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081 Sarajevo, 1996 Onboard an armored Italian Army vehicle
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martedi , 14 agosto 2001
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Macedonia, firmato l' accordo di pace
La Nato: «Per l' intervento è necessario il rispetto della tregua». Pronti 3500 soldati, tra cui 750 italiani
L' intesa garantirà maggiori diritti alla minoranza albanese. I ribelli: «Consegneremo le armi dopo che i punti saranno applicati» Macedonia, firmato l' accordo di pace La Nato: «Per l' intervento è necessario il rispetto della tregua». Pronti 3500 soldati, tra cui 750 italiani Avranno poliziotti, libri di testo, nuove moschee. Dimenticheranno la sindrome della serie B. Usciranno dalle zone grigie della minoranza etnica per entrare tra i «cittadini della Repubblica di Macedonia» senza den ominazioni aggiuntive o aggettivi discriminatori. Seduti attorno a un tavolo tirato a lucido come uno specchio, i rappresentanti dei partiti albanesi hanno firmato ieri un accordo con il governo macedone che dovrebbe chiudere l' epoca delle rivendica zioni, ponendo fine a sei mesi di combattimenti tra ribelli ed esercito. UNA PACE DEBOLE - Il condizionale è d' obbligo. E' una pace debolissima questa che è stata siglata nel pomeriggio di ieri a Skopje, dietro le porte (chiuse) dell' ufficio del pr esidente macedone Boris Trajkoski. A poco è servito l' assenso del segretario generale della Nato George Robertson. Le sue frasi ad effetto: «Uno straordinario momento per la Macedonia, l' entrata del Paese nella moderna Europa». Il sì del ministro d egli Esteri dell' Unione Europea, Javier Solana. Il coro di dichiarazioni soddisfatte da Bruxelles e il corredo di donatori pronti a sostenere la piccola repubblica balcanica. Qualche ora dopo l' accordo, si è ripreso a sparare. Razzi e raffiche di k alashnikov contro le postazioni dell' esercito, partiti dai soliti baluardi dei ribelli: i dintorni di Tetovo e di Kumanovo. Un attacco anche ai confini con l' Albania, zona finora risparmiata dai combattimenti, respinto dai militari macedoni. L' INT ERVENTO NATO - Il Consiglio atlantico si è riunito a Bruxelles per accelerare l' invio di 3500 soldati Nato, tra i quali 450 italiani, che con il sostegno logistico arriveranno a circa 750, chiamati a sorvegliare l' accordo e disarmare i ribelli alba nesi dell' Uck (l' Esercito di liberazione nazionale). Nome in codice: «Essential harvest», mietitura essenziale. Ma l' intervento rimane controverso. I vertici Nato, accusati dal governo macedone di proteggere i guerriglieri, hanno ripetuto anche ie ri che prima di spedire qualunque contingente devono essere certi che il «cessate il fuoco sia durevole». L' UCK - I ribelli, per bocca del loro portavoce, il comandante Shpati, hanno fatto sapere che accettano l' accordo, ma prima di cedere le armi pretendono di vedere applicati tutti i punti del piano. Dichiarazioni ambigue, visto che si sono rimessi a combattere proprio nel giorno della pace. Lo scontro che ha spaccato la Macedonia rimane ancora pericolosamente aperto. Secondo il governo mace done, alle spalle del nuovo Uck ci sono i veterani della guerriglia kosovara (che si chiamavano allo stesso modo), approvvigionamenti e armi direttamente da Pristina. E' il controllo delle frontiere, lo scopo dei guerriglieri. I PUNTI - Le riforme pr eviste dall' accordo dovrebbero sanare l' ostilità almeno a livello istituzionale. Si tratterà di riequilibrare la composizione etnica della popolazione, formata da 2 milioni di abitanti, al 70-75% macedoni e il resto albanesi. I primi cambiamenti to ccheranno la polizia. Oggi gli agenti albanesi rappresentano solo il 6% di 7 mila poliziotti. Entro i prossimi due anni, dovranno esserne reclutati mille in più. Poi c' è la lingua: diventerà ufficiale a fianco di quella macedone nelle aree dove gli albanesi superano il 20% della popolazione. I deputati albanesi potranno usarla in Parlamento e anche i testi delle leggi si adegueranno al bilinguismo. Cambierà la Costituzione. Il preambolo di quella attuale parla di «nazione fondata dalla popolazi one macedone che comprende minoranze albanesi, turche, valacche e rumene». D' ora in poi saranno tutti «cittadini della Repubblica di Macedonia». Più delicata la parte militare: disarmo, ma anche amnistia. Quest' ultima dovrebbe riguardare solo i gue rriglieri che non sono colpevoli di crimini giudicabili dal Tribunale dell' Aja. E' il passo più oscuro. Nessuno dice quale giustizia sarà prevista per le vittime di sei mesi di guerra. Maria Grazia Cutuli
giovedi , 23 agosto 2001
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Caso Dutroux, giustizia non è fatta
A cinque anni dall' arresto del «mostro di Marcinelle», l' inchiesta sui pedofili belgi si è arenata. Il processo all' uomo accusato di aver stuprato e ucciso quattro bambine continua a slittare. Sono stati sospesi investigatori, screditati testimoni «scomodi», minacciati i parlamentari che indagano sulla vicenda
Caso Dutroux, giustizia non è fatta A cinque anni dall' arresto del «mostro di Marcinelle», l' inchiesta sui pedofili belgi si è arenata DAL NOSTRO INVIATO BRUXELLES - Cinque anni dopo l' arresto di Marc Dutroux, il belga sospettato di pedofilia e as sassinio, c' è un poliziotto in un bar che tormenta un bicchiere tra le mani. «I vertici della procura di Bruxelles, quelli della gendarmeria, tutti contro di me, Eimé Bille, le "petit policier" colpevole solo di aver denunciato un' indagine zeppa di atti falsi e irregolarità». C' è una giovane avvocatessa dal sorriso gentile, Patricia van der Smissen, che ha dovuto spalare montagne di fango per difendere la sua cliente, «la testimone X1», accusata di mitomania e allucinazioni dopo aver racconta to di minorenni torturati, violentati, uccisi nei festini perversi dell' alta società. Ci sono i genitori di due bambine, Julie Lejeune e Mélissa Russo, stuprate e lasciate morire di fame in un sotterraneo dell' orrore, talmente stanchi da preferire il silenzio. «Troppe parole sono state fraintese», dice uno dei legali, l' avvocato Hissel. Ci sono altri protagonisti messi a tacere, minacciati, rimossi dai loro incarichi per lo stesso motivo: essere entrati in uno degli «affari» più torbidi del B elgio moderno. E' il 13 agosto 1996. Marc Dutroux, 39 anni, un pregiudicato con una lista impressionante di delitti alle spalle - rapimenti, violenze sessuali, furti d' auto - viene arrestato su mandato della procura di Neufchâteau, una cittadina bel ga vicina ai confini con il Lussemburgo. Sotto la sua casa di Marcinelle, periferia di Charleroi, la polizia scopre un cunicolo scavato nella terra con dentro due ragazzine, Sabine (12 anni) e Laetitia (14 anni), terrorizzate ma ancora vive. Niente d a fare invece per Julie e Mélissa, otto anni a testa, scomparse nel 1995. I loro corpi giacciono nel giardino di una seconda residenza dell' uomo, a Sars-la-Buissière, sepolti sotto il cadavere di Bernard Weinstein, complice di Dutroux. Tre mesi dopo , i resti di altre due ragazze: Ann e Eefje, 17 e 19 anni, sparite a Ostenda nel 1995. Non c' è solo Dutroux dietro la catena di orrori. La moglie, Michèle Martin, è accusata di aver filmato gli stupri del marito. Un tossicomane, Michel Lelièvre, è r iconosciuto come complice. Appare un terzo personaggio, Marc Nihoul, il «principe della notte», sospettato di far da tramite in un commercio di minorenni tra Dutroux e le «alte sfere». Il Paese è sotto choc. Spuntano connessioni internazionali. Scena ri foschi dove si materializzano incubi orgiastici, sadismi insospettabili, ma anche interessi d' altro genere. Il Belgio, quartiere generale dell' Unione Europea, della Nato, di migliaia di multinazionali, scopre che dietro l' affare della pedofilia si potrebbe nascondere una rete criminale che mina lo Stato dai vertici alle fondamenta. Cinque anni dopo, nessun imputato è alla sbarra. I grossi nomi sono spariti dai dossier. Le connivenze sospette sono accantonate. L' inchiesta, attualmente in m ano a Jacques Langlois, giudice istruttore di Neufchâteau, è ferma all' esame del Dna di 6 mila capelli prelevati sui luoghi dei delitti. A maggio scorso, e solamente sotto pressione del procuratore Michel Bourlet, il magistrato ha cominciato a ordin are i primi test, per scoprire che su 1.300 capelli analizzati, ce ne sono una ventina che non appartengono ai protagonisti della vicenda. Ma per Langlois, non esiste una rete criminale: il «mostro di Marcinelle» è un un predatore isolato. Non ha stu prato Julie e Mélissa, sostiene il magistrato. La data del processo continua a slittare. Forse settembre 2002. Forse più in là. Forse alla fine Dutroux potrebbe cavarsela con cinque, dieci anni di galera o poco più. Il «mostro di Marcinelle» è rinchi uso nella prigione di Arlon, in una cella d' isolamento dai muri imbottiti. Un secondino lo controlla ogni sette minuti. Ha un team di quattro prestigiosi avvocati che nessuno sa da chi vengano pagati. Sua moglie e il complice Lelièvre si trovano nel la stessa prigione. Libero invece Nihoul, che continua a mandare messaggi ben indirizzati: «E' vero - ammette durante un' intervista televisiva - ho frequentato club dove si tenevano orge. Ho incontrato ministri, magistrati, gente piazzata ancora più in alto». La casa reale? Anche questo è uno dei fantasmi che ossessionano il Belgio. Eppure all' inizio l' inchiesta parte bene. Un magistrato zelante, Jean Marc Connerotte, in brevissimo tempo riesce a trovare Sabine e Laetitia e a scoprire i quatt ro omicidi. La sua rimozione ad ottobre 1996, per aver partecipato a una spaghettata con i parenti delle vittime, fa esplodere la piazza: 600 mila persone protestano davanti al palazzo di Giustizia. Comincia l' affossamento: l' investigatore Patrick De Baets e il suo aiutante Eimé Bille, dopo aver ascoltato una decina di testimoni che chiamano in ballo il jet set belga, vengono messi da parte e accusati di malversazioni. «Tutti i procedimenti a carico nostro non hanno portato a nulla - dice le p etit policier Bille mentre beve acqua minerale in un bar di Bruxelles -. Ma la persecuzione continua. Perché?». Stesse domande in un altro quartiere della città. A parlare è Patricia van der Smissen, l' avvocatessa quarantenne dal viso da ragazzina: «E' il 1997 a segnare la svolta: il giudice decide la rilettura delle testimonianze». La sua cliente, Régina Louf, testimone «X1», ha cominciato a parlare l' anno prima. «Aveva riconosciuto Dutroux e Nihoul alla televisione. Voleva raccontare quello che sapeva degli ambienti pedofili». E' stata violentata e venduta sin da bambina, Régina Louf. Dice di aver preso parte a orge con altri minorenni, di aver visto ragazzini costretti ad accoppiarsi con cani, torturati, uccisi. Ma soprattutto sostiene di aver riconosciuto Nihoul tra gli assassini di una sua amica, Christine van Hees, 16 anni, ritrovata carbonizzata nel 1984. «Régine è stata dichiarata pazza - racconta l' avvocatessa -. E anche noi legali abbiamo passato anni a difenderci dalle ac cuse». Inutile anche il lavoro della commissione d' inchiesta parlamentare, istituita ad ottobre 1996. Un deputato socialista che ne ha fatto parte racconta di minacce e intimidazioni. «Abbiamo raccolto migliaia di testimonianze, ma non avevamo i pot eri di un giudice istruttore. Tutto è rimasto a livello di voci». Non crede, lui, alla teoria del grande complotto. Ma all' effetto domino, sì. «Se si andasse troppo lontano con l' inchiesta, Dutroux potrebbe far cadere una testa dopo l' altra». Il B elgio si ridurrebbe a un castello di carte. Maria Grazia Cutuli
giovedi , 23 agosto 2001
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«Ma il criminale è protetto da ragioni di Stato»
La denuncia di un giornalista: «Re Alberto ha un passato ambiguo risalente agli anni Settanta»
IL LIBRO-INCHIESTA «Ma il criminale è protetto da ragioni di Stato» DAL NOSTRO INVIATO BRUXELLES - La piramide del silenzio arriverebbe fino a re Alberto del Belgio. Alcune macchie sul suo passato avrebbero fatto scattare una rete di protettori occul ti attorno a Marc Dutroux, l' assassino di Marcinelle. E' la tesi di un libro che sarà pubblicato in Francia a settembre da Flammarion: Dossier Pedofilia, lo scandalo dell' affare Dutroux. L' autore è Jean Nicolas, 50 anni, giornalista free-lance che vive in Lussemburgo. «Il legame tra Dutroux e il re è indiretto - spiega il giornalista -. Ma è proprio il coinvolgimento del sovrano in feste ambigue della fine degli anni Settanta a impedire che il criminale venga processato». Che cosa la porta ad affermare che il re partecipasse a certe feste? «Un' inchiesta che si è fermata al 1982. Secondo questi documenti, a partire dal ' 79 Alberto sarebbe stato visto in sex-party dove erano coinvolti minorenni. Non c' è la prova che lui abbia toccato de i bambini, ma la sua presenza è già uno scandalo». Dove si svolgevano i party? «Al golf club di Waterloo, il circolo di Bercuit, o in case private. All' inizio erano riunioni tra notabili con scambio di mogli. Poi sono entrati i bambini. Almeno tre, presi da un orfanotrofio. Uno di loro, Charles, 14 anni, è morto suicida». Ci sono testimoni? «C' è X3, messa in palio dal padre a 8 anni in partite di bridge e poi introdotta nel giro della prostituzione. X3 parla della famiglia reale, racconta di u n castello delle Ardenne dove veniva data la caccia con i doberman a bimbi nudi. Ma non è l' unica». M.G.C.
lunedi , 23 luglio 2001
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Indonesia, Wahid non si arrende
Il presidente proclama lo stato d' emergenza per evitare l' impeachment
Indonesia, Wahid non si arrende Il presidente proclama lo stato d' emergenza per evitare l' impeachment Delicato di salute, quasi cieco. Politicamente debole, caratterialmente incostante. Sono bastati 21 mesi al potere, per trasformare Abdurrahman Wa hid, 60 anni, primo presidente indonesiano eletto per vie democratiche, in un leader da rottamare. Gli oppositori marciano verso la sua liquidazione. Aprono la procedura d' impeachment, lo convocano davanti all' Assemblea consultiva del popolo. Ma il presidente rivela energie inaspettate. Proclama lo stato d' emergenza, preannuncia la sospensioni del Parlamento, accentra i poteri. L' esercito resiste. Non rispetterà gli ordini, fanno sapere gli alti ranghi: l' impeachment deve andare avanti. La democrazia nel quarto Paese più popoloso del mondo (207 milioni di abitanti sparsi per l' arcipelago)sembra già un esperimento abortito. Il primo presidente eletto, dopo l' uscita di scena del dittatore Suharto nel 1998, sta riportando il Paese vicin issimo al caos. E' successo ieri, in una giornata segnata da un doppio attentato - 60 feriti tra i fedeli che assistevano alla messa domenicale -, dalla convocazione del presidente, da minacce e controminacce istituzionali. Quelli che hanno voluto l' impeachment come Amien Rais, presidente dell' Assemblea consultiva del popolo, accusano Wahid di «corruzione e incompetenza». Scandali e non solo. Di aver fatto precipitare l' Indonesia nella crisi economica, con la caduta libera della rupia, di non aver tenuto a freno le spinte secessioniste che stanno disgregando l' arcipelago, di non aver arginato la violenza etnica e religiosa che insanguina le strade di Giakarta. Vogliono far spazio a forze più giovani: alla vicepresidente Megawati Sukarno Putri, figlia dell' ex presidente Sukarno destituito nel 1966, che potrebbe prendere la guida dello Stato già domani; ai gruppi laici e modernisti che si oppongono al grande partito musulmano di Wahid, il Nahdlatul Ulama e ai suoi 30 milioni di segu aci. L' Assemblea consultiva del popolo con i 695 seggi, distribuiti tra 462 membri eletti dal Parlamento, 38 rappresentanti militari e 195 delegati regionali, è il più alto corpo legislativo del Paese. E' l' organismo che ha eletto il presidente e q uello che può decidere la fine del mandato. I suoi componenti addebitano a Wahid due scandali. Il primo riguarda il furto di 4 milioni di dollari di cui si sarebbe appropriato uno dei soci dell' agenzia alimentare pubblica Bulog. Il secondo tocca dir ettamente il capo dello Stato: si sarebbe impadronito di 2 milioni di dollari ricevuti dal sultano del Brunei. I magistrati l' hanno scagionato e Wahid si fa forte di questo. La sua destituzione - sostiene - sarebbe un gesto incostituzionale. Se qual cosa non va nel suo governo, c' è un solo modo per rimediare: «Elezioni entro l' anno». Non è solamente una crisi politica. Le bombe scoppiate in mattinata sono un chiaro segnale. La prima è stata piazzata all' interno della chiesa cattolica di Sant' Anna, la seconda dentro un furgoncino parcheggiato accanto a una chiesa protestante. Nessuna rivendicazione, ma gli inquirenti sostengono che sia un tentativo di far fallire l' impeachment contro il presidente. I sostenitori di Wahid però sono rimas ti a casa. O quanto meno i 40 mila uomini in divisa, poliziotti e miliari, dislocati nella capitale e nei dintorni, sono bastati per il momento a scoraggiare dimostrazioni e scongiurare il rischio di un massacro. Sono loro adesso ad avere in mano le chiavi della crisi. M.G.C. I protagonisti IL PRESIDENTE Abdurrahman Wahid è stato eletto alla guida del Paese - primo presidente democratico in oltre 40 anni - dall' Assemblea Consultiva del Popolo, nell' ottobre 1999, dopo la deposizione del dittato re Suharto e le elezioni del giugno 1999 L' ASSEMBLEA E' il più alto corpo legislativo del Paese. E' composta da 695 seggi: 462 membri eletti, 38 rappresentati militari, 195 delegati regionali e di gruppi sociali L' IMPEACHMENT L' Assemblea che l' ha scelto può adesso dimetterlo: contro Wahid, accusato di concussione, è stato avviata la procedura di impeachment
martedi , 17 luglio 2001
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Emergenza globale, vince la formula Chiapas
Internet e testimonial famosi determinanti per il successo degli aiuti umanitari. Il ruolo delle multinazionali Nella protesta online del sub-comandante Marcos l' abilità di rendersi visibili. L' accusa alle grandi aziende: i miliardi benefici portano a un nuovo colonialismo
Emergenza globale, vince la formula Chiapas Internet e testimonial famosi determinanti per il successo degli aiuti umanitari. Il ruolo delle multinazionali La secessione del Biafra durò un anno, dal 1968 al 1969. Fu una tragedia, ma fu anche una colo ssale operazione di propaganda. Il mondo avrebbe facilmente dimenticato la rivolta di una tribù cattolica esplosa nel cuore della Nigeria, se il conflitto non fosse stato accompagnato dalle immagini di centi naia di migliaia di bambini prossimi alla morte, il ventre gonfio, la testa abnorme, le membra rinsecchite dalla fame. Come racconta Goffredo Parise nei suoi reportage e nel libro Guerre politiche, fu il leader della ribellione, Ojukwu, un ex ufficiale dell' esercito con studi a Eton e a Oxf ord, a trovare la chiave giusta per attrarre l' attenzione dell' Occidente. Il guerrigliero montò una telescrivente nella giungla, attraverso le quale diramava dispacci in tempo reale a Parigi, Londra, Ginevra. Ma le notizie da sole non bastavano. Oj ukwu, grazie a un contratto con una società pubblicitaria svizzera, la Mark Press, imparò a esibire cadaveri e morti viventi facendo giungere all' estero foto e filmati. Il mondo accorse in massa. Arrivò la Caritas e la Croce Rossa, tonnellate di aiu ti da Europa e Cina. La globalizzazione non esisteva ancora, il digitale tanto meno, ma questo del Biafra può essere considerato un primo esempio di emergenza lanciata su scala internazionale con mezzi tecnologici, strategie d' avanguardia e perfino un marchio occidentale, la Mark Press, sul retro. Trent' anni dopo, caduto il muro di Berlino che imponeva una matrice ideologica a ogni mobilitazione (interventi ancorati alle sfere d' influenza, al blocco Est- Ovest, alle partite di armi che arriva vano dalla Cia o dall' Unione Sovietica), le cause dei Paesi poveri emergono a livello mondiale con sistemi che rievocano quelli adottati in Biafra: l' uso dell' hi-tech, l' intervento spesso spregiudicato dei media, talvolta l' etichetta delle multi nazionali. CAMPAGNE ONLINE - «La prima guerriglia post-comunista e post-moderna», come l' ha chiamata lo scrittore Carlos Fuentes, si è combattuta in Chiapas a partire dal ' 94. I campesinos protestavano contro la globalizzazione, ma è stata Internet l' arma segreta del subcomandante Marcos per far proseliti in tutto il mondo. Un computer al posto della telescrivente del Biafra. Oggi non c' è gruppo di resistenza o cellula d' opposizione che non abbia un sito, una chat, una email. E' un varco ne l mondo globale, non sempre una garanzia di successo. Le donne afghane del Rawa (il fronte femminile d' opposizione ai Talebani), per esempio, pur riscuotendo solidarietà, continuano a vivere da clandestine. Più efficaci, per trovare adesioni su scal a «globale», i movimenti trasversali che si battono per fronteggiare emergenze collettive, fra i quali la cancellazione del debito ai Paesi poveri, la difesa dell' ambiente, la lotta all' Aids. «Sono i cartelli online - dice padre Giulio Albanese, di rettore della Misna, l' agenzia di stampa missionaria -, organizzazioni non governative, chiese, movimenti civili che attraverso Internet si trasformano in gruppi di pressione sui governi e le istituzioni internazionali». Il loro impatto sull' opinio ne pubblica è dirompente. Più complesso l' approdo. Gli appelli di Jubilee 2000, per esempio, hanno portato a un alleviamento del debito in 23 Paesi «hipc» (poverissimi e altamente indebitati), dal Ciad alla Bolivia, dall' Uganda al Mozambico, non an cora alla cancellazione totale. Ma dietro questa battaglia, incalzano già a velocità cibernetica nuove proposte: dalla creazione di un fondo per l' Aids alla Tobin Tax, l' imposta sulle transazioni finanziarie. I TESTIMONIAL - Le campagne hanno bisog no di eroi. Morti i leader carismatici capaci di mobilitare le masse nel periodo post-coloniale, lo scettro della militanza passa alle star. Bono si trasforma in ambasciatore dei Paesi disastrati. Richard Gere in portavoce del Dalai Lama. Luciano Pav arotti organizza concerti per i profughi afghani. «Un passaggio cruciale - dice Luca De Fraia, coordinatore di Sdebitarsi, cartello di 60 organizzazioni italiane -. E' stato Bono, per esempio, a trasformare una questione tecnica come il debito in una battaglia popolare». Le star fanno presa sui media. Ed è dai media che dipende l' attenzione dell' Occidente sul Sud del mondo. Non c' è raccolta fondi, intervento umanitario o militare, che non sia orientato, oggi come ai tempi del Biafra, dai mezz i di comunicazione. MISSIONI CIBERNETICHE - Internet velocizza gli interventi umanitari. Jean Fabre, vicedirettore dell' Undp di Ginevra (il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite), disegna una nuova efficienza: «Durante la guerra del Kosovo, ogni funzionario Onu aveva un computer per registrare le generalità dei profughi e procedere alla ricerca dei familiari». Le organizzazioni non governative trasmettono rapporti via email, le liste dei bisogni viaggiano su file, mentre l' Undp vanta c ollegamenti in rete con operatori locali in quasi tutti i Paesi del mondo. Il peso della diplomazia rimane comunque fondamentale ad accelerare o ritardare l' intervento umanitario. Jean Fabre cita ancora un esempio: il Ruanda. «I segnali che lì stava per accadere qualcosa di terribile non mancavano. Boutros Ghali, allora segretario dell' Onu, aveva avvertito le cancellerie politiche. Ma nessuno raccolse l' allarme». I MARCHI DELLE MULTINAZIONALI - La macchina degli aiuti ha bisogno di nuovi fond i. Quelli pubblici non bastano più. Dal 1992 a oggi, il contributo dei Paesi industrializzati allo sviluppo è sceso dallo 0,34% sul Pil (prodotto interno lordo) allo 0,22%: una perdita netta di oltre 18 mila miliardi di lire. «All' interno della coop erazione internazionale il bilancio tra investimenti pubblici e privati è tutto da ridefinire. Saranno i privati ad avere sempre più peso nei progetti di sviluppo» osserva Mark Malloch Brown, numero uno dell' Undp. I mostri prodotti dalla globalizzaz ione, le mega aziende capaci di imporre il loro marchio in ogni parte del mondo, sono costretti a rispondere agli appelli umanitari. La De Beers, il colosso dei diamanti della Anglo American, destina fondi alla cura della tbc in Angola. Bill Gates ha stanziato l' anno scorso l' equivalente di 44 mila miliardi di lire per i Paesi in via di sviluppo. Lo stesso segretario dell' Onu Kofi Annan ha lanciato un programma, il Global Compact, con il quale si propone di coinvolgere 1.000 corporation nella lotta alla povertà. Un' operazione cosmetica? «E' necessario stabilire regole alla globalizzazione - dice Mark Malloch Brown -. Aziende come l' Anglo A merican o la Crysler in Sudafrica distribuiscono farmaci anti-Hiv ai dipendenti. Potrebbe farlo a nche la Coca-Cola». Si profila il rischio di un colonialismo peggiore di quello descritto da Naomi Klein in No Logo: «Non vogliamo interventi paternalistici - dice Malloch Brown -. Sono i governanti locali a doversi fare carico dello sviluppo investe ndo nei settori prioritari come la sanità e l' istruzione». I MIRACOLI AFRICANI - Eppure i soggetti assenti sembrano proprio loro, i Paesi poveri. Quanti sono in grado di inventare operazioni che portino denaro e aiuti, senza la propaganda creata dal l' Occidente? Internet non funziona per tutti. In Africa solo lo 0,2% della popolazione è connessa alla rete. I «miracoli» esistono, ma sono quelli pilotati dalle riforme strutturali imposte dal Fondo monetario. Le istituzioni finanziarie promuovono, per esempio, Botswana, Uganda, Mozambico per i loro tassi di crescita. E i rispettivi presidenti, Festus Mogae, Yoweri Museveni, Joachim Chissano per la solerzia con la quale hanno obbedito alle condizioni imposte. La Chiesa accusa: «Hanno svenduto i loro Pae si con le privatizzazioni», dice padre Albanese della Misna. Gli organismi internazionali rispondono: «Mogae in Botswana, Museveni in Uganda - osserva Jean Fabre dell' Undp - si sono fatti personalmente carico di un impegno come la lotta a nti-Aids». Anche Chissano ha aumentato la spesa per sanità e istruzione di 54 milioni di dollari dal ' 96 al ' 99. In Mozambico 3 persone su 4 vivono con mille lire al giorno, ma il presidente che 9 anni fa è riuscito a riportare la pace nel Paese ri mane un governante esemplare per l' Occidente. Eroi del nostro tempo? Forse solo leader che, come Ojukwu in Biafra, stanno imparando le regole del gioco globale. Maria Grazia Cutuli
martedi , 10 luglio 2001
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«Non è la disfatta, purché si salvino le altre inchieste»
«E' assurdo che le autorità non diano una risposta ai parenti degli uccisi
AMNESTY INTERNATIONAL «Non è la disfatta, purché si salvino le altre inchieste» «Non è un fallimento. Non è nemmeno un passo indietro, ma bisogna capire le ragioni dei giudici, leggere la sentenza riga per riga». Al quartier generale di Amnesty Inter national di Londra, Virginia Shoppee, la colombiana incaricata dell' inchiesta sul caso Pinochet, è da ore al telefono con il Cile. Cerca notizie e retroscena che spieghino la decisione della Corte d' Appello di Santiago di sospendere il processo all ' ex dittatore cileno. Non si sente sconfitta, la signora Shoppee. Ma nervosa, forse sì. Perché sostiene che la sospensione del processo non sia un fallimento per chi chiedeva giustizia? «Il caso Pinochet è il risultato di quello che è successo qui i n Gran Bretagna nel 1998, del lavoro svolto dalle famiglie delle vittime, dell' impegno di chi ha saputo resuscitare il passato cileno per evitare che i crimini della dittatura fossero dimenticati. Tutto questo resta». Ma le famiglie chiedono verità. «Questo è il punto. E' deplorevole che dopo tanto tempo le autorità giudiziarie cilene non abbiamo dato una risposta ai parenti delle vittime della Carovana della Morte. La comunità internazionale deve fare pressione: bisogna assicurarsi che in Cile le inchieste sui crimini della dittatura vadano avanti, che la sospensione del processo a Pinochet non abbia influenza sui processi agli altri militari della giunta». La sospensione del processo è avvenuto per motivi di salute. Non crede che sia una scusa per nascondere pressioni politiche? «Dobbiamo leggere le 60 pagine del verdetto per verificare che si tratti davvero di ragioni di salute. E' un argomento credibile. E quel che importa, è un argomento che non mette in discussione il principio giuridico dell' incriminazione. In quanto alle pressioni politiche, noi di Amnesty siamo andati in Cile a parlare con il presidente Lagos e con i suoi ministri. Ci hanno garantito la loro volontà di portare avanti i processi. Speriamo sia così». Non sarebbe stato meglio un tribunale internazionale per giudicare un ex dittatore come Pinochet? «Il diritto internazionale ha fatto molti progressi in questi ultimi anni e si è affermato il principio che certi crimini possono essere giudicati da tribun ali nazionali. Il Cile ha assicurato di poter processare Pinochet. Perché non crederci? E' un Paese in pace, ha un sistema giudiziario indipendente, dispone di tutta la documentazione relativa al caso». Crede che sia maturo a fare i conti con il pass ato? «Certamente. Il Paese ha cominciato a cambiare con l' arresto di Pinochet. Quando il generale è ritornato in patria, gli ha tolto l' impunità, mettendo in atto una serie di procedimenti per costringerlo a collaborare con la giustizia». Eduardo C ontreras, avvocato di parte civile, sostiene che Pinochet passerà comunque alla storia per essere stato incriminato per delitti contro l' umanità. Basta a consolare chi non riuscirà a vederlo alla sbarra? «Il verdetto della storia resta sospeso. Per questo dico che le inchieste devono andare avanti. Le famiglie delle vittime hanno diritto a sapere chi ha massacrato i loro parenti». Maria Grazia Cutuli
lunedi , 09 luglio 2001
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In Albania urne mezze vuote al ballottaggio, ma i socialisti esultano
Il partito del premier Meta in vantaggio in 37 circoscrizioni su 45. Il leader dell' opposizione Sali Berisha denuncia brogli. E minaccia: «Non riconoscerò il risultato» In Albania urne mezze vuote al ballottaggio, ma i socialisti esultano I socialis ti albanesi annunciano la vittoria, una maggioranza al secondo turno delle elezioni politiche che li riconferma al governo. Netto vantaggio, secondo il segretario generale del partito Gramos Ruci, in 37 circoscrizioni su 45. Il successo è garantito. Ma c' è un guastafeste a turbare il buon umore del giovane premier, Ilir Meta, 32 anni. E' il «solito» Berisha, l' ex presidente che dal centro destra guida le riottose file degli sconfitti. Scaglia accuse che non risparmiano nessuno: il governo, le autorità, le forze di polizia. Tutti responsabili di brogli e di pressioni che avrebbero «bloccato il processo elettorale in decine di distretti sparsi per tutto il Paese». L' aveva già fatto il 24 giugno, quando i socialisti hanno guadagnato 33 segg i su 100, contro i 17 attribuiti al suo schieramento «Unione per la vittoria». Lo fa anche oggi Sali Berisha, minacciando di non rispettare i risultati elettorali. Parole pesanti in un Paese come l' Albania. Il ballottaggio è gonfio di tensioni: timo ri di rivolte, agenti in preallarme, litigi all' interno delle commissioni elettorali locali che fanno saltare il voto in quattro circoscrizioni. E una bomba, piazzata sabato sotto l' acquedotto di Kukes, nelle remote regioni settentrionali. Nessuna vittima, a parte 30 mila persone rimaste senza acqua. Ma come non associare l' esplosione - la terza negli ultimi mesi lungo lo stesso tratto di acquedotto - al controllo della frontiera con il Kosovo e alla disputa elettorale? Un milione e 200 mila persone, su 3 milioni e mezzo di abitanti, sono chiamate alle urne. Se ne presenta meno della metà. «Il dato finale - ha anticipato il portavoce della commissione elettorale centrale Aldrin Dalibi - potrebbero attestarsi tra il 45 e il 46%». Si vota nelle 45 circoscrizioni, rimaste contese al primo turno. I socialisti potrebbero costituire il governo con 71 deputati. Ma, come ha dichiarato quindici giorni fa il premier Ilir Meta, l' obiettivo è recuperare gli alleati che si sono presentati in li ste autonome per raggiungere il tetto degli 84. E' la base che permetterebbe al primo ministro di nominare tra un anno il capo dello Stato ed evitare così elezioni anticipate. L' Albania cerca stabilità. Tempi nuovi che chiudano un decennio di disses ti cominciati nel 1991, quando l' ex presidente Ramiz Alia liquidò l' eredità isolazionista-comunista di Enver Hoxha. Sali Berisha ha probabilmente troppo passato alle spalle per essere in grado di rassicurare i partner occidentali (primo l' Italia, i cui investimenti coprono il 50% del totale di quelli stranieri). Nel 1992 vince le elezioni. Ha fatto il bis nel 1996, ma con il boicottaggio dell' opposizione e la contestazione degli osservatori. Non è un' epoca di gloria. Un anno dopo, con il cr ollo delle piramidi, la piazza entra in rivolta, mentre le gang assalgono gli arsenali. Ci vuole Alba, una missione internazionale a tamponare il disastro. Il 27 giugno 1997, gli amici occidentali applaudono la vittoria dei socialisti e del loro lead er Fatos Nano. L' idillio sopravvive alla crisi dei gommoni, alle accuse di corruzione lanciate dalle organizzazioni finanziarie, alla guerra del Kosovo, alla marea di rifugiati che rischia di far saltare il Paese in aria. L' ultimo premier, Ilir Met a, riempie il palazzo di giovani collaboratori laureati negli Stati Uniti. «Vogliamo un' Albania europea», ha detto qualche giorno fa. La comunità internazionale chiede un passaggio intermedio: un' Albania realmente democratica. Maria Grazia Cutuli
domenica , 08 luglio 2001
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Bush vuol seppellire il trattato internazionale che vieta i test nucleari
La nuova politica militare Bush vuol seppellire il trattato internazionale che vieta i test nucleari Un altro argomento tabù da presentare al G8 di Genova. Un' altra presa di posizione da parte della Casa Bianca destinata a mettere in crisi l' equili brio tra Stati Uniti ed Europa. Dopo aver detto no al protocollo di Kyoto contro il riscaldamento globale, dopo aver proposto la cancellazione dell' Abm (il Trattato sui missili antibalistici) che ostacola il suo progetto di scudo spaziale, George Bu sh vuole affossare un altro importante accordo internazionale: il Ctbt, il Trattato per l' interdizione totale dei test nucleari. Secondo il New York Times, il presidente americano sta studiando come «celebrarne il funerale» evitando la ratifica del patto e, soprattutto, come sottrarre gli Stati Uniti all' impegno preso dal suo predecessore Bill Clinton. Il Ctbt (Comprehensive Test Ban Treaty), approvato il 10 settembre 1996 dall' Assemblea generale dell' Onu, è stato firmato da 161 Paesi e rati ficato da 77. Tra questi ultimi solo 13 delle 44 Nazioni la cui approvazione è fondamentale per farlo entrare in vigore. Mancano all' appello Usa, Cina, India, Pakistan, Nordcorea, Israele. Bill Clinton, che è stato il primo a firmarlo, nel 1999 se l ' è visto bocciare dai repubblicani al senato. «Uno schiaffo alla leadership politica degli Stati Uniti», aveva commentato il New York Times. Ma erano tempi diversi. Lo stesso giornale sottolinea oggi la crescente riluttanza della nuova amministrazio ne agli obblighi internazionali e alle loro gabbie giuridiche. Bush vuole sotterrare il Trattato prima che venga presentato in Senato, dove potrebbe trovarsi di fronte all' ostilità dei democratici. Il Dipartimento di Stato gli ha fatto notare inoltr e, che una volta avviate le procedure di ratifica, diventerebbe impossibile ritirarlo. L' intenzione di Bush sarebbe quella di affrontare il futuro del Ctbt al G8, anche se al monento non c' è traccia dell' argomento sulle bozze dei comunicati discus se. La posizione di Bush rimane ambigua: il presidente vuole cancellare il Trattato, fanno notare gli analisti, ma senza alcun interesse a riprendere i test nucleari. Diverso, invece, il no all' Abm. Anche se il segretario di Stato Colin Powell ha as sicurato che per almeno due anni gli esperimenti che porteranno alla realizzazione dello scudo spaziale non ne violeranno i principi, gli americani non vogliono sentirsi legati per il futuro. I test, dai quali dipende la fattibilità del nuovo sistema di difesa, sono già pronti: la prossima settimana una versione modificata del missile balistico intercontinentale «Minuteman II» partirà dalla California. Lo seguirà, a venti minuti di distanza, un missile intercettore lanciato dall' atollo di Kwaja lein, nel Pacifico. Se la simulazione riuscirà, l' intercettore bloccherà il primo missile, disintegrandolo nell' atmosfera, a 225 chilometri sopra l' Oceano. Maria Grazia Cutuli IL TRATTATO LE FIRME Il Ctbt, il Trattato per l' interdizione totale de i test nucleari, è stato adottato nel 1996 dall' Assemblea generale dell' Onu. I primi a firmarlo furono gli Usa con Bill Clinton, seguiti da altri 160 Paesi. LE RATIFICHE Finora è stato ratificato da 77 Nazioni. Tra gli assenti Usa, Cina, India, Pak istan, Nord Corea, Israele. GLI OBIETTIVI Prescrive la messa al mando dei test nucleari nel mondo, la creazione di una rete di monitoraggio, ispezionI sui siti sospetti.
venerdi , 06 luglio 2001
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Tregua tra governo macedone e ribelli, con l' appoggio della Nato
L' Alleanza pronta a inviare 3 mila uomini. I guerriglieri albanesi: consegneremo le armi solo dopo un accordo politico Tregua tra governo macedone e ribelli, con l' appoggio della Nato Non si sono incontrati, né tanto meno parlati. Ma l' accordo che li impegna entrambi, macedoni e albanesi, ad una nuova tregua sembra più credibile che in passato. Dietro il cessate il fuoco raggiunto tra il governo di Skopje e i ribelli dell' Uck stavolta c' è la mediazione ufficiale della Nato, assieme al lavor o della diplomazia europea e di quella americana. Le due parti hanno firmato separatamente: mercoledì sera gli albanesi, rappresentati da Ali Ahmeti, leader politico dei guerriglieri, nella città kosovara di Prizren; ieri i macedoni con Pande Petrevs ki, capo di Stato maggiore, a Skopje. La tregua, iniziata a mezzanotte, è solo un primo passo - «un atto di fiducia» l' ha chiamato un diplomatico occidentale - verso il dispiegamento di un contingente Nato in Macedonia: 3 mila soldati dall' Italia, Francia, Grecia sotto comando britannico, chiamati a disarmare i ribelli. Il governo macedone azzarda una data: il 15 del mese. Le operazioni di dispiegamento delle truppe dureranno dalle quattro alle sei settimane, ha detto il ministro della Difesa Vlado Bukovski, mentre il disarmo potrebbe essere ritardato di una quindicina di giorni. L' Uck la pensa diversamente: i guerriglieri non consegneranno le armi, ha riferito un loro portavoce, né abbandoneranno le posizioni conquistate fino a quando n on sarà stilato un accordo politico che conceda maggiori diritti. Nella piccola repubblica balcanica, 2 milioni di abitanti (il 30% è albanese), in sei mesi di conflitto altre tregue sono state firmate e regolarmente violate. L' ultimo accordo, una d ecina di giorni fa, prevedeva il ritiro dei ribelli dalla cittadina di Aracinovo sotto scorta Nato. Non è servito a far tacere le armi ed ha finito per scatenare la piazza: migliaia di dimostranti macedoni hanno assalito il Parlamento accusando il pr esidente Boris Trajkovski di aver «svenduto» il Paese, permettendo all' Uck di tenere le armi. E anche ieri si è continuato a combattere a Tetovo, 35 chilometri ad ovest di Skopje, dove sono esplose granate nel centro della città ferendo sette person e, e a Kumanovo, dove è rimasto ucciso un ragazzino albanese di 13 anni. Sulla necessità di un accordo politico tornano a insistere il segretario generale della Nato George Robertson e il capo della politica estera dell' Unione Europea, Javier Solana : «Come abbiamo sempre ripetuto, non ci può essere una soluzione militare al conflitto - hanno dichiarato in un comunicato congiunto - ma solo una soluzione politica che porti pace e stabilità nel Paese e in tutta la regione». I moderati a parole dic ono sì. «Gli albanesi accettano l' integrità dello Stato. Non cercano soluzioni territoriali e sono disposti a riconoscere il nome di Macedonia - ha dichiarato il leader Arben Xhaferi, durante un colloquio con il mediatore della Ue, l' ex ministro fr ancese Lionel Jospin e la sua controparte americana James Pardew, - ma vogliono una maggiore integrazione e il riconoscimento dei propri diritti». Il presidente Trajkovski acconsente, promettendo una nuova costituzione. M.G.C. IL CONFLITTO I RIBELLI La sigla è la stessa usata in Kosovo, Uck, ovvero Esercito di liberazione nazionale. I guerriglieri albanesi in Macedonia (poche centinaia, secondo fonti occidentali) ufficialmente rivendicano maggiori diritti. L' OFFENSIVA I combattimenti sono comin ciati a febbraio, attorno a Tetovo. A giugno i ribelli sono arrivati fino ad Aracinovo, a una quindicina di chilometri da Skopje, la capitale.
giovedi , 05 luglio 2001
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«Un attore perfetto e imprevedibile, aspettatevi sorprese»
«Una pièce teatrale, con un unico attore: Slobodan Milosevic». Louise Arbour dice di non averlo mai incontrato, ma i tre anni passati come procuratore generale all' Aja le sono bastati a farsi un' idea della personalità di «Slobo». «Quello che è succ esso all' udienza preliminare non mi stupisce affatto. L' uomo è imprevedibile, e non escludo che prepari altri colpi di scena». E' stato il suo «pesce grosso», Milosevic. La sua ossessione e il suo vanto. La signora dall' aspetto professorale, giacc he larghe su un fisico minuto, è riuscita a inchiodarlo con l' atto di incriminazione sul Kosovo all' ultimo minuto, maggio 1999, pochi giorni prima di lasciare il Tribunale dell' Onu e il posto a Carla Del Ponte. «Emotivamente mi sento ancora all' A ja, vicina ai miei ex colleghi. Ho addirittura nostalgia, anche se il mio nuovo lavoro mi piace». Louise Arbour, 53 anni, canadese del Quebec, un marito magistrato e tre figli, lavora adesso come giudice presso la Corte suprema del Canada. Parla al t elefono dall' Australia, dove si trova per una conferenza all' Università di Melbourne. Quando si insediò all' Aja, un filo di perle al collo, le unghie tinte di viola, un' esperienza di giudice presso la Corte d' appello dell' Ontario, era il 1996. La «preistoria» del Tribunale. Gli anni delle polemiche sul rodaggio troppo lento della nuova Norimberga, dei difficili rapporti con i soldati della Nato chiamati a pacifare la Bosnia, dell' ostilità manifesta di gran parte delle autorità balcaniche. Louise Arbour ereditava dal precedente procuratore generale, il sudafricano Goldstone, sette detenuti appena chiusi nella prigione di Scheveningen. Piccoli calibri, si polemizzava allora. Ma c' era già un dossier «forte» sulla sua scrivania. Intesta zione: Slobodan Milosevic. «Il Tribunale - ricorda il magistrato - aveva cominciato a esaminare le responsabilità del leader serbo in Bosnia e in Croazia, anche se poi l' atto di incriminazione si è concentrato sulla campagna del terrore orchestrata in Kosovo tra la fine del 1998 e l' inizio del 1999». L' inchiesta sulla Bosnia scivolava in secondo piano? «No, non è mai stata abbandonata, ma rintracciare le responsabilità dirette di Milosevic in Bosnia rimane complicato». Il motivo è semplice: « Negli anni della guerra, Milosevic era presidente della Serbia e non ancora della Federazione jugoslava. Non stava in testa alla catena di comando, com' è successo in Kosovo. Può darsi che il nuovo procuratore Carla Del Ponte riuscirà a modificare le accuse. Ma il crimine di genocidio presuppone un' intenzione di sterminio particolare. Non siamo riusciti a provarlo. Il procuratore non può forzare le carte, deve giocare un ruolo onesto». Anche sul Kosovo le difficoltà non sono mancate. Per mesi L ouise Arbour a veva attaccato il Pentagono: «Non ci aiuta, non fornisce informazione», protestava la signora. Tanto che la sua uscita di scena con un anno di anticipo sul mandato fu letta come una scelta polemica. Allo stesso tempo fu proprio un amer icano, ex agente dell' intelligence, William Walker, capo dei verificatori Osce, a fornirle le prime prove sul massacro di Recak (una quarantina di albanesi trucidati in un villaggio) che tuttora rappresenta uno dei pilastri dell' incriminazione di M ilosevic. Prove controverse? «Su Racak si è speculato molto. Si è arrivati a dire che la strage era stata commessa dall' Uck, che erano stati i guerriglieri albanesi a trasportare i cadaveri. Ma so che quando ho cercato di raggiungere il villaggio so no rimasta bloccata a Skopje: le autorità di Belgrado mi hanno negato l' accesso in Kosovo. Walker era sul posto e, senza dubbio, anche le prove raccolte in seguito dimostrano che l' eccidio fu compiuto dai serbi». Il tempo delle polemiche si è concl uso per Louise Arbour? Non del tutto. L' ex procuratore ha qualcosa da mandare a dire, tanto per cominciare, a Slobodan Milosevic, l' uomo che accusa il Tribunale di essere una struttura «politicizzata» e «illegittima». «Il Tribunale è stato creato d al Consiglio di sicurezza dell' Onu (cioè da un gruppo ristretto di potenze, ndr), ma con l' appoggio dell' Assemblea generale. Tutti i Paesi della comunità internazionale lo sostengono finanziariamente. Non si può metterne in dubbio l' integrità». T anto meno la necessità di tenerlo in piedi. «Nella ex Jugoslavia ci sono ancora regioni da stabilizzare. Finché la Nato rimarrà là, mi sembra prematuro restringere il mandato del Tribunale, che rappresenta comunque un mezzo di dissuasione». Un lavoro ancora a metà. «Capire quanto tempo ci vorrà a far giustizia è affare della Del Ponte, ma è chiaro che bisogna completare le inchieste e arrestare tutti i criminali». Come Radovan Karadzic? Nel 1997 Louise Arbour accusava la Francia di proteggere i latitanti in Bosnia. «E ancor oggi - ammette - non capisco come mai Karadzic non sia stato arrestato. Non credo alle difficoltà logistiche nè alle altre scuse». Il tabù delle manette al ricercato è caduto nel 1997, «quando le forze Nato hanno cattura to Milan Kovacevic e Simo Drljaca a Prijedor, in Bosnia». Fu la prima svolta per il Tribunale. La prima medaglia. L' altra, quella decisiva, era in tv nei giorni scorsi: l' arresto del «suo» uomo, Slobodan Milosevic. «Ma è solo l' inizio. La sua stra tegia difensiva sarà tutta da scoprire». Maria Grazia Cutuli Carta d' identità CANADESE FRANCOFONA Nata 53 anni fa in Quebec, la prima volta che si trovò davanti a testi in inglese all' università di Montreal riuscì a capirne a malapena i titoli. Imp arò velocemente. Ha sposato un magistrato anglofono da cui ha avuto tre figli. LA CARRIERA Prima docente, poi vicepreside alla facoltà di Giurisprudenza di Toronto, Louise Arbour diventa giudice presso la Corte d' Appello dell' Ontario nel 1990. Nel 1996 viene nominata procuratore generale al Tribunale dell' Aja. I DOSSIER DELL' AJA Quando arriva in Olanda, solo sette criminali di guerra della ex Jugoslavia si trovano in prigione. A maggio 1999, prima di lasciare l' incarico con un anno di antic ipo, emette l' atto di incriminazione contro Slobodan Milosevic. Lascia il posto al magistrato ticinese Carla Del Ponte. Oggi Louise Arbour lavora come giudice presso la Corte suprema del Canada, a Ottawa.
venerdi , 29 giugno 2001
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«Ma per essere processato dovrà aspettare il suo turno»
INTERVISTA/ Antonio Cassese, ex presidente della Corte Onu, prevede tempi lunghi «Ma per essere processato dovrà aspettare il suo turno» «Milosevic dovrà aspettare il suo turno. All' Aja ci sono 40 detenuti in attesa di processo, e non vedo perché do vrebbe di scavalcare gli altri». Antonio Cassese, ex presidente del Tribunale dell' Aja, calcola i tempi che serviranno a portare l' ex leader jugoslavo alla sbarra. «Non saranno brevissimi - dice -. Ma è certo che davanti a un personaggio come lui, si dovranno accelerare gli altri processi». Milosevic sarà processato per i fatti del Kosovo. E l' ipotesi di genocidio in Bosnia? «Il procuratore Del Ponte sta lavorando a questo dossier. Ma l' incriminazione per genocidio è complicata. Non è facile provare che Milosevic avrebbe ordinato, pianificato, diretto lo sterminio di un' etnia o che sia responsabile di omissione di controllo». Non è possibile che con la pace di Dayton, si sia deciso di «cancellare» le colpe di Milosevic in Bosnia? «La s ua estradizione dimostra che la giustizia ha comunque trionfato. Fonti Usa sostengono che l' accordo sia stato fatto su Karadzic, per evitare che tiri fuori documenti compromettenti per certe potenze straniere. Gli interessati, i francesi, hanno smen tito, ma Karadzic è ancora latitante». Il Tribunale è accusato di essersi prestato a una partita politica su Milosevic. «Conosco i giudici uno per uno e posso escludere che qualcuno nutra odio contro i serbi. Il Tribunale non è una struttura politici zzata». Milosevic è stato «venduto», contro il volere del presidente Kostunica, in cambio degli aiuti alla Serbia? «Ho incontrato Kostunica a Roma. Abbiamo litigato a lungo sulla sua idea di processare Milosevic a Belgrado. Ma poi è stato lui stesso a dirmi: sono solo un "figurehead", un prestanome». Hanno vinto gli Usa, insomma? «Gli Usa hanno fatto quello che non può fare l' Onu: hanno agito da braccio armato, costringendo Belgrado a cedere. I loro interessi coincidevano con quelli della comun ità internazionale. Ci si deve indignare invece perché operano in maniera selettiva, ignorando i crimini commessi in altri Paesi». Saranno estradati altri imputati eccellenti? «Il prossimo potrebbe essere Ratko Mladic, finora protetto a Belgrado». Ma ria Grazia Cutuli
mercoledi, 27 giugno 2001
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L' Uck: «Fermate gli attacchi o colpiremo nella capitale»
I ribelli hanno lasciato il villaggio di Aracinovo, ma i combattimenti continuano
L' ULTIMATUM L' Uck: «Fermate gli attacchi o colpiremo nella capitale» I ribelli albanesi rilanciano l' ultimatum: se entro la mezzanotte di oggi l' esercito macedone «non cesserà i suoi attacchi», l' Uck colpirà Skopje, la capitale. E' la stessa min accia di 15 giorni fa. Le stesse parole che avevano spinto il governo a trattare una tregua. Ma la scadenza è ormai arrivata: il cessate il fuoco finisce stanotte e niente di quello che è successo nelle ultime 48 ore invita a deporre le armi. L' acco rdo innanzitutto: i guerriglieri se ne sono andati, come stabilito, dal sobborgo di Aracinovo, 10 chilometri da Skopje, scortati da militari americani del contingente Nato. Si sono ritirati più a nord, portandosi dietro kalashnikov e artiglierie. Con cessione che ha fatto esplodere la rabbia dei nazionalisti macedoni davanti al Parlamento. Ma nulla, tra le colline della piccola Repubblica balcanica, fa pensare a una soluzione pacifica del conflitto. Anche se a Skopje è tornata la calma, fuori dal la città esercito e ribelli hanno ripreso a sparare. L' offensiva governativa è cominciata nella notte sulle alture attorno a Tetovo, nella Macedonia nord-occidentale, ed è continuata fino al mattino con un civile albanese ammazzato e altri tre rimas ti feriti. Mentre gli abitanti raccontavano di una massiccia concentrazione di fuoco, il portavoce dell' esercito Blagoja Markovski accusava i guerriglieri di aver attaccato le forze di sicurezza sulle montagne attorno a Tetovo e vicino alla periferi a della città. La tensione cresce e così la paura. Cresce tra i commercianti albanesi di Skopje che già domenica denunciavano di aver ricevuto minacce da un gruppo nazionalista, denominato «Macedonia paramilitare 2000». E cresce tra i macedoni. Il «c omandante Hoxha», nome di battaglia del capo dell' Uck, nel ricordare che stanotte potrebbe partire l' attacco a Skopje, ha precisato: «Io sono già dentro la capitale. E con me due battaglioni in borghese pronti a colpire». M.G.C.
martedi , 26 giugno 2001
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Albania, i socialisti in vantaggio
Il premier Meta: «Con noi in Europa». L' ex presidente Berisha denuncia brogli Il partito al potere si è già assicurato 35 seggi ma per altri 46 ci sarà il ballottaggio
Albania, i socialisti in vantaggio Il premier Meta: «Con noi in Europa». L' ex presidente Berisha denuncia brogli La vittoria è sicura. Il giovane premier dal fisico di lottatore e dal collo possente può annunciarla in tivù. Ce l' ha fatta anche stav olta, Ilir Meta, 32 anni, candidato del Partito socialista, a tenere le redini di un Paese, l' Albania, dove per anni hanno comandato i kalashnikov, gli scontri tra i clan, i rischi di destabilizzazione. Via la paura di nuovi scontri come nel 1997, s congiurato il pericolo di violenze e pestaggi, il primo ministro uscente può rivendicare il secondo mandato con lo slogan che più gli fa gioco: «Sono le migliori elezioni che l' Albania abbia mai avuto». Sono le quinte, da quando è caduto il comunism o nel 1990, con in mezzo un decennio di crisi politica ed economica che ha fatto dell' Albania il Paese più povero d' Europa, di guerra civile sfiorata, di conflitti balcanici che hanno portato profughi e guerriglieri fino alle strade di Tirana, la c apitale. Le quinte elezioni, e solo al primo turno. Troppo presto per cantare vittoria? Tra due settimane, l' 8 luglio, il Paese andrà al ballottaggio in almeno 46 distretti. Lo schieramento socialista dovrà vedersela ancora con l' Unione per la Vitt oria di Sali Berisha, l' ex presidente a capo di una coalizione di centrodestra. Anche le cifre del vantato trionfo, in realtà, sono più basse di quelle annunciate in un primo momento: i socialisti si sono aggiudicati con il maggioritario 35 collegi (anziché 45) su 100; gli avversari 19, mentre 40 seggi si giocano con il proporzionale. Ma Ilir Meta ha pochi dubbi: ritiene di poter superare la soglia della maggioranza al secondo turno, guadagnando voti dagli attuali alleati di governo che si sono presentati con liste separate. «Ne sono sicuro», ha ripetuto ieri, portandosi avanti con i programmi. «Un' Albania nuova, un' Albania europea». E soprattutto, musica per la comunità occidentale, «un' Albania senza corruzione». L' incognita Berisha s vanisce dalla scena? L' ex presidente, gli piaccia o no, si porta ancora addosso il marchio del 1997, il crollo delle piramidi finanziarie che dissestò il Paese con echi d' anarchia, scontri di piazza, centinaia di morti, bande criminali all' assalto degli arsenali. Come un vecchio attore a corto di repertorio, Berisha ripete la sua parte: nega la sconfitta e accusa. «La polizia ha chiuso illegalmente i seggi prima del previsto - è la denuncia di ieri -. Andate a vedere a quanta gente è stato im pedito di votare». Anche ad ottobre scorso, quando aveva inutilmente provato a riguadagnare terreno con le amministrative, aveva fatto lo stesso: parlato di brogli addirittura prima di andare alle urne. Ululati solitari: dalla parte dei socialisti e dal loro deus ex machina, che ovviamente non è Ilir Meta, ma il leader del partito Fatos Nano, c' è l' Occidente, con 355 osservatori sul posto, inviati dal Parlamento Europeo, dall' Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, dal Co nsiglio d' Europa, che hanno elogiato al contrario la condotta «professionale e trasparente della Commissione elettorale». Le violenze si sono limitate all' irruzione di un commando in un villaggio a 200 chilometri da Tirana, con le schede finite in un rogo, e a una pallottola nella gamba di un candidato di Berisha. Certo, Ilir Meta in questo ultimo anno ha fatto la sua parte: da giovane delfino di Fatos Nano a garante della stabilizzazione, con lodi di Washington e della Ue per la moderazione m ostrata di fronte ai conflitti balcanici che toccano l' Albania più da vicino: Kosovo e Macedonia. Sul fronte interno il duello rimane però aperto: i socialisti rappresentano il sud del Paese, il porto di Valona, gli uomini di Berisha le regioni del nord, proprio i confini bollenti con Kosovo e Albania. Maria Grazia Cutuli I risultati di uno spoglio ancora contestato LA VERSIONE SOCIALISTA I socialisti sostengono che i collegi uninominali in cui si sono assicurati la vittoria al primo turno sono 35, mentre sarebbero 46 i collegi in cui tra due settimane ci sarà il ballottaggio, essendo 19 quelli vinti dai democratici. I socialisti ritengono al secondo turno di poter strappare una larga maggioranza. Altri 40 seggi verranno assegnati col calc olo proporzionale LA VERSIONE DEMOCRATICA La coalizione di centrodestra guidata dall' ex presidente Sali Berisha nega però la sconfitta, pur sostenendo di aver vinto al primo turno solo in 27 collegi. Berisha sostiene inoltre di aver raggiunto quasi il 50 per cento nel voto proporzionale
martedi , 26 giugno 2001
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Skopje, la folla assalta il Parlamento
I nazionalisti macedoni: «No all' accordo con i ribelli albanesi». Scontri a Tetovo: ucciso un militare
Skopje, la folla assalta il Parlamento I nazionalisti macedoni: «No all' accordo con i ribelli albanesi». Scontri a Tetovo: ucciso un militare I nazionalisti macedoni si ribellano all' accordo tra il governo di Skopje e la guerriglia albanese. Una ma nifestazione di protesta, organizzata ieri nella capitale, si è trasformata nella notte in una assalto al Parlamento. Il palazzo, circondato da migliaia di dimostranti, tra i quali numerosi poliziotti e riservisti in uniforme e armi, è stato evacuato , mentre da una finestra del secondo piano gente inferocita ha cominciato a lanciare in strada documenti e materiale d' ufficio. Si sono sentiti spari e molte finestre sono finite in frantumi. I nazionalisti hanno strappato la bandiera macedone, inna lzando il vecchio vessillo nazionale con il sole a sedici raggi. Tra la folla, gli stessi corpi di sicurezza impegnati fino all' altro ieri nell' offensiva su Aracinovo, il sobborgo a 10 chilometri dalla capitale in mano ai ribelli. Al grido di «Mace donia, Macedonia», e «traditori, traditori», i dimostranti hanno invocato un' azione più dura del governo contro i ribelli dell' Uck, l' Esercito di liberazione nazionale. Hanno chiesto la presenza dell' ex presidente della Repubblica Kiro Gligorov, domandando invece le dimissioni dell' attuale capo dello stato, Boris Trajkovski. Da lui i nazionalisti esigono spiegazioni sul perché abbia accettato un accordo con «i terroristi albanesi». Ma il capo della Stato, che aveva iniziato colloqui con i l eader dei partiti albanesi e macedoni mentre i dimostranti scendevano in strada, sarebbe stato costretto a scappare da una porta secondaria. A innescare la rivolta è stato infatti proprio il ritiro accordato dal governo macedone ai guerriglieri da Ar acinovo: accompagnati con pullman della Kfor, la forza di pace a guida Nato, i ribelli avevano cominciato nel pomeriggio una retromarcia verso il comune settentrionale di Lipkovo, ottenendo come concessione di portarsi dietro le armi pesanti. Condizi oni perentorie quelle della guerriglia: il comandante locale dell' Uck, nome di battaglia Hoxha, ha riferito che le forze di sicurezza di Skopje non potranno comunque rientrare ad Aracinovo, per evitare rappresaglie contro i civili albanesi rimasti. Il patto era stato inoltre accompagnato dall' annuncio di incontri ufficiali tra i guerriglieri e rappresentanti della Nato e dell' Unione Europea. Smentendo quella parte della comunità internazionale che aveva escluso qualsiasi dialogo con estremist i armati, il leader politico dell' Uck, Ali Ahmeti, ha attribuito a una trattativa con i rappresentanti internazionali l' accordo «raggiunto il 24 giugno nella zona di Tetovo» sul ritiro della guerriglia da Aracinovo. E in effetti fondamentale è stat o il ruolo responsabile della politica estera dell' Unione Europea, Javier Solana, che durante la sua visita in Macedonia, ha premuto per i negoziati sul riconoscimento dei diritti della minoranza albanese. Ad esacerbare i nazionalisti anche le condi zioni dettate ieri dai ministri degli Esteri della Ue. Riuniti a Lussemburgo hanno ribadito che «non ci deve essere una soluzione militare alla crisi», e che non saranno concessi fondi alla Macedonia fin quando non sarà raggiunto un accordo. In vista di una soluzione pacifica i Quindici hanno nominato rappresentante della Ue in Macedonia l' ex ministro degli Esteri francese Francois Leotard. I nazionalisti gridano al tradimento. «Non riusciamo a capire perché i ribelli siano stati autorizzati a ritirarsi con le armi e a rimanere nel Paese», diceva ieri uno dei dimostranti. Anche sul terreno, i segnali si contraddicono: la tregua strappata ad Aracinovo è stata seguita ieri da combattimenti intorno a Tetovo, 80 chilometri più a ovest. Un agen te macedone è rimasto ucciso e altri quattro feriti. Nei pressi di Aracinovo è stato ferito accidentalmente il diplomatico americano John Green. Maria Grazia Cutuli I RIBELLI Riuniti sotto la sigla Uck, Esercito di liberazione nazionale, i ribelli al banesi hanno lancianto una prima offensiva in Macedonia a febbraio, respinta dal governo LE RICHIESTE Ufficialmente chiedono maggiori diritti per la minoranza albanese. In realtà nutrono progetti indipendentisti e mirano all' annessione con il Kosovo LA TREGUA A fine giugno, dopo la minaccia di assalto alla capitale Skopje, il governo ha stipulato una tregua con i ribelli in vista di una soluzione pacifica del conflitto, con il supporto delle truppe delle Nato.
mercoledi, 13 giugno 2001
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Muore nel mistero la figlia dello Scià
La principessa Leila trovata senza vita in una stanza d' albergo a Londra. Giallo sull' autopsia. La madre Farah Diba: «Il tempo non è servito a guarire le sue ferite» Aveva detto: «Mi sono sentita in colpa per non essere stata vicina a mio padre»
Costretta all' esilio all' età di nove anni, nel 1979, dalla rivoluzione islamica, viveva fra gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna. Sarà sepolta a Parigi, sua città d' adozione Muore nel mistero la figlia dello Scià La principessa Leila tro vata senza vita in una stanza d' albergo a Londra. Giallo sull' autopsia E' morta da sola, a Londra, nella suite di un albergo di lusso. E' spirata nel sonno, chiudendo a 31 anni i nomadismi disperati e griffati da principessa in esilio. Leila era l' ultimogenita dello Scià di Persia. Bruna e aristocratica come il padre, Reza Pahlevi. Elegante e mondana come la madre, l' ex imperatrice Farah Diba. Fragile e tormentata, come un' adolescente rimasta intrappolata nei suoi traumi. Soffriva di depres sione, negli ultimi anni. Di disordini alimentari, azzardano i tabloid britannici. Anoressia o bulimia, persa nei vortici dell' inquietudine. «Il tempo non è servito a guarire le sue ferite», rivela la madre, a sanare il morbo della nostalgia, quel m isto di sprezzo e vittimismo, che accompagna i sovrani senza trono. «Non ha mai superato la morte del padre, sua Maestà Mohammed Reza Scià Pahlevi, al quale era particolarmente legata». Un cocktail di sonniferi l' avrebbe stroncata, domenica notte. M a è solo un' ipotesi, la più ovvia, che i medici si rifiutano di confermare. Anche l' autopsia, eseguita all' obitorio di Westmister, rimane un giallo: decesso senza causa, si limita a riferire la polizia. Una notte d' angoscia. Il mistero resta nasc osto dietro ai tendaggio del Leonard Hotel, atmosfere vittoriane affacciate sul Marble Arch, l' albergo da 450 sterline a notte, un milione e mezzo di lire, che Leila frequentava durante i soggiorni londinesi. Mentre la morte diventa il simbolo di un a battaglia politica. «Non poteva vivere lontana dall' Iran, le sofferenze dei connazionali esiliati erano anche le sue», aggiunge addolorata ma battagliera Farah Diba, l' ex imperatrice spodestata che continua ad alimentare rivendicazioni e illusion i degli iraniani della diaspora contro l' attuale teocrazia degli ayatollah. Nel peso dell' esilio, la chiave del giallo. Leila aveva nove anni, la mattina del 13 gennaio 1979, quando venne accompagnata assieme al fratello e alle due sorelle sulla pi sta dell' aeroporto di Teheran. Credeva di partire per una vacanza, mentre la piazza abbatteva le statue del padre e nei bazaar i giovani rivoluzionari agitavano le bandiere nere dell' Islam sciita. Padre e madre la seguirono tre giorni dopo, convint i anche loro che le acque si sarebbero calmate, che gli alleati americani sarebbero tornati al loro fianco, che il fuoco della rivolta si sarebbe spento da sè. Si lasciava dietro, lo Scià, 38 anni di potere, migliaia di morti, il crollo di un regno c he non aveva saputo imboccare la strada del modernismo, che aveva fatto dei privilegi di casta e degli introiti del petrolio l' unica sua forza. «Lo scià fugge, Allah è grande», gridavano i mullah mentre spianavano la strada alla futura guida suprema , l' ayatollah Khomeini. I minareti e le moschee di Teheran svanivano nella nebbia. Leila aveva in mano un album di fotografie, ha raccontato l' anno scorso in un' intervista a Gente, l' ultima reliquia salvata dalla governante prima di lasciare il p alazzo reale. Il primo trauma fu la morte del cugino, assassinato a Parigi. Le peregrinazioni e la malattia del padre, un cancro al sistema linfatico, l' avrebbero portata un anno dopo in Egitto. «Quando lui morì al Cairo, io mi trovavo ad Alessandri a. Ero andata a visitarlo tutti i giorni, ma negli ultimi dieci non ero riuscita a vederlo - ha racontato ancora -. Quando mi hanno portata in ospedale, l' infermiera mi ha detto: è meglio che non entri. Per molto tempo mi sono sentita in colpa per n on essergli stata vicina nel suo letto di morte. Ma forse lui preferiva che lo ricordassi nei momenti migliori». Con la scomparsa dello Scià, la famiglia Pahlevi si trasferisce nel Massachuttes. Nel 1992 Leila si laurea in letteratura comparata preso la Ivy League Brown University, l' università storica del nord-est americano. Viaggia spesso, dagli Usa, dove ha casa, a Parigi, dove vive Farah Diba, fino a Londra, «città in auge», la chiama, dove ha molti amici. Ama l' Europa e rimpiange la Persi a. Non si sposa. La notte sogna il padre e l' Iran, al mattino scrive quello che ha sognato. Compone poesie. «A mia madre racconto tutto», ha detto ancora nell' intervista dell' anno scorso. Altrettanto al fratello, Ciro Reza Pahlevi. «E' il mio eroe . E' come mio padre». Qualcosa di più: è l' erede che vuole riconquistare il trono. A 41 anni tiene le fila della diaspora, guida movimenti d' opposizione attivi anche dentro l' Iran, ha un sito - www.rezapahlevi.com - dal quale lancia appelli contro il regime islamico. Anche il rieletto presidente, il riformista Khatami, è lontanissimo dal soddisfarlo, La sua vittoria alle urne con il 75% dei voti, è «una frode», ha dichiarato sull' ultimo numero di Time. Le sue promesse di democrazia, un ingan no per i giovani dell' Iran. Leila, con il suo dramma, si trasforma così nell' ultima vittima della rivoluzione. Farah Diba cita come causa scatenante della sua depressione il gennaio del 1979, «l' ingiustizia e la condizione drammatica della sua par tenza». Poi si fa madre della nazione perduta: «La morte della mia amata figlia mi fa sentire sempre più vicina a quelle iraniane che sono state costrette a vivere gli stessi lutti». L' ex imperatrice non ha bisogno dei risultati delle indagini, sa g ià abbastanza dei tormenti che hanno ucciso la ragazza. Celebrerà i suoi funerali a Parigi. E la seppellirà lì, nella sua capitale d' adozione. Maria Grazia Cutuli ALBUM DI FAMIGLIA UN LUNGO REGNO Mohammed Reza Pahlevi nasce il 26 ottobre 1919. Sale al trono nel 1941, dopo che russi e britannici depongono il padre, accusato di simpatie per la Germania nazista. Crea un impero sui proventi del petrolio. Muore il 27 luglio 1980 IN FUGA Lo Scià di Persia Reza Pahlevi con la moglie, l' imperatrice Fa rah Diba e la figlia minore, la principessa Leila, in una foto del 1979 alle Bahamas, all' inizio del loro esilio dovuto al trionfo della rivoluzione islamica in Iran guidata dall' ayatollah Khomeini. «Lo Scià è in fuga - gridava la piazza il giorno della sua partenza -. Allah è grande» GUIDA SPIRITUALE L' ayatollah Ruhollah Khomeini nasce nel 1900. Nel 1964 viene esiliato dallo Scià. Da Parigi organizza la rivoluzione islamica destinata nel 1979 a far crollare l' impero. Dopo aver trascinato il Paese in una guerra decennale con l' Iraq, muore nel 1989.
domenica , 03 giugno 2001
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Nepal, il principe assassino nominato re
Dipendra in coma dopo aver sterminato la famiglia ed essersi sparato: reggente è lo zio
Dipendra stermina la famiglia e si spara. E' in coma. Un massacro paragonabile all' esecuzione dei Romanov in Russia Nepal, il principe assassino nominato re Migliaia di persone alle esequie dei sovrani uccisi dal figlio. La reggenza allo zio Il suo corpo, attaccato a macchine e tubicini in un ospedale militare di Kathmandu, è stato giudicato «clinicamente morto». Ma il Consiglio di Stato ha deciso comunque di rispettare le regole della successione: Dipendra, 30 anni, principe ereditario al tron o del Nepal, assassino dei genitori, sterminatore della famiglia reale, è stato nominato re. Signore delle nuvole himalayane, ombra tra le ombre che ormai assediano il Narayanhiti Palace, il giovane principe in una notte di follia si è lasciato dietr o il cadavere del padre, il re Birendra, quello della madre, la regina Aishwarya, le spoglie della sorella Shruti, di due zie, del marito di una di loro e di tre feriti. L' ultimo colpo, quello destinato a se stesso, l' ha portato in coma. Un massacr o epocale, paragonabile all' esecuzione dei Romanov durante la Rivoluzione d' ottobre del 1918. Eppure, per quanto la monarchia nepalese fosse contrastata - all' esterno dai ribelli maoisti, all' interno dai malumori dell' esercito - non trapelano ra gioni politiche dietro la strage. Solo una fosca previsione astrale. Il peso degli indovini di corte su un' importante decisione di famiglia. Secondo le prime ricostruzioni, venerdì sera i membri della corona si erano riuniti all' interno del Naryanh iti Palace per discutere le prossime nozze del principe Dipendra. L' erede al trono voleva sposare Devyni Rana, la figlia ventiduenne di un ex ministro. Pare, anzi, l' avesse fatto già secondo il rito indù. Era la regina Aishwarya la prima ad opporsi : aveva in mente qualcun' altra. E in coro, il padre, la sorella, le zie a dir di no, a chidere di aspettare cinque anni almeno. Secondo gli astologi sulla famiglia si sarebbe abbattuta infatti una terribile disgrazia se l' erede si fosse sposato pri ma dei 35 anni. Così è stato. Dipendra fuori di sé, mezzo ubriaco, ha lasciato i parenti per tornare poco dopo con due armi semi-automatiche in mano. Ha sparato all' impazzata. Quando sono arrivate le guardie reali aveva addosso una divisa militare e un fucile puntato alla tempia. Si è accasciato per terra, mezzo morto in un lago di sangue. Affari di cuore, superstizioni, ragioni di Stato? Il giallo resta, assieme all' incertezza per il futuro del Paese. Il Consiglio supremo ha rispettato il pro tocollo, ma non ha perso d' occhio lo stato d' emergenza in cui si trova il Nepal. La «guerra popolare», portata avanti dai guerriglieri maoisti - 1700 morti in cinque anni - continua a far proseliti tra le montagne dell' Himalaya. L' esercito premev a da tempo sul defunto re per aver via libera contro di loro. Non c' è mai riuscito, ma i generali sono in fermento. E anche se a Kathmandu, durante i funerali, la folla si è mantenuta tranquilla, un re in coma, praticamente morto, non basta a garant ire la corona. La reggenza è nelle mani dello zio, il principe Gyanendra, 54 anni, uno dei pochi che non si trovavano nel palazzo reale quando è esplosa la follia omicida del nipote. Potrebbe essere lui a decidere se staccare la spina e diventare cos ì il prossimo vero sovrano nepalese. Non era forse il migliore dei regni possibili quello del re Birendra. Unica monarca induista del mondo, a base teocratica, negli ultimi dieci anni, pressata dall' opposizione, ha dovuto rinunciare a gran parte dei propri poteri per il multipartitismo. I pettegoli di corte accusavano il re di essere troppo sottomesso alla moglie, donna odiatissima, ma il popolo nutriva nei suoi confronti un certo affetto. Più spregiudicato il principe Dipendra: negli anni in c ui studiava a Eton, in Gran Bretagna, pare frequentasse l' ambasciata nepalese per far scorta di bottiglie di wisky a prezzo ridotto e venderle ai compagni di scuola. Uno degli zii andava regolarmente nei guai con la moglie per la quantità di fanciul le che si faceva procacciare dalla guardia reale. Peccati veniali? Di certo il Nepal ha celebrato sotto choc le esequie dei sovrani, ultimo simbolo di unità nazionale. Migliaia di persone hanno seguito in corteo le spoglie coperte di fiori del re Bir endra, della regina Aishwarya e degli altri membri della famiglia reale. I sacerdoti brahamini hanno trasportati i corpi su lettighe di bambù, mentre l' orchestra intonava l' inno nazionale e i cannoni sparavano 55 colpi a salve. La processione ha pe rcorso le strade di Kathmandu fino al Tempio d' oro, lungo le rive del fiume sacro Bagmati dove il rito si è concluso con la cremazione dei corpi e la proclamazione di cinque giorni di lutto. La religione prescrive le esequie entro 24 ore dalla morte . Un atto doveroso, ma anche provvidenziale per chiudere in fretta la tragica saga con tutti i suoi misteri Al popolo resta lo stupore: «Non potevo crederci - ripeteva uno studente attonito - sono dovuto arrivare fin qui per rendermi conto di persona che il re è veramente morto». Restano i telegrammi di condoglianze: le parole del Papa, il cordoglio di Bush, i ricordi di Carlo d' Inghilterra, amico personale dei reali. E tra le righe, un briciolo di preoccupazione per le sorti politiche del Nepa l, Paese cuscinetto tra India e Cina. Il resto è una carrellata di fantasmi, seppelliti tra gli incubi di un principe in coma. Maria Grazia Cutuli Il giovane killer dalle Olimpiadi alle nozze proibite con una 22enne IL PAESE ha 24 milioni di abitanti , è grande quanto metà dell' Italia. Dal ' 90 è una monarchia costituzionale LA DINASTIA Nelle valli del Nepal la monarchia esiste da 2500 anni. La dinastia Shah è al potere dal 1768. E' originaria della città di Gurkha IL RE BIRENDRA Educato a Harva rd, monarca assoluto dal 1972 al 1990 quando - dopo una repressione che costò la vita a 300 persone - aprì alla democrazia parlamentare. Era venerato come un dio L' ASSASSINO Dipendra, 30 anni. Negli ultimi tempi ha rappresentato il Nepal all' estero (funerali, matrimoni, Olimpiadi di Sydney). Paladino della campagna anti Aids. Era da poco rientrato da una visita all' imperatore Akihito del Giappone LA DONNA PROIBITA Ci sarebbe una donna all' origine della lite degenerata in massacro. Dipendra v oleva sposare Devyani Rana, 22 anni. I genitori erano contro e avevano minacciato di diseredarlo. Il motivo? Devyani discende da una famiglia nemica degli Shah: il generale Bahadur Rana nel 1846 a Kathmandu fece massacrare a una festa centinaia di di gnitari e militari. Si proclamò primo ministro, creò una monarchia ombra e mise da parte gli Shah che solo nel 1951 tornarono al potere
sabato , 02 giugno 2001
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Nepal, massacrata l' intera famiglia reale
Il principe ereditario uccide il re Birendra, la regina Aishwarya e altri nove parenti. Poi si suicida
Testo non disponibile E' stata la notte del regolamento dei conti, dello sterminio, dell' abisso sanguinario che si è spalancato sotto i piedi dell' ultima teocrazia d' Oriente. L' intera famiglia reale del Nepal, almeno 12 persone, è stata inghiottita da un raptus di follia. La tragedia si è consumata alle 22.40 (ora locale) all' interno del Narayan Hiti Palace, il palazzo reale di Kathmandu. Una lite degenerata in strage: il giovane principe Dipendra, 30 anni, ha aperto il fuoco contro i suoi parenti, uccide ndo il re Birendra, la regina Aiswarya e altri nove membri della famiglia, tra i quali il principe Nirajan e la principessa Shruti. L' ultimo colpo il principe l' ha riservato a se stesso: si è accasciato tra i cadaveri dei suoi consanguinei, suggell ando con la sua morte il dramma di una monarchia politicamente traballante, in un Paese sperduto tra le montagne dell' Himalaya, assediato da quattro anni da un' agguerrita ribellione maoista. Notte da tragedia shakespeariana. Rivolta dei figli contr o i padri. C' era un tormento che avvelenava la vita del giovane Dipendra: il contrasto con la madre Aiswarya sulle sue recenti nozze, l' odio della regina verso la nuora. Donna autoritaria e ambiziosa, la sovrana. Arrogante secondo molti, pugno di f erro dell' intera casa reale. Il principe, cresciuto in Gran Bretagna, diplomato nel college di Eton, lo stesso frequentato da William, primogenito di Carlo d' Inghilterra, era stato designato come l' erede al trono di questa strana monarchia fuori d al tempo. Non è solamente una delle ultime teocrazie d' Oriente, ma anche l' unico regno indù del mondo. Il padre, il re Birendra Bir Bikram Shah Dev, 55 anni, primo sovrano nepalese ad aver studiato all' estero, aveva frequentato prestigiosi college indiani, la stessa Eton, l' università di Tokio, per poi specializzarsi ad Harvard negli Stati Uniti sul sistema presidenziale americano. Arroccato nei suoi privilegi, e allo stesso tempo curioso e assetato di confronti, il re aveva viaggiato in Ame rica Latina, Canada ed Europa. Salito al trono nel 1972, insediatosi ufficialmente tre anni dopo, si considerava discendente diretto di Visnù, nonostante le pesanti concessioni che negli anni aveva dovuto fare al Paese. Nel 1979 le rivolte popolari l ' avevano obbligato a indire un referendum nel quale si sarebbe deciso la natura del futuro governo e l' eventuale continuazione del «panchayat», i consigli di notabili sui cui si fondava dal 1962 la «democrazia senza partiti» nepalese. Il sovrano in quell' occasione vinse di stretta misura concedendo alcune riforme. Ma il malcontento popolare continuava a incalzarlo. Nel 1990, l' opposizione ha cominciato a lanciare scioperi e manifestazioni nelle maggiori città del Nepal, chiedendo democrazia vera con l' apertura al multipartitismo. Il re ha tentato la repressione, ma poi è stato costretto a cedere, tanto da trovarsi da lì a tre anni a capo di un governo diviso tra comunisti e conservatori. Altra anomalia della storia: la monarchia per di ritto divino costretta a coabitare fino al 1997 con i marxisti. Una mozione di sfiducia, votata dai moderati ha fatto crollare la strana coalizione che per quattro anni aveva bloccato il Paese nell' immobilismo, fatto scoppiare scandali e dilagare l' analfabetismo. Il re, in visita in Italia negli stessi giorni in cui il governo si sfaldava, sembrava soddisfatto di poter liquidare quell' accozzaglia politica. Tanto rilassato da concedere un giro di shopping alla Rinascente di Roma per comprarsi i calzini. Aveva cercato la pace sociale il re, ma non l' ha mai ottenuta: dal 1996 il Nepal, paradiso del turismo d' alta quota, ha visto il dilagare della guerriglia maoista. Villaggi saccheggiati, sequestri, assalti alle caserme. Il sovrano sapeva che il regno marciva, ma continuava a credere nella sacralità del suo ruolo. Continuava a cavalcare i suoi destrieri, a guidare elicotteri, a promuovere l' arte tradizionale e moderna del Nepal. Un esteta, ma con poco polso. Era la regina a comandar e a Palazzo reale. Persino il settimanale Nepali Times lo ha accusato più volte di esserne succube. Lui e i figli. Ma qualcosa è saltato, ieri notte, nel meccanismo della monarchia. La guerra è arrivata in casa, trasformando il regno incantato in una palude di sangue. Maria Grazia Cutuli
lunedi , 28 maggio 2001
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La regina Rania di Giordania «Compromesso per la pace»
La sovrana in visita al Corriere: «Un piano per proteggere i diritti dei bambini»
La regina Rania di Giordania «Compromesso per la pace» La sovrana in visita al Corriere: «Un piano per proteggere i diritti dei bambini» MILANO - Salta il protocollo. Niente inchini come si farebbe a corte. Rania di Giordania ha lo sguardo diretto, i l sorriso luminoso mentre stringe la mano ai suoi ospiti. «Piacere, sono lieta di conoscerla», ripete con cortesia. La regina percorre il corridoio con una tracolla in spalla, il passo sicuro sui tacchi a spillo, un incedere da manager più che da sov rana. E' la sua prima visita nella redazione di un quotidiano straniero, il Corriere della Sera. «Tempo fa sono stata al Washing ton Post - racconta -. Ma solamente per fare compagnia a mio marito». Re Abdallah le rubava la scena? Difficile pensarlo. La regina conferma la sua fama: bella da far invidia a una modella, elegante da offuscare sui giornali di moda il primato che fu di Jacqueline Kennedy. «Donna più chic del mondo»: l' intensità orientale delle sue origini palestinesi mescolata al gus to dell' Occidente. Ma anche donna vicina alle barricate: la freschezza dei 30 anni e la responsabilità di un regno, quello di Giordania, Paese cruciale per gli equilibri del Medio Oriente, da dividere con re Abdallah, uno dei protagonisti delle iniz iative diplomatiche per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Arrivata in Italia sabato per un convegno a Napoli sull' osteoporosi, Rania ha preso l' aereo per Milano ieri mattina accompagnata dall' ambasciatore giordano Omar Rifai con la m oglie, e dalla sua «chief of staff», la signora Atalla. All' aeroporto sfoggiava una camicia grigia con le testate dei giornali stampate sopra. Qualche ora dopo riappare, sottile e slanciata, dentro un tailleur-pantaloni di shantung bianco. La regina è abituata a seguire il marito - è uno dei modi per riuscire a stargli più vicino - ma anche a viaggiare da sola: Bosnia, Kosovo, Iran, a occuparsi di bambini traditi dalla guerra, di donne alla conquista del mondo, di pianificazione familiare, di d ifesa dei diritti umani. Sono i temi che le stanno a cuore. Un ponte tra la reggia di Amman e il mondo di fuori. Se suo marito Abdallah ha amato travestirsi per mescolarsi alla gente comune e capirne i problemi, Rania fa del sociale il suo terreno. « Ero felice della sua idea, credo che abbia funzionato. Lo farà ancora. Abbiamo in mente tutta una serie di nuovi travestimenti», dice scherzando. E spera che anche i suoi tre figli, la più piccola di 8 mesi appena, non perdano il contatto con le stra de, i bazaar, la vita vera della Giordania. «I bambini frequentano scuole private. E' difficile per loro condurre un' esistenza da ragazzini qualunque. Ma vorrei scongiurare il rischio che dimentichino la realtà del Paese». Seduta nel salone Albertin i tra il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli e l' inviato in Medio Oriente Antonio Ferrari, la regina si mostra sicura di sé. Il Parlamento giordano ha appena approvato il piano per la famiglia. «Viviamo nell' era della globalizzazione - sott olinea -. Dobbiamo fare in modo di preservare l' unità familiare, di proteggere i figli, di coinvolgere in questo progetto quante più organizzazioni e strutture possibili». La Giordania, ricorda, ha bisogno di potenziare il proprio sviluppo economico , di attrarre investimenti stranieri, di rilanciare il turismo, ma anche di rafforzare il tessuto sociale: «Vogliamo portare l' informatizzazione in tutte le scuole, daremo un computer a ogni bambino. Ma soprattutto ne proteggeremo i diritti». Un alt ro impegno della casa reale hashemita è la legge per la difesa dell' infanzia. «Un argomento delicato. Quando si parla di violenza sui bambini, la prima reazione è dire "non è un problema che tocca il nostro Paese". E invece no. Tocca tutti. Serve un ' opera di prevenzione, ma serve anche creare strutture per coloro che hanno subito abusi, offrire supporti psicologici, coordinare una campagna nazionale». Alcuni esponenti dei Fratelli musulmani l' hanno accusata di essere filo-occidentale? Rania p aga forse lo sc | |