DEATH OF A HERO
Ahmed Shah Massud
> TRIBUTEWi> INTERVIEW
> MESSAGE TO THE
PEOPLE OF THE USA

NEW YORK, NEW YORK!
Tribute to
a defaced city
FAREWELL MARJAN...
Marjan, the one-eyed lone
lion is no longer the king of
Kabul zoo
PICTURES from the grenade attack!
Dear Visitors, these next pages are a heartful tribute to Maria Grazia Cutuli, sweetest friend, valued travelmate and skillful writer for Corriere della Sera, major italian newspaper, who was ambushed and killed by unknown assailants on November 19 2001, while traveling from Jalalabad to Kabul (Afghanistan) together with colleagues Julio Fuentes (spanish newspaper El Mundo), Harry Burton and Hazizullah Haidari (cameraman and photographer, Reuters).
>PICTURE GALLERY
>AUDIO CLIP her last report from Peshawar [ Corriere.it ]
>VIDEO recovering the journalists' bodies [New York Times - Associated Press]
How colleagues journalist and friends >REMEMBER her
Pages from italian and international >PRESS
>REPORTS about the ambush
>STORIES we published >TOGETHER (her writings, my pictures)
>ALL THE STORIES
I'm trying to make available ALL THE STORIES written by Maria Grazia Cutuli.
Big kudos to publishers Corriere della Sera-RCS and Arnoldo Mondadori Editore,
for allowing me to post here all the stories they hold copyrights for.
ITALY 1992-1993, EPOCA

Testata
Epoca

Data pubbl.
14/12/93

Numero
2253

Pagina
40

Titolo
IL SESSANTOTTO E' MORTO? VIVA IL '68

Autore
DI ELISABETTA BURBA, MARIA GRAZIA CUTULI E ROBERTO DELERA M G C

Sezione
STORIE

Occhiello
NOI, RAGAZZI TERRIBILI DEL '93 ROMA

Sommario
Il primo identikit degli studenti che da un mese occupano le scuole italiane Che lavoro vogliono fare da grandi Che libri e che giornali leggono Come passano la domenica pomeriggio A che età hanno fatto l' amore la prima volta Cosa pensano del matrimonio Quale è il loro primo desiderio Come e quanto credono in Dio Perché ce l' hanno tanto con la Jervolino Che rapporto hanno con i loro genitori Cosa appendono ai muri delle loro camere

Didascalia
La figlia del sessantotto
Fiammetta Jahier, 18 anni a gennaio, studentessa del liceo classico
Mamiani di Roma. E' figlia di genitori "sessantottini", vuole fare
la restauratrice, adora gli scrittori sudamericani e se avesse avuto
l' età avrebbe votato Rutelli. Non ha mai fatto l' amore.
HASTA SIEMPRE COMANDANTE Flavio ("i cognomi non servono"), 16 anni,
del collettivo politico del liceo classico Mamiani di Roma. "In
camera mia ho appeso il ritratto del Che Guevara. I riferimenti al
passato recente ci sono, è chiaro. Ma noi non siamo certo dei
neo-sessantottini".

Testo
"A Flavio, te sei sciorto li capelli?". "Me li so' lavati. Ce voleva...". Sparsa sulla kefia, la chioma liscia e lunga ricorda quelle degli hippies di Woodstock. Non manca l' orecchino: un brillantino quasi invisibile. Flavio, leader ufficioso del "collettivo politico" del liceo classico Mamiani di Roma, una tra le Jurassic School (è il marchio di fabbrica del movimento) anti-Jervolino, ha solo 16 anni. Non fa mistero delle sue simpatie per Rifondazione Comunista ("Il mio candidato ideale a sindaco di Roma era Nicolini"), della sua passione per i poeti della beat generation ("L' ultimo libro che ho letto: I vagabondi del Dharma di Kerouac"), di un discreto culto per i vecchi simboli, come il Che Guevara. "Il riferimento al passato ci sta, ma il movimento è nuovo", dice Flavio. "Non siamo neo-sessantottini".
Eppure il Sessantotto rimanda, come in un gioco di specchi, su Flavio e su tanti altri suoi compagni, "metodi di lotta", slogan, miti e tic antichi di cui gli studenti di questa scuola, da loro definita "giurassica", sembrano non poter fare a meno. Con chi ce l' hanno? Con la Jervolino che per Flavio "ha il vizio tipico dei politici: amministrare senza tener conto dei bisogni degli interessati".
Ma dov' è il "nuovo"? Forse nei rapporti familiari: "I miei sono comprensivi, capiscono le mie necessità. Loro che difficilmente mi lasciano dormir fuori la sera, adesso che c' era di mezzo l' occupazione non hanno fiatato". Il padre di Flavio, bancario, discute i metodi, non crede nella lotta ad oltranza, ma lascia fare.
La madre, architetto, a suo tempo impegnata in una storica occupazione di facoltà, sembra invece entusiasta dell' adesione del figlio al movimento.
Così se non altro la vita del ribelle, in un famiglia agiata e "democratica", è più facile che in passato. A 16 anni Flavio non può ancora accendersi una sigaretta davanti al papà, ma non ha per esempio paura a parlare di sesso o di altri tabù come le generazioni che l' hanno preceduto: "Il mio primo rapporto sessuale l' ho avuto l' anno scorso. Adesso però sto con un' altra ragazza: una storia "forte"". Matrimonio? "No, grazie. Non c' è bisogno di regolare l' amore con dei documenti".
E la religione? Nel caso di Flavio è una questione un po' complessa: "Sono ebreo. Anche se non vado in sinagoga o non rispetto le feste comandate, ci tengo a conservare la mia tradizione familiare, forse più di quanto ci tengano i miei genitori. Penso però che il rapporto con Dio sia una questione strettamente personale". Al punto da poter coniugare ebraismo e buddismo: "Sì, spesso faccio meditazione e rispetto una dieta vegetariana".
Infatuazione per l' Oriente? Di nuovo il Sessantotto? Con una differenza storica: oggi si pensa al futuro. "Mi piacerebbe fare il musicista jazz, ma conosco benissimo i problemi, anche economici, ai quali rischio di andare incontro. Non vorrei certo finire sotto un ponte". Non è una questione di soldi, spiega Flavio, ma di soddisfazioni personali: "La musica può dartene tantissime, così come sommergerti di frustrazioni". E Jurassic School? "Dobbiamo lottare per noi, ma anche per tutelare i più deboli, con corsi di recupero durante l' estate, con un appoggio da parte dei professori.
Non dico che a scuola tutti debbano andare avanti, ma non so...
bisognerebbe mediare tra la rigidità e il lassismo". Più che un programma di lotta, sembra un vagito. Ma è il primo risveglio dopo il mutismo studentesco dal crollo dei muri. Morte le ideologie? Già resuscitate: "Ecco i nostri volantini per Rutelli. Io avrei voluto Nicolini. Ma meglio Rutelli che i fascisti".

BOX
E IL COLLETTIVO DECRETO': ZITTO, FASCISTA Il movimento è unitario. Destra e sinistra sono d' accordo sugli stessi obiettivi", spiega una ragazza all' entrata del liceo Lucrezio Caro di Roma.
Ma poi quando Epoca tenta di ascoltare anche le opinioni degli studenti di destra, gli altri si scatenano: "Non ci interessa che si facciano interviste di questo tipo qui dentro. Dovete andarvene", è il verdetto del "collettivo politico".
Detto e fatto. I giornalisti sono costretti ad uscire, e i ragazzi di destra scoraggiati a rilasciare dichiarazioni o a farsi fotografare persino fuori dal liceo. Succede anche questo nella Jurassic scuola di oggi.




Testata
Epoca

Data pubbl.
14/12/93

Numero
2253

Pagina
41

Titolo
AGNOSTICA? ATEA? NON SAPREI

Autore
DI ELISABETTA BURBA, MARIA GRAZIA CUTULI E ROBERTO DELERA E B

Sezione
STORIE

Occhiello
NOI, RAGAZZI TERRIBILI DEL '93 MILANO

Didascalia
Parla a nome di tutti Marzia Siviero, 18 anni, leader dell' Istituto
professionale Marcello Dudovich di Milano. "Sono solo la portavoce
dei miei compagni".

Testo
Altro che "angeli del ciclostile": nel movimento Jurassic School le ragazze sono protagoniste a tutti gli effetti. E non è tutto: molte di loro stanno addirittura diventando leader. Come Marzia Siviero, 18 anni, studentessa all' istituto professionale Marcello Dudovich, la scuola per grafici e figurinisti di Quarto Oggiaro da cui è partita la scintilla, il corteo del 26 novembre, che ha innescato la rivolta a Milano.
Del Dudovich Marzia è la "capa" indiscussa. E' stata lei a guidare le proteste contro le precarie condizioni della scuola (travi che cedono, muffa sui pavimenti, lezioni tenute negli sgabuzzini). E' stata lei a tessere i contatti con le altre scuole. E' stata lei ad andare in televisione come rappresentante dell' istituto. Il ministro degli Esteri del Dudovich, insomma. Lei si schermisce: "No.
Sono solo il portavoce". Eppure tutti le tributano il rispetto dovuto a un capo. Perfino il vice-preside, che corre a rapporto quando Marzia gli dice: "Avrei bisogno di lei un momento".
Occhialini tondi, lunghi capelli neri, Marzia indossa un maglione irlandese oversize comprato dalla mamma e calza pesanti anfibi. Una tenuta da occupazione addolcita da un rossetto bordeaux. "Rosso Lancôme", precisa. Marzia abita a Paderno Dugnano, hinterland milanese, ma è di origine veneta. Suo padre fa il rappresentante di filati, ma nel Sessantotto lavorava in fabbrica. E l' ha occupata.
Ora la figlia ripercorre le sue orme. Anche se di quelle orme sa ben poco. Certo, appeso in camera sua c' è un manifesto di Che Guevara: "Uno dei personaggi più importanti della storia". Ma lo slogan "l' immaginazione al potere", per esempio, non le dice niente. Il padre si limita a raccomandarle di stare attenta: non parla mai delle sue lotte. E non perché tra loro non ci sia dialogo. Solo tocca altri argomenti. Con i suoi genitori, dice Marzia, parla di tutto. Di tutto tutto? "Sì", risponde senza esitazioni. Anche di sesso? "Anche di sesso".
Dal Sessatotto al Novantatré: perché Marzia ce l' ha con il ministro della Pubblica istruzione Rosa Russo Jervolino? Riposta vaga: "Sta facendo passare una riforma ingiusta, che oltre a fare le privatizzazioni dà scarso spazio agli studenti".
Poco chiare le idee anche in materia di religione. "Mi ritengo abbastanza atea", dice. Cosa significa "abbastanza" atea? "C' è stato un periodo in cui mi interessavo alle religioni, a quelle di tutto il mondo. Poi ho deciso di vivere nella realtà, di non pensare che ci sia qualcuno al di sopra di me che mi dà una seconda vita".
Questo non significa essere "completamente" atea? "Non mi è ancora del tutto chiaro". Un compagno suggerisce: "Agnostica". E lei: "Definiamoci agnostica".
In mezzo a tanti dubbi, un punto fermo: Marzia è di sinistra. Anche se è indecisa se votare Rifondazione comunista o Pds: "Il mio partito ideale sarebbe un mix dei due". Il vecchio Pci? Marzia legge Il manifesto e Cuore, guarda il Tg3 e da grande vorrebbe aprire un' azienda di agriturismo in Umbria per scappare dal caos cittadino.
Molto meno attaccata ai modelli sessantottini è la sua compagna Dalul Tekelmariam. Sedici anni, iscritta al corso per figurinisti, Dalul è nata in Italia da genitori eritrei. Vive a Milano con la madre che fa la cameriera. "Io occupo la scuola", spiega Dalul, "perché, così com' è attrezzata, mi fornisce una preparazione insufficiente. E siccome io nella vita aspiro al successo, voglio essere messa sin d' ora nelle condizioni ottimali per ottenerlo". Se Dalul fosse maggiorenne, per chi voterebbe? "Per nessuno. Io voglio fatti, non parole. E qui sento solo parole. Per giunta vecchie".




Testata
Epoca

Data pubbl.
14/12/93

Numero
2253

Pagina
42

Titolo
CANTO IL JAZZ E VOGLIO ESSERE INDIPENDENTE

Autore
DI ELISABETTA BURBA, MARIA GRAZIA CUTULI E ROBERTO DELERA ha collaborato Stefano Tallia

Sezione
STORIE

Occhiello
NOI, RAGAZZI TERRIBILI DEL '93 TORINO

Didascalia
Una scuola all' inglese Silvia Bonatto, 18 anni, dell' Istituto
tecnico commerciale Rosa Luxemburg di Torino. "La scuola che vorrei?
Come in Inghilterra: lì offre a tutti le stesse condizioni".

Testo
Diciott' anni compiuti da poco più di un mese, capelli neri a caschetto, Silvia Bonatto frequenta la quinta all' Istituto tecnico commerciale Rosa Luxemburg di Torino. Non ha mai fatto politica ("non capisco i partiti, anche se voterei a sinistra"), ma da qualche giorno i suoi compagni l' hanno eletta nel consiglio d' istituto e lei si è battuta perché nei tre giorni di autogestione si discutesse a fondo della proposta di riforma avanzata dalla Jervolino: "Perché la nostra più che una protesta è un tentativo di capire". E cosa hai capito? "Che l' unica cosa su cui sono d' accordo è l' innalzamento dell' obbligo scolastico ai 16 anni".
Che scuola vorresti? "Apprezzo il sistema scolastico inglese: mette tutti gli studenti nelle stesse condizioni". Il padre di Silvia è direttore marketing e vendite di una grossa azienda. E lei vorrebbe seguirne le orme nel campo del marketing. Anche se ha un sogno nel cassetto: fare la giornalista. Forse per questo legge molti giornali: La Stampa, Repubblica, tutti i periodici. E guarda molto la tivù (RaiTre e le commerciali: "La prima per trasmissioni come Cielito lindo, le seconde perché fanno telegiornali più comprensibili"). Apprezza la "pulizia" che sta facendo Antonio Di Pietro e l' ultimo libro che ha letto è molto in sintonia con l' attualità di Tangentopoli: Le mie prigioni di Silvio Pellico. "E' molto realista". Silvia non crede in Dio. Ma nella musica sì: "Canto e suono in Pharestia, un gruppo jazz". Ha fatto l' amore per la prima volta a 16 anni e non ha nulla contro l' istituto del matrimonio. Anzi pensa proprio che prima o poi si sposerà. Anche con un extracomunitario? "Perché no". Ma la cosa che più desidera è essere indipendente. Problemi con i genitori? Tutt' altro: "Con loro ha un ottimo rapporto, anche se papà è spesso lontano da casa. Ma è proprio grazie a loro che sono riuscita a sviluppare un forte senso di indipendenza". La sua camera è il suo regno: "Alla parete ho appeso un grande poster di Albert Einstein. Mi piace perché è bello e perché ho sempre trovato affascinante la sua situazione di genio incompreso".




Testata
Epoca

Data pubbl.
14/12/93

Numero
2253

Pagina
42

Titolo
SE FOSSI DIO SAREI VENDICATIVA

Autore
DI ELISABETTA BURBA, MARIA GRAZIA CUTULI E ROBERTO DELERA ha collaborato Fabio Pozzo

Sezione
STORIE

Occhiello
NOI, RAGAZZI TERRIBILI DEL '93 GENOVA

Didascalia
Amo il rock duro Samantha Merlo, 16 anni, dello scientifico Manzoni
di Genova. Ascolta i Guns ' n' Roses.

Testo
Ha un brillantino che le buca la narice sinistra. E' minuta, occhi verdi, capelli rossi corti. Indossa una camicia da uomo di flanella a scacchi e calza scarponcini Kickers che però definisce "molto borghesi". Samantha Merlo, 16 anni, frequenta la terza al Manzoni di Genova, indirizzo liceo scientifico: è rappresentante di istituto e partecipa al coordinamento delle scuole occupate. E' una delle "pasionarie" del movimento studentesco. Samantha dice di amare le materie scientifiche, tanto che le piacerebbe fare il veterinario ("Anche se sono brava in italiano e non mi dispiacerebbe fare la giornalista"). L' ultimo libro aperto è stato Dal Big-bang ai buchi neri. "Di quello scienziato di cui non ricordo il nome. Ma era un libro troppo difficile. Non l' ho finito e sono passata all' Anello di re Salomone di Konrad Lorenz". L' informazione è importante per lei: legge i quotidiani cittadini (il Secolo XIX, il Lavoro), la Repubblica, Epoca ("Lo compra mio padre"), guarda il Tg3 e il Tg2.
Samantha sta bene in famiglia: "Siamo amici anche se ogni tanto "rompono" come tutti i genitori". La sua è una famiglia operaia e lei, se ne avesse l' età, voterebbe per Rifondazione comunista. In sintonia con il suo più grande desiderio: che i fascisti non governino mai in Italia. E in sintonia con il poster che ha appeso in camera sua: quello di Che Guevara. Samantha crede in Dio: "Io credo in un Dio che è una forza, non una persona. Spero proprio che ci sia. Deve esserci un premio per chi si è comportato bene e una punizione per chi è stato malvagio. Io sarei molto vendicativa". In Chiesa ci vai? "Mai. Ha regole false. Come si fa a essere contrari all' aborto e fare nascere per esempio un bambino da una violenza carnale?". Lei non ha ancora fatto l' amore e pensa che potrebbe sposarsi: "Non sono contraria. Se viene, ben venga". Samantha la domenica pomeriggio esce con gli amici. Va in discoteca: "Anche se non mi piace la musica che mettono. Io preferisco il rock duro.
Quello dei Guns ' n' Roses. Ma anche i Queen e i Pink Floyd. E la musica di Bob Marley e di Bob Dylan".




Testata
Epoca

Data pubbl.
14/12/93

Numero
2253

Pagina
43

Titolo
VOGLIO UNA VITA NORMALE

Autore
DI ELISABETTA BURBA, MARIA GRAZIA CUTULI E ROBERTO DELERA ha collaborato Roberto Conigliaro

Sezione
STORIE

Occhiello
NOI, RAGAZZI TERRIBILI DEL '93 PALERMO

Didascalia
Voterei per i cattolici Francesco Calabrese, 17 anni, del liceo
scientifico Einstein di Palermo: "Sono credente".

Testo
Due grandi occhi scuri sotto un cespuglio di capelli arruffati. Una faccia sveglia da "bravo ragazzo". Niente orecchino, niente stravagnaze, niente kefia, la sciarpa palestinese tanto in voga tra gli studenti in rivolta del 1993. Francesco Calabrese, 17 anni, studente del liceo scientifico Einstein di Palermo è un ragazzo come tanti altri a quell' età: giubbotto e motorino. Eppure è uno dei più attivi militanti del nuovo movimento studentesco. E ama la scuola.
Tanto da passare le domeniche pomeriggio studiando. Tanto che gli piacerebbe diventare insegnante di matematica. Come il padre. Ma la sua critica alla Jervolino è senza appelli: "Non mi piace perché non si è voluta rivolgere a noi alunni che siamo i veri destinatari di tutti i provvedimenti che riguardano la scuola". E ha le idee chiare anche su come deve funzionare l' istruzione: "Chi non lo merita non deve essere promosso". Francesco non ama leggere i giornali e preferisce comunque le testate locali come il Giornale di Sicilia, e il tigì regionale Rai. L' ultimo libro? Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse. La sua attenzione politica va al mondo cattolico progressista: "Se potessi votare sceglierei la lista di Città per l' uomo (un raggruppamento cattolico che alle ultime amministrative ha appoggiato Leoluca Orlando, ndr)". Francesco crede in Dio ("Quanto basta per essere un buon cristiano"), frequenta la parrocchia, si sposerà. E si trova bene in famiglia. I suoi genitori sono soprattutto degli amici per lui. Oltre che degli esempi.
Infatti il suo più grande desiderio è proprio quello di ripercorrere la strada del padre: "Non voglio avere problemi a scuola, vorrei andare molto bene all' università e poi trovare un lavoro. E fare quello che mi piace: insegnare". In parrocchia Francesco ha molti amici. Ma ci tiene a sottolineare che si trova bene anche con alcuni ragazzi extracomunitari più grandi di lui che incontra lì. I suoi miti? Certo non si è fatto impressionare dal giudice Di Pietro come molti suoi coetanei: "Non è un eroe. E' un bravo magistrato che fa nient' altro che il suo dovere". Chi ha appeso allora alle pareti della sua camera? "La mia è una stanza molto piccola. Oltre al letto e alla scrivania trovano posto, ma solo sul muro, Albert Einstein, i Pink Floyd e le scarpe Nike".




Testata
Epoca

Data pubbl.
14/12/93

Numero
2253

Pagina
43

Titolo
LA JERVOLINO? NE APPREZZO LA TESTA DURA

Autore
DI ELISABETTA BURBA, MARIA GRAZIA CUTULI E ROBERTO DELERA ha collaborato Stella Cervasio

Sezione
STORIE

Occhiello
NOI, RAGAZZI TERRIBILI DEL '93 NAPOLI

Didascalia
Che non sia solo la vampata di un cerino Francesco Borrelli, 20
anni, iscritto al secondo anno a Lettere di Napoli. E' uno degli
animatori dell' associazione studentesca Alta tensione.

Testo
Francesco Borrelli ha vent' anni, è iscritto al secondo anno di Lettere a Napoli. Ma soprattutto è uno degli animatori di Alta tensione, un' associazione studentesca che "vive" nel movimento. La sua attenzione politica è tutta rivolta verso il "nuovo": "Guardo ai Verdi, alla Rete, ad Alleanza Democratica... ma mi sento più rappresentato da un movimento che da una formazione politica". Legge moltissimo: Repubblica, Mattino, Panorama Epoca, Frigidaire. E guarda Tg3 e Tg5. Quanto ai libri, ecco gli ultimi: American Psycho di Ellis e Finzioni di Borges. Ce l' ha a morte con la Jervolino: "L' unica cosa che apprezzo in lei è la sua testa dura". E coltiva un desiderio che è strettamente collegato al suo impegno nel movimento studentesco: "Spero che questa forma di rivolta porti a qualcosa di concreto, che non cada nel dimenticatoio, che non sia soltanto la vampata di un fiammifero". Francesco non si è mai posto il problema del matrimonio, ma sposerebbe di corsa una extracomunitaria: "Ce ne sono di bellissime. Ho conosciuto alcune africane che mi hanno fatto pensare alla superiorità fisica della gente di colore". Ma non vuole parlare della sua sfera personale: "La prima volta che ho fatto l' amore? E' una cosa troppo privata per metterla in pubblico". Da piccolo frequentava la parrocchia ma ora non crede più in Dio: "Ho perso la fede dopo il periodo del catechismo. Ma rispetto moltissimo i cattolici. Anche se sono critico verso di loro: alcune affermazioni del Papa mi sembrano folli". Anche il padre di Francesco è ateo: "Direi anticlericale acceso. Mia madre invece è un po' bigotta. Sono un bel cocktail: mio padre sempre un po' assente dalla famiglia, mia madre invece è eccezionale, si è dedicata a noi completamente". Il rapporto con loro è ottimo, tanto che la sua stanza Francesco l' ha ideata con il padre: "Una grossa vetrata che si affaccia su piazza Plebiscito e sul letto un pannello di fotografie".
le foto del servizio sono dell' agenzia Contrasto



Testata
Epoca

Data pubbl.
07/12/93

Numero
2252

Pagina
80

Titolo
VITA (MAI RACCONTATA) DI GIOVANNINO LE DONNE, LO SPORT E LA FIAT

Autore
DI ELISABETTA BURBA, MARIA GRAZIA CUTULI E MARCO FINI

Sezione
STORIE

Occhiello
SECONDA PUNTATA

Sommario
Frequenta modelle e contesse, ma il suo vero amore è una ragazza "qualsiasi". Segue la Juventus ogni domenica, ma il suo vero debole è il gioco del golf. Gira in Vespa, ma preferisce di gran lunga la Ferrari. Vizi, vezzi e virtù nascoste dell' erede appena designato da Casa Agnelli.

Didascalia
SUCCESSORE Giovanni Alberto Agnelli III, 29 anni, presidente della
Piaggio Veicoli Europei e, dal 15 novembre scorso, consigliere di
amministrazione della Fiat al posto del padre Umberto.
GOLFISTA...
Giovannino Agnelli durante una partita di golf. Di solito gioca sul
campo della residenza I Roveri, 20 chilometri da Torino.
...E CALCIATORE
In tenuta juventina. Da piccolo si allenava a Villar Perosa
con la squadra. A fianco: allo stadio con lo zio Gianni.
PONTEDERA
La villa di Varromista a Pontedera, in provincia di Pisa.
E' la casa della nonna di Giovannino Agnelli, Paola Piaggio. Qui ha
scelto di vivere l' erede della fortuna Fiat. E' un edificio del
Quattrocento, al centro di un parco estesissimo. Giovannino è molto
legato alla nonna. Proprio lei lo ha voluto alla presidenza della
Piaggio.

Testo
Da quindici giorni al tavolo del consiglio d' amministrazione della Fiat siede lui, Giovanni Alberto Agnelli, 29 anni, nipote dell' Avvocato. Siede al posto del padre Umberto, l' eterno secondo, passato all' Ifi e all' Ifil, le finanziarie di famiglia.
Comincia adesso la vera gavetta per Giovanni III. In gioco, l' impero degli Agnelli: quasi 300 mila dipendenti per un fatturato di 58 mila miliardi. Per Giovannino, come lo chiamano in casa, sarà una gavetta dura. Il gruppo, al sesto posto sul mercato europeo dell' auto, ha chiuso il primo semestre 1993 con una perdita di 966 miliardi che l' ha costretto ad allargare i confini di famiglia accettando la partecipazione di quattro soci, la Deutsche Bank, Mediobanca, Alcatel e Generali, tanto possenti sul piano internazionale quanto (potenzialmente) ingombranti nella gestione interna.
Ma De Benedetti no. Con quali credenziali Giovanni junior si presenta al consiglio d' amministrazione? A neanche 30 anni non si può essere manager fatti. Certo, il nipote dell' Avvocato ha in curriculum una carica di tutto prestigio, quella di presidente della Piaggio Veicoli Europei, ma non dimentichiamo che sua madre di cognome fa proprio Piaggio.
Resta il fatto che nei suoi primi trent' anni Giovannino, Delfino dell' anno 2000, ha lavorato sodo. E' il padre Umberto a orientare il suo apprendistato. Vorrebbe portare il figlio fuori dalla stretta marcatura familiare. L' episodio, diventato ormai leggendario, vede Umberto al telefono con Carlo De Benedetti, mentre chiede di far fare esperienza al ragazzo in Olivetti. Quale migliore tirocinio di una missione sul terreno dell' avversario? Ma Gianni non apprezza il colpo di teatro e Giovannino viene più banalmente spedito a fare il contabile nella Teksid, azienda siderurgica del gruppo Fiat. Non si opporrà invece, il grande Zio, all' ingresso del nipote alla Piaggio, per il 50 per cento proprietà di Antonella, madre di Giovannino, e della nonna Paola e per un 10 per cento in mano a Umberto.
Entrato come assistente del presidente Giovanni Denegri, Giovannino all' inizio fa il ragazzo di bottega. Nel 1989 diventa vicepresidente della Piaggio Veicoli Europei e nel 1991 amministratore delegato della Motovespa, filiale spagnola del gruppo. L' azienda è piccola, 600 dipendenti, più snella della casa madre di Pontedera. Giovannino, che sa e dichiara apertamente di avere ancora molto da imparare, non disdegna le visite agli stabilimenti, i contatti con gli operai, addirittura i loro consigli per modificare il ciclo produttivo.
Al suo ritorno in patria, a Pontedera, la consacrazione definitiva: il 24 febbraio di quest' anno viene nominato presidente della Piaggio Veicoli Europei. Il momento è cruciale. La Piaggio di Pontedera ("core business" di un gruppo che l' anno scorso ha fatturato 1.450 miliardi), 5 mila dipendenti contro i 12 mila di dieci anni fa, è un' azienda con molti problemi. Primo tra tutti: lo scontro violentissimo che si è acceso tra il paese, 28 mila abitanti legati alla fabbrica in maniera simbiotica, e il management dell' impresa, quando questo nel 1991, approfittando degli investimenti concessi dalla legge 64 per il Mezzogiorno, ha minacciato il trasferimento a Nusco di parte degli impianti.
Nella tana del sindaco rosso. L' opzione per il feudo natale di Ciriaco De Mita, dopo l' insurrezione collettiva di operai, politici, commercianti e persino preti, si è allontanata. I dirigenti Piaggio hanno promesso a Pontedera 300 miliardi di lire d' investimenti per il triennio 1993-95 e hanno nominato presidente Giovannino Agnelli. "E' il segnale che la proprietà", dice Luciano Bernardeschi, segretario della Fim-Cisl, "intende tornare a impegnarsi sul nostro territorio".
Sarebbe stata la nonna Paola Piaggio, da sempre first lady di Pontedera, a dare le redini al nipote per restaurare la dinastia indebolita dagli assalti dei "tecnici" portati dal genero Umberto Agnelli. Primo tra tutti, il presidente Giovanni Denegri. In questa complicata trama di rapporti familiari e societari, Giovanni junior debutta a Pontedera con una mossa a sorpresa. Scavalcando ogni protocollo va in Comune, roccaforte del nemico. Destinazione: la stanza del giovane sindaco, il pidiessino Enrico Rossi: "Ha salito da solo le scale del "Municipio rosso". Ha chiesto di me ed è entrato in ufficio".
Abito di grisaglia blu, Giovanni Alberto Agnelli davanti a una tazzina di caffè parla al sindaco di "responsabilità etica dell' imprenditoria" e di "bisogno di cose eccellenti", come il Museo delle due ruote da fondare insieme al Comune a Pontedera.
Rifiuta invece l' invito agli spettacoli del laboratorio di teatro sperimentale, vanto degli intellettuali del luogo: "No, grazie. Un po' noioso".
Giovannino ormai è diventato un manager, un manager all' americana: Herald Tribune ed Economist sulla scrivania. E poi niente autista, nessun filtro per i collaboratori, porte sempre aperte per i suoi uomini. Non è un ciclone. Si muove con cautela, anche se di fatto mira a rinnovare la vecchia squadra dirigente.
Rifugio toscano. Ora che è entrato nel consiglio di amministrazione della Fiat non abbandonerà certo Pontedera, angolo di Toscana in bilico fra passato e futuro, con tante fabbrichette e la campagna costellata di tenute medicee. E' proprio in una di queste, la Varromista, residenza della nonna Paola, un enorme parco con villa affrescata del Quattrocento, che Giovanni ha infatti scelto di vivere. E' la casa della sua infanzia, il legame con le radici.
Al contrario del cugino Edoardo, "ripudiato" figlio dell' Avvocato, tormentato esteta alla continua ricerca di sé, Giovannino non è tipo da crisi d' identità. Lui sa bene chi è, da dove viene e dove va.
Giovanni Alberto Agnelli si alza alle sei di mattina, si corica alle nove e mezzo di sera, non rinuncia mai alla ginnastica quotidiana, mangia sano, è molto legato alla famiglia, frequenta mondanità quanto basta (tra i suoi amici: Serge di Iugoslavia e Hubertus von Hohenlohe, figlio di Ira Fürstenberg). E soprattutto lavora: 10 ore al giorno. Sabato compreso. La domenica va allo stadio. "E' sempre impeccabile", dice Umberto Ivaldi, responsabile della tribuna d' onore dello stadio delle Alpi di Torino. "Non si scalda mai. Se la partita va bene si limita a sorridere. Certo che ama il calcio! Ogni Agnelli ama la Juventus".
"E' più facile essere figli di Umberto che di Gianni", dice Vittorio Sermonti, critico letterario e apprezzato dantista, ex marito di Samaritana Rattazzi, nipote dell' Avvocato. Umberto è un Agnelli atipico, con la sua buona grammatica e i suoi vestiti sobri. Ma soprattutto è un padre presente: appena può, torna a casa alle 19.30 per mangiare coi figli".
Zio-padrone. Meno idillici i rapporti con l' Avvocato, che certo lo ama molto e stima più degli altri nipoti, ma che non rinuncia a esercitare la sua corrosiva potestà. Suggerendo, indirizzando, se il caso ordinando... Sono rapporti di lavoro quelli che legano zio e nipote: finito il lavoro, finiti i contatti. Alla tribuna d' onore dello stadio, per esempio, non arrivano mai insieme. Si salutano, si sorridono, ma ognuno al suo posto.
Del resto sono caratteri ben diversi. Se la cifra caratterizzante dello zio è il gusto del rischio, quella di Giovanni Alberto è la posatezza. Un' affidabilità tipicamente piemontese, una relativa morigeratezza che mostra persino negli affari di cuore (vedi riquadro a pagina 84).
Attaccamento alla famiglia, senso del dovere, culto della tradizione, un pizzico (solo un pizzico) di spregiudicatezza con le donne... Il Delfino di Villar Perosa ha le carte giuste per diventare l' Agnelli del Duemila. A condizione che nel Duemila ci sia un Agnelli a capo dell' impero. Perché gli analisti concordano: nel capitalismo avanzato la famiglia "padrona" rischia di sparire.
Sarà così bravo Giovannino da rovesciare la legge che ha già decapitato dinastie come i Ford e tenere "tutto in famiglia"?



Testata
Epoca

Data pubbl.
30/11/93

Numero
2251

Pagina
34

Titolo
VITA (MAI RACCONTATA) DI GIOVANNINO L' AGNELLI DEL DUEMILA

Autore
DI ELISABETTA BURBA, MARIA GRAZIA CUTULI E MARCO FINI

Sezione
STORIE

Occhiello
PRIMA PUNTATA

Sommario
Suo zio Gianni gli ha dato l' investitura. Suo padre Umberto gli ha lasciato il posto. Suo cugino Edoardo ha accantonato ogni speranza di contendergli il comando. Così, a soli 29 anni, Giovanni Agnelli III è diventato all' improvviso il principe ereditario del più grande impero privato italiano. Ma chi è davvero questo ragazzo? Come ha vissuto? E sarà capace di guidare il colosso di Torino? Dalle pagelle scolastiche alle incomprensioni in famiglia, dalle feste con le top model ai travestimenti da operaio e alle prove da manager, "Epoca" ha ricostruito puntigliosamente la storia finora sconosciuta del delfino Fiat.

Didascalia
EREDITA' Sopra: Giovannino Agnelli con Cesare Romiti,
amministratore delegato della Fiat. A fianco: il manifesto dei
Carabinieri in cui compare Giovanni Agnelli. Il giovane ha svolto il
servizio militare nell' Arma come paracadutista nel battaglione
Tuscania. Non ha potuto fare l' ufficiale perché il suo titolo di
studio americano non è riconosciuto in Italia.
SUA MADRE DICEVA: "NON VOGLIO CHE SIA UN PRIVILEGIATO"
SCOLARO PRECOCE Giovannino Agnelli (nel cerchietto) a cinque anni
in prima elementare al Collegio San Giuseppe di Torino. E' il 1969.
Era molto affezionato alla maestra, Giuseppina Riva Ghigo.
COME GLI ALTRI Giovannino a nove anni, in quinta elementare. Sua
madre Antonella Piaggio ripeteva ai maestri: "Voglio che mio figlio
si senta un bambino come tutti gli altri. E non un Agnelli".
ANGIOLETTO Giovannino il 9 maggio del 1971, giorno della sua Prima
Comunione, nella cappella del Collegio San Giuseppe. Racconta un suo
insegnante di Italiano nell' istituto: "Era un bambino pieno di
riccioli e molto affettuoso. Mi colpiva sempre lo slancio con cui
salutava chi veniva a prenderlo. Una volta l' ho visto buttare le
braccia al collo della tata".
DIFFICOLTA' IN FAMIGLIA Giovannino Agnelli in seconda media. I suoi
genitori stanno per separarsi e lui ne soffre molto. Gli ci vorranno
dieci anni per recuperare completamente il rapporto col padre.
UNA VITA IN TRE IMMAGINI
GRUPPI DI FAMIGLIE Sopra: Giovannino a due anni e mezzo a Forte dei
Marmi tra il padre Umberto e la madre Antonella Piaggio. A fianco: a
undici anni con il papà. Sotto: oggi, con il padre e la seconda
moglie di lui, Allegra Caracciolo. Giovannino ha due fratellastri da
parte di padre, Andrea e Anna, e una sorellastra da parte di madre,
Chiara, che adesso ha 16 anni. Mentre con Chiara ha sempre avuto
rapporti strettissimi, con gli altri due fratelli ha rinsaldato i
legami al suo ritorno dall' America.
Giovannino Agnelli con il cugino Edoardo a una partita della
Juventus.

Testo
"Mio fratello Umberto aveva piacere e interesse di occuparsi di Ifi e Ifil e ciò lo assorbirà completamente. Per questo è uscito dal consiglio. Per non dare la sensazione che tutto ciò venisse fatto in alcun modo in dissenso con la Fiat, ha voluto darci la facoltà di disporre di suo figlio Giovanni Alberto nel consiglio di amministrazione. E suo figlio non è entrato in consiglio soltanto perché, avendo tolto i limiti d' età, volevamo con la sua presenza abbassare la media, ma perché contiamo sui suoi consigli".
Giovanni Agnelli senior, 15 novembre 1993 Giovanni Alberto Agnelli III entra nella stanza dei bottoni Fiat a un' età - la soglia dei trent' anni - in cui gli aspiranti eredi fanno di solito ancora gavetta. Viene da una carriera rapida nella Piaggio, un' azienda, leader europea nella produzione di motoscooter, controllata da papà, mamma e nonna materna. Ma se le credenziali manageriali non sono forse sufficienti, le doti di riservatezza e la solidità del carattere appaiono come le armi risolutive per il suo successo finale. La successione dell' Avvocato (che ha ancora una volta sfidato gli dèi, spostando la data del suo ritiro per almeno altri tre anni) è una questione che ha scosso alle basi gli equilibri del potere all' interno della famiglia mettendo definitivamente fuori campo l' eterno cadetto Umberto. Non è una sconfitta irrimediabile, se il figlio Giovanni III entra in consiglio di amministrazione al suo posto e se dimostrerà di avere il nerbo per reggere la coabitazione col grande Zio e col suo braccio secolare Cesare Romiti. Poi, una volta presidente, se la vedrà con i nuovi ingombranti soci, Cuccia e Deutsche Bank in testa.
"Giovannino" non è provvisto del fascino grifagno dell' Avvocato. La sua sana aria di giovanotto non viziato da troppe letture ha subito fatto da contrappeso all' immagine lunare del rosso Edoardo, il primogenito dell' Avvocato, un quarantenne irrimediabilmente segnato dal "privilegio" di essere un Agnelli. Dopo innumerevoli gaffe e molte parole fuori dai denti, egli aveva abdicato al ruolo di erede legittimo a favore del più terragno cugino; ma prima di lui lo avevano diseredato il padre e il consiglio di famiglia.
Ritratto di un Delfino. In tempi di stretta economica, di accresciuta competizione mondiale a confini cancellati, si era pensato a una gestione di emergenza affidata a tecnici manager, ma alla fine provvidenzialmente è emerso lui, Giovanni III, faccia pulita e taglia rassicurante, a ribadire che ancora per questa generazione valgono le antiche leggi Fiat: la gestione ha da essere un affare di famiglia, lo scettro del potere passa non da padre a figlio ma da zio a nipote. Un metro e 85 di altezza, pettorali sviluppati, viso aperto al sorriso: Giovanni Alberto Agnelli sembra il prototipo del giovane manager americano (anche se non si può proprio dire che sia un "self-made-man"): pragmatico, affidabile e di ottime maniere, è la versione anni Novanta del gentiluomo piemontese: attaccamento alla famiglia, passione per l' aria aperta, stile Piemonte reale, Pinerolo cavalleria... Sola nota fuori registro: i polsini della camicia sempre slacciati. Per il resto, tutto nella media. Eppure...
Dimentica di essere un Agnelli. Giovannino nasce il 19 aprile 1964 a Milano da Umberto Agnelli e Antonella Bechi Piaggio. Entra a scuola a 5 anni. Come tradizione comanda, al collegio San Giuseppe di Torino, dove hanno studiato tre generazioni d' Agnelli, a cominciare dal leggendario bisnonno Giovanni, fondatore dell' impero Fiat. Non è una scuola snob il San Giuseppe (niente a che vedere con i collegi svizzeri), e neanche cara: 4 milioni di retta all' anno.
E' una vecchia istituzione, sorretta da solide colonne di marmo, ma con soffitti ingrigiti e tappeti lisi. Un posto dove la promozione bisogna sudarla.
Il viso del giovane Agnelli, nelle foto di classe, si confonde tra quelli dei compagni. Né la sua storia scolastica si distingue particolarmente. Unica onorificenza: la medaglia dello scultore fiorentino Giovanni Chissotti, ricevuta per il centenario del collegio, come premio di fedeltà alle quattro generazioni di Agnelli che l' hanno frequentato.
Ma Giovannino rimane pur sempre un Agnelli, con l' autista che lo attende impalato all' uscita di scuola. Ed essere un Agnelli a Torino è come essere un Windsor a Londra. "La madre lo sapeva bene e la cosa la preoccupava", racconta fratel Giovannino, memoria storica del collegio. "All' inaugurazione dell' anno scolastico 1977-78, quello della terza media, abbiamo parlato a lungo. "Vorrei far studiare Giovannino in America", m' ha detto, "non voglio cresca da privilegiato"".
Parole ben diverse da quelle che lo zio Gianni, l' Avvocato, si è sentito ripetere per tutta l' infanzia da Miss Parker, la governante inglese: "Don' t forget you are an Agnelli". Non dimenticare che sei un Agnelli.
L' America come palestra di vita, dunque. Ma la scelta è dettata anche da complicazioni familiari. Antonella sta per separarsi dal marito Umberto e vuole portare il figlio con sé negli Stati Uniti.
Si trasferisce ad Atlanta, in Georgia, dove possiede un allevamento di cani e dove vive tuttora. Di gusti elevatissimi, ma di buon senso borghese, la madre spedisce Giovannino all' Accademia militare McCallie di Chattanooga, dove gli allievi diventano qualcosa di simile ai marines.
Piccola peste. Intanto i genitori si riaccasano. Umberto con la principessa Allegra Caracciolo, cugina di Marella, la moglie di Gianni Agnelli senior. Antonella con il duca Uberto Visconti di Modrone. In questo vorticare di stemmi nobiliari, Giovannino fa l' americano: studia quanto basta e fa tanto sport. Le trasgressioni? Si spendono tutte in Italia, d' estate. Nel casale di Umberto a Cetona, nella villa Piaggio all' Argentario, dagli amici sparsi fra Toscana, Engadina, Costa Azzurra.
Quando è a Torino, Giovanni sta dal padre, nella residenza I Roveri, all' interno del parco La Mandria. I primi tempi, la convivenza con la nuova moglie di Umberto, Allegra, e i fratellastri più piccoli, Andrea e Anna, è un po' difficile (con Chiara, l' altra sorellastra, figlia di Antonella Piaggio, va invece molto d' accordo). Giovanni fa l' enfant terrible: una volta, guidando una macchina senza avere la patente, finisce in un fosso. Un' altra volta viene espulso da un torneo di golf per una partita poco ortodossa.
Ma il tempo delle marachelle finisce presto. A poco a poco i rapporti familiari migliorano e l' enfant terrible diventa "la luce degli occhi" di papà Umberto: serio, impegnato, coscienzioso. Quasi noioso. Si iscrive alla Brown University di Providence nel Rhode Island. Una buona università, fa parte dell' "Ivy League", ristretta cerchia di prestigiosi atenei privati americani, ma niente di esclusivo. Corso di laurea in relazioni internazionali con "paper" finale sul Medio Oriente.
Il suo curriculum sembra studiato a tavolino da un consulente di immagine. Filosofia di base: tutto "comme il faut". Nessuna azione gratuita, nessuna alzata di capo, nessun passo fuori dal seminato.
Se negli anni Cinquanta, tempi di ascesa per la Fiat, suo zio l' Avvocato scorrazza sulla Corniche a Montecarlo, agli inizi degli Ottanta i lussi ostentati non sembrano più opportuni.
L' azienda di famiglia è appena venuta fuori da un momento difficile: tentativi falliti di alleanze internazionali, problemi finanziari, scioperi e persino violenze negli stabilimenti.
Giovannino si adegua. Così, se lo zio a trent' anni suonati le officine le aveva viste solo perché ve lo aveva trascinato il presidente Vittorio Valletta, il nipote in fabbrica entra a 18 anni.
E come operaio.
Operaio in incognito. Sono le vacanze 1982. Il rampollo di casa Agnelli torna dagli Stati Uniti e si fa assumere in Fiat. Un lavoro estivo all' americana? O piuttosto l' inizio della scalata? Resta il fatto che, sotto il falso nome di Giovannino Rossi, indossa la tuta blu, sale sul motorino e si presenta ai cancelli della Comau di Grugliasco, lo stabilimento che fabbrica robot per il montaggio delle auto Fiat. Una destinazione non casuale. La Comau è tranquilla: Giovannino non corre il rischio di incontrare militanti dell' autonomia o, Dio non voglia, simpatizzanti delle Br. E neanche il vero sottoproletariato urbano.
Alla Comau lavora l' "aristocrazia" della classe operaia: tutti operai specializzati, meccanici montatori, per la precisione. Lo ricordano così: "Quand' è arrivato", racconta Luigi Berton, delegato Cgil, "abbiamo capito che era uno importante. I responsabili lo riempivano di attenzioni... All' ora di pranzo non mangiava con noi in mensa, lo veniva sempre a prendere un dirigente. Però lavorava".
Arie? "Macché. Era un ragazzo allegro, parlava di calcio...".
Motorino con la scorta. A scoprire la sua vera identità sono stati i compagni di reparto, quando si sono accorti che, all' uscita, dietro il motorino c' era sempre una macchina di scorta. I rapporti a quel punto sono cambiati. "Per scelta nostra: non potevamo certo più considerarlo come uno di noi. Da quel momento, solo discorsi seri".
Il figlio del padrone è rimasto impresso anche a Franco Natalicchio, funzionario sindacale della Fiom: "Era gentile, alla mano, simpatico. Tutti dicevano che non sembrava il figlio di Agnelli". Insomma, un angelo. Neanche un difetto? "Noi l' abbiamo conosciuto così", risponde Berton.
L' apprendistato da "uomo qualunque" non è ancora finito. Dopo l' università, s' ha da fare il militare. Giovannino sceglie i carabinieri, e per di più paracadutisti. Il 21 aprile 1986 fa il suo ingresso al battaglione Tuscania della Folgore, di stanza a Livorno. Verdetto d' ammissione: "Fisicamente idoneo". Non è Schwarzenegger ma è solido e forte quanto basta ad affrontare la scuola di addestramento di Pisa. Entra e rimane come soldato semplice: non potrà fare il corso per ufficiale di complemento perché lo Stato italiano non gli riconosce i titoli di studio Usa.
Tra lavaggi di gabinetti, piantonamenti e corvée, non si può certo dire che al Tuscania sia trattato da privilegiato. Né lui lo chiede.
Unica nota distintiva: i superiori per "ragioni di sicurezza", gli appioppano una scorta. Due commilitoni che lo accompagnano durante le libere uscite. C' è un ufficiale al Tuscania che di lui ricorda ancora la "missione Pantelleria". I carabinieri erano lì in funzione anti-Gheddafi, dopo il missile sparato su Lampedusa. Tra una guardia e l' altra Giovannino, che sull' isola possiede una villa, pensò bene di dare un party. "Che femmine, ragazzi", fantasticano ancora oggi i partecipanti: arrivarono top model da tutto il mondo.
Ricordo imperituro, come quello di Giovannino che, a conclusione del corso, compare su una foto di gruppo, ricci neri, sorriso smagliante e divisa da parà. Si tratta di una campagna pubblicitaria per rilanciare il Tuscania e alzare il target degli arruolamenti.
Sul poster non c' è didascalia, ma l' Italia farà presto a scoprire che il "carabiniere Giovanni" è lui, il nipote dell' Avvocato, Delfino dell' anno 2000.




Testata
Epoca

Data pubbl.
16/11/93

Numero
2249

Pagina
30

Titolo
L' INCUBO DEL SANGUE INFETTO

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
DOPO LE DENUNCE DELL' ASSOCIAZIONE DEI POLITRASFUSI, COSA PUO' FARE IL CITTADINO PER DIFENDERE LA SUA SALUTE

Sommario
Signor Ministro, ma davvero non c' è pericolo? Quindicimila ammalati di epatite. Tremila contagiati dall' Aids. E, soprattutto, milioni di italiani a repentaglio. Lo scandalo degli emoderivati ormai spaventa chiunque ha subito negli ultimi anni una trasfusione. Mentre il governo minimizza e, dal carcere, l' ex superdirigente Duilio Poggiolini tenta di giustificarsi, "Epoca" vi racconta chi ha rubato, chi davvero è in pericolo e cosa si può fare per essere più tranquilli.

Didascalia
POCA CHIAREZZA Maria Pia Garavaglia, ministro della Sanità.
All' inizio ha minimizzato lo scandalo.
L' ACCUSATO Duilio Poggiolini, romano, 64 anni, direttore generale
del servizio farmaceutico dal 1973, al momento dell' arresto, il 20
settembre scorso a Domodossola. Poggiolini era membro della
Commissione unica sul farmaco e del Comitato interministeriale
prezzi. E' accusato di aver firmato due circolari che ammettono la
vendita di emoderivati non controllati per l' Aids e l' epatite C.

Testo
Milioni di italiani in pericolo grave? In teoria sì. Infatti chiunque negli ultimi anni abbia fatto ricorso a trasfusioni di sangue e abbia assunto farmaci emoderivati è a rischio di Aids e di epatite virale (tipo C). In particolare, ci sono alcuni cittadini più in pericolo di altri: quelli che hanno subito trasfusioni o trattamenti con emoderivati tra il 1985 e il 1987. L' allarme lo lancia l' immunologo Ferdinando Aiuti, presidente dell' associazione nazionale per la lotta all' Aids: "E' consigliabile che tutte queste persone si sottpongano al test: il rischio di contagio è minimo, ma è una soluzione che permette di togliere ogni dubbio e sentirsi più tranquilli". In effetti, la sindrome del contagio sta dilagando in tutto il Paese, man mano che le notizie si accavallano alle notizie e nessuno riesce a mettere ordine nella confusione che regna in tutto il settore sanitario. Il ministero della Sanità è accusato di aver tenuto in commercio emoderivati prodotti con sangue non controllato e che, quindi, potrebbero essere veicolo di contagio del virus dell' Aids o dell' epatite C. E a questo si aggiunge un altro drammatico sospetto: quello che, fin dal 1983, siano sui banconi delle farmacie medicinali con effetti cancerogeni (vedi riquadro a pagina 37).
Accuse giustificate? Il ministero risponde con rassicurazioni ufficiali: "Non esiste in Italia, dal 1986 a oggi, rischio di contagio maggiore che negli altri Paesi europei". Eppure l' Associazione dei politrasfusi italiani non ha dubbi: i morti di Aids per colpa del sangue infetto sono 508 e i trasfusi che hanno chiesto l' indennità perché contagiati dal virus sono 3.220. E 15 mila sono i cittadini che hanno contratto, nello stesso modo, l' epatite C. Il ministro della Sanità, Maria Pia Garavaglia, prima nega tutto poi cerca di minimizzare "balbettando" altri dati: dal 1984 al 30 settembre scorso ci sono stati 243 contagiati dal virus dell' Aids tra i trasfusi e 206 tra i coagulopatici ( malati che hanno assunto emoderivati, Ndr). E i morti sono "solo" 37. Chi ha ragione? Chiunque l' abbia, ci sono degli italiani che hanno già pagato a caro prezzo. Ed è poco consolatorio sapere che lo stesso dramma riguarda anche altri Paesi europei.
Come la Francia. Dove lo scandalo del sangue infetto è scoppiato nel 1989. Vennero accertati oltre 1.200 contagi di Aids (trecento sono già morti) tra gli emofiliaci che avevano usato emoderivati infetti dal 1985 al 1987. Lo scandalo decapitò l' apparato sanitario nazionale, e vennero coinvolti anche due ministri di allora e il capo del governo, il socialista Fabius. O come in Germania dove proprio in queste settimane è esploso lo scandalo dell' azienda farmaceutica Ub-plasma di Coblenza, che avrebbe venduto plasma contaminato alle maggiori ditte europee. Tra queste due aziende italiane: la Biotest e la Immuno (che hanno però già precisato di avere acquistato plasma dalla ditta incriminata nel 1991, mentre il prodotto "infetto" è quello datato 1993).
Ma davvero nessuna delle aziende farmaceutiche italiane ha importato, dalla Germania o da altri Paesi, plasma a rischio? Ma allora i 37 morti e i 449 contagiati di cui parla il ministro, a chi debbono il virus dell' Aids? E quelli che hanno preso l' epatite C? Siamo poi davvero sicuri che sui numeri non abbia ragione l' Associazione dei politrasfusi? I dubbi che tormentano i sonni degli italiani che hanno subito trasfusioni o hanno utilizzato emoderivati non vengono fugati da nessuno. Perché? E soprattutto quando si saprà, nel caos di voci e polemiche di questi giorni, se ci si potrà ancora fidare delle autorizzazioni del nostro ministero della Sanità? Visto che nessuno è in grado di tranquillizzare gli italiani, vediamo almeno di capire esattamente cosa è successo.
Facciamo allora un passo indietro. Al 29 ottobre scorso.
Il dossier Cgil. Mentre la procura di Napoli indaga su Duilio Poggiolini, ex direttore generale del ministero della Sanità accusato di aver preso mazzette miliardarie, la Cgil presenta alla magistratura partenopea un dossier che ha come protagonista proprio Poggiolini. Con due capi d' accusa. Il primo: l' ex direttore della Sanità nel 1991 ha firmato un documento in cui esonerava i centri politrasfusionali dal condurre esami anti-epatite C, e poi il 9 dicembre 1986 una circolare, mostrata anche da Gianfranco Funari durante il suo Funari News, in cui invitava a tenere in commercio almeno fino al 30 giugno 1987 le immunogloboluline intramuscolari risultate positive al test anti Aids. La seconda accusa: Poggiolini per favorire alcune case farmaceutiche avrebbe autorizzato, dal 1973 al 1985, la vendita di farmaci a largo consumo giudicati cancerogeni da una perizia dell' Istituto superiore della sanità. Notizie bomba.
Che fanno scendere in campo contro il ministero della Sanità avversari agguerriti.
Il balletto delle cifre. Il primo è Angelo Magrini, presidente dell' Associazione politrasfusi italiani, che può finalmente tirar fuori cifre alle quali per anni nessuno aveva voluto dar credito: secondo una stima del 1991, 3.220 persone avrebbero contratto l' Aids in seguito all' uso di emoderivati tra il 1985 e il 1987, e altri 15 mila italiani risulterebbero contagiati dall' epatite C.
Rincara la dose la Lila, la Lega italiana per la lotta all' Aids, secondo la quale, tra il 1985 e il 1988, almeno 500 donazioni di sangue positive al test anti-Hiv (il virus dell' Aids, Ndr) sono state immesse sul mercato. E nel solo mese di ottobre Aiuti ha trovato il virus dell' epatite C in tre emoderivati (scoperta subito contestata dall' Istituto superiore di Sanità che ha effettuato i test sugli stessi lotti giudicandoli negativi...) Al ministero, Maria Pia Garavaglia, prima smentisce seccamente qualunque pericolo passato e presente, poi ammette qualcosa tentando di minimizzare i danni. E parla di 37 morti e 449 contagiati.
Il balletto delle date. Il nodo dello scandalo sta tutto qui: legato alle date che segnano il momento in cui viene introdotto il test obbligatorio per l' Aids e quello per l' epatite C. Si comincia nel 1986: "Di Aids si parlava già da tre anni, ma solo ad aprile 1986", spiega Dina De Stefano, dirigente della direzione generale del servizio farmaceutico del ministero della Sanità, "arrivano le prime attrezzature professionali per i controlli anti-Hiv. Il ministero emette una circolare in cui chiede alle ditte di eseguire il test sul plasma usato per la produzione di emoderivati". Eppure otto mesi dopo, il 9 dicembre, a dispetto di questa decisione, la circolare Poggiolini autorizza a lasciare in commercio le immunoglobuline non testate. Perché? La dottoressa De Stefano dà una spiegazione tecnica: "Lo stesso Consiglio superiore della sanità, nei mesi che corrono tra le due disposizioni, aveva accertato che le immunoglobuline intramuscolari, per il modo in cui vengono prodotte, anche se non sono ricavate da plasma testato, possono considerarsi sterili e quindi sicure". Non altrettanto sicuri i fattori di coagulazione VIII e IX, usati per la cura dell' emofilia. Questi rimangono in commercio fino al 1987. "Ma", assicura la Di Stefano, "quando abbiamo controllato il loro grado di sterilità abbiamo comunque scoperto che erano già stati termotrattati e quindi a loro volta sicuri". Spiegazioni articolate. Ma l' Associazione dei politrasfusi ribatte: "Le autorità sono intervenute volutamente in ritardo per permettere lo smaltimento delle scorte delle case farmaceutiche". Nel 1988, anche se in ritardo sugli altri Paesi europei, finalmente un decreto ministeriale impone i test obbligatori su tutto il plasma.
Le banche Usa a rischio. Rimane però aperta la questione dell' epatite C, malattia non trascurabile visto che nel 50 per cento dei casi porta alla cronicizzazione e a lungo andare al cancro al fegato. Il test arriva solo nel 1990. La Cee lo rende obbligatorio a partire dal gennaio 1993. Cosa fa il ministero? Dando prova di buona volontà impone alle ditte di importare solo plasma testato a partire dal 1992, con un anno d' anticipo per adeguarsi in tempo alle normative della Comunità europea. Ma c' é un problema.
L' 85 per cento del plasma usato in Italia per la produzione di emoderivati, arriva dalle banche del sangue americane. E lì, negli Stati Uniti, non si eseguono controlli anti epatite C perché non li si considerano affidabili. Cosicché all' Italia non rimane scelta: o si usa plasma americano non testato, dicono al ministero, o si rimane senza scorte. Poggiolini, su parere dell' Istituto superiore di sanità, firma una nuova circolare che autorizza a lasciare sul mercato per tutto il 1993 alcune immunoglobuline intramuscolari, le albumine e le antitetaniche endovenose. Sarebbe queste ultime quelle a rischio di Epatite C. Ma davvero l' unico criterio usato da Poggiolini è stato quello di evitare di rimanere senza emoderivati? E perché non si possono cambiare fornitori se quelli americani non testano il plasma? Quali interessi economici sono stati salvaguardati sulla pelle degli italiani? Arrivano i Nas. Venerdì scorso il ministro Garavaglia ha deciso di revocare la circolare Poggiolini. Anche se non ha certo brillato per tempestività. Dopo la denuncia della Cgil, l' unico provvedimento preso, oltre ad allacciare una linea telefonica per rassicurare chi si sente a rischio, è stato infati quello di allertare i Nas, i Nuclei antisofisticazioni dei carabinieri, che sono partiti con i controlli tre giorni dopo, l' 1 novembre. Quattrocento uomini sguinzagliati per tutta Italia per passare a setaccio centri politrasfusionali, strutture Usl e sopratutto ditte importatrici di plasma o produttrici di emoderivati. Ma i loro sono solo controlli amministrativi sulle certificazioni presentate da chi produce plasma. Anche se hanno portato al sequestro di flaconi di emoderivati non controllati per l' epatite C all' ospedale Molinette di Torino. Ma come si difendono i principali imputati, le aziende produttrici di emoderivati? La reazione delle aziende. Enzo Bucci, responsabile del gruppo Marcucci, che raggruppa le quattro maggiori aziende che lavorano il plasma in Italia, compresa la Sclavo (produttrice degli emoderivati con il virus dell' epatite C individuati nel laboratorio di Ferdinando Aiuti), riferisce soddisfatto sulla visita dei Nas: "Venerdì sono stati nei nostri stabilimenti: hanno trovato tutto in regola".
I ritardi del piano sangue. Tutto in regola? Chi lo può dire? I controlli continuano. E l' mergenza non sembra certo finita.
L' unica cosa sulla quale al ministero sono disposti a giurare è il sangue usato nelle trasfusioni: "Quello è certamente sicuro, perché non viene importato dall' estero ma prelevato interamente in Italia dove i controlli sono ormai obbligatori: quello contro l' Aids dal 1985 e quello contro l' epatite C dal 1990", dice Caterina Gualano, segretaria della Commissione nazionale per il servizio trasfusionale del ministero. Anche se poi ammette: "Si stimano 2 mila infettati dal 1983 a oggi". E allora? Che succederà da oggi in poi? "Da qui a tre anni", continua Gualano, "l' Italia potrà diventare autosufficente per la produzione di plasma ed emoderivati". Lo prescrive il Piano-sangue, approvato il mese scorso dal Consiglio dei ministri per il triennio 1994-96, dopo anni di discussioni.
Perché non è partito prima? Risponde Antonio Guidi, responsabile dell' osservatorio dei diritti della Cgil: "C' erano in ballo gli interessi delle multinazionali che vendono nel nostro Paese. Hanno fatto di tutto per ostacolarlo".

BOX
ATTENTI: ECCO COSA RISCHIATE TRASFUSIONI Quelle compiute in occasione di incidenti stradali o interventi chirurgici hanno una percentuale di rischio molto bassa: globuli rossi, piastrine e plasma vengono dai donatori volontari italiani, che sono sottoposti ai test sia per l' Aids sia per le epatiti virali. Il rischio viene dal "periodo finestra": un lasso di tempo all' inizio della malattia (Aids) in cui il virus sfugge agli accertamenti. Ma oggi esiste un test che ha risolto il problema: il Pcr. Purtroppo non è molto applicato.
PLASMA ED EMODERIVATI Il plasma con il quale si fabbricano gli emoderivati (immonuglobine, antitetaniche endovenose e molti altri farmaci) viene comperato all' estero. Proviene quasi tutto dal Terzo Mondo, dove nessuno si cura di verificare se il donatore ha un virus.
Prima di utilizzarlo, le case produttrici per legge sono obbligate a controllare il plasma. Ma i politrasfusi denunciano: "Questi controlli non sono stati fatti".
IL DOSSIER-DENUCIA DELLA CGIL E INTANTO E' PANICO SULLE MEDICINE - KILLER Finalmente la Commissione unica del farmaco ha sciolto le riserve.
Ma c' è da fidarsi?.
Per una settimana, attorno al dossier sui farmaci-killer, consegnato dalla Cgil al giudice Domenico Zeuli della Procura di Napoli, c' é stato solo un groviglio di misteri. Il nome degli stessi farmaci, dei 16 principi attivi sospetti di avere effetti cancerogeni, dei periti che avrebbero eseguito gli accertamenti e persino la provenienza delle informazioni: tutto top secret. Venerdì scorso, finalmente, la lista delle medicine incriminate é stata consegnata dalla Cgil al ministro Garavaglia che lunedì l' ha presentata all' esame della Commissione unica del farmaco. Il primo verdetto é stato rassicurante: "L' allarmismo creato nella popolazione é assolutamente ingiustificato", ha riferito il ministro.
Eppur quel dossier ha una storia tutt' altro che rassicurante.
Consegnato da un funzionario dell' Istituto superiore della Sanità a Ivan Cavicchi e Walter Cerfeda, responsabile sanità della Cgil il primo, segretario confederale l' altro, contiene uno studio del 1982: "Un po' datato", dice Cerfeda, "ma utile a capire quali fossero i meccanismi della Direzione unica del farmaco". In altre parole: "Il sistema usato da Poggiolini per riscuotere tangenti dalle case farmaceutiche".
A qualcuno era venuto il sospetto che non tutto fosse così limpido.
Il pretore torinese Raffaele Guarinello, che lavorava dal 1974 su una serie di sostanze a rischio, nel 1981 ebbe tra le mani uno studio dell' Agenzia nazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione. La lista di principi attivi nocivi contenuti nel documento venne passata al vaglio di tre esperti: l' oncologo Benedetto Terracini, docente di epidemiologia all' università di Torino; Amicalcare Carpi de Resmini, farmacologo oggi in pensione dell' Istituto superiore di sanità,e Giorgio Bignami, anche lui farmacologo. I tre rilevarono che 16 principi attivi con effetti cancerogeni erano presenti nei medicinali in vendita sul mercato italiano. Ma senza che i foglietti illustrativi, che dipendono dalla Commissione unica del farmaco, ne dessero notizia in maniera chiara e attendibile.
Scoppiò uno scandalo: nella lista c' erano analgesici come il Saridon, antinfluenzali come il Coricidin, antibiotici come il Rifadin, antibatterici come il Bactrim, tutti farmaci a larghissimo uso. Il caso più scandaloso? "Quello di un medicinale", dice Cerfeda, "usato per la cura della nefrite, ritirato in tutta Europa dal 1961 é rimasto in Italia fino al 1982". Seconde le stime dei periti c' é la possibilità che abbia causato la morte di 5 mila persone l' anno.
Analoga la storia del Dependox, farmaco antinausea per donne in gravidanza: "Si era scoperto che provocava malformazione nei nascituri. La stessa casa produttrice aveva provveduto a ritirarlo, mentre Poggiolini ha deciso di lasciarlo in commercio fino ad esaurimento delle scorte".
A dispetto del clamore che l' inchiesta di Torino aveva suscitato, all' improvviso di tutta la vicenda "farmaci a rischio" non se ne seppe più nulla. Guarinello l' aveva passata alla Procura di Roma.
Dice oggi Cerfeda: "Lo studio che abbiamo reso pubblico risale a dieci anni fa. Ci sembra lecito però sospettare che da allora lo stile Poggiolini non sia cambiato. Chi ci assicura che negli ultimi anni le cose non siano andate nella stessa maniera?" C' é un solo modo per saperlo, per scoprire cioé se ci si può fidare di quello che si compra oggi in farmacia: "Aprire gli archivi di Poggiolini.
Andare ad indagare tra le sue carte più recenti".




Testata
Epoca

Data pubbl.
28/09/93

Numero
2242

Pagina
73

Titolo
LA MAPPA DEL MALIGNO

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI - FOTO DI STEFANO TORRIONE

Sezione
INSERTO

Occhiello
IL DIAVOLO E' FRA NOI SATANA IN ITALIA

Sommario
5 mila affiliati. 300 sette. Un fenomeno che preoccupa il Vaticano e persino i nostri servizi segreti. Città per città, ecco perché. Messe nere, orge, persino il sospetto di sacrifici umani. Intorno ai tanti seguaci italiani di Satana si respira ancora oggi aria di mistero. "Epoca" ha provato a vederci più chiaro. Ecco che cosa è riuscita a scoprire. Una donna vergine è "l' altare" per le messe nere Tutto ciò che serve per i riti si vende in negozi specializzati Torino con le due "chiese" è la vera capitale di Satana

Didascalia
L' avviso dei Padri Dehoniani che propaganda la video cassetta
sull' esorcismo.
Lorenzo Alessandri, 66 anni, con alcuni dei suoi dipinti satanici.

Testo
Il Medioevo è ancora tra noi. Sopravvive in tutta Italia tra coloro che si professano adoratori di Satana, appassionati dell' occulto, iniziati ai misteri degli inferi. Centinaia, forse migliaia, dappertutto. Nella nera e magica Torino così come nella cattolica e pontificia Roma, a Bologna come a Milano o Pescara, miriadi di sette lasciano indizi, seminano tracce della loro presenza, disegnano orme di paura e di morte: cimiteri profanati, cadaveri violati, furti di ostie...
In agosto è successo a Milano: due metronotte hanno sorpreso nel cimitero di Greco il mago Athos Ubaldi, sedicente "sciamano" lombardo, con una ragazza e una bambina, mentre si preparava a un rito nero. Il mese prima era toccato ad Arezzo, dove una ragazza ha denunciato di essere stata presa a frustate durante il rito d' iniziazione di una setta satanica.
Due episodi finiti nelle pagine di cronaca. Ma la realtà deve essere più fosca se anche la Chiesa cattolica, generalmente cauta quando si parla del demonio, sta lanciando ripetuti allarmi. I primi a farlo sono stati i Padri dehoniani di Bologna, che hanno di recente ospitato nella loro rivista Settimana una serie di articoli dedicati al culto di Satana e proprio in questi giorni stanno addirittura propagandando su Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, la videocassetta firmata da uno dei più qualificati esorcisti, Gabriel Amorth, significativamente intitolata La lotta contro il maligno. Prezzo 29 mila lire. E un' avvertenza: si consiglia la visione a persone adulte, a gruppi preparati o per scopi pastorali.
Subito dopo è sceso in campo il settimanale Famiglia cristiana: l' editoriale del teologo Vincenzo Bo, sul numero del 15 settembre, ammonisce i lettori su quanto siano pericolosi (e diffusi) i patti con il diavolo.
Esagerazioni? Padre Pellegrino Ernetti, esorcista al convento benedettino dell' isola veneziana di San Giorgio, parla di quasi mille sette in Italia: 600 sarebbero vere Chiese alternative, un centinaio deriverebbero da nuclei che praticano magia nera, le altre sarebbero gruppi dediti alle messe sataniche.
Più basse le cifre fornite da parte laica. Uno dei massimi studiosi di religioni alternative, Massimo Introvigne, 38 anni, autore di alcuni libri tra cui Il cappello del mago (ed. Sugarco, 1991), stima i seguaci di Satana attorno a "cinquemila o seimila".
Introvigne disegna una mappa che comprende tre categorie: un paio di Chiese "ufficiali", con capi conosciuti, indirizzi, bollettini, ma poche centinaia di adepti, come quella dei Bambini di Satana di Bologna, o la Confraternita di Efrem del Gatto a Roma (vedi alle pagine 76 e 80); un esercito di "parasatanisti", maghi, stregoni e occultisti (alcuni specializzati in riti sudamericani, quali il voodoo, la makumba, il candomblé, altri, come Athos Ubaldi, dediti a riti neri a pagamento); e infine una costellazione incontrollata di satanisti "selvaggi" che praticano il culto in segreto, in maniera più o meno casereccia. Tutta gente per cui l' adorazione del diavolo, atto supremo di trasgressione contro la morale cattolica, è mezzo per acquistare potenza, distruggere i nemici, conquistare l' immortalità.
Come? Con riti e cerimonie degni della più fantasiosa letteratura gotica, pratiche perverse che fanno invidia ai porno fumetti. A cominciare dalla messa nera che si conclude il più delle volte in un' orgia collettiva. Il rito classico, in latino secondo il testo di Joris Karl Huismans, scrittore francese dell' Ottocento, prevede tonache, cappucci, spade, pugnali, candele, talismani, ma soprattutto una donna nuda e distesa: "l' altare". Uno dei primi atti del sacerdote è quello di sconsacrare l' ostia immergendola nella vagina della passionaria, e subito dopo di accoppiarsi con la donna. Segue la degustazione dell' "elisir", sperma e secrezioni femminili mischiati in un calice, che può esser preparato prima, o sul posto. In questo secondo caso i partecipanti hanno con sé un cucchiaio per raccogliere il seme.
Nei riti satanici tutto è lecito: sadomasochismo, iniziazioni con il sangue, uccisione di animali, violenze sessuali sui bambini, fino al sacrificio umano.
Leggende? Massimo Introvigne non ha una risposta certa: "Negli Stati Uniti l' Fbi riesce ad attribuire ai satanisti non più di 15 omicidi all' anno. In Italia si trovano al massimo tombe violate, cimiteri profanati, si registra qualche furto di ostia. Ma morti, che io sappia, nessuno".
La Chiesa cattolica non sottovaluta questi ed altri pericoli. La documentazione su ogni episodio sospetto viene raccolta dai Gris, gruppi di informazioni e ricerche sulle sette (vedi a pagina 83): "Ci risulta, per esempio, che durante i rituali alcune donne vengano messe volontariamente incinte", racconta Giuseppe Ferrari, il segretario nazionale, "e che per abortire vadano all' estero. Che ci sia un traffico di feti?". Può darsi. Ma è solo un sospetto.
A dare una mano ai satanisti, per i loro riti, sarebbero a volte anche sacerdoti cattolici, disposti a fornire le ostie per le messe nere. Come succederebbe a Roma, per il gruppo di luciferiani della Confraternita di Efrem del Gatto, al quale le ostie sarebbero procurate da un parroco di campagna di un paesino delle Marche.
Il reclutamento degli adepti può avvenire per circoli ristretti, ma più spesso tra chi si é già occupato di occultismo. Le librerie esoteriche, soprattutto. Disseminate nelle maggiori città, favoriscono incontri, contatti, scambi tra chi si interessa al paranormale. Aziende specializzate in articoli magici, spesso collegate alle stesse librerie, forniscono strumenti e paramenti. A Torino, per esempio, Claudio Marchiaro vende per corrispondenza tutto il "nécessaire" dell' occulto, che comprende persino grasso di neonato di fabbricazione cinese. Mentre Aldo Castelli, uno dei maggiori rivenditori con azienda e libreria a Milano, il Magic Shop, oltre a esporre kit per riti di ogni tipo, possiede persino un tempio per la "consacrazione" degli oggetti.
Chi sono i seguaci del Demonio? Oltre i Bambini di Satana Luciferiani, fondati a Bologna da un' ex guardia giurata, Marco Dimitri, e la Confraternita di Efrem del Gatto, ci sono le tanto celebri quanto misteriose Chiese di Satana di Torino. Nate sul modello delle omonime chiese americane, raccoglierebbero 300, 400 adepti, e non 40 mila come, con timore, si sottolineava un tempo.
La geografia del Male non esclude Milano. Secondo Giuseppe Ferrari, il capoluogo lombardo sarebbe un calderone occultista dove confluiscono i gruppi più disparati: alcuni con contatti internazionali, altri legati a chiese che allignano in varie regioni di Italia. Un' organizzazione segretissima collegherebbe la capitale lombarda alla Liguria e al Piemonte. Tracce di altre sette, Ferrari le ha raccolte anche a Rimini: il Gran Sacerdote? Un parrucchiere.
Il Tempio? Il suo retrobottega.
Arezzo luciferina é venuta allo scoperto grazie a una ragazza. Qui il sommo sacerdote, Agostino Chiasserine, in arte Mago Aretinus, ha fondato il Tempio del Sole d' oro. Dodici adepti in tutto, ma molta fantasia: a casa sua la Digos ha trovato corna di montone, pergamene sigillate con sangue e capelli umani, candele a forma di fallo, ossa di animali. Aretinus si é difeso, definendosi cultore di riti neopagani. I falli di cera servirebbero a "invocare la fertilità", mentre i fedeli si limiterebbero a mangiar frutta, cantare inni, bruciare mirra e incenso.
Sarà, ma la gente di Arezzo dopo questa storia fa un gran parlare di templi e messe nere che si svolgerebbero sotto la luna sulla collina di San Cornelio, in vista della città. E, poi, dietro il mago Aretinus compare Jeronimus, sacerdote della Casa madre di Roma, alla quale in un primo momento aveva aderito il Tempio di Arezzo.
Esperto di riti luciferiani, Jeronimus é uno di quelli che nell' ambiente contano, con quartier generale dalle parti di Cinecittà. Segreto e inavvicinabile.
Ma resta Torino, la "cattedrale" del mistero. E non potrebbe essere altrimenti. L' ex capitale sabauda, vertice di un triangolo nero che la collega a Lione e Londra, con i suoi santuari esoterici, come il monte Musiné, porta dell' inferno, la stessa chiesa della Gran Madre, il mausoleo della Bella Rosina, tiene ancora fede alla sua fama di città magica conquistata nel 1800, quando era rifugio di eretici e miscredenti di ogni razza (questioni politiche: la dinastia sabauda contro Roma cattolica). Le due Chiese sataniche ufficiali, nate negli anni Settanta sotto un' unica bandiera, hanno avuto contatti niente meno che con La Vey, Gran Sacerdote demoniaco di San Francisco, e con Claude Seignolle, uno scrittore parigino di sulfurea fama. Sono congreghe chiusissime, divise adesso in due gruppi: uno interessato agli aspetti teologici del satanismo (niente sesso durante i rituali), l' altro a quelli occultisti.
"Avvicinarli? E' impossibile", dice Introvigne, che ha contatti riservati con alcuni fedeli. "Sono strutture elitarie, dove si entra per cooptazione, in un ristrettissimo giro di amicizie. Dove capi e seguaci non amano essere citati o apparire sui giornali".
E il misterioso Lorenzo Alessandri, pittore di diavoli e orripilanti creature degli inferi? Sarebbe lui l' eminenza nascosta dei satanisti, candidato addirittura al seggio di papa nero, vacante da 30 anni, in lizza con un "sacerdote" di San Francisco. Ma sembra una favola, scritta addosso al personaggio. Barbetta bianca, sguardo pungente, amuleti magici attorno al collo, Alessandri, 66 anni, vive tra le nebbie della campagna di Gioveno, a una ventina di chilometri da Torino, in una strana casa disegnata da lui stesso. Colleziona feticci di tutte le specie, candelabri, calici, statuette tibetane, strumenti di magia nera, raccolti direttamente da una delle più antiche cappelle sataniche di Torino, nel quartiere residenziale della Crocetta (poi smobilitata).
"Il demonio... Ma siete matti?", Alessandri se la ride. "Per i torinesi è solo una scusa per fare sesso". Sostiene che si tratta di una "bufala", come quella del Monte Musiné dove qualcuno vede anche i dischi volanti. E gli oggetti di culto? Gli sarebbero stati regalati dal sagrestano della cappella della Crocetta, incontrato per caso anni fa in un' osteria.
Ambigua Torino, capitale di maghi, stregoni, satanisti. Ci hanno provato i carabinieri a capirci qualcosa. A maggio, dopo che in città aveva trionfato Magica, fiera di oggetti esoterici, è stato un maresciallo a mettersi sulle tracce di Satana. Le sue scoperte? Una vecchia nobiltà che tramanderebbe di padre in figlio rituali demoniaci nel chiuso delle proprie ville; una borghesia agiata, che prega il diavolo indifferentemente al chiuso o all' aperto, viaggia in Bmw e Mercedes e si diletta in orge; e infine un gran numero di maghi che, fiutando affari d' oro, si improvvisano sacerdoti del demonio a suon di bigliettoni. Ogni messa nera costerebbe infatti ai partecipanti da uno a due milioni a testa.
Di violazioni al codice penale, però, nemmeno l' ombra: "Adorare Satana per la legge italiana non è reato. Praticare il sesso neppure", si rassegnano i carabinieri. Così: "Se non si trovano cimiteri violati, cadaveri sconsacrati, se non ci scappa il morto", come è successo nel 1988, con Fosca Setteducati, massacrata durante un rituale satanico a tre, "non é affare che ci riguarda". Vero fino ad un certo punto. I carabinieri non lo dicono, ma oltre al maresciallo, a Torino c' é un uomo dei servizi segreti che qualcosa in più sui seguaci del demonio forse sa. Difficile però trovarlo in caserma. Gli occhi aperti, lui, deve tenerli su tutta Italia.




Testata
Epoca

Data pubbl.
28/09/93

Numero
2242

Pagina
82

Titolo
IO, DIAVOLO PENTITO

Autore
Maria Grazia Cutuli

Sezione
INSERTO

Occhiello
IL DIAVOLO E' FRA NOI SATANA IN ITALIA PARLA L' EX FAUST DI PESCARA

Sommario
"Ma da 4 anni ormai vivo nella paura".

Testo
"Non fatemi fare nomi. Non posso. Sono pochi a sapere certe cose. Io sono tra quelli e potrei essere identificato". S.R. abita a Pescara, ha 24 anni, un passato tra gli occultisti: giri pericolosi dai quali si è tirato fuori grazie all' aiuto di un sacerdote. Ne è uscito 4 anni fa, ma continua ad aver ancora paura di ritorsioni. Epoca raccoglie con cautela la sua testimonianza, utile a capire i meccanismi che esistono all' interno di alcune sette.
"Ho iniziato per gioco, perché ero convinto che mediante la magia avrei potuto aiutare gli altri. Ho visto e sentito in questi anni cose terribili. Ci sono due sette in Italia, una vicino a Roma, l' altra nei pressi di Bologna, 150 persone in tutto, che si dichiarano seguaci di Satana, e sono pericolosissime. Praticano sacrifici umani. Casi straordinari. Di solito si limitano a far cerimonie di tipo ritualistico e sessuale.
"Le loro vittime hanno sempre un ruolo simbolico. Odiano la Chiesa cattolica, perciò cercano persone in qualche modo vicine a quella fede. So di uno in particolare. Non posso dire se un uomo o una donna. Una persona che è stata sequestrata per alcuni giorni. Poi drogata e portata a una cerimonia. L' hanno ammazzata a pugnalate e bruciata. Le sue ceneri sono state utilizzate per rituali satanici.
"Chi c' é a capo? Maghi neri, dediti al satanismo. Ciascuna delle due sette segue regole proprie. Quella vicino a Roma, per esempio, pretende dai propri adepti che nutrano odio viscerale per chiunque, a cominciare dai propri familiari. Che non siano mai entrati in una chiesa. Che siano disposti ad aver rapporti sessuali con tutti, gente del proprio sesso, adulti e bambini. E infine, che obbediscano agli ordini del Gran Sacerdote. I matrimoni in generale sono scoraggiati, perché la setta non ammette rapporti privilegiati a due, ma solo rapporti collettivi tra gli adepti. Quando vengono autorizzati, devono essere celebrati dal sacerdote in un tempio satanico. Non si può lasciare il gruppo per nessun motivo, pena il rischio di essere ammazzati.
"La setta bolognese impone che l' iniziato subisca un rapporto contro natura, che venga sodomizzato dal sacerdote. Durante le messe nere, dopo l' invocazione a Lucifero, gli adepti devono baciare il pene al celebrante. Si sgozzano animali, capre o galli, per colpire eventuali nemici. Il sangue serve per la comunione finale, per ottenere energia pura.
"Il calice viene riempito anche di escrementi e la messa finisce in un' orgia generale. Se viene fatto come semplice rito di sconsacrazione, si usano ostie consacrate da un prete cattolico. Se è invece a scopo offensivo, contro qualcuno, l' ostia è nera e triangolare.
"Il patto con il demonio si fa con il proprio sangue, ma non è concesso a tutti. E' l' ultimo gradino per diventare sacerdote. Dura 20 anni e garantisce la realizzazione di ogni desiderio.
"Anche a Pescara ci sono satanisti. Il fenomeno è esploso dopo il 1988, quando si diceva che a Montesilvano una veggente fosse in contatto con la Madonna. Da allora un paio di maghi occultisti hanno cominciato a reclutare adepti in tutta Italia, sfruttando la sacralità del posto. Il gruppo pratica aborti e usa i feti per le cerimonie rituali".




Testata
Epoca

Data pubbl.
31/08/93

Numero
2238

Pagina
28

Titolo
8 DELITTI, NEANCHE UNA PISTOLA

Autore
DI MARCO CORRIAS schede a cura di Maria Grazia Cutuli

Sezione
STORIE

Occhiello
Incubo dell' estate: l' incredibile catena di ragazze uccise. E un filo rosso lega tutti i delitti: non è stato sparato nemmeno un colpo.

Sommario
Strangolate, soffocate con la sabbia, pugnalate, bruciate. Un crescendo di orrore culminato con la scoperta che uno degli assassini era la madre della vittima. Come si può spiegare una mattanza come quella che ha sconvolto l' estate degli italiani? "Epoca" l' ha chiesto a un detective fuori dagli schemi: Corrado Augias. "Se c' è una cosa che balza agli occhi è che in tutti i delitti domina l' improvvisazione. Come se gli autori fossero stati colti da un impeto irrefrenabile, uccidendo in fretta e lasciandosi dietro tracce e indizi confusi, spesso contraddittori" "La libertà sessuale è comune a tutti i delitti. In un caso, quello di Clusone, fornisce persino l' alibi al sospettato"

Didascalia
L' auto bruciata con i cadaveri di Milva Malatesta e del
figlio Mirko, tre anni.

Testo
Corrado Augias, 58 anni, uno dei massimi esperti italiani di thriller. Romano, col-laboratore di punta del quotidiano la Repubblica, ha esordito in tivù nel 1987 con Telefono giallo su RaiTre. Nella passata stagione ha condotto, sempre su RaiTre, la trasmissione di informazione culturale Babele. Ha scritto due libri gialli: Tre colonne in cronaca e Guerra di spie.
Rosa Quartararo, palermitana di 40 anni, piccolina, immigrata nel lodigiano, alla fine ha confessato: "Maria Concetta l' ho uccisa io.
Si era innamorata di Rosario Loria, lo stesso uomo che piaceva a me.
Abbiamo avuto una discussione qui a casa, e quando mi ha ripetuto di avere una storia d' amore con lui non ci ho visto più: l' ho colpita una, due, otto volte con un manico di scopa. Poi, quando era a terra le ho stretto una corda al collo, l' ho strozzata".
Maria Concetta, 19 anni, un metro e cinquanta d' altezza su un viso dolce e un corpo ben fatto, era la figlia di Rosa. Dopo morta è stata gettata da sua madre, aiutata dal convivente Giuseppe Redaelli, in un canale nelle campagne di Pozzuolo Martesana (vicino a Lodi). E lì, povero fagotto avvolto in due sacchi dell' immondizia, era stato trovato da un pescatore dilettante, venerdì 20 agosto.
Era l' ennesimo delitto di quest' estate pervasa di follia omicida.
Undici vittime, tutte donne. Uccise nei modi più diversi, negli ambienti più disparati e geograficamente più lontani: Lodi, Roma, Colle Val d' Elsa, Todi, Clusone, Torre del Lago, Ivrea, Bologna, Forlì, Torino, Napoli.Tra loro anche due casi "anomali". Uno, quello della dottoressa di Forlì, Franca Lipparini, uccisa con due coltellate alla schiena nella sua casa di Forlì il 2 agosto (l' età della vittima, 59 anni, esce dalla fascia anagrafica comune alle altre uccise, tutte molto più giovani).
L' altro quello di Deborah Pellecchia, 22 anni, trovata morta nell' androne del suo palazzo a Napoli la vigilia di Ferragosto (qui ci sono addirittura dubbi che possa trattarsi di un omicidio).
Un' agghiacciante catena di sangue, comunque. I cui anelli, secondo psicologi ed esperti vari, sembrano forgiati con un elemento comune: l' estate. "Stagione in cui&