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Testata Epoca Data pubbl. 18/12/91 Numero 2149 Pagina 8 Titolo ...E TU COSA FARESTI? Autore DI MARIA GRAZIA CUTULI ha collaborato Roberto Aquaro Sezione INCHIESTA Occhiello Il cittadino e la malavita Sommario A Taranto, una donna ha organizzato i commercianti vittime del racket. A Cerignola, dopo l' agguato a Michele Cianci, ora regna la paura. A Palermo c' è chi ha scelto di subire ancora. Che fare di fronte alla violenza, quando si è soli? "Epoca" è andata a visitare l' Italia dove i cittadini non si sentono protetti. E ha scoperto le molte facce della resa e del coraggio. Didascalia ECCO IN CHE MODO HANNO REAGITO CINQUE PERSONE COME NOI A VISO APERTO CONTRO LA MAFIA Libero Grassi, 67 anni, industriale. Il 10 gennaio 1991 denunciò un tentativo di estorsione. Otto mesi dopo, è stato "giustiziato" dalla mafia. MUTO PER PAURA DELLA MAFIA Pietro Cocco, 52 anni, imprenditore. La figlia Daniela è stata vittima di uno strano sequestro, non denunciato dal padre per paura della mafia. UNA BUONA AZIONE PAGATA CARA Michele Cianci, 43 anni, negoziante di Cerignola. La mattina del 2 dicembre sventa uno scippo. La sera, per vendetta viene ammazzato da un commando. IL CORAGGIO DI DENUNCIARE Gaetano Grasso, 32 anni, presidente dell' Associazione dei commercianti e imprenditori di Capo d' Orlando. Ha fatto condannare la banda che lo ricattava. IL DOVERE CIVICO PRIMA DI TUTTO Maria Ruta, 51 anni, agente di viaggio di Taranto. Ha mobilitato i commercianti. Risultato: un processo in corso e due avviati contro i clan. "NON INTENDO DIVENTARE UNA MARTIRE" Maria Ruta, 51 anni, è diventata l' implacabile accusatrice degli estortori pugliesi, che ha trascinato in un processo tuttora in corso. "Non ho alcuna intenzione" , dice, "di diventare un' eroina e tanto meno una martire" . Testo C' è una piccola storia d' Italia, parallela a quella ufficiale, che negli ultimi quattro mesi ha avuto delle accelerazioni considerevoli, e dei personaggi che ne hanno incarnato, con esiti differenti, lo spirito. E' la storia dei cittadini che non ci stanno, borghesi piccoli o medi stufi di aspettare che lo Stato intervenga a riportare l' ordine nelle loro vite, nelle loro attività commerciali o industriali. Cittadini che hanno a che fare quotidianamente con la famosa criminalità organizzata e che a un certo punto della loro vita, quasi contemporaneamente, hanno deciso di dire basta. Palermo, 29 agosto 1991. L' imprenditore Libero Grassi viene assassinato perché si è rifiutato di pagare il "pizzo" . Il fronte antimafia conta un nuovo martire, mentre l' Italia intera, sostiene l' ultimo rapporto Ispes, consacra a eroe nazionale l' uomo che ha avuto il coraggio di rendere pubbliche le pressioni del racket. Eppure proprio a Palermo, tre mesi dopo, il 2 dicembre, questo stesso eroe passa per uno "stupido" . Ad affermarlo è un altro imprenditore, Pietro Cocco, a cui è appena stata rilasciata la figlia, vittima di uno strano sequestro. Cocco, che non ha voluto denunciare il rapimento della ragazza per paura che c' entrasse la mafia, dichiara senza esitazione: "Uno come Grassi che si fa ammazzare è un eroe stupido. Non porta bene a nessuno" . Lo stesso giorno in provincia di Foggia, a Cerignola, un armiere, Michele Cianci, corre in strada per sventare uno scippo. Muore 12 ore dopo crivellato da un commando di killer. Tra la sfida solitaria ai clan e la sottomissione, esiste però anche una terza via: quella per esempio indicata da Gaetano Grasso, proprietario di un negozio di calzature a Capo d' Orlando. Forte dell' appoggio di un gruppo di commercianti del paese, Grasso è riuscito a portare alla sbarra e far condannare, nel processo che si è concluso il 27 novembre al tribunale di Patti, una banda di estortori. Strategia di gruppo, insomma, per evitare sacrifici inutili. Un metodo che da Capo d' Orlando sembra destinato a far proseliti. Mentre a Napoli sorge la "Consulta per la libertà d' impresa" , e a Ostia i commercianti inaugurano un telefono verde anti-racket, a Taranto si celebra proprio in questi giorni l' ultimo atto, il più recente, della lotta del cittadino contro i clan. Protagonista, una donna: Maria Ruta, 51 anni, presidente dell' Associazione dei commercianti, imprenditrice di solide sostanze e di ancor più solido carattere. "La maggior agente di viaggi del Mezzogiorno" , dicono di lei, per le tre agenzie Appia-Viaggi che gestisce tra Taranto e Brindisi, e per un centro congressi di cui è fondatrice e manager. Pur non essendo mai stata "taglieggiata" , Maria Ruta si è schierata senza incertezza dalla parte dei commercianti. Ha raccolto le loro denunce, ha portato in tribunale una banda di estortori e si è guadagnata una sfilza di appellativi: "pasionaria" , "nuova Giovanna d' Arco" , "lady di ferro" . Un carosello di etichette che la bionda manager del Sud, sempre impeccabile nei tailleur sagomati in vita, respinge con un moto di insofferenza: "Il mio impegno non è un' esibizione da prima donna: non ho nessuna intenzione di diventare un' eroina e tantomeno una martire alla Libero Grassi. Non vogliamo morti qui, stiamo cercando solo di salvare la città" . Salvare Taranto, appunto, dal dominio della mafia vincente, come quella dei fratelli Riccardo e Gianfranco Modeo, boss della Sacra Corona Unita. Criminali di peso, che non hanno esitato a far lanciare dai propri uomini, nell' agosto 1990, un avvertimento all' impavida signora, dopo che si era schierata pubblicamente a difesa dei commercianti: "Erano le dieci di sera, tre uomini armati davanti all' agenzia" , racconta. "Tre pistole puntate. Bruno Menga, il vicepresidente dell' Associazione, è finito all' ospedale, colpito in testa con il calcio di una pistola. Cosa ho fatto io? Non so se è stata incoscienza o coraggio, mi sono aggrappata al braccio di uno degli aggressori nel tentativo di fargli cadere l' arma. Poi è arrivato il 113" . Coraggio o incoscienza? Per Maria Ruta non c' è differenza. "Fa parte del mio modo di essere. Sono orgogliosa e in parte anche presuntuosa" . Figlia di un operaio, due sorelle, un fratello capogruppo repubblicano al Comune di Taranto, la "maggiore agente di viaggi del Mezzogiorno" lavora sodo, dalle sei a mezzanotte, da quando aveva 18 anni. Al banco di un' agenzia prima, mentre tentava anche di studiar sociologia; come imprenditrice dopo, nel 1972, quando ha aperto la prima sede dell' Appia-Viaggi. Altro? Pellegrinaggi a Lourdes, beneficenza, assistenza ai malati e agli anziani. Niente marito, né figli. Una donna tutta sola. Nel 1987 ha scalato i vertici della Associazione dei commercianti, eletta con Bruno Menga, gioielliere, ex ufficiale dei carabinieri, e Gianni Lagioia, assessore comunale Dc. Un anno, e la carica era tutta sua, prima donna in Italia, e per giunta al Sud, a diventare presidente dell' Ascom: "E' successo lo stesso giorno della morte di Marisa Belisario" , dice. "Non è un caso, forse, che il premio intestato alla manager, la Mela d' oro, sia toccato a me" . Una donna intraprendente. Ma anche i suoi avversari di oggi non scherzano. Il nome dei fratelli Modeo compare vicino a quello di Licio Gelli nella maxi inchiesta partita la scorsa settimana dalla magistratura di Palmi. Dal carcere, dove stanno scontando una pena per omicidio, continuano a dirigere i clan responsabili dei taglieggiamenti. Nella loro rete di estorsioni, con richieste di pizzo che vanno dai 50 ai 100 milioni, i marmisti del rione Tamburi, quartiere del cimitero, gli operatori del mercato ortofrutticolo, ma anche imprenditori e piccoli industriali. Uno di questi, Francesco d' Andria, titolare della concessionaria Iveco di Taranto, è arrivato a sborsare 260 milioni. "Ci sono voluti due anni di lavoro d' équipe" , Maria Ruta ci tiene a sottolinearlo, "per portare in tribunale il braccio destro dei Modeo, Cataldo Catapano, con una dozzina di affiliati" . Ma non è finita. Grazie alle denunce raccolte dall' Associazione commercianti, a Taranto stanno per partire altri due processi: uno al clan che opera nell' entroterra, l' altro a quello "specializzato" nelle estorsioni agli albergatori e ai ristoratori della litoranea. "La nostra città" , dice la signora Ruta, "non è una roccaforte mafiosa. C' è paura tra la gente, ma non certo omertà. Una prova? La serrata che abbiamo indetto il 14 settembre dell' anno scorso: hanno partecipato tutte le categorie" . E lei, signora Ruta, ha mai paura? Risponde con tono tranquillo: "No, non direi" . Ha anche rifiutato la scorta. Meno fermi alcuni dei commercianti chiamati in questi giorni al tribunale di Taranto per testimoniare: hanno ritrattato, negato di aver subito estorsioni. Da quando è cominciato il processo non sono mancate le bombe ai negozi, le telefonate intimidatorie. Un avvertimento ha raggiunto persino il presidente nazionale della Confcommercio, Francesco Colucci, la sera prima del suo arrivo a Taranto. "Sì, è vero" , conferma la signora Ruta, "hanno chiamato la moglie. E il messaggio era molto esplicito: dica a suo marito di non venire a Taranto. Per il processo però non mi preoccuperei. Ci sono altri testimoni che con le loro denunce hanno permesso agli inquirenti di raccogliere prove inconfutabili: filmati, registrazioni, intercettazioni telefoniche" . Il frutto di due anni di lavoro. E' infatti dal 1989 che Maria Ruta ha cominciato a prestare orecchio ai sussurri che arrivavano della sua categoria: "Durante le assemblee avevamo la sensazione che qualcuno volesse svelare un segreto. Siamo riusciti a strappare delle confidenze, a raccogliere voci, ma sempre in terza persona, fino al punto di decidere che era il momento di creare una linea telefonica riservata" . E' il primo passo, che porta la Ruta e gli altri dirigenti dell' Associazione a presentarsi in questura, in prefettura, poi a scrivere a Cossiga, Andreotti. Il capo della Polizia Vincenzo Parisi, toccato da tanto ardire, regala alla presidentessa e ai suoi due vice un orologio Cartier con lo stemma del Corpo. Ma la strada, per la Ruta, è ancora lunga. "Che Taranto fosse una città a rischio lo diceva anche il rapporto del presidente della Commissione antimafia, Gerardo Chiaromonte: 220 arresti domiciliari, 170 agenzie finanziarie, un numero di omicidi quasi raddoppiato negli ultimi due anni. Eppure, ci hanno attaccato tutti: la magistratura locale, i giornali, stupiti dal fatto che noi "persone di mezza età, benpensanti e ben inseriti nella buona borghesia tarantina" , assumessimo atteggiamenti tanto "destabilizzanti" " . Dopo un anno, in città arriva però la prima ispezione del ministero di Grazia e Giustizia. Polizia, carabinieri, magistratura hanno una scossa, mentre in città nasce una consulta che raggruppa, nella lotta ai racket, industriali, agricoltori, artigiani, negozianti. Il 14 luglio del 1990, i clan affiliati ai Modeo compiono un clamoroso autogol: un commando guidato da Cataldo Catapano irrompe tra i capannoni del mercato ortofrutticolo. Sgommando tra i box, gli uomini del racket urlano la loro richiesta ai 40 operatori: un milione al mese a testa, come pizzo. Parte la mobilitazione: il 7 agosto i commercianti del mercato presentano una denuncia anonima alla procura della Repubblica. Il 12 settembre, l' Associazione lancia la proposta di una serrata generale: "Arriva anche Sica" , racconta Maria Ruta, "a constatare di persona se c' è o no adesione di massa. La risposta è positiva. I nostri soci cominciano a fare i nomi degli estortori. Non parlano con me che sono una donna, ma si rivolgono al vicepresidente, Bruno Menga" . Le denunce arrivano alle forze dell' ordine, interviene la magistratura. Parte insomma l' indagine, che porterà al processo iniziato il 19 novembre. Un' avventura a lieto fine? "E' un momento molto delicato. Molti di quelli che si sono schierati con noi, anche a livello nazionale come ad esempio la Confesercenti, perseguono in realtà fini elettorali. Gli industriali sono praticamente assenti. C' è di buono però che, all' interno della Confcommercio, arrivano nuovi segnali dal Nord Italia: il Piemonte, la Lombardia sono molto interessati al nostro lavoro" . Una replica dell' esperienza "faro" di Capo d' Orlando? Smorfia della Ruta: "Quella è stata un' azione forzata, sorretta da una spinta politica" . Poi, più diplomaticamente: "A muoversi sono stati singoli individui, non un organismo sindacale. Noi lavoriamo in un' altra maniera: facciamo parte di un' associazione che non vuole creare eroi né effetti spettacolari. Quanto a me, so far sentire la mia parola, ma ho un gruppo alle spalle che decide" . Poi, con un breve sorriso: "Solo nelle mie agenzie comando io" . BOX MA GLI ITALIANI NON SI IMMISCHIANO Facile condannare mafiosi e fuorilegge a parole. Ma nella pratica? "Epoca" ha messo alla prova gli italiani, simulando sei situazioni che potrebbero capitare a chiunque di noi: ha chiesto all' istituto di ricerca Consulting Unit di Milano di sottoporre le domande, nei primi giorni di dicembre, a un campione di 800 cittadini, rappresentativo per età e area geografica del nostro Paese. Risultato? Prevale la volontà di non "immischiarsi" , di vivere e lasciar vivere. In alcuni casi, arrivando al punto di infrangere la legge. Assisti a uno scippo. Come ti comporti? Il 45 per cento soccorre la vittima a scippo concluso, il 4 per cento si limita a lamentarsi contro la delinquenza (11 per cento al Nord) e il 3 per cento ammette che non farebbe niente (quota che al Sud sale al 7 per cento). Tra coloro che intervengono, il 20 per cento tenta di bloccare lo scippatore (tra gli uomini la quota sale al 36 per cento) mentre il 24 per cento prova almeno a gridare. Ti chiedono di pagare il "pizzo" . Subisci? Quanti pagherebbero? Il 22 per cento. Tra questi, gli intervistati del Sud crescono al 53 per cento, mentre gli uomini sono più rassegnati delle donne (32 contro 12 per cento). Il 78 per cento proverebbe a non pagare: il 51 per cento rivolgendosi subito alle autorità (al Sud solo il 30 per cento), il 14 per cento chiedendo aiuto ad altri (il Sud sale al 21 per cento), l' 8 per cento rifiutando e basta. Nessuno risponde che chiederebbe il porto d' armi. Sei testimone di un delitto. Che cosa fai? Solo 4 italiani su 10 (il 43 per cento) si dichiarano disposti a testimoniare spontaneamente, mentre un terzo (33 per cento) testimonia solo se chiamato in causa e il 14 per cento manda una lettera anonima. Al Sud le testimonianze spontanee calano al 27 per cento, superate dalle lettere anomine (33 per cento). Infine, il 10 per cento non vuol essere coinvolto: il 4 per cento dimentica, il 4 è troppo scioccato, il 2 dubita dei propri sensi. Un conoscente ha attività illegali. Intervieni? Un italiano su tre (31 per cento) chiude gli occhi: non si interessa alla cosa, senza grandi differenze tra Nord e Sud. Il 29 per cento si rivolge alle autorità e il 12 scrive una lettera anonima (al Sud questa quota sale al 20). Seguono comportamenti temporeggiatori: il 14 per cento cerca di dissuadere il conoscente, l' 8 cerca di verificare meglio i fatti, il 6 ne parla solo con gli amici più stretti (solo donne, ma nessuna al Sud). E se sai che evade il fisco? Più della metà degli intervistati (57 per cento) non si interessa alla cosa (67 per cento al Sud). E l' 8 per cento chiede al conoscente come si fa. Sostanziale connivenza anche tra chi lo disprezza in silenzio (11 per cento che al Nord diventa 23). Reazioni "private" tra chi gli toglie il saluto (8 per cento) o lo dice a tutti gli amici (6 per cento). Denuncerebbe l' evasore solo il 10 per cento, quota che al Sud cala ulteriormente al 6 per cento. O che addirittura spaccia droga? Poco più della metà degli intervistati si impegna personalmente denunciando lo spacciatore (55 per cento, 27 al Sud). Un quarto (25 per cento, 40 al Sud) si limita a non frequentarlo più, allontanando da sé il problema. Il 14 per cento tenta di redimerlo (al Nord solo il 5 per cento) e il 6 per cento lo isola dagli altri per impedirgli di nuocere. Nessuno dichiara di non fare niente e nessuno pensa di affrontarlo o minacciarlo. Testata Epoca Data pubbl. 04/12/91 Numero 2147 Pagina 66 Titolo VITA, SOGNI E DOLORI DELLA CANDIDA ISABELLA Autore DI MARIA GRAZIA CUTULI - FOTO DI GIORGIO LOTTI Sezione STORIE Occhiello Isabella Ceola Sommario L' abbiamo conosciuta nello show di Costanzo. E come Cossiga, che l' ha chiamata in diretta, siamo stati affascinati. Che mistero nasconde quella figurina di ragazza invecchiata troppo in fretta? Dove trova tanta forza? L' abbiamo incontrata a casa sua, a Bologna. E, tra un corso di astronomia e uno di danza, ecco che cosa ci ha raccontato. Didascalia A fianco: Isabella Ceola, 22 anni, nella sua casa di Bologna, guarda alla televisione la registrazione di una delle due puntate del "Maurizio Costanzo Show" (18 ottobre e 18 novembre) in cui è stata ospite. Sopra: Isabella a scuola di danza, dove si reca due volte alla settimana. "CON GLI AMICI VADO SPESSO IN UNA DISCOTECA DOVE SI FA MUSICA BRASILIANA" Sopra: Isabella nella sede dell' Aias, l' Associazione che si occupa di handicappati, dove lavora al centro documentazione. A fianco: con Paola (a destra), la sua amica più cara, con la quale a Natale farà un viaggio a New York, e un' altra conoscente. Nella pagina accanto: nel salotto di casa sua, dove vive con il padre, Sergio, e la madre, Franca. La sorella di Isabella, Cristina, lavora a Venezia. Sopra: Isabella Ceola nel cortile dell' Università di Bologna, dove studia Astronomia. Testo Una palestra alla periferia di Bologna. Le note di una melodia al pianoforte accompagnano gli esercizi di una dozzina di ragazze. Gesti lenti, composti. Poi, una figurina fasciata di nero, con un foulard bianco attorno alla testa. Sembra una bambina, con le movenze di un folletto, se non fosse per il viso che mostra l' impronta sconcertante di una "diversità" . Balla anche lei, insieme alle altre. Lo sguardo fisso a seguire la musica, le braccia in alto ad assecondare il ritmo della danza. Si chiama Isabella Ceola, ha 22 anni e una malattia che le ha stravolto l' età. "Progerie" si definisce in termini medici, sindrome da invecchiamento precoce. Un morbo rarissimo, meno di venti casi in tutto il mondo. Un' alterazione genetica che accelera, in maniera devastante, gli effetti del tempo. Isabella ne soffre da quando è nata, ma non si è mai rassegnata a una vita da invalida. Di sera studia danza classica, di pomeriggio fa volontariato per gli handicappati, la mattina frequenta l' università, terzo anno di astronomia. Senza mai smettere di lottare contro la sua anomalia, sfidando la sorpresa e la curiosità della gente. Fino al punto di decidere, poco più di un mese fa, di raccontare il suo caso in pubblico al Maurizio Costanzo Show. Un trionfo. La lucidità, l' ironia, l' ottimismo di questo folletto, dagli occhi azzurrissimi sottolineati da una riga di eye-liner e una pennellata di ombretto, hanno commosso mezza Italia. Lettere, telefonate, una chiamata in trasmissione persino dal presidente della Repubblica, così che Maurizio Costanzo l' ha rivoluta in tivù la settimana scorsa, moltiplicando gli effetti della sua apparizione. Chi le scrive: "Isabella, ti amo" . Chi la ringrazia per le sue parole di speranza. Chi la ferma per strada. Chi le chiede un aiuto contro la depressione e i momenti neri. "Come se all' improvviso fossi diventata la Madonna" , dice lei, un po' felice un po' imbarazzata da tanta notorietà. E un po' infastidita: "Mi arrivano persino in casa, all' ora di pranzo, all' ora di cena, senza tanto rispetto. Come fossero in pellegrinaggio" . Isabella rifiuta la pietà. E' comparsa in tivù per esorcizzare la paura e lo scherno della gente che per anni l' ha importunata per strada con sguardi, frasi, interrogativi invadenti, trattandola come un fenomeno da baraccone. Ma rifiuta anche questo nuovo ruolo di santo protettore che qualcuno le ha indebitamente affibbiato: "C' è stato un ragazzo" , racconta, "che mi ha praticamente detto: fai di me quello che vuoi, sono depresso, disperato, solo, ho bisogno del tuo sostegno. Mi cercava a ogni ora, era diventato un' ossessione. Come ho reagito? Calma, guarda che io ho la mia vita, gli ho detto. Ho il diritto alla mia privacy" . La privacy, appunto: la palestra dove ogni giorno, faccia a faccia con la sua diversità, Isabella ha addestrato le proprie capacità di resistenza, la forza psicologica che le permette di affrontare i momenti di crisi, di non soccombere alle sue fobie. "Quando sono depressa mi chiudo in camera, preferisco stare da sola a pensare. Ho delle persone con le quali mi confido, ma prima di tutto so che devo contare su me stessa" . Mostra il suo letto, nella casa dove vive con i genitori, pieno di pupazzi di peluche, "si capisce che mi piacciono, vero?" , e una miriade di foto appese ai muri. C' è Gianni Morandi, seduto con lei nella platea vuota di un teatro, un' immagine di Renato Zero, un' altra della sorella maggiore che ora vive a Venezia e tanti, tantissimi ritratti suoi, scattati a varie età. Isabella nella culla, "sono nata che ero normale, vedi?" . Isabella a un anno con i capelli biondissimi, "mi prendevano per una svedese" , e un' espressione buffa che lasciava appena intuire la malattia che di lì a due anni sarebbe esplosa in maniera irreparabile. A raccontare com' è successo, preferisce chiamare la madre, la signora Franca, una bella donna bionda che non dimostra i suoi 50 anni: "A sette mesi la bambina è stata ricoverata per una gastroenterite. I medici non capivano cosa avesse. Risultato: l' abbiamo riportata a casa che era ridotta pelle e ossa, completamente disidratata. Le avevano dato 15 giorni di vita" . Da lì a qualche mese Isabella finisce al reparto Gozzadini dell' Ospedale Sant' Orsola di Bologna. Ci resterà per quasi sei anni, con l' angoscia di una diagnosi senza scampo e la previsione di una morte che sarebbe comunque arrivata, dicevano i dottori, entro gli otto anni di vita, o forse i tredici, o forse i quindici. "Abbiamo scritto a un centro di Houston, dove, sapevamo, avevano in cura dei casi di invecchiamento precoce. Ma non c' è stata data nessuna risposta. Siamo andati a Roma, consultato decine di medici, sempre con lo stesso esito: di fronte alla parola "progerie" scuotevano la testa" , continua la signora Franca, "e, senza neanche guardare la cartella, se ne lavavano le mani" . Analisi, controlli, terapie. Misteriosamente nessun dato clinico ha mai rivelato la malattia di Isabella. Gli organi interni hanno continuato a funzionare perfettamente, a 15 anni è anche arrivato il ciclo mestruale. "Solo le cellule dell' epidermide sembravano impazzite, come se seguissero dei ritmi propri che nulla avevano a che vedere con l' età di mia figlia" , dice ancora la madre scuotendo la testa. L' arteriosclerosi, la bronchite, quei malanni tipici dell' invecchiamento che i medici avevano prognosticato, non ci sono mai stati. Anzi, con gli anni lo sviluppo mentale di Isabella, la sua maturità sono cresciuti in maniera direttamente proporzionale al decadimento fisico. Così come la voglia di vivere. "Si è fatta un carattere forte" , dice la madre, "autoritario" . Ha sempre cercato di capire, decidere in prima persona ogni intervento, aiutata dai genitori che hanno messo al bando in famiglia la parola "diversità" . "Mi hanno fatto frequentare la scuola pubblica, i corsi di danza" , racconta Isabella, "mi hanno sempre permesso di agire da sola. Hanno accettato anche che a un certo punto sospendessi tutte le cure. Ero stanca di far la spola con gli ospedali" . A 15 anni, però, un nuovo tentativo di terapia, stavolta da un omeopata: "Le uniche cure che finalmente mi sono servite. Ho visto le mie rughe diminuire, i denti ricrescere, si è formato anche uno strato lipidico sottocutaneo. Ma sono cure lunghe" . Lunghe e costose. Nessuna Usl prevede il rimborso per i "rimedi" omeopatici. Così come nessuna struttura pubblica a Bologna ha mai aiutato la famiglia Ceola, padre direttore di un negozio di abbigliamento, madre casalinga e l' altra figlia di 25 anni che fa la commessa a Venezia, a sostenere le spese necessarie. In questi anni, con il morbo che avanzava, Isabella si è messa alla prova dappertutto. Ha dovuto staccarsi dalla sorella, quando questa è andata a lavorare a Venezia, imparare a girare da sola, a prendere il tram, a viaggiare in treno, a conquistare la sua sicurezza a tappe forzate. "L' impatto con la gente, lo ammetto, è sempre durissimo. Devo essere io a fare il primo passo, a vincere la diffidenza" . Per strada, a scuola, tra gli sguardi indiscreti della gente, nei locali pubblici, nei bar, nei cinema. "Non mi sono mai negata niente. La sera esco con gli amici. Vado spesso in una discoteca dove fanno musica brasiliana. Si balla sui tavoli, si canta, ci si diverte da impazzire. L' università mi piace meno, lì l' ambiente è più freddo, mi sento isolata" . Nell' atrio della facoltà gli studenti le passano accanto guardandola di striscio. Lei, gli occhi appena truccati, una pennellata di rossetto sulle labbra, il foulard in testa per nascondere la calvizie, sale le scale, va in aula, scende un' ora dopo, insieme a un gruppo di colleghi dai quali si separa quasi immediatamente. "Continuo a studiare. Voglio diventare ricercatrice" . Il futuro: un' agenda piena di progetti. "Voglio imparare a guidare, poi prendere casa da sola. Ho bisogno della mia autonomia. Mi piacerebbe anche andare a lavorare all' estero" . Paura della solitudine? "No" , giura, "da sola sto benissimo: i miei ritmi, la mia intimità, me stessa, sono le cose più importanti che ho" . La sera, però, un' ombra di tristezza. "Verso le sette e mezza, le otto. E' l' ora dell' angoscia, il momento in cui se non avessi gli amici, se non sentissi che c' è una famiglia attorno a me, potrei sprofondare" . I fantasmi di Isabella si affacciano per un attimo: "Sono ancora giovane e vorrei vivere a lungo... Ho paura degli spazi chiusi. Non prendo mai l' ascensore" . E la madre? "No, a lei preferisco nascondere i miei momenti di buio. Con lei mi sono fatta una maschera. Sa che sono forte, non posso mostrarle i miei lati deboli. Non mi sembra giusto rattristarla con le mie crisi" . Crisi inevitabilmente ricorrenti, come quella di un anno fa, quando Isabella ha deciso di far volontariato: "Mi ha salvata l' incontro con un ragazzo che lavorava per il centro documentazione dell' Aias, l' associazione che si occupa di handicappati. Ho così cominciato anch' io, un paio d' ore al pomeriggio" . Gli uffici dell' Aias sono vicino a casa. Isabella ci va in compagnia di Paola, l' amica del cuore, la compagna d' infanzia, una brunetta che l' ha seguita anche in televisione strappando a Maurizio Costanzo la promessa di un viaggio a due a New York che faranno a Natale. Paola le tiene la mano. Parlano del viaggio, ovviamente. Un amico che è appena entrato saluta: "Ciao diva, con questa storia della televisione ti sei proprio montata la testa" . Adesso che per strada la gente la ferma per congratularsi e stringerle la mano, Isabella sente in qualche modo di aver riportato una vittoria decisiva. Ha dimenticato e ha fatto dimenticare con la sua apparizione in tivù, con i suoi occhi giovanissimi e vivaci, il suo corpo sfigurato dalla malattia. "Le persone che mi amano non stanno a badare al mio aspetto fisico. Ci sono amici che mi trovano "bella" . E poi, mi viene in mente, qualche anno fa: ero al mare, sotto l' ombrellone. Ad un certo punto vedo un bambino, piccolo, avrà avuto tre o quattro anni al massimo. Mi si avvicina, mi guarda stupito e poi mi dice, accarezzandomi: "bella" . Subito arriva il padre, lo tira via imbarazzato, sussurrando a mezza voce: "Mi scusi, mi scusi" " . C' è un pizzico di civetteria nella voce della ragazza quando parla della cura che dedica al suo corpo invecchiato, al suo volersi sempre presentarsi "bene e in ordine" , ma anche tanta lucidità: "Il problema del mio aspetto fisico sicuramente c' è e non si può negare" . Oltre l' amicizia, infatti, altri affetti più difficili da conquistare, terreni pericolosi, zone off-limits in cui la sua diversità diventa un muro: "L' amore? No, non mi è mancato. Purtroppo però è stata ogni volta la stessa storia. Un ragazzo mi si avvicina, crede di essere innamorato di me. Poi non ce la fa a superare lo scoglio. Non ci prova nemmeno, preferisce fuggire, "mettere la testa sotto la sabbia" come mi ha appena detto uno di cui sono innamorata. Vorrei non farne una malattia. Certo mi piacerebbe avere un appoggio affettivo, ma pazienza..." . Isabella, la fata senza età, vorrebbe credere nelle favole, o, forse, nei miracoli. Ma conosce fin troppo bene le regole del gioco. E' quasi cinica quando dice: "Non li invidio questi uomini che ho incontrato. Le loro passioni estetiche, i loro narcisismi patologici. Sanno amarsi, ma solo se si guardano allo specchio e si trovano belli. Sotto sotto non si vogliono bene affatto. Forse io, con la mia faccia, mi amo molto più di loro" . Testata Epoca Data pubbl. 20/11/91 Numero 2145 Pagina 72 Titolo EUTANASIA E VOI COSA FARESTE? Autore DI MARIA GRAZIA CUTULI E ROMANO GIACHETTI Sezione STORIE Occhiello Dopo il no degli americani Sommario Lo Stato di Washington ha rifiutato il suicidio assistito. Ma la battaglia per la "morte dolce" è appena agli inizi, e non solo negli Usa. Il Parlamento europeo sta preparando una proposta, permissiva, in materia: se verrà approvata, renderà ancor più incandescente il dibattito tra sostenitori della libera scelta dell' individuo e difensori della vita a tutti i costi. Ecco le ragioni degli uni e degli altri, e un sondaggio sul punto di vista degli italiani. Didascalia LA MACCHINA FATALE La macchina inventata dal dottor Jack Kevorkian. Il 4 giugno 1990 il medico la mise a disposizione di Janet Adkins, 52 anni, affetta da morbo di Alzheimer, per aiutarla a morire. Rinviato a giudizio per omicidio volontario, Kevorkian è stato assolto. LO CHIAMANO IL "DOTTOR MORTE" Il dottor Jack Kevorkian, 63 anni, che ha realizzato la macchina dell' eutanasia. I suoi oppositori lo hanno soprannominato "dottor Morte" . Il 23 ottobre tutte le tivù americane hanno presentato un videotape, girato dalla sorella del medico, in cui due donne, affette da mali incurabili, chiedevano a Kevorkian di essere aiutate a morire. Entrambe si sono poi suicidate assistite dai propri familiari. IL CATTOLICO CHE DICE DI SI' Il professor Hugo Tristram Engelhardt, medico-filosofo del centro di Bioetica di Houston, nel Texas. Cattolico convinto, è uno dei più decisi sostenitori dell' eutanasia. Il professor Engelhardt ha partecipato la scorsa settimana a Milano a un convegno del centro Politeia dove ha spiegato la sua posizione: "Come laico credo che la decisione di ricorrere al suicidio debba essere lasciata alla coscienza dei malati" . Testo La "Morte con dignità" è stata sconfitta. Il milione e mezzo di votanti che la settimana scorsa potevano fare dello Stato di Washington la prima comunità al mondo dove sarebbe stato legalizzato il "suicidio con assistenza medica" , hanno respinto la legge 119. Ma le percentuali del voto, 54 contro 46 per cento, ribadiscono che il tema eutanasia non scomparirà dall' agenda degli anni Novanta. Se infatti negli Stati Uniti c' è già chi sostiene che l' anno prossimo la "dolce morte" potrebbe essere accettata in California e Oregon, dall' altra parte dell' oceano, a Bruxelles, il Parlamento europeo lavora a pieno ritmo su una proposta di legge abbastanza permissiva che dovrebbe servire da direttiva per gli Stati comunitari, Italia compresa. La questione è gigantesca. Permettere a un medico di sospendere le terapie di mantenimento, staccare la spina (eutanasia passiva) o addirittura fornire i mezzi a un malato terminale per porre fine ai propri giorni (eutanasia attiva), significa liberarlo da un dolore spesso atroce; ma significa anche troncare una vita. Sui fondamenti etici e scientifici di tale decisione il dibattito divide l' America, periodicamente squassata dalle gesta di Jack Kevorkian, il famigerato "dottor Morte" , che proprio poche settimane fa ha presentato un video sull' addio al mondo di due donne, entrambe suicide con il suo aiuto. Ma spaventa anche l' Europa. In Belgio ad esempio, è stato appena incriminato per omicidio volontario un medico di Nivelles: aveva somministrato via endovena una dose letale a un malato di cancro. E pure in Francia l' Ordine dei medici nel 1990 non ha esitato a sospendere dalla professione, per le sue idee a favore dell' eutanasia, Leon Schwartzenberg, autore di un rapporto presentato alla Commissione ambiente e sanità del Parlamento europeo. In Italia l' ipotesi del "suicidio assistito" , messa al bando dal fronte cattolico, lascia perplessi anche i laici. I politici, ad esempio, hanno abbandonato la questione nelle mani del Comitato nazionale per la bioetica. Un documento di questo organismo fa intravedere la possibilità di soddisfare le richieste dei malati terminali, ma in termini ancora molto generici. "In sostanza siamo fermi a quello che stabilisce la legge italiana: no all' eutanasia sia passiva che attiva" , dice il senatore democristiano Adriano Bompiani, presidente del comitato. "Certo, abbiamo preso in considerazione l' orientamento del Parlamento europeo, con l' obbligo però di chiarire fino a che punto il medico abbia il "dovere" di intervenire in un campo in cui è in gioco anche la sua coscienza" . La coscienza, appunto. Un nodo che va al di là della fede religiosa, come dimostra il sondaggio realizzato per Epoca dalla società Swg di Trieste: se il 48 per cento degli italiani, contro il 37 per cento, inorridisce all' idea che un malato incurabile possa avere il diritto di accelerare la sua morte, il 75 per cento è comunque fermamente convinto che l' eutanasia sia un problema che riguarda unicamente l' individuo e non la legge. Su questo, ancora una volta, fanno da battistrada le posizioni americane, come quelle del medico-filosofo Hugo Tristram Engelhardt, fondatore del centro di Bioetica di Houston, teorico di una mediazione difficile: cattolico convinto, è nello stesso tempo un sostenitore accanito del diritto alla "dolce morte" . Invitato a Milano, un paio di giorni dopo il referendum dello stato di Washington, dal Centro di studi etici Politeia, Engelhardt ha subito chiarito la contraddizione: "Come cristiano sono assolutamente certo che aiutando un paziente a morire rischio di finire all' Inferno. Come laico credo però che la decisione di ricorrere al suicidio debba essere lasciata alla coscienza dei malati" . C' è poi un' altra ragione per cui Engelhardt spinge per l' eutanasia. Ed è una ragione molto terrena: "Le cosiddette "cure intensive" sono spesso dolorose per il paziente, inefficaci ai fini della guarigione, e sicuramente troppo dispendiose per il nostro sistema sanitario" . La famosa etica del risparmio, insomma. Limitare l' accanimento terapeutico, e su questo concorda anche la Chiesa cattolica. Ma come decidere se togliere o meno la vita a un paziente nel caso in cui non sia presente a se stesso nel momento della scelta fatale? "Con il "living will" , il testamento biologico" , risponde Engelhardt. "Un modulo da compilare obbligatoriamente, che dal primo dicembre verrà introdotto in quasi tutti gli ospedali americani, in cui il malato specificherà fino a che punto intende essere curato e a chi affida, in caso di coma, la decisione sulle terapie alle quali essere sottoposto" . Dietro il "living will" , l' eco di una vicenda che l' anno scorso tormentò gli americani: l' autorizzazione, data dal tribunale della contea di Jasper nel Missouri, ai coniugi Cruzan di staccare dalla "macchina della vita" la loro figlia Nancy, 32 anni, in coma irreversibile dal gennaio del 1983. Come accertare che il desiderio della giovane sarebbe stato proprio questo? Se le lacrime, il dolore dei genitori, le testimonianze del personale medico convinsero la Corte, non riuscirono però a frenare i cortei di protesta. E' l' America che a Seattle, in occasione del referendum indetto nello Stato di Washington, si è stretta attorno all' arcivescovo Thomas Murphy, quando dal pulpito, raccontando come lui stesso si sia miracolosamente salvato da un tumore, ha tuonato: "Solo Dio ha il diritto di toglierci la vita" . Dagli Stati Uniti all' Italia, è proprio questo il punto di frattura tra laici e religiosi: il valore dato alla volontà individuale, un valore che, secondo Maurizio Mori di Politeia, "la Chiesa cattolica considera sospetto" . Sull' eutanasia infatti basta sentire le parole di monsignor Elio Sgreccia, presidente del centro di Bioetica dell' università cattolica di Roma: "E' l' approdo patologico di una società edonista e perciò omicida e suicidaria" . O, sul versante politico, quelle di Roberto Formigoni, leader di Cl: "Non siamo solo noi i padroni della vita. Le posizioni della Chiesa sono chiarissime. Non altrettanto, direi, quelle del Parlamento europeo che continua a far confusione tra cure "palliative" ai malati terminali e eutanasia passiva" . Il testo presentato da Leon Schwartzenberg contiene infatti margini di ambiguità: si parla della necessità di somministrare terapie appropriate anche ai malati che non hanno speranza di guarigione, ma nello stesso tempo dice che, qualora le cure fallissero e il paziente dovesse chiedere che "sia fatta cessare un' esistenza per lui priva di qualsiasi dignità" , un collegio di medici dovrebbe soddisfare il desiderio del malato. Direttiva generica, che in Italia non è certo servita a ricompattare il fronte pro-eutanasia che si era formato qualche anno fa. Un fronte in questo momento disperso, che ha lasciato in Parlamento un' unica proposta di legge, quella del socialista Filippo Fiandrotti: "Si deve privilegiare ovviamente la volontà del paziente. Se è impossibile farlo" , dice il deputato del Psi, "il medico ha il dovere di rivolgersi ai parenti e all' autorità religiosa. E se i parenti non sono d' accordo, c' è sempre il ricorso alla magistratura" . Clamorosa la scomparsa dei radicali che a Milano con Adele Faccio erano arrivati addirittura a fondare un club di aspiranti suicidi, tutti in pienissima salute, in possesso però di una tessera in cui dichiaravano la loro disponibilità ad accelerare la fine in caso di malattia inguaribile. Il club chiuse i battenti nel 1989, sulla scia di un processo che costò una condanna a quattro anni di carcere ad uno dei suoi fondatori, Guido Tassinari, accusato dai coniugi Sant' Angelo di aver assistito, o addirittura istigato, il loro figlio, Umberto, a suicidarsi. Un capitolo che oggi Adele Faccio liquida così: "Non è come la battaglia per l' aborto, dove avevamo dietro tutto il movimento femminista. Questa è una cosa privata che non può esere tratta da una legge. L' Italia non è certo pronta" . L' Italia dei politici, o anche l' Italia dei medici? L' unica presa di posizione "attiva" in favore dell' eutanasia è quella del dottor Giorgio Conciani che da Firenze dispensa consigli telefonici per un morte rapida e indolore a disperati in cerca di aiuto. Molti operano invece nell' ombra, in cliniche e ospedali in cui spesso le fini "accelerate" sono destinate a rimanere solo un sospetto senza prova. Ci sono poi i medici del circuito specializzato in cure "palliative" ai malati terminali. Uno di loro, Giorgio Di Mola, anestesista, presidente a Milano della fondazione Floriani, dice: "Non accettiamo certo di trasformarci in killer. Riteniamo però un nostro dovere rimanere accanto al malato anche nel momento in cui dovesse decidere di abbandonare la vita. E' una richiesta che giudico assolutamente lecita. Finora ci siamo limitati a somministrare farmaci che stronchino il dolore portando allo stato di incoscienza" . E nel caso in cui il malato sia in coma e i familiari chiedano un intervento risolutorio? "Ci rifiutiamo categoricamente, anche se le famiglie spesso sono disposte a tutto. Una flebo, un' iniezione banale ed è fatta. Difficile trovare le prove di un presunto omicidio" . Non le ha trovate in America neanche il tribunale di Detroit, che infatti ha dovuto assolvere Jack Kevorkian dall' accusa mossagli dalla procura del Michigan. Kevorkian, il crociato della "Massima pietà" , come lo definiscono i suoi sostenitori, l' anno scorso aveva favorito il suicidio di Janet Adkins, una donna affetta dal morbo di Alzheimer. Ma adesso Kevorkian è già alle prese con una nuova imputazione (vedi riquadro pagina 74) e intorno a lui, ai molti che la pensano come lui, il clima è forse rapidamente cambiato. Nonostante i sondaggi pre-referendum dessero un 70 per cento di favorevoli alla morte assistita, la legge 119 non è passata. Ai promotori della campagna per la "Morte con dignità" non è giovata nemmeno la popolarità del loro leader, il dottor Derek Humphry, autore di un fortunatissimo e macabro best seller, Final Exit, in cui si suggeriscono tutti i metodi possibili per andarsene senza dolore all' altro mondo. Il caso ha voluto che proprio negli stessi giorni in cui il popolo di Seattle andava alle urne, a New York morisse, soffocato dal gas di scarico della propria macchina, un giovane emigrato romeno, George Vulpe. Aveva accanto il testo di Humphry. E non pare si trovasse allo stadio terminale di una malattia. BOX SE SI VOTASSE IN ITALIA Sondaggio sull' eutanasia. Vincono ancora i no. L' eutanasia è prima di tutto un problema di coscienza individuale: ne sono convinti tre italiani su quattro. Ma solo uno su tre (esattamente il 37,1 per cento) ritiene che una persona affetta da un male incurabile abbia il diritto di accelerare la sua morte, contro il 47 per cento che nega questa possibilità. E ancora: il 44 per cento non ritiene responsabile chi permette ad un malato terminale di morire, mentre il 42 per cento è per la sua condanna. Sono questi i risultati di un sondaggio sull' eutanasia effettuato la scorsa settimana dalla Swg di Trieste, per conto di Epoca, su un campione di mille persone maggiorenni, di cui il 52,3 per cento donne. Se paragonato a due sondaggi analoghi effettuati nel 1985 e nel 1988, si nota che il numero degli italiani favorevoli all' eutanasia è aumentato del 9 per cento rispetto a 6 anni fa, ma diminuito dell' 1 e mezzo per cento rispetto al 1988. I contrari sono invece diminuiti sia rispetto al 1985 (- 11,7 per cento), sia rispetto al 1988 (-5,3 per cento). In conseguenza sono aumentati gli indecisi, passati dall' 11,8 per cento di sei anni fa, al 15 per cento di oggi. In particolare i favorevoli alla dolce morte si ritrovano tra le fasce più giovani, tra gli uomini e tra i residenti nelle regioni del nord. Sul problema di chi debba decidere quando è il caso di intervenire con l' eutanasia, il 56,8 per cento degli interpellati ha risposto l' ammalato, il 17,5 il medico, il 7,7 i parenti. Testata Epoca Data pubbl. 13/11/91 Numero 2144 Pagina 32 Titolo BAUDO SOTTO TIRO: 'MA PERCHE' IO?' Autore DI RAFFAELA CARRETTA E MARIA GRAZIA CUTULI Sezione STORIE Occhiello Mafia all' attacco / 1 Sommario Con l' attentato al più popolare dei presentatori tivù, la malavita ha lanciato una sfida a sensazione. Un avvertimento al "Pippo nazionale" per le sue attività economiche in Sicilia, una vendetta per l' impegno civile contro le cosche o solo un' affermazione di potenza? Di certo almeno un obiettivo gli attentatori l' hanno ottenuto: far sapere che in Sicilia, nessuno è intoccabile. Didascalia Pippo Baudo con un ufficiale dei carabinieri durante il primo sopralluogo, lunedì 4 novembre, nella sua villa di Acireale (Catania) distrutta dall' attentato rivendicato dalla "Falange armata" . Pippo Baudo nel grande salone della sua villa sul golfo di Santa Tecla, ad Acireale, durante un recente soggiorno. A Santa Tecla, Pippo Baudo aveva trascorso la luna di miele dopo il matrimonio con il soprano Katia Ricciarelli. PRIMA La villa di Baudo com' era fino all' attentato di sabato 2 novembre. Antica casa rurale, l' edificio era stato ristrutturato nel 1985: quattro grandi vani, una piccola dependance, una piscina e un parco con aranci, banani, mandarini, era il rifugio del presentatore. DOPO Due cariche, per dieci chili d' esplosivo, e benzina hanno ridotto così la villa del presentatore. Gran parte dei muri, costruiti in pietra lavica e spessi anche fino a ottanta centimetri, sono stati letteralmente sventrati dalla potenza dello scoppio. E' STATO QUESTO SCENEGGIATO TIVU' ALL' ORIGINE DELL' ATTENTATO? Leopoldo Trieste, Marco Vivo e Anne Canovas, nello sceneggiato "Un bambino in fuga-Tre anni dopo" , andato in onda su RaiUno. Baudo aveva collegato la storia televisiva con quella di Domenico Facchineri, un bambino coinvolto nella faida tra due famiglie che da anni insanguina Cittanova, in provincia di Reggio Calabria. Testo Il Baudo televisivo pubblicamente schierato contro la mafia. Il Baudo trasgressore del silenzio dovuto sul rapporto verità-finzione che lega la faida calabrese dei Facchineri e la fiction tivù del Bambino in fuga. Oppure l' uomo d' affari amico dell' editore-imprenditore Mario Ciancio. O ancora, il catanese importante rientrato come direttore artistico dello Stabile nell' enclave delle autorità cittadine. Quale dei tanti Baudo si è voluto colpire? A qualche giorno di distanza dall' attentato "professionale" che ha ridotto in macerie la villa di Santa Tecla, vicino ad Acireale, come da copione: "Buio sull' inchiesta" . Un buio ispessito dalla composizione a strati del Baudo uomo pubblico "a 360 gradi" . Che però, da qualunque lato lo si guardi, riduce a irresistibile scemenza le piste sui vari moventi: che sproporzione, che distanza tra la minutaglia delle cause, e gli effetti dirompenti di due cariche di tritolo e benzina che hanno gonfiato e poi sbriciolato, come un pallone troppo teso, le pareti bianche, i divani di midollino, i quadri astratti della villa sulla "Timpa" di Acireale. Salvando: la piscina, le terrazze di aranci digradanti, un pupo siciliano e una foto incorniciata di Pippo e signora. Adesso si aggiunge ai tanti Baudo conosciuti, anche quello molto arrabbiato che in diretta con Antenna Sicilia, l' emittente locale di cui lo si vuole socio, sbotta in un inconsueto: "Mi sono rotto i coglioni" . Detto in risposta alle dichiarazioni di Claudio Fava (deputato regionale delle Rete, e figlio di Giuseppe, il giornalista assassinato dalla mafia a Catania): "Baudo, silenzioso e spregiudicato si è sempre mostrato abilissimo a ritagliarsi amicizie politiche e imprenditoriali. L' attentato fa capire che qualcosa sta accadendo... che a Catania non esistono più intoccabili" . Baudo querela e manda a dire: "Si vede che sono un intoccabile che hanno toccato" . Esattamente un anno fa a Epoca Baudo diceva: "La mafia non si è mai fatta sentire. Nessun rapporto, nemmeno un tentativo, da parte loro, di avvicinamento. Mi ritengo fortunato, non bravo. Il fatto è che i mafiosi di casa, oltre che di Cosa Nostra, sono ben diversi da quelli raffigurati dal Padrino. Il mondo dello spettacolo non li interessa, lo ritengono estraneo... sono rimasti al mito della soubrette, della canzonettista. E poi, forse, hanno influito certi miei pronunciamenti pubblici" . Cosa è cambiato da allora? Messa da parte la categoria della canzonettista, la mafia ha rivalutato forse l' importanza dello spettacolo come palcoscenico per rappresentare se stessa in modo esemplare, "cercando un' operazione di marketing" , come afferma l' ex sindaco di Catania Enzo Bianco? O ha esagerato Baudo col suo interventismo anti-mafia, invocando nello special di Samarcanda_Costanzo Show "leggi e mezzi eccezionali, per una situazione eccezionale" ? La tesi dell' avvocato Angelo Bruzzese, legale della famiglia Facchineri è leggermente diversa. Attenti ai tempi, dice il legale: "Lo sceneggiato in televisione non c' entra: siamo di fronte a un atto di sciacallaggio" . Quando alle 23,20 di sabato 2 novembre, il metronotte della "Nuova Invincibile" se ne va dopo aver infilato il suo bollino di controllo nel cancello della Villa di Santa Tecla numero 88, Baudo, a Roma, è reduce da una settimana turbolenta. Nella puntata precedente di Domenica In, ha infatti rivelato che lo sceneggiato televisivo Un bambino in fuga-Tre anni dopo, non è invenzione pura. Ma trasposizione di una storia vera, quella del ragazzo Domenico Facchineri, nome falso, cognome vero, membro di un clan calabrese (di Cittanova, provincia di Reggio Calabria), dal 1964 in lotta con le famiglie avverse dei Raso-Albanese. Apriti cielo. Insorge la comunità che ha preso in affidamento il ragazzo per proteggerlo dalla catena familiare di vendette. Insorgono i Facchineri. E mentre l' avvocato Bruzzese chiede alla Rai la sospensione dello sceneggiato, un membro della famiglia chiama Baudo al telefono. Racconta Paolo Taggi, uno dei responsabili di Domenica In: "Ero presente alla telefonata, che è stata civile. L' interlocutore deve aver detto qualcosa come: "Noi siamo brava gente..." . E Baudo: "Ma guardi che l' unica cosa che mi interessa è che smettiate di sparare" . Si sono accordati" . Domanda dell' avvocato Bruzzese: ha senso che i Facchineri telefonino per cercare un accordo, e, dopo averlo ottenuto, ma ancor prima che la rettifica vada in onda, ci ripensino e facciano saltare in aria la villa? Conclusione: "Gli autori dell' attentato si servono di queste polemiche come alibi per regolare conti personali" . Su quali possano essere questi conti, mistero. "Conto" nel senso stretto del termine, come richiesta di pizzo, di tangente, nella zona siciliana sicuramente più specializzata nel racket, tanto che a Misterbianco, sobborgo industriale di Catania, è nata, a fine ottobre, un' associazione contro: l' Asaec (Associazione antiestorsione catanese, subito punita, ventiquattr' ore dopo, con un attentato). Dunque, il "conto" : interrogato Baudo ha risposto "Non so se non ho pagato qualche conto. A me non è arrivata mai nessuna richiesta" . Certo, non è la prima volta che Baudo è preso di mira. Qualche anno fa un candelotto di dinamite scoppiò, senza fare danni, proprio accanto al portone d' ingresso della villa di Santa Tecla. E si dice che, ancora, poco dopo, nel 1988, un' altra esplosione abbia colpito la vecchia casa dei genitori a Militello in Val di Catania, disabitata da quando, con Pippo ancora bambino, i coniugi Baudo si trasferirono nel capoluogo. Lì però, nel 1986, Pippo e Katia scelsero di celebrare il matrimonio-kolossal dell' anno. Testimoni di nozze: Domenico "Micio" Tempio, caporedattore del quotidiano La Sicilia, e Mario Ciancio, direttore-editore del medesimo e influente personaggio della Catania che conta (sua la tenuta visitata da Carlo d' Inghilterra e Diana nel celebre viaggio italiano dell' aprile 1985). Entrambi amici intimi e di vecchia data del presentatore. Con la sua terra, Baudo non ha mai scisso i legami. "E' stato il mio povero papà (avvocato, segretario della Dc di Militello, ndr) a obbligarmi, a spingermi a investire qui. Mi ha sempre detto che le tasse dovevo pagarle qui, dove sono nato" . Gli affari siciliani: molti ma non tutti a buon fine. Anzi. A metà degli anni Settanta il nome di Baudo finisce al centro di un tentativo di speculazione edilizia guidata da Mario Ciancio. Una società, la Stans, costituita dall' editore insieme all' imprenditore catanese Ennio Virlinzi, presenta un progetto di insediamento turistico (oltre 5 mila posti letto) attorno all' oasi di Vendicari, in provincia di Siracusa. Baudo è socio di minoranza con l' 8 per cento. Insorgono gli ambientalisti, che dopo una battaglia di quasi dieci anni riescono a bloccare il progetto, ottenendo per l' oasi lo status di "riserva naturale" . Riconosce Mario Libertini, rappresentante della Lega Ambiente e docente alla facoltà di Giurisprudenza di Catania: "Gli imprenditori della Stans si comportarono abbastanza correttamente. Non risultarono né storie di tangenti date a chi di dovere, né ricerche di sponsorizzazione politica al loro progetto. Uno di loro me l' ha confermato: "Se avessimo voluto, quell' insediamento saremmo riusciti a costruirlo" " . Caduta l' ipotesi di sfruttare l' oasi, la Stans ne ha ideata un' altra, sempre con Baudo socio minore: un insediamento più piccolo, un albergo di 400-500 stanze che dovrebbe nascere a un chilometro di distanza dalla riserva naturale. Ma un altro interessato, l' avvocato catanese Delfino Siracusano, minimizza: "E' veramente roba da poco. Chi ha investito in questa operazione è gente che ha tutt' altre attività, non ci strapperemo certamente i capelli se la cosa non dovesse andare in porto" . Una "roba così da poco" valeva un attentato come quello del 2 novembre? Sta di fatto che, ancora in forse l' ipotesi dell' oasi, non hanno brillato per successo altri investimenti del presentatore nell' edilizia: per esempio quello a Mascalucia, sempre a ridosso di Catania. Qui l' ex profeta del nazional-popolare ha costruito il villaggio Le Frecce d' oro. Appena una decina le villette vendute. "E' andata malissimo" , dice Baudo e aggiunge: "Non c' entro con le altre attività che mi hanno affibbiato. Non con Antenna Sicilia di Mario Ciancio. Non con la Banca Agricola Etnea (che fa capo al cavaliere del lavoro Gaetano Graci, titolare di un impero economico ramificatissimo, coinvolto nel dossier sulle intercettazioni telefoniche dei carabinieri, ndr). Né c' entro nulla con l' Albergo Santa Tecla" . Rimarrebbe, nell' elenco degli affari siciliani di Baudo finiti sotto tiro, la società di rappresentanza di moda con il commerciante Aldo Papalia, che aveva uno show room in via Etnea (adesso traferito in via Pasubio, vicino al nuovo centro commerciale). Baudo sostiene di avergli solo fatto un prestito in nome di una vecchia amicizia di famiglia. Papalia conferma rettificando: "Baudo mi ha aiutato molto. Eravamo amici. Ha battezzato mia figlia. L' attività è partita grazie alla sua quota del 50 per cento. Poi, visto che non poteva occuparsene, dopo tre anni ha deciso di mollare. Adesso sono proprietario unico" . Fatti tutti i conti, che cosa rimane del personaggio Baudo-potente-locale, potenziale bersaglio dei clan? Certo, ci sono i suoi non nascosti rapporti politici. L' amicizia con Rino Nicolosi, presidente della Regione Sicilia e, a livello nazionale, quella con Ciriaco De Mita, che nel maggio 1988, quando si recò a Catania per chiudere la campagna elettorale amministrativa, volle al suo fianco proprio Baudo. E rimane quella benedetta carica, all' inizio contestatissima, di direttore artistico dello Stabile cittadino. Era il settembre del 1988 e la nomina sucitò un vespaio. Tanto che a sole 24 ore dall' elezione Baudo offrì le sue dimissioni, poi ritirate. Motivazione ufficiale: il Baudo televisivo nulla c' entrava con un' istituzione "seria" . Motivo ufficioso: uno scontro tra Rino Nicolosi suo sponsor, e i socialisti, sostenitori di Lamberto Puggelli, regista della scuola del Piccolo di Milano, caro a Bettino Craxi (lo stesso predecessore di Baudo, il catanese d' estrazione Mario Giusti, era socialista). E pensare che quest' anno, proprio alla sua Sicilia, terra ingrata, Baudo aveva dedicato il cartellone. Con la commedia Opera buffa di Giuseppe Fava, padre del querelato Claudio. E con uno Sciascia dei più inquieti, quello dei Mafiosi. Anche questo un indizio? Testata Epoca Data pubbl. 23/10/91 Numero 2141 Pagina 68 Titolo DIMENTICATI A PALERMO Autore DI MARIA GRAZIA CUTULI ha collaborato Alfio Sciacca Sezione STORIE Occhiello Davide e Alice Grassi Sommario Parlano tutti i giorni con Scotti. Hanno l' appoggio di Occhetto. Godono dell' amicizia di Pannella. E la Gepi si sta occupando dell' azienda paterna. Eppure, i figli dell' imprenditore ucciso dalla mafia a fine agosto si sentono soli. Il motivo? Un mese e mezzo dopo, nella loro città, malgrado tutto, sono ancora nel mirino. "NON SO SE HO PAURA, MA SE AVESSI I PROBLEMI DI MIO PADRE, FAREI COME LUI" "QUI A PALERMO SI PUO' VIVERE, CERTO, MA SOLO CARICHI DI ADRENALINA" Didascalia A fianco: Alice Grassi, 33 anni, la figlia di Libero Grassi, l' imprenditore assassinato dalla mafia il 29 agosto perché non si era piegato al racket del "pizzo" . A destra: Davide Grassi, 34 anni, che ha assunto la guida dell' azienda paterna dopo l' assassinio. In alto: Davide Grassi, il giorno del funerale del padre. Testo "Strappano i mazzi di fiori. Rubano i vasi. Hanno fatto a pezzi anche il manifesto attaccato al muro. L' unico segno che ricorda l' omicidio di mio padre è una chiazza di vernice rossa con cui qualcuno ha imbrattato il marciapiede, sotto casa" . Nella voce di Alice, 33 anni, figlia di Libero Grassi, l' imprenditore palermitano assassinato dalla mafia il 29 agosto, c' è amarezza, ma soprattutto rassegnazione. Che a Palermo possa succedere tutto questo non la meraviglia. Non la stupisce neanche l' isolamento in cui si trova la sua famiglia. Da isolato aveva vissuto suo padre nell' ultimo anno di vita, da quando, cioè, aveva deciso di denunciare pubblicamente i racket mafiosi. Un isolamento che adesso, a un mese e mezzo dall' omicidio, pesa più di un' ipoteca. "Siamo soli" , ha confidato poco più di una settimana fa il fratello di Alice, Davide, 34 anni, a Achille Occhetto in visita agli stabilimenti della Sigma, l' azienda che Libero Grassi aveva tentato di salvare dal ricatto della criminalità: "Le banche hanno fatto marcia indietro. I commercianti e gli industriali non sono certo dalla nostra parte. E anche i giudici, spesso, dicono cose incomprensibili" . Soli in una Palermo che sembra una morsa, dove promesse, assicurazioni, gare di solidarietà sono già state dimenticate. Dove è svanito persino il clamore di una trasmissione come Samarcanda, undici milioni di spettatori e polemiche di fuoco per la puntata dedicata a Libero Grassi. Una città dove Procura e carabinieri, per esempio, si combattono a colpi di dossier a proposito dell' ipotesi che i mandanti dell' agguato a Grassi si trovino nel clan Madonia: i giudici parlano di falsi e informazioni errate che avrebbero condannato a morte l' imprenditore; i carabinieri annunciano altre indagini e nuovi nomi. Una Palermo dove rimangono, unica spia della guerra di mafia ancora in corso, i due uomini della scorta che vigila notte e giorno all' angolo di via Vittorio Alfieri, indirizzo della moglie e della figlia dell' industriale ucciso. "Promesse, aiuti, solidarietà? Vorrei sapere quali" , dice sarcastica Alice, che dopo la morte del padre ha deciso di lavorare a tempo pieno alla Sigma, come responsabile delle collezioni. "La gente ci evita, i vicini non ci salutano più. E lo Stato, che dovrebbe proteggerci? Non si è preoccupato nemmeno di metterci i telefoni sotto controllo. Dopo l' omicidio, sono continuate le telefonate intimidatorie. Loro, quelli della squadra mobile, non ne sapevano nulla... Sì, ci hanno dato la scorta. Mio fratello va in giro con l' auto blindata" . Basterà un' auto a prova di proiettili a tutelare Davide Grassi, ora da solo al timone della Sigma? In troppi a Palermo ricordano con fastidio il comunicato in cui i Grassi hanno accusato "la mafiosità della gente di Sicilia" e il segno di vittoria (o ribellione?) fatto da Davide al funerale, mentre politici e autorità litigavano e si addossavano le colpe. "No, non so se ho paura" , dice Davide, "non ho avuto il tempo di pensarci. Mi sento certamente oppresso, dalla scorta, dai problemi dell' azienda, dal clima che si respira qua attorno a noi" . Ma non ha dubbi, Davide. "Se mi trovassi nella situazione di mio padre, farei quello che ha fatto lui" . Nessuna pretesa, però, da parte sua di farsi simbolo della lotta alle cosche. Anzi, quasi un desiderio di silenzio. "Non abbiamo voglia di comparire in pubblico. Dobbiamo lavorare" , ripete Davide Grassi, "portare avanti l' azienda" . Sistemare i conti economici, risolvere i rapporti con le banche: tutto quello, appunto, per cui si erano impegnate le autorità, promettendo aiuti, appoggi, solidarietà. Invece? Cosa è stato fatto finora per la Sigma? Dall' associazione degli industriali ai politici, tutti garantiscono di non aver abbandonato l' azienda al suo destino. Giurano, come il sindaco Domenico Lo Vasco, di essersi dati da fare "in silenzio e con la massima discrezione" . La Sigma, biancheria intima per uomo, cento dipendenti, sette miliardi di fatturato, non ha avuto vita facile negli ultimi dieci anni, strozzata com' era da un' istanza di fallimento minacciata dall' Inps per inadempienze contrattuali. "Libero Grassi" , spiega Francesco Lo Re, segretario regionale dei tessili della Cgil, "era accusato di aver usufruito della fiscalizzazione degli oneri sociali, senza applicare i contratti di lavoro. Un problema che il sindacato era riuscito a superare, ottenendo una messa in regola graduale degli operai. Non l' Inps, però, che ha mostrato un accanimento quasi ossessivo nei confronti della sua azienda" . All' istituto di previdenza l' imprenditore avrebbe dovuto versare un miliardo e 800 milioni. Insistenti le richieste dell' Inps, ma soprattutto discutibili. Il 9 ottobre, quando è stata ultimata la revisione dei conti, si è scoperto infatti un errore: il debito che aveva rovinato l' industriale siciliano, mettendolo in serie difficoltà con i crediti bancari, ammonterebbe a soli 28 milioni. "Sollievo?" , commenta Alice. "Come si fa a parlare di sollievo? Mio padre è morto per questa istanza di fallimento. Una vera e propria persecuzione. Si chiedeva sempre: perché le ispezioni arrivano solo a me? Io una spiegazione ce l' ho. Forse perché non è mai ricorso a busterelle, protezioni, amicizie particolari. E' un circolo vizioso: l' Inps, le banche, le telefonate degli estortori..." . Alice, questa giovane donna minuta, dai lunghi capelli neri e i tratti del viso straordinariamente simili a quelli del padre, si sfoga senza reticenze. Davide, invece, quando si parla di azienda, preferisce misurare le parole. E' nervoso, agitato. Il momento è particolarmente delicato: "Sì è vero, ho chiesto aiuto ad Occhetto, perché credo spetti a lui un controllo sull' operato del governo. Attendo delle risposte, anche se ho piena fiducia nel ministro Scotti, che sento al telefono praticamente ogni giorno" . Un collegamento questo con Scotti, ottenuto grazie a Marco Pannella, vecchio amico di Pina Maesano, la vedova Grassi, militante verde. Ed è stato proprio Pannella il primo a chiedere a Davide di cosa avesse bisogno: "Della Sigma" , ha risposto il ragazzo. Pannella ne ha parlato con Scotti. E per risultato "il ministro ci ha mandato la Gepi" , dice Davide, indicando la porta oltre la quale gli ispettori della società pubblica di salvataggio aziendale lavorano ormai da un mese e mezzo. Una risposta alle richieste di aiuto è dunque arrivata. Ma servirà davvero alla Sigma, oberata non tanto da problemi di produttività quanto da difficoltà ambientali e finanziarie, un aiuto di questo genere? "Ho l' impressione" , dice Alice, "che quelli lì siano qui per farci chiudere. Sa cosa propongono? Dimezzare il fatturato e riconvertire l' attuale produzione in forniture di biancheria per l' esercito. Non lo faremo mai. I nostri pigiami vanno in tutto il mondo, abbiamo rappresentanti in Italia e all' estero" . Con Occhetto, Davide Grassi avrebbe parlato proprio dell' arrivo della Gepi, ottenendo un duplice impegno: un controllo, da parte del Pds, sui tempi dell' "operazione salvataggio" e un intervento dall' esterno sul trattamento che riserveranno gli istituti di credito siciliani alla famiglia Grassi. "La soluzione ai nostri problemi, comunque" , aggiunge Alice, "preferiamo trovarla fuori dalla Sicilia. Da Milano, ad esempio, dopo la morte di mio padre è arrivata un' offerta da una stilista molto conosciuta. In Sicilia, piuttosto, se qualcuno vuol fare qualcosa, ci aiuti a ridurre i debiti con le banche: 500 milioni, l' anno scorso, solo d' interessi" . Le banche, appunto. Si è parlato di "due pesi e due misure" , di una convenzione ufficiale con l' Associazione degli industriali siciliani che stabilisce i tassi di interesse agli imprenditori intorno al 14 per cento e di un trattamento tutto "particolare" , addirittura il 28 per cento, riservato a Libero Grassi. Ma i due istituti coinvolti, la Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele e il Banco di Sicilia, continuano a smentire. Non solo. Hanno pure promesso: fidi maggiorati del 20 per cento e un abbuono degli oneri del 1991. Promesse mantenute? Ad Occhetto Davide Grassi ha riferito di una certa disponibilità della Cassa di Risparmio, ma di una resistenza invece da parte del Banco di Sicilia. Dove replicano: "Non è così. Il nostro atteggiamento è improntato alla massima benevolenza, tanto è vero che il direttore generale, Giacomo Perticone, ha appena ottenuto dagli organi collegiali la rinuncia a una considerevole somma d' interessi e la concessione di extrafidi fino agli inizi del 1992" . Con le banche, la famiglia Grassi gioca una partita decisiva. Un tira e molla che ha permesso di portare alla luce favoritismi di ogni genere nel settore del credito in Sicilia. Anche in questa partita i Grassi sono rimasti soli, senza protettori tra i politici o solidarietà tra gli imprenditori. Soli come quando hanno dovuto fronteggiare le richieste di estorsione e le minacce del racket. Non c' è infatti a Palermo, come esiste invece a Catania o in provincia di Messina, un' associazione per la tutela degli industriali e dei commercianti dal "sistema del pizzo" . Libero Grassi aveva provato a organizzare un fronte di autodifesa, ma si era sempre trovato davanti il presidente della Confindustria palermitana Salvatore Cozzo, che ha continuato a ripetere, anche dopo l' agguato del 29 agosto: "Non amo i gesti plateali. La lotta di Libero Grassi era quella di un uomo solo contro tutto il sistema. Gli altri continuano a pagare il pizzo? Ma cosa si pretende? Che vengano da noi a denunciare gli estortori? L' associazione non è certo un organo di polizia. Deve essere lo Stato a darci maggiori garanzie" . Parole ripetute anche pubblicamente, per le quali i Verdi hanno preso inziative in Parlamento, e che a Roma hanno suscitato allarme al vertice dell' organizzazione degli industriali. Ricorda Pietro Folena, segretario del Pds regionale: "La Confindustria nazionale è intervenuta subito, dopo la morte di Grassi, per capire come mai fosse stato abbandonato dall' associazione locale. E' arrivato anche un ispettore..." . "Il fatto è che qui tutti hanno paura" , dice Davide, che non si fa illusioni. Neppure l' esempio di Capo d' Orlando, dove il presidente dei commercianti, Gaetano Grasso, ha creato un' associazione antiracket grazie alla quale è finita in galera una banda di estortori (il processo si sta svolgendo in questi giorni), per lui apre uno spiraglio. "Capo d' Orlando è in provincia di Messina, una zona dove il tessuto economico e sociale è sano. Qui siamo a Palermo, dove uno come mio padre ha rotto equilibri che non si sono ancora ricomposti. Una città dove non esiste Stato, non esiste giustizia" . "Dove si può vivere" , lo corregge Alice, "ma solo carichi di adrenalina" . E con la rabbia addosso: "Stando attenti, però, che questa rabbia non sfumi a poco a poco, giorno dopo giorno, nella rassegnazione" . Testata Epoca Data pubbl. 25/09/91 Numero 2137 Pagina 66 Titolo MA IO NON CI STO Autore Maria Grazia Cutuli Sezione STORIE Occhiello Il fotografo dello scandalo Sommario Colloquio con Monsignor Ersilio Tonini Testo BOX "Un inno alla vita? Non credo proprio. Un bel neonato in fasce lo sarebbe. Non questo, imbrattato di sangue, con il cordone ombelicale ancora intero, il viso paonazzo e raggrinzito" . Monsignor Ersilio Tonini, 77 anni, arcivescovo di Ravenna, non esita a condannare "il cattivo gusto e la mancanza di buon senso" della Benetton. L' arcivescovo, come sempre molto attento ai fenomeni di costume (non a caso Enzo Biagi l' ha voluto come ospite fisso della trasmissione I dieci comandamenti), non si lascia certo incantare dall' ormai celebre vagito: "Non vedo nessuna finalità morale in questa trovata. E' solo un' immagine kitsch che mira chiaramente a scandalizzare il pubblico. L' ha confessato pure chi l' ha creata: un espediente per imprimere a fuoco nella memoria di tutti il marchio Benetton" . Monsignor Tonini, implacabile verso "l' uso improprio e strumentale dell' essere umano" , ha però qualche perplessità sull' efficacia delle contromisure: "Il Gran Giurì intende proibire la campagna? Non mi meraviglia, il suo compito è quello di frenare la "deregulation" che dilaga in pubblicità. Ma non sarà certo l' ingiunzione dell' Istituto di autodisciplina a rovinare Luciano Benetton. Anzi, le polemiche finiranno per far vendere al gruppo più maglioni di prima" . D' altronde, la filosofia del "contrasto violento" , dell' "immagine forte" , del "contenuto dirompente" è da tempo una caratteristica del tandem Toscani-Benetton. Certo che il concetto a loro caro di "comunicazione universale" , ovvero la scelta di sostituire il prodotto (i maglioni o le magliette) con dei temi (la fratellanza tra i popoli o, per converso, il razzismo), stavolta si è fatto più ardito. Come nel caso dell' angioletto biondo che abbraccia il diavoletto nero oppure del prete che bacia sulla bocca la suorina. E restando in tema di provocazioni, il cimitero militare, con una stella di Davide in mezzo alle file di croci latine, proprio durante la guerra del Golfo. O ancora, i preservativi colorati che volano come uno stormo di B 52 su un fondale immacolato. Monsignor Tonini, ripensando a tutto questo, insorge: "Altro che campagne sociali. Non vedo affatto in queste trovate contenuti impegnati o risvolti artistici. Solo trasgressione, come se impressionare e scioccare il pubblico sia l' unica arma a disposizione per far comprare i propri prodotti. Il neonato mostrato in tutta la sua bruttezza, al momento del parto, mi fa venire in mente quando alla Biennale di Venezia un sedicente artista mostrò un' "installazione" con un handicappato in carrozzella. Questo significa sfruttare la dignità dell' essere umano, insultare il pubblico, plagiare con perfidi messaggi subliminali ogni nostro senso critico" . Ma può l' immagine di una bambina che viene alla luce essere messa sullo stesso piano di immoralità della foto con i profilattici o di quella dell' eros tra il prete e la suora? "In nessuno di questi casi parlerei di immoralità. Piuttosto, di cattivo gusto. Trovo disdicevole la campagna per la contraccezione. Forzatamente dissacrante quella del prete e della suora, anche se poi non è una foto impudica. Quanto al neonato, non colpisce il senso del pudore, ma spinge alla repulsione, che è una sensazione più generale. Una prova? Ha protestato, offesa, la stessa madre di Luciano Benetton" . Testata Epoca Data pubbl. 18/09/91 Numero 2136 Pagina 30 Titolo SE UNA RAGAZZA VA NEL PALLONE Autore DI MARIA GRAZIA CUTULI Sezione STORIE Occhiello I PECCATI DEL CALCIO Sommario Adesso, riabilitata, conduce con Minà la "Domenica Sportiva" . Ma da sei anni Marina Perzy non aveva più lavoro. Tutta colpa di una storia d' amore: con un portiere. "MI HANNO CHIUSO TUTTE LE PORTE IN FACCIA. SO IO COSA HO DOVUTO SUDARE PER RIENTRARE NEL GIRO" Didascalia Marina Perzy, 35 anni, conduttrice della "Domenica Sportiva" . A metà degli anni Ottanta (foto nell' altra pagina) ha avuto una relazione con Walter Zenga. Sotto: il portiere dell' Inter e della Nazionale con l' ex moglie Elvira Carfagna (a destra) e con l' attuale compagna Roberta Termali. Testo "Sei anni. Non crede che abbia pagato abbastanza?" . Marina Perzy smette di ridere, accavalla le gambe, aspira due boccate nervose di una Marlboro light. Poi butta fuori il nome che era già nell' aria: "Walter Zenga... Ma se mi chiede qualcosa di quell' episodio, ho già la risposta: preistoria, nient' altro che preistoria" . La "preistoria" risale appunto al 1985, quando Marina Perzy aveva 29 anni e una discreta speranza di far carriera sul piccolo schermo. Invece, di colpo: "Tutte le porte mi sono state chiuse in faccia. So io cosa ho dovuto sudare per rientrare nel giro" . E oggi, finalmente per lei, la riabilitazione. E che riabilitazione: prima donna al fianco di Gianni Minà nella Domenica Sportiva. "Ricominciare a lavorare proprio con un programma che parla di calcio: non è forse il modo migliore per mettere a tacere tutti i pettegolezzi?" . Una questione d' orgoglio. "Non per niente gli amici mi chiamano Prizzi, come L' onore dei Prizzi, il film con Jack Nicholson " , dice ridendo la Perzy. "Eredità di mio padre che è di Caltanissetta" . Ma quello con Minà, per la Perzy, è un battesimo del fuoco anche per altri versi: "Io così irrequieta, così indisciplinata, messa a tu per tu con la "liturgia" del calcio, chiamata a rappresentare "la voce della donna" nel mondo sportivo" . E a togliere la corona di signora del pallone a Maria Teresa Ruta, conduttrice della Domenica sportiva fino all' anno scorso. "Beh, dai miei nuovi fans ho ricevuto delle lettere di questo genere: è la prima volta che capiamo la schedina, quella la leggeva così in fretta..." . Chioma bionda, minigonna nera, il microfono in mano tra Panatta e Minà, Marina Perzy, 35 anni, milanese, nelle prime due puntate si è affacciata allo schermo con discrezione, quasi a voler bilanciare gli eccessi di Maria Teresa Ruta. La determinazione però non le manca: "Mi sento adesso molto più cresciuta, molto più sicura. Già l' anno scorso, Minà mi aveva chiamata per Italia ' 90 come regista della trasmissione Un mondo nel pallone. Nello stesso periodo sono tornata a fare l' attrice: due sceneggiati per la Rai. In uno faccio la sessuologa, pensi un po' ..." . Pensare cosa? "Origini siciliane" , ricorda, "è stato già un problema aver fatto un figlio a 17 anni" . E prima, nei sei anni di purgatorio? Un passaggio in Brasile a lavorare per la Globo Tv, impegni nella moda come pierre, e poi i rally. Marina Perzy, da pilota, è arrivata terza al Compionato italiano del 1988: "Ho smesso l' anno scorso. Tutta un' altra storia rispetto agli ambienti del calcio" . Niente scandali, niente caccia alla strega? "Un corridore può avere una vita privata. Un calciatore no: per lui vale la regola casa-chiesa-famiglia" . Guai a sgarrare. Anche se poi, in caso di guai, a pagare il conto difficilmente è il calciatore. Marina Perzy, ex "dama bianca" di Walter Zenga, la regola l' ha imparata alla perfezione nel febbraio del 1985, quando trovò il suo nome su un quotidiano del pomeriggio, La Notte di Milano. Titolo su Zenga ( "Come Perzy l' Azzurro" ), più foto di lei in maglia nerazzurra e biografia a corredo. L' accusa del giornale? Aver fatto perdere al portiere dell' Inter l' occasione di giocare in Nazionale, ospitandolo in casa proprio mentre Enzo Bearzot, all' epoca commissario tecnico della squadra, lo cercava all' indirizzo ufficiale, cioè dalla moglie Elvira. Voleva convocarlo al posto del portiere fiorentino Giovanni Galli, che si era ammalato all' improvviso. "Zenga se la intende con una soubrette. Sarà con lei" , azzardò un cronista pettegolo. E tanto bastò perché quella battuta desse il via a una specie di linciaggio. Poco importa che il giorno dopo Zenga giurasse e spergiurasse di essere altrove al momento della chiamata di Bearzot: la love-story tra lui e la "soubrette" era ormai pubblica, e il quotidiano che l' aveva rivelata, seguito a ruota da tutti i giornali d' Italia, continuò la campagna. Invano il portiere tentò di bloccare la valanga. Telefonò anche a Pietro Giorgianni, allora direttore della Notte, che però gli rispose: "Zenga, lasci perdere "quella" , glielo dico per il suo bene" . Perché "quella" ? Che Giorgianni ce l' avesse personalmente con Marina Perzy? Può darsi. L' anno prima la show girl si era rifiutata di cedergli un diario, venduto poi a Gente, in cui raccontava un suo amoretto di gioventù con Stefano Casiraghi, novello sposo di Carolina di Monaco. Vendetta o no, il caso-Perzy montava. E secondo canoni classici: la soubrette, il calciatore, la moglie tradita che al telefono con Bearzot risponde: "Walter a casa non torna mai. E' un vagabondo" . Ci si mise anche l' Inter, con i dirigenti della società a premere su Zenga perché tornasse al focolare domestico, da Elvira Carfagna, l' ex miss Marche che per amor suo aveva rinunciato a una promettente carriera di fotomodella. Su Marina Perzy, la "rovinafamiglie" , si concentrò il fuoco dell' Italia sportivamente per bene. Perseguitata da giornalisti e paparazzi, tenuta alla larga dai colleghi della tivù, osteggiata all' interno della Rai e tra gli impresari dello spettacolo, lei, "ancor giovane e un po' sprovveduta" (come dice adesso), preferì tirarsi fuori dalla mischia, anche per dimostrare che la sua storia col portiere era qualcosa di più di un flirt stagionale. Non un amore a fini pubblicitari, insomma. In compenso, Zenga tornò dalla moglie, con tanto di pubblica ammenda per la sbandata e assoluzione generale. Ma solo per un anno. Nel 1988, quando Marina ormai è un ricordo, Zenga abbandonerà definitivamente il tetto coniugale per unirsi a Roberta Termali, presentatrice tivù pure lei. "Stavolta no, non c' è stato lo scandalo che ha accompagnato il mio rapporto con Walter" , dice la Perzy. "Il motivo? Semplice. Lui era già famoso. Se sei un campione affermato, gli anatemi si allentano. Maradona, ad esempio. Quando Cristiana Sinagra rivendicava il riconoscimento del figlio, sono stati tutti pronti a proteggerlo. Certo, è crollato sulla cocaina, ma quella è una faccenda senza riparo..." . Ci sono poi i presidenti, come l' interista Ernesto Pellegrini, che a suo tempo contribuì non poco a far di Marina Perzy il capro espiatorio del calo di forma del "suo" numero uno. E i tifosi. Marina se li ricorda bene con i loro "Alè Oh Oh" ogni volta che metteva piede, dopo la vicenda con Zenga, sulle tribune di uno stadio: "Perchè, in fin dei conti, a chi interessa se non a loro che l' immagine del calciatore non porti macchia o peccato? O sei la moglie e allora ti accettano, oppure diventi immediatamente la causa di ogni insuccesso, di ogni partita giocata male " . E i calciatori? "Sono anche loro personaggi dello spettacolo, ma non ne hanno la mentalità. Si trovano di fronte un pubblico che li vuole in compagnia di mogliettine ingioiellate e silenziose, soffocati da dirigenti che li obbligano a sposarsi giovanissimi... Loro obbediscono, ma alla fine sono sempre attratti da donne completamente diverse" . Marina la bionda, Marina attrice, cantante, soubrette, Marina nuova dama della Domenica sportiva l' ha provato a sue spese. Peccato forse che l' "onore dei Prizzi" le abbia impedito nel momento più delicato di usare il cinismo necessario per ribaltare a suo favore le sorti del gioco: "Quanta gente si è fatta pubblicità con molto meno..." . Testata Epoca Data pubbl. 11/09/91 Numero 2135 Pagina 58 Titolo QUI RADIO MOSCA Autore DI MARIA GRAZIA CUTULI Sezione STORIE Occhiello Demetrio Volcic Sommario Il golpe era appena scattato, e lui già prevedeva: "Roba da dilettanti" . Poi, 60 ore ai microfoni per raccontare in diretta la fine del comunismo. Il segreto della "voce" della Rai dall' Urss? Un ufficio di pochi metri quadrati, fondali finti col Cremlino e un rapporto speciale con Gorby. Che lo chiama "presidente" . "IO, DIRETTORE DI GIORNALE? MA SE SONO UN LUPACCHIOTTO SOLITARIO..." Didascalia Demetrio Volcic, 59 anni, di Lubiana, corrispondente della Rai da Mosca. Volcic a Mosca, città che definisce "interessante, non certo brillante" . Testo Ha vissuto gli anni bui del breznevismo sfidandone la censura. Ha visto crescere la perestrojka raccontandone i successi. Ha assistito al declino dell' impero sovietico analizzandone le cause. Per dieci anni, insomma, è stato un testimone privilegiato della crisi del comunismo. Ma la Storia non è stata generosa con Demetrio Volcic, occhio e voce della Rai su Mosca. Nel momento cruciale, mentre il golpe seppelliva definitivamente il regime del Pcus, lui era a Stintino, in Sardegna, fresco di vacanze. Racconta Volcic: "Erano le 5 del mattino e io naturalmente dormivo. Suona il telefono, mia moglie afferra la cornetta e nel sonno mi dice: "E' la Rai, c' è stato il golpe" . Il golpe? Alla Rai sono matti..." . Il tempo di prendere coscienza, e subito è andato in onda il primo collegamento. Quindi, alle 7, l' ultimo bagno in spiaggia, e alle 8 ecco l' aereo per Roma. Un' ora di volo. "Ho pensato: ma questo è un golpe da dilettanti. L' ho detto in trasmissione alle 10. E poi via a Mosca" . Una previsione azzeccata in pieno. L' inizio di una non-stop di sessanta ore trascorse quasi ininterrottamente ai microfoni dei tre notiziari radio e dei tre telegiornali. "Sono o non sono una macchinetta della Coca Cola?" , scherza Demetrio Volcic, 59 anni, nato a Lubiana da famiglia triestina. "Non mi hanno neanche dato il tempo di rivendicare il diritto degli schiavi o degli operai della prima industrializzazione di riposare qualche ora per notte" . "Utilizzarlo come semplice cronista sarebbe stato un errore" , spiega Empedocle Maffia, inviato del Gr1 e responsabile dei Fili diretti radiofonici: "Con le fonti e l' esperienza che ha, non c' è dubbio che Volcic è uno dei massimi esperti dei fatti sovietici che abbiamo in Italia" . L' ha riconosciuto anche La Stampa che proprio nei giorni caldi del golpe l' ha citato come capolista dei "gorbacioviani critici" , e Il giornale di Montanelli, che in un articolo in prima pagina ha raccontato "l' educata afflizione" del corrispondente Rai "per il bombardamento di domande retoriche, ridondanti, vacue" | |||||||