatori», quelli che procurano il passaggio di frontiera su vecchi camion stipati di merce; poi l' arrivo a Tengrila, nel nord della Costa d' Avorio; lo spostamento a Daloa; infine la consegna nelle mani del mediatore. «Io - aggiunge Sekou - avevo chiesto di lavorare in città, come facchino al mercato. Per questo avevo lasciato il mio villaggio. Ma l' intermediario aveva già deciso per me che sarei f inito in una piantagione. Ha detto che gli ero costato troppo, che lui e il trasportatore dovevano rifarsi delle spese del viaggio». Il proprietario del campo ha versato al mediatore l' equivalente di oltre 100 mila lire per averlo, più il 30% del sa lario promesso al ragazzo. Come di prassi, gli ha fatto un contratto: 120 mila franchi cfa (la valuta dei Paesi africani francofoni) l' anno, 400 mila lire. Ma Sekou teme che si tratti di un imbroglio. E così pure l' amico, Koné, stessa età, stesso s guardo abbrutito dalla paura: «Temo che alla fine non ci diano un soldo. Qui ci trattano come schiavi, non come braccianti. Dobbiamo far tutto, ripulire i campi dall' erba, tagliare i cabos (i frutti del cacao, ndr), trasportare chili sulle spalle. Q uando arriva la sera vorremmo solo andarcene via. Ma scappare è impossibile, la piantagione è isolata, ci controllano a vista». Hanno un solo giorno libero la settimana, i giovani clandestini impiegati nelle piantagioni: il venerdì. Ma sono costretti a lavoretti supplementari per mettersi in tasca qualche spicciolo con cui comprare del sapone per lavarsi i panni. E' l' unico lusso che si concedono. «Il padrone ci ha sequestrato tutto quello che avevamo e anche questo per scoraggiare la fuga», di ce ancora Koiné. Il cibo scarseggia: «Un panetto di pasta di mais da far durare il più possibile», mentre galline a caprette servono a essere vendute al mercato. La notte si dorme nelle baracche, in tre sullo stesso materasso gettato per terra, infes tato da parassiti, tra mura di fango che trasudano umidità, sotto tetti di lamiera. Si tira avanti senza un documento in tasca, senza identità, qualche volta tra botte e insulti, spesso senza nessuna idea sul futuro. In una piantagione vicina, c' è g ià chi è al secondo anno di lavoro: Siakà Traorè, anche lui del Mali. «Alla fine del primo anno ho chiesto il mio salario, ma il padrone mi ha detto che non aveva soldi e dovevo lavorare ancora». Il ragazzo continua a sgobbare. «Ma giuro che se non m i paga scappo via». Sfruttamento o schiavismo? Il traffico di minorenni, denunciato dalle associazioni umanitarie dopo il caso dell' Etireno (la nave sospettata di portare a bordo bambini da vendere nei Paesi dell' Africa occidentale) è un commercio al limite, gestito da racket capillari e ben organizzati. La polizia di Sikasso, città frontaliera del Mali, calcola che dal Paese siano spariti oltre 15 mila minorenni, inghiottiti dalle piantagioni della Costa d' Avorio. L' Unicef di Abidjan, non s i sbilancia. «Non possiamo fornire alcun dato - dice Carol Jaenson, la responsabile - ma il fenomeno esiste ed è una forma di sfruttamento ripugnante». L' unica consolazione: i coltivatori sembrano preferiscono i ragazzi tra i 12 e i 16 anni, scartan do i più piccoli perchè inadatti a un lavoro pesante come quello delle piantagioni. I bambini che si vedono nei campi sarebbero tutti del posto, figli e nipoti dei proprietari terrieri. La Costa d' Avorio è il principale esportatore di cacao nel mond o: un milione e 200 mila tonnellate l' anno, comprate a 350 franchi cfa al chilo (meno di mille lire) dai produttori e rivendute a 800 sui mercati occidentali. La produzione del caffè, 214 mila tonnellate nel 1998, è diminuita negli ultimi due anni e d ha un prezzo ancora più basso. In entrambi i casi si tratta di un' economia arcaica, basata su lavorazioni manuali, distribuita in appezzamenti di terreno minuscoli, 2-3 a ettari a testa, che fruttano a ciascuno dei 650 mila proprietari terrieri de l Paese, in media non più di 800 mila lire l' anno. La Cassa di stabilizzazione, l' organismo che per lungo tempo aveva garantito la stabilità dei prezzi, oggi è un' istituzione che arranca dietro alla loro caduta e al libero mercato, mentre il Paese non riesce a tenere il passo delle riforme strutturali richieste dalle organizzazioni finanziarie. La crisi politica, che ha travolto la Costa d' Avorio negli ultimi due anni, a cominciare dal golpe del 1999 con cui il generale Robert Guei ha spodes tato il corrottissimo presidente Konan Bedié, fino all' ultimo contrastato trionfo elettorale del socialista Laurent Gbagbo (171 morti nelle rivolte di piazza, una cinquantina di corpi mutilati alla periferia di Abdjian), ha ulteriormente scoraggiato gli investitori. La sopravvivenza nelle piantagioni è diventata una guerra tra poveri. Gli «schiavisti» sono spesso miserabili contadini, capaci di reclutare non più di uno o due ragazzi per ogni campo. E di non pagarne preferibilmente nessuno. I gu adagni del resto devono essere distribuiti a vari livelli: dai locataires che si occupano del trasporto dei clandestini, agli intermediari che provvedono a piazzarli nei campi. Per chi arriva dal Mali, il primo punto di passaggio è Korhogo, nel nord della Costa d' Avorio. Il martedì e il sabato, giornate di mercato, cominciano le contrattatazioni. I ragazzini vengono messi a dormire nei magazzini, spesso in mezzo a merce tossica, colle, vernici, legnami, chiusi a chiave in attesa di essere trasp ortati altrove. Daloa, provincia agricola al centro della Costa d' Avorio, è la seconda tappa, la principale piazza di smistamento. L' ex padre della nazione, Felix Houphouët-Boigny, il megalomane presidente che ha lasciato al Paese una basilica più grande di San Pietro in mezzo alla savana, l' aveva pensata come una città moderna ed efficiente, mentre oggi è un ammasso di baracche, montagne di spazzatura ed edifici fatiscenti. Tra i mediatori più noti in zona, c' è Siaka Cissi, un vecchio vesti to con un caffettano verde, che vanta quattro mogli e venti figli, seduto sotto una catapecchia di legno, come un re sul trono, con una corte di bambini attorno. «Sono i locataires che si rivolgono a me, che insistono affinchè faccia da intermediario - dice con sguardo sospettoso e voce lamentosa - ma io non ci guadagno niente, mille franchi al massimo, le spese di vitto e alloggio». Fino a un paio di anni fa faceva anche lui il trasportatore. «Ma sono uno che segue i ragazzi fino alla fine. Un padre di famiglia. Quando terminano il contratto, mi preoccupo che vengano rimpatriati». Non tutti. I responsabili della comunità del Mali ricevono decine di lamentele ogni anno. In un piccolo ufficio infestato dalla mosche, dietro il mercato di Dalo a, Konte Checkna Hamalla, segretario della comunità elenca tutti coloro che negli ultimi mesi hanno lasciato le piantagioni senza essere pagati e senza un soldo per tornare a casa. Poi indica una sacca gialla e viola abbandonata su un divano. «Appart eneva a un bambino morto di malaria in una piantagione. Nessuno, nemmeno il suo padrone, sa come si chiamasse, né da dove venisse. Questa è l' unica traccia che resta di lui». La terra del cacao IL PAESE La Costa d' Avorio, ex col onia francese, è diventata indipendente il 7 agosto 1960. La capitale politica è Yamoussoukro, nel centro del Paese, quella economica Abidjan. Il Paese, da sempre terra d' immigrazione, conta oltre 15 milioni di abitanti, tra i quali 4 milioni di str anieri provenienti dal Burkina Faso, dal Mali, dalla Guinea, dal Ghana. Fortissima la base etnica: oltre 60 gruppi, divisi tra cattolici, musulmani, animisti L' ECONOMIA Il cacao resta la principale risorsa del Paese: un milione e 200 mila tonnellate esportate. Seguono il caffè, il mais, il cotone. Il reddito pro capite si aggira sui 700 dollari l' anno LA POLITICA Nel dicembre 1999, il colpo di Stato del generale Robert Guei ha messo fine alla presidenza di Henri Konan Bedié. Le elezioni di ott obre 2000, segnate da violenze di piazza e accuse di brogli, hanno portato al potere Laurent Gbagbo
domenica , 22 aprile 2001
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Benin, si riapre il giallo della nave. Nessuno reclama i bimbi a bordo
Il battello è risultato di proprietà di Jonathan Akpborie, stella del calcio nigeriano
Benin, si riapre il giallo della nave Nessuno reclama i bimbi a bordo DAL NOSTRO INVIATO COTONOU - C' è un calciatore dietro il giallo dell' Mv Etireno. Una stella del football nigeriano, che gioca come attaccante in Germania. Si chiama Jonathan Akpb orie, appassionato di nautica e di battelli. La nave che è al centro dell' inchiesta su un presunto traffico di bambini dal Benin ai Paesi della costa occidentale dell' Africa è sua. L' ha comprata nel 1998 in Danimarca, assieme a una seconda imbarca zione, la Xmas Day, entrambe registrate a Lagos. Quando il suo nome è venuto fuori, dopo giorni di indagini sui passeggeri approdati nel porto di Cotonou, Akpborie ha dichiarato di essere pronto a partire per il Benin e collaborare con le autorità. A nche se l' Mv Etireno non trasportava 200-250 ragazzini come si temeva, c' è ancora il dubbio che gran parte dei bambini trovati a bordo, 30 per l' esattezza, fossero destinati a essere venduti nelle piantagioni di cacao e di caffè. L' attaccante nig eriano si dice all' oscuro di tutto. «Non ho niente a che vedere con la compravendita di bambini». A bordo della nave, tuttora ancorata a Cotonou, c' è un altro nigeriano, il vicecomandante Morrison Landlord. L' uomo conferma che l' Mv Etireno appart iene al calciatore. E non aggiunge altro. Sdraiato su una poltrona, la divisa color cachi addosso, guarda il mare e i panni stesi ad asciugare sul ponte del battello. «È vero, la polizia ha arrestato sette membri dell' equipaggio, ma sono già stati r ilasciati. Siamo obbligati a rimanere qui finché l' inchiesta non sarà completata». Al momento c' è solo lui a bordo, con un aiutante, mentre il comandante, Lawrence Onome, l' anima nera del presunto traffico, è fuori. «Dicono che trasportavamo bambi ni senza genitori? - ride il vice - Dovete sapere una cosa: in Africa il concetto di famiglia è diverso da quello che si ha in Europa. Un bambino può chiamare papà lo zio, così come chiunque può chiamare fratello qualcuno che gli è particolarmente vi cino». Spiegazione ambigua. Per gli investigatori la realtà è diversa: 23 bambini sotto i 15 anni, attualmente dati in custodia all' organizzazione Terres des hommes, non sono stati ancora reclamati né dai genitori né da altri parenti. E così altri s ette, tra i 15 e i 18 anni, ospitati presso una seconda associazione umanitaria, Sos Village. Chi li ha portati a bordo? Il vicecomandante glissa: «Trasportavamo solo bambini accompagnati». L' equipaggio è sospettato anche di aver trasbordato altrove parte dei suoi passeggeri o addirittura di aver gettato a mare i minorenni. «Duecentocinquanta bambini? Credete davvero che chi era a bordo non se ne sarebbe accorto o non avrebbe protestato?». L' Unicef promette che domani, o al massimo martedì, il mistero sarà risolto.
martedi , 17 aprile 2001
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Benin, in porto la nave dei misteri
«I bambini schiavi sono su un altro traghetto». Governo diviso dopo l' allarme internazionale. «E' venuto uno "zio" e ci ha portati via»
Benin, in porto la nave dei misteri «I bambini schiavi sono su un altro traghetto». Governo diviso dopo l' allarme internazionale DAL NOSTRO INVIATO COTONOU - Una giornata di silenzio. Il battello sembrava sparito. Poi l' avvistamento nelle acque del la Guinea Equatoriale e, alle otto di sera, il contatto radio. La presunta «nave degli schiavi» che da due settimane vaga lungo le coste dell' Africa occidentale, con il sospetto di portare a bordo bambini destinati a essere venduti nelle piantagioni della Costa d' Avorio, del Gabon, della Nigeria, manda il primo segnale al porto di Cotonou, in Benin. «Arriverà nella notte» avvertono dalla capitaneria. Sulla banchina, i volontari della Croce Rossa aspettano, accampati sotto un' acacia, con un' a mbulanza carica di vitamine, ricostituenti, aspirine, tutto il necessario per i soccorsi ai passeggeri sfiniti dal lungo viaggio. «Noi siamo pronti - dice compunto Sauza Godfroy, il loro coordinatore - siamo qui da cinque giorni». All' una della nott e la nave si vede già, sta per attraccare. «Ci sono bambini a bordo - dice la polizia portuale -. Ma non sappiamo dire quanti. Vediamo anche molti adulti». Bisogna aspettare ancora per scoprire chi si nasconde effettivamente a bordo dell' Mv Etireno e in che condizioni. «Nessun bambino» afferma qualche minuto dopo un portavoce del ministero degli Affari sociali, la signora Ramatou Baba Moussa. La nave degli schiavi è un battello come un altro? O quella che è arrivata al porto è una seconda imbar cazione, confusa in questi lunghi giorni d' attesa, con una nave negriera? Il ministro l' afferma, il suo portavoce smentisce. Il porto di Cotonou nella notte sembra il palcoscenico di una commedia dell' assurdo. Duecento, duecentocinquanta bambini, era stato detto. Ester Guluma, la rappresentante dell' Unicef, ha fatto i conti per tutto il giorno: «Ognuno ci ha dato una cifra diversa. Chi ha parlato di 28 bambini, chi di 60, chi appunto di 250». Adesso i numeri sembrano una farsa. Anche lo spet tro della nave pirata evapora nell' assurdo. L' Unicef aveva parlato di bambini a bordo malati, a rischio di morire disidratati. Aveva temuto che i trafficanti non andassero per il sottile. Quando i viaggi in mare incontrano qualche intoppo, l' equip aggio non esita a buttare in acqua la propria «mercanzia». Che cosa c' è di vero in tutta questa storia? Da chi è partito l' allarme? Chi l' ha esagerato? Il governo del Benin si era rivolto all' Interpol e per gli uomini dell' equipaggio c' era già un mandato d' arresto internazionale. Tra i ricercati il comandante della nave, un nigeriano, e Stanislas Abatan, 41 anni, agente commerciale del Benin, con residenze in Gabon e in Nigeria. È lui sospettato di aver affittato l' imbarcazione a metà ma rzo da una società di Lagos, per portare a bordo i ragazzini da vendere all' estero. Sembrava strano che un battello con un simile carico potesse essere partito dal porto di Cotonou il 31 dello stesso mese, senza che nessuno se ne fosse accorto. Le a utorità del Gabon e del Camerun, che nei giorni scorsi avevano rifiutato l' approdo, avevano smentito la presenza di schiavi a bordo, limitandosi ad accennare a clandestini, o meglio gente senza documenti in regola. Ma l' allarme è continuato a cresc ere. Il Benin, ex colonia francese, tra il XVII e il XVIII secolo, coincideva più o meno con il regno del Dahomey, i cui sovrani guadagnarono fama per l' abilità dimostrata nel commerciare «legno d' ebano», l' eufemismo usato per indicare gli schiavi . Nel 1960, il Dahomey finalmente indipendente ha cambiato nome. Ma nel ribattezzato Benin migliaia di bambini l' anno sono stati ceduti dalle famiglie a un rete di intermediari che li vende all' estero. Le risorse del Paese sono scarse, coltivazioni di cotone al nord e noci di cocco coprono il 70% delle esportazioni. Industrie inesistenti, il debito estero ammonta a 1,5 miliardi di dollari. Se la vita nei villaggi è senza futuro, anche Cotonou, la città principale - sede del governo, a un centi naio di chilometri da Porto Novo, la capitale - è un agglomerato di baracche, pochi palazzi e fatiscenti reliquie dell' epoca coloniale, tagliata in due da una laguna, intasata da 30 mila zemidjan, le motorette che fanno da taxi. Nel 1995, in occasio ne del Vertice della Francofonia, la città sembrava rinata: i principali edifici ristrutturati, come la Prefettura o le Poste centrali, il personale in divisa, vialoni fioriti e fiorire di statue affette da gigantismo. Ma con gli anni la miseria si è riaffacciata. Piccoli traffici, contrabbando, schiavismo. Vendere e comprare bambini è una risorsa come un' altra. Agli intermediari che pattugliano i villaggi, costano dalle 30 alle 50 mila lire a testa. Ai loro acquirenti, i proprietari delle pian tagioni di cacao, caffè, canna da zucchero, dalle 700 alle 900 mila lire. «Benessere e stabilità», recitano sui muri di Cotonou i manifesti elettorali del presidente Mathieu Kérékou, il grande «Camaleonte» (per sua stessa definizione) che si appresta a completare il terzo decennio passato al potere. Rieletto al ballottaggio all' inizio del mese con l' 83,6% dei voti, questo generale in pensione si domanda perché gli afro-americani non vengano a investire in Benin. Dopo 18 anni di rivoluzione mar xista-leninista, nel 1991 ha accettato il multipartitismo e la sconfitta a vantaggio del suo avversario Nicéphore Soglo. Nel 1996 è riapparso in testa alle urne e altrettanto quest' anno. Dopo essere stato cattolico, ateo, musulmano (in occasione di una visita a Gheddafi), oggi Kérékou si presenta come l' evangelizzatore di un Paese infestato dal vudù. Contro gli stregoni che rapiscono i bambini, le sue armi però sono spuntate. Il Benin aveva chiesto ieri aiuto all' Onu, agli Stati Uniti, alla F rancia. Il segretario di Stato Usa Colin Powell ha assicurato che l' America farà del suo meglio per aiutare il Paese a fermare il traffico di bambini, ma forse per oggi non ce n' è bisogno. IL RACCONTO «E' venuto uno "zio" e ci h a portati via» DAL NOSTRO INVIATO COTONOU (Benin) - Ripescarli, una volta finiti nelle piantagioni, è impossibile. Fermarli in mare sulle navi negriere che solcano il Golfo di Guinea, altrettanto difficile. L' unico tentativo che la polizia riesce a fare è bloccarli in tempo, prima che passino la frontiera e scompaiano per sempre nell' entroterra dell' Africa Occidentale. Albert Azizo e i suoi fratelli sono stati salvati così dal racket che ogni anno esporta dal Benin migliaia di bambini destina ti al mercato degli schiavi di Paesi come la Costa d' Avorio, il Gabon, la Nigeria. Sono stati trovati al confine con il Togo, stipati assieme ad altri ragazzini su una Peugeot bianca a nove posti. «Io non volevo partire - racconta Albert, 15 anni -. Ma mio padre ha deciso che dovevo andare». Il ragazzino viene da Dokia, un villaggio dell' est del Benin, poche case di fango, strade di terra battuta, qualche campo da coltivare. Ha undici fratelli, due dei quali, Kwassi e Kodjo, costretti a partir e con lui. «Io sono abituato a lavorare, non era questo che mi preoccupava», dice giocando con una maglietta buttata sulle spalle nude. «Ma non avevo voglia di abbandonare la mia famiglia. Ne ho visti tanti partire dal villaggio senza più ritornare». Albert si trova adesso in un orfanatrofio di Cotonou, un edificio spoglio, a due piani, che si affaccia su uno stradone affollato. L' ha preso in affido un prete francese, Claude Temple, responsabile per conto dell' arcivescovado dell' accoglienza e del riscatto dei piccoli schiavi. Ha dietro i fratelli e altri due compagni di viaggio, Komna, 7 anni, e Paul, 4 anni appena, che gli si stringe al petto singhiozzando. La sua odissea è cominciata due mesi fa con l' arrivo nel villaggio di un sedice nte parente. «Bienvenu - si chiamava -. La mamma diceva che era un nostro cugino, figlio di una zia che vive in Togo. Ma io non l' avevo mai visto prima». L' uomo era ben vestito, sembrava ricco. «Ha detto che ci avrebbe portato a lavorare nella sua piantagione di cotone. So che alla fine ha dato ai miei genitori 10 mila franchi a testa per prenderci con sé». Diecimila franchi sono quasi 30 mila lire, che moltiplicato per tre fa 90 mila. È tutto quello che padre e madre hanno guadagnato dalla ve ndita dei bambini. Il viaggio è cominciato a bordo di una prima macchina. «Ma non appena siamo usciti dalla prefettura, c' era la Peugeot con altra gente dentro che ci aspettava». Bienvenu ha guidato fino alla frontiera. «Sono i miei nipoti», ha dett o alle guardie. Non ci hanno creduto: «Non è vero, sono bambini che hai rapito». Albert e gli altri ragazzini sono stati consegnati alla polizia e messi in cella per tre giorni. Poi a Cotonou, dove la Brigata per la protezione dei minori li ha dati i n affido a padre Claude. Adesso il ragazzino si guarda attorno spaesato. «Voglio tornare a casa», dice. «Qui non ho niente da fare». Uno dei volontari del centro scuote la testa. «Lo riporteremo in famiglia, certamente. Ma purtroppo sappiamo che non sarà la fine delle sue peripezie. I genitori proveranno a rivenderlo alla prima occasione». Dall' arcivescovado di Cotonou ne passano a centinaia. L' anno nero è stato il 1998: «Ne abbiamo visti arrivare 80 in una sola giornata», racconta padre Claud e, un sacerdote dalla chioma scompigliata, pantaloni e camicia a fiori in stile africano. I registri ne riportano quasi 200 nel primo trimestre del 2000. E sono solamente quelli che la polizia riesce a intercettare. «La tratta ha due terminali - aggi unge il padre -. Per i maschietti le piantagioni di cacao, di caffè, di canna da zucchero o di cotone. Per la bambine le famiglie benestanti. Non è raro vedere funzionari locali andare nei villaggi in cerca di piccole cameriere». È la tradizione, dic ono in Benin. Ma il confine tra l' usanza dell' affido, il vidomegon, e lo schiavismo è estremamente labile. Dieci-dodici ore di lavoro al giorno, maltrattamenti, abusi. Il sacerdote ha visto corpi piagati, visi sfregiati dalle unghiate, cicatrici da lama o da frusta. «La povertà non è la sola causa di questa nuova forma di schiavismo. C' è anche la disgregazione della famiglia tradizionale. È su quello che bisogna lavorare». «Ma è una logica difficile da cambiare. Le famiglie continuano a crede re che mandare via i propri figli sia l' unico modo per assicurare loro un po' di fortuna». È la lotteria nazionale, dice il sacerdote. «Peccato che nessuno l' abbia mai vinta». M.G.C. Trenta dollari per comprare una vita umana IL PAESE Il Benin, ex colonia francese, ha circa sei milioni di abitanti TRADIZIONE Il «videomegon» è la tradizione locale per la quale si affidano i propri figli a parenti più ricchi che vivono lontano perché li facciano studiare. In realtà ciò alimenta il commercio dei bimbi-schiavi LA NAVE Una nave con centinaia di bambini a bordo, affamati e stipati come animali, da giorni viaggia alla ricerca di un approdo nel golfo di Guinea. Cerca approdo a Cotonou, in Benin, dopo che già in due porti, in Gabon e in Camerun, l e autorità locali hanno impedito all' imbarcazione di approdare una volta scoperta la verità sul «carico» IL COMMERCIO I bimbi schiavi vengono usati in piantagioni del cacao o del cotone o come servitori di famiglie benestanti e senza scrupoli in Pae si come Benin, Burkina Faso, Costa d' Avorio, Gabon, Nigeria, Togo IL PREZZO Acquistare uno schiavo bambino costa all' incirca 30 dollari, 60 mila lire
mercoledi, 18 aprile 2001
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Africa, inchiesta sul mistero dei bimbi schiavi
Gli uomini della nave in Benin: «Cercavamo lavoro». Fermati il capitano e il suo equipaggio
Il battello approdato a Cotonou trasportava adulti e ragazzi accompagnati dai genitori. Si indaga sull' origine dell' allarme Africa, inchiesta sul mistero dei bimbi schiavi Gli uomini della nave in Benin: «Cercavamo lavoro». Fermati il capitano e il suo equipaggio DAL NOSTRO INVIATO COTONOU - La nave è ancora lì, ormeggiata al molo di Cotonou. Non è un rottame come ci si aspettava, solo un traghetto di una sessantina di metri cosparso di fango e rifiuti, dopo il lungo viaggio che l' ha portato dal Gabon al Camerun, fino alla costa del Benin. I misteri che hanno accompagnato la sua navigazione per il Golfo di Guinea, trasformandola in un battello fantasma popolato da trafficanti e piccoli schiavi, non si sono ancora dissipati. Ma tutti hann o potuto vedere, quando è approdata all' una della notte fra lunedì e martedì, che a bordo non c' erano solo bambini (200-250 era stato detto), vittime presunte di un racket negriero: c' erano donne sfinite con i bebè sulla schiena, ragazzini sfianca ti dal mal di mare, uomini stanchi e nervosi, adolescenti arrabbiati. Passeggeri pronti a raccontare una versione diversa da quella che per giorni aveva allarmato autorità e organizzazioni umanitarie (il giudice spagnolo Baltasar Garzón ha chiesto al l' Interpol un rapporto sul caso, dopo l' esposto di un' associazione spagnola). «Volete sapere la verità? Siamo persone normali - protesta Mahmadou Fal, 25 anni - trattate come animali dalla polizia del Gabon. La maggior parte di noi è partita dal B enin con documenti in regola, ma quando siamo arrivati al porto di Libreville siamo stati caricati sulle scialuppe, portati a riva tra le raffiche dei kalashnikov, sbattuti in prigione per cinque giorni. Hanno strappato i nostri passaporti, ci hanno rubato i soldi, per poi ricaricarci a bordo in direzione del Camerun». Nessun bambino abbandonato a se stesso, giurano sulla nave. Tutti accompagnati dalla madre o dal padre, per un viaggio dell' azzardo che li avrebbe dovuti portare dal Benin al Gab on in cerca di lavoro. Chi ha detto che a bordo c' erano 250 schiavi destinati alle piantagioni dell' Africa occidentale? Adesso se lo chiedono tutti, a cominciare dal ministro degli Affari sociali, Ratamou Baba Moussa, l' appariscente signora con ca ppello di paglia e occhiali da sole, che per giorni ha propagato l' allarme, seguita dai funzionari dell' Unicef: «Non ho idea da dove sia arrivata questa notizia». Anche il commissario del porto di Cotonou protesta: «Perché i giornali si sono invent ati questa storia? Siamo noi ad avere i documenti d' imbarco». Li tira fuori, finalmente: la nave, un' imbarcazione nigeriana registrata con il nome di Mv Etireno è partita il 27 marzo da Cotonou con 139 passeggeri, tra i quali una ventina di bambini accompagnati dai genitori. Il 1° aprile è arrivata in Gabon, per ripartire 5 giorni dopo. Il 12 salpava da Douala, in Camerun, per arrivare l' altro ieri notte a Cotonou. Il numero dei passeggeri, ammettono al commissariato, è cresciuto durante il v iaggio: ne sono stati trovati 145, tra cui 28 bambini sotto i 15 anni. Clandestini? «Tutti a bordo avevano il passaporto in regola». Perché allora sono qui senza documenti? «La polizia del Gabon li ha strappati». Alla periferia di Cotonou si aprono g li uffici dell' associazione umanitaria Terres des hommes. E' uno svizzero, Alfonso Gonzalez, ad aver preso in custodia i bambini trovati sulla nave. Il suo centro ne accoglie 23, tra i quali 15 del Benin, 6 del Togo, 2 del Mali. I più piccoli sono s tati lasciati con le mamme. «Non abbiamo ancora certezze - dice - ma l' impressione è che alcuni di loro siano stati imbarcati da soli, senza genitori». Si riaffaccia l' ipotesi del traffico? «Ci sono stati racconti contraddittori, ma dobbiamo verifi carli». Non sarebbe la prima volta. Il responsabile di Terres des hommes quest' anno ha ospitato 14 bambini bloccati alla frontiera in compagnia di sospetti intermediari. Il problema resta ed è forse la vera ragione ad avere gonfiato i timori. «Qualc uno ipotizza che la tratta degli schiavi tocchi 200 mila minorenni in tutta la regione. Ma è molto più serio puntare l' attenzione sul lavoro infantile: in Benin sono coinvolti 500 mila bambini su 6 milioni di abitanti». Restano i ragazzi più adulti: sulla nave ce n' erano 17, da 15 anni in su. Per incontrarli bisogna uscire dalla città e andare fino al Village des enfants dell' organizzazione Sos. Mathias Chadare, il responsabile, sembra essere certo di quel che dice: «Come si può parlare di sc hiavi? Sono ragazzi cresciuti, che avevano deciso autonomamente di lavorare nelle piantagioni del Gabon». Secondo lui, sono clandestini. I ragazzi se ne stanno seduti sulle scale ad ascoltare la radio. «E' vero, siamo partiti senza permesso di soggio rno - ammette Abdurahmane Diallo, 24 anni - e per questo abbiamo pagato più del previsto: 200-250 mila franchi a testa». Quasi 400 mila lire. Sul molo di Cotonou, gli adulti continuano a chiedersi quando rivedranno i loro figli. Sulla nave è rimasto invece il capitano, Lawrence Onome, un nigeriano di 40 anni, che avrebbe precedenti penali nel traffico dei bambini. Consegnato con l' equipaggio sotto la sorveglianza della polizia. Contro di lui l' Interpol avrebbe emesso un mandato di cattura. Tra secola: «Non ho commesso alcuna infrazione. Come fanno a dimostrare che sono coinvolto in un commercio di schiavi? Una cosa è dirlo, un' altra provarlo». Ma i sospetti continuano. Washington chiede un' inchiesta completa sul caso della nave Etireno e sul traffico internazionale di bambini. L' Unicef insiste: «Abbiamo allertato tutti i porti dell' Africa occidentale», dice Adam Zakari. Qualunque sia la verità, la tratta degli schiavi è uscita dall' ombra. Infanzia sfruttata NE L MONDO Secondo i calcoli dell' Unicef e dell' Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro), nel mondo i bambini-lavoratori sono almeno 250 milioni, di cui 44 milioni soltanto in India. Nel Bangladesh i bambini impiegati nell' industria tessile per l' esportazione e per l' artigianato sono circa un quarto di tutta la popolazione infantile. Nel Nepal il 60 per cento dei bambini è occupato in lavori che non permettono il loro normale sviluppo fisico e psichico. In Thailandia il 32 per cento di t utta la forza lavorativa sono bambini utilizzati nella produzione di articoli e oggetti per l' esportazione. Nelle Filippine sono due milioni e 200 mila i bambini lavoratori, esclusi quelli impiegati nel lavoro nero, che sfuggono alle statistiche. In Brasile stime abbastanza prudenti calcolano il numero dei baby-lavoratori in 7 milioni IN AFRICA Almeno 200 mila bambini ogni anno in Africa occidentale sono oggetto di traffici illeciti, di cui 100 mila solo nel Benin. Altri Stati interessati sono Togo e Ghana. Una volta sottratti alle famiglie questi bambini vengono trasferiti in Nigeria, Gabon, Costa d' Avorio, Paesi relativamente più ricchi dove vengono utilizzati in gran parte come lavoratori domestici a basso costo o lavoratori nelle pian tagioni. In Nigeria lavorano complessivamente 12 milioni tra bambini e ragazzi
venerdi , 20 aprile 2001
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Arrestato il capitano della nave dei misteri
Inchiesta sull' imbarcazione approdata in Benin. Forse alcuni dei piccoli «schiavi» trasbordati su un altro battello Arrestato il capitano della nave dei misteri DAL NOSTRO INVIATO COTONOU - L' «Mv Etireno» non trasportava a bordo 200-250 ragazzini, come si era temuto, «ma l' ipotesi di traffico di minori non è ancora stata scartata». Alfonso Gonzales, responsabile di Terres des Hommes a Cotonou, in Benin, continua a ospitare presso la sede della sua organizzazione i bambini ritrovati la notte d el 16 aprile sul battello. Li ha interrogati uno per uno. Ha raccolto le loro testimonianze sul lungo viaggio che li ha portati dal Benin fino al Gabon, il Camerun e poi di nuovo in Benin, ma per il momento può limitarsi solo a ripetere le cifre: «Su lla nave c' erano 23 bambini dai 5 ai 15 anni e 17 adolescenti». I misteri sull' inchiesta restano tutti. Ieri è stato arrestato Lawrence Oname, il nigeriano al comando della nave, sospettato in passato di essere coinvolto in compravendite di bambini . La misura è scattata dopo che mercoledì scorso il comandante contravvenendo agli ordini delle autorità, aveva abbandonato il battello. I dubbi si accavallano. Quanti passeggeri trasportava veramente l' «Mv Etireno»? C' è stato un trasbordo di bambi ni su una seconda nave? O il battello è stato scambiato con un' altra imbarcazione? Scenari confusi. Ieri finalmente è arrivata una dichiarazione dal Gabon, il Paese che ha respinto il battello facendo scattare l' allarme: «Non abbiamo rimandato indi etro alcuna nave con 250 bambini a bordo», ha comunicato il ministero dell' Interno. Contemporaneamente è stata pubblicata però da Les Echos, quotidiano del Benin, una lista di passeggeri fantasma. Cento persone in più ritrovate sull' «Mv Etireno» la notte dell' approdo, che non risultavano registrate al momento dell' imbarco. La saga continua. «La prossima settimana - promette il responsabile di Terres des Hommes - potremo rivelare qualcosa di più». M.G.C. IL TRAFFICO DEI DISPERATI «Mia figlia, in vendita per 15 mila lire al mese» DAL NOSTRO INVIATO ZE (Benin) - Bisogna guidare per un paio di ore nella boscaglia, sulle piste di terra rossa che spaccano in due il verde brillante degli alberi di tek, attraverso palmeti, bananeti, vegetazioni selvagge. Bisogna spostarsi da un villaggio all' altro, piccoli gruppi di capanne con le pareti di terra battuta e i tetti di paglia, per capire dove nasce questo misero baratto che in Benin - l' ex Dahomey, terra di scorribande coloniali e antichi approvvigionamenti negrieri - fa rivivere la psicosi della tratta degli schiavi. L' Unicef indica la sottoprefettura di Ze, nel sud del Paese, come una delle aree a rischio per la compravendita di bambini, un mercato di anime condannate allo sradicam ento, un vivaio per sfruttatori ignoti pronti a sparire con i loro carichi umani. Ma quando si arriva sullo slargo principale, un quadrilatero di bancarelle semivuote, è già chiaro che si è dentro a un mondo governato dai soli imperativi della soprav vivenza. Anche i bambini usciti da scuola, con camiciole kaki come divise, portano carichi in testa, pronti per andare a lavorare nei campi. Non è una terra che si possa definire senza legge. Nella sottoprefettura operano da anni «comitati di lotta» contro il traffico dei minori. Vi si impegnano le autorità locali, i poliziotti, i volontari dei villaggi, supportati dall' Unicef e da altre organizzazioni umanitarie. «Battiamo il terreno casa per casa - sostiene il sindaco Gaston Buton - e registr iamo il numero degli abitanti di ogni villaggio, i membri di ogni famiglia. Prendiamo il nome di tutti coloro che sono all' estero, cerchiamo di rintracciare quelli che sono sospettati di commerciare bambini». Ma c' è sempre qualcuno che nella boscag lia sfugge alle maglie del controllo sociale. Josephine, per esempio: 8 anni, occhi bassi, pantaloncini di raso. Sta seduta accanto alla giovanissima mamma. «E' successo - dice la donna - dopo le feste di Natale. Sono arrivati due tizi dalla città di Bomu a chiedermi se volevo consegnare loro mia figlia. Mi avevano promesso che Josephine dalla Nigeria sarebbe stata in grado di mandarmi soldi ogni mese». Josephine è partita a piedi, con una sporta di plastica in mano. Poi è stata caricata su una macchina e da lì accompagnata presso una famiglia di Lagos. Ma nella città nigeriana, ha trovato solo un sacco di juta come giaciglio, insulti, bastonate, giornate di lavoro e fatica. Ha resistito due mesi, dopo è scappata. Quando rischiava di perder si per le strade di Lagos, è stata notata da un compatriota, un uomo del Benin che l' ha soccorsa e l' ha riportata in patria sulla sua moto. La figlia di Serge Locus, invece, si è persa per sempre. E' partita otto anni fa, consegnata nelle mani di u n altro trafficante di Bomu, e non si è più rivista. Altri dieci bambini sono spariti lo stesso anno alla stessa maniera. Comprati per una manciata di franchi in un paio di villaggi vicini. Altri ancora sono stati più fortunati. Mandati dalle proprie famiglie a Cotonou, il porto del Benin, continuano a lavorare come servi o facchini, ma riescono a spedire a casa almeno 4 mila franchi al mese. Quasi 15 mila lire.
domenica , 15 aprile 2001
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Il Benin aspetta la nave degli schiavi
Il battello trasporterebbe bambini da vendere sul mercato del lavoro
Le autorità africane temono reazioni dall' equipaggio. L' Osservatore Romano: «L' Occidente intervenga» Il Benin aspetta la nave degli schiavi Il battello trasporterebbe bambini da vendere sul mercato del lavoro A guardare il mare, dalle banchine del porto di Cotonou, poco è cambiato. La caotica città del Benin sorge sulla Costa degli Schiavi, lo stesso tratto di terra dal quale portoghesi, inglesi, francesi e olandesi tra il XV il XIX secolo trasferirono in America quasi 10 milioni di africani in catene. Anche oggi si aspetta all' orizzonte la sagoma di una nave negriera, il battello perduto nelle acque del Golfo di Guinea, con decine, forse centinaia di bambini a bordo. Le autorità non sono sicure che il carico sia proprio questo, ragazzi ni destinati ai lavori forzati nelle piantagioni di caffè, cacao, canna da zucchero dell' Africa occidentale. O non si tratti piuttosto di semplici clandestini, «dos mouillés», schiene sudate, come li chiamano sulla costa. Ma devono comunque preparar si al peggio. La nave potrebbe arrivare in giornata. I funzionari dell' Unicef lavorano per predisporre sei centri d' accoglienza, mentre la capitaneria di porto schiera i suoi agenti contro gli eventuali trafficanti. «Agiremo contro l' equipaggio e contro i genitori che hanno venduto i loro bambini», dichiara il ministro dell' Informazione Gaston Zossu. Ma quella nave potrebbe non approdare mai. Gli uomini del racket potrebbero cambiare rotta, potrebbero infierire sui passeggeri, potrebbero chi ssà... Il mistero che accompagna la nave si arricchisce di dettagli. Si è scoperto il nome dell' imbarcazione, «Mv Etireno». Si è saputo che appartiene a una compagnia nigeriana, la Tennyson Shipping Ldt, che può ospitare 200 persone e che è stata no leggiata da un uomo d' affari del Benin a metà marzo. Secondo i documenti è salpata da Cotonou il 30, diretta a Libreville, in Gabon, dove è stata respinta, per poi essere rimandata indietro anche a Douala, in Camerun. Al momento di salpare c' erano 139 persone a bordo, tra cui 7 bambini. Ma «non è esclusa la possibilità - dicono al commissariato - che abbia imbarcato clandestini». Adulti o minori? Il giallo resta e per le autorità del Benin si trasforma in un incubo. Quel che tutti sapevano, ma preferivano considerare un affare interno, la tratta dei piccoli schiavi dai villaggi più poveri verso i Paesi limitrofi, è diventato all' improvviso uno scandalo di interesse internazionale. Il piccolo Paese africano, 380 dollari di reddito pro-cap ite, assieme al Togo, al Mali, al Burkina Faso, rivela il suo buco nero: una tratta che dal 1995 al 2000 avrebbe coinvolto almeno 3 mila bambini dai 6 ai 15 anni di età. Un «traffico esponenziale», secondo Marc Beziat, delegato del Comitato contro la schiavitù moderna, che si dirige verso la Costa d' Avorio, il Gabon, la Nigeria. E anche se la legge, varata in Benin nel 1961, prevede dai 2 i 5 anni di prigione per chi porta minorenni fuori dal Paese senza autorizzazione e pena di morte per chi l i rapisce, «la polizia laggiù va in giro con macchinette come le Renault 4 e un litro di benzina al mese». Il traffico - si parla di 15 mila schiavi in tutta la regione - viene gestito nei villaggi, dove i ragazzini vengono censiti da conoscenti che contrattano con le famiglie il loro affidamento. E' una vecchia tradizione mandare i figli dai parenti ricchi a studiare. Ma qui si finisce su camionette, lance o barche verso i lavori forzati. I bambini nei campi, le bambine come domestiche o schiav e sessuali. «Chi tenta di scappare viene ferito a rasoiate sulle piante dei piedi», riporta un documento Unicef. Laurent Gbago, il presidente della Costa d' Avorio, ieri si è sentito in dovere di annunciare la presentazione in Parlamento di una legge contro il lavoro minorile. Ma c' è chi punta il dito più lontano: «L' apetto più sconvolgente - scrive L' Osservatore Romano - è che la comunità internazionale non sia ancora intervenuta, se necessario con la forza, per imporre il rispetto dei tratt ati sui diritti umani». MISERIA E SCHIAVITU' IL PAESE Il Benin, ex colonia francese, conta circa 6 milioni di abitanti. Il reddito pro-capite è di 380 dollari LA TRADIZIONE Si chiama «vidomegon»: è l' uso di affidare i figli a par enti e conoscenti più ricchi, che vivono in città oppure all' estero, affinché provvedano ai loro studi. Una tradizione che alimenta forme di schiavismo LE ROTTE Circa 15 mila bambini provenienti, oltre che dal Benin, dal Mali, Togo, Burkina Faso, sa rebbero stati venduti in Costa d' Avorio, Ghana, Nigeria per lavorare nelle piantagioni o presso famiglie benestanti
sabato , 14 aprile 2001
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Il mistero della nave dei bimbi-schiavi
Intercettata lungo le coste del Benin un' imbarcazione con 200 ragazzini a bordo
Le autorità temono un traffico verso le piantagioni di caffè e cacao dell' Africa occidentale Il mistero della nave dei bimbi-schiavi Intercettata lungo le coste del Benin un' imbarcazione con 200 ragazzini a bordo Un battello carico di bambini vaga lungo le coste dell' Africa occidentale. Una nave negriera, intercettata dalle guardie costiere, respinta nei porti del Gabon e in quelli del Camerun, cerca un approdo nello stesso punto dal quale tre settimane fa è probabilmente partita: il Togo o i l Benin. Le autorità la spiano da lontano. Quei passeggeri a bordo, 200-250 ragazzini, maschi e femmine, hanno tutto l' aspetto di merce da esportare, schiavi delle piantagioni, servi per le case dei ricchi, concubine per i signori di città. A Cotono u, capitale del Benin, si preparano a riprenderli indietro, affamati, stremati, impauriti dopo duemila chilometri di mare. A salvarli, se possibile, da un destino senza ritorno: «Li ospiteremo nei centri di accoglienza - dice Estelle Guluman, portavo ce dell' Unicef - in attesa di stabilire la loro identità». «Li riporteremo in famiglia», assicurano altri funzionari dell' Onu. Ma la polizia del Gabon smentisce: «Macché bambini, è solo un traffico di clandestini. Non sono 200, molti di meno». E la nave? Per le autorità del Benin si chiama Etireno, per quelle del Gabon Itinero. Dettagli. Più importante stabilire dove attraccherà: con la sua stazza ci vorranno 72 ore almeno, si diceva ieri, prima che arrivi in rada. E chissà, poi, se accetterà davvero di gettare l' ancora a Cotonou e cedere «il carico» alle autorità. La nave dei fantasmi, se davvero ci sono bambini a bordo, non prevede biglietto di ritorno. Il commercio degli schiavi nasce negli stessi porti dai quali salpavano quattro sec oli fa le prime navi negriere con i loro carichi umani. Ma adesso non c' è l' Oceano aperto da superare. Il viaggio, altrettanto estenuante di quello fatto in catene, nelle stive soffocanti e maleodoranti degli antichi vascelli, segue rotte che coste ggiano il continente. I trafficanti raccolgono bambini nei Paesi più poveri della West Africa, il Mali, il Benin, il Togo per rivenderli in quelli a più alto reddito pro capite, la Costa d' Avorio, la Nigeria, il Gabon, dove saranno messi a lavorare 12-15 ore al giorno, spesso sottoposti a maltrattamenti e abusi sessuali. Possono essere destinati alle piantagioni di cacao e caffè, o semplicemente a famiglie in cerca di lavapiatti e facchini. Qualcuno viene trasportato via terra: una trentina alm eno attraverso il confine ogni mese. Gli uomini del racket li spacciano per figli e nipoti. Il totale di tutto fa quindicimila bambini, secondo le organizzazioni internazionali, in catene da questa parte del continente. Fuori dal conto, i 350 mila bi mbi-soldato reclutati in Paesi come la Liberia, la Sierra Leone, il Congo, il Sudan. Un altro tipo di schiavitù, questa intercettata a Cotonou. «Tradizionale» si dice in gergo. O anche «familiare». I carichi umani che viaggiano lungo le coste occiden tali dell' Africa, spesso su piccole lance anziché battelli, più simili ai balseros cubani che ai curdi stipati sulle carrette d' Oriente, sono formati al 95% da bambine dai 6 ai 15 anni, cedute dalle famiglie con la speranza che qualcun altro provve da alla loro istruzione. «Tutto nasce dal "vidomegon" - dice al Corriere Donata Lodi, portavoce dell' Unicef in Italia -, una vecchia forma di affido. L' idea che i figli vadano altrove, a cercare fortuna in città, è molto diffusa. Sono gli stessi ge nitori a consegnarli a conoscenti e amici affinché trovino loro vitto e alloggio, in cambio di piccoli lavori domestici». Anche i «sugar daddy» sono socialmente accettati: adulti che, in cambio di favori sessuali, provvedano al mantenimento e agli st udi delle ragazzine. Ma, una volta fuori dai villaggi dove rastrellano le loro vittime, gli intermediari giocano tutta un' altra partita: quei bambini prelevati per 10-15 mila franchi-Cfa (dalle 30 alle 45 mila lire) saranno rivenduti a 200-300 mila franchi-Cfa (dalle 600 alle 900 mila lire). Qualcosa costano: il trasporto in mare, i viveri affinché arrivino in buona salute e c' è da calcolare anche il rischio frequente che calino a picco. Di scuole neanche a parlarne. Il miraggio che i ragazzin i vengano messi a studiare, è solo un inganno. I terminali dei trafficanti sono altri. Sotto accusa, prima di tutto le piantagioni. «Non ci risulta che siano implicate le multinazionali - dice ancora Donata Lodi - ma sono comunque imprese a carattere industriale». Cacao e caffè, beni d' esportazione, prodotti per Paesi ricchi. «Non ce ne rendiamo conto - ha avvertito ieri Angelo Simonazzi, direttore generale di Save the children in Italia, lanciando un appello alle società dolciarie -, ma la cio ccolata che mangeremo durante queste feste di Pasqua potrebbe essere prodotta con cacao coltivato in posti dove migliaia di bambini sono sfruttati come schiavi». Chi beve caffè beve il loro sangue, ricorda l' organizzazione. Ogni bambino trasporta sa cchi di sei chili e passa sulle spalle, senza ricevere in cambio nemmeno una lira. Un viaggio senza ritorno: «Le autorità del Benin stanno cominciando a collaborare - dice Donata Lodi -, in qualche caso hanno tentato i ricongiungimenti familiari. Ma la maggior parte dei piccoli schiavi scompare per sempre». LE ROTTE DELLA VERGOGNA I PAESI COINVOLTI La schiavitù infantile si è estesa in Africa dalle zone di guerra (come Angola, Sudan, Somalia, Ciad, dove perfino bambine di die ci anni sono impiegate come servitrici e concubine) ad aree relativamente pacifiche. I Paesi maggiormente coinvolti nel traffico di schiavi-bambini sono Benin, Burkina Faso, Camerun, Costa d' Avorio, Gabon, Nigeria e Togo GLI IMPIEGHI Gli schiavi bam bini sono adoperati per lavori domestici, per il lavoro in fabbrica, come aiuti nei banchi dei mercati e nei negozi e come oggetto di sfruttamento sessuale IL PREZZO Uno schiavo bambino vale circa 30 dollari (poco più di 60 mila lire)
venerdi , 09 marzo 2001
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Nigeria, bruciate vive dentro la scuola
Nel giorno della festa della donna 24 vittime: erano chiuse a chiave nel dormitorio. Avevano dai dodici ai diciotto anni L' istituto fondato dai missionari era famoso per la sua disciplina
Nigeria, bruciate vive dentro la scuola Nel giorno della festa della donna 24 vittime: erano chiuse a chiave nel dormitorio L' 8 marzo nacque da un rogo, novant' anni fa. In un' azienda tessile di New York, la Triangle Shirtwaist Co., una fabbrica do ve nessuno si era mai curato delle norme di sicurezza o della salute dei dipendenti, 146 operai, in maggioranza donne, bruciarono vivi dentro a un palazzo di dieci piani. Un altro incendio, altre torce umane, hanno marcato con tragico simbolismo la f esta della donna in un lontano villaggio della Nigeria. Ventiquattro studentesse dai 12 ai 18 anni sono morte nel dormitorio di una scuola, intrappolate da sbarre di ferro, catenacci alle porte, finestre blindate contro le tentazioni della libertà. A ltre 14 sono finite in ospedale ustionate. Il rigore come unica colpa? La scuola secondaria di Bwalbwang -Gindiri, 60 chilometri da Jos, capitale dello Stato di Plateau, è un istituto femminile fondato decenni fa da missionari occidentali, famoso per la sua disciplina. Chi sta dentro, almeno la notte, viene tenuto sotto chiave per evitare scappatelle e incontri segreti con i ragazzi di un collegio vicino. Adesso lo gestisce il governo. Conta 165 scolare, ma dentro ci si vive come in gran parte d elle zone rurali della Nigeria. Poca acqua, elettricità a intermittenza. Quando scende il buio si cammina a tentoni, trasportando lampade a gas da una camerata all' altra. Tre sere fa - erano le 11 meno un quarto - all' interno del dormitori si celeb rava una veglia. Le ragazze cantavano inni religiosi e pregavano Dio. Una scintilla è partita da una di quelle lampade, le fiamme sono divampate e, in pochi minuti, tutto attorno alla scuola, risuonavano urla, richieste d' aiuto, colpi disperati cont ro porte e finestre. «Ho visto il fuoco partire dall' entrata - racconta una delle studentesse, Danielle Kakan, 15 anni, dal suo letto d' ospedale -. E subito dopo una spessa cortina di fumo. Anche la nostra direttrice è svenuta». Qualcun altro avreb be scorto un bambino, cinque anni o poco più, una presenza quasi irreale, aggirarsi nei dintorni della scuola per sparire poco prima che la notte si colorasse di fiamme. La gente, arrivata dalla città di Gindiri per dare aiuto, si è trovata davanti u na scuola fortificata come un bunker. «Il cancello era rafforzato con sbarre di ferro - ha riferito piangendo un uomo del villaggio -. Anche le finestre erano bloccate e allo stesso modo le porte. Per salvare quelle poverette abbiamo dovuto forzare l ' entrata delle toilette, sfondare i muri e portar via le ragazze che sembravano ancora vive». I genitori l' hanno saputo il giorno dopo: si sono trovati davanti macerie, cadaveri carbonizzati, brandelli di abiti divorati dalle fiamme. La stampa nige riana ha pubblicato la notizia solo ieri, con le condoglianze delle autorità e tre giorni di lutto proclamati per la nazione. Ma nessuno ha saputo dire perché. Dalla bocca della polizia non è uscita altra ipotesi che quella della pura disgrazia. Il r ogo delle ragazze, sebbene sotto inchiesta, per il momento non ha responsabili. La Nigeria, 115 milioni di abitanti, anche dopo la fine del regime militare e la vittoria elettorale del nuovo presidente, Olusegun Obasanjo, ha altri problemi con cui co nfrontarsi: collasso economico, corruzione dilagante, scontri etnici, faide religiose tra cattolici e musulmani. Nello stato di Plateau le cose non vanno neanche tanto male: al massimo bisogna difendersi da furti e rapine. «I cattolici ci vivono paci ficamente - assicurano alla nunziatura apostolica di Lagos -. Non ci sono state tensioni religiose o sociali». Forse, la spiegazione è tutta lì: troppo rigore tra le mura della scuola. E come a New York, 90 anni fa, poco rispetto per chi ci viveva de ntro. M. G. C.
venerdi , 09 marzo 2001
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«Sharia, infibulazione: tanti i problemi da risolvere»
L' INTERVISTA «Sharia, infibulazione: tanti i problemi da risolvere» MILANO - «Non è neanche il Paese peggiore: la Nigeria, tra gli Stati africani, è quello dove si è dato maggiore spazio all' istruzione femminile. Ricordo di aver visitato scuole eff icienti e università con campus magnifici». Daniela Colombo, presidente dell' Aidos, l' Associazione italiana donne per lo sviluppo, coordina programmi in quasi tutta l' Africa, dal Mali al Sudan, dal Benin alla Tanzania. Non vede segnali di discrimi nazione dietro all' incendio che ha ucciso 24 studentesse in un dormitorio della Nigeria, piuttosto una tragedia dettata dall' incuria. «Sì, è vero, nel Paese si è diffusa la sharia tra i musulmani, l' infibulazione è comune persino tra i cristiani, ma in Nigeria esistono anche donne imprenditrici, e molte intellettuali. E quella è la prova che il sistema scolastico ha funzionato». In occasione dell' 8 marzo, non si vedono però grandi progressi per le donne in un continente come l' Africa. «I pr oblemi sono tantissimi e soprattutto di natura economica. Altro che scuole. La maggior parte delle donne africane è ancora destinata al lavoro agricolo e vive di pura sussistenza. Sono costrette a zappare terre che non possiederanno mai. E anche nei Paesi dove è passata una legge sulla proprietà, come in Tanzania, viene precluso loro il diritto a lasciare in eredità i poderi alle figlie. Il loro lavoro soddisfa l' 80% dei bisogni alimentari di tutta l' Africa. Non ha orari e non ha regole: si sg obba dalle 5 del mattino alle dieci di sera». Quali altre «emergenze» avete individuato? «La salute. In intere regioni manca qualsiasi accesso ai servizi sanitari. La quantità di gravidanze giovanili è spaventosa, così come quella di nozze precoci». L' Unicef ha appena pubblicato un rapporto sui matrimoni in giovanissima età. Crede che nascano da una mentalità discriminatoria o da esigenze economiche? «Entrambe le cose. Quasi sempre ci si trova davanti a matrimoni combinati tra ragazze giovaniss ime e uomini adulti. In Paesi come il Togo, quando la donna arriva alla menopausa, non viene più ritenuta adatta al rapporto sessuale. Le commercianti ricche si procurano dei gigolò, le altre vengono scartate anche dai mariti». Si torna al problema d ell' Aids. Perché secondo lei le donne africane, come dicono le statistiche, sono le più esposte al virus dell' Hiv? «Uno dei veicoli d' infezione sono le mutilazioni genitali. E non parlo solo dell' escissione o dell' infibulazione. In tutta l' Afri ca del sud, e persino a Johannesburg, è ancora diffusa la tradizione del "dry sex" il sesso asciutto. Agli uomini piace così: impacchi nella vagina, che prosciugano gli umori, ma causano anche sangue e lacerazioni. Come se non bastasse, l' uso del pr eservativo è quasi sconosciuto». Un problema di cultura? «Di educazione, direi. E' su questo che bisogna lavorare».
mercoledi, 17 gennaio 2001
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La marcia sanguinaria dell' ex rivoluzionario
Gli Usa lo avevano incaricato di abbattere Mobutu. Poi si è rivoltato contro i suoi protettori
«L' UOMO CHE CI VOLEVA» La marcia sanguinaria dell' ex rivoluzionario L' avevano preso per una marionetta: si è rivoltato contro. Volevano farne una sorta di governatore: si sono trovati davanti a un nemico, capace di capolgere le alleanze africane, di mettere in crisi i disegni americani, di dichiarare guerra ai suoi protettori. Laurent Désiré Kabila, il combattente creato da Ruanda e Uganda per prendere le redini dell' ex Zaire, è subito sfuggito a ogni controllo. «L' uomo che ci voleva», come recita la propaganda di regime sui boulevard di Kinshasa, con il suo viso troppo largo, il naso tipico della razza bantù, le sahariane da rivoluzionario terzomondista, è diventato l' enigma numero uno per gli assetti del continente. Una parte della sua storia è rimasta a lungo nell' ombra. I periodi alla macchia, la fede maoista, le rivolte perdute. Sono gli anni Sessanta, lo Zaire ha appena conquistato |