DEATH OF A HERO
Ahmed Shah Massud
> TRIBUTEWi> INTERVIEW
> MESSAGE TO THE
PEOPLE OF THE USA

NEW YORK, NEW YORK!
Tribute to
a defaced city
FAREWELL MARJAN...
Marjan, the one-eyed lone
lion is no longer the king of
Kabul zoo
PICTURES from the grenade attack!
Dear Visitors, these next pages are a heartful tribute to Maria Grazia Cutuli, sweetest friend, valued travelmate and skillful writer for Corriere della Sera, major italian newspaper, who was ambushed and killed by unknown assailants on November 19 2001, while traveling from Jalalabad to Kabul (Afghanistan) together with colleagues Julio Fuentes (spanish newspaper El Mundo), Harry Burton and Hazizullah Haidari (cameraman and photographer, Reuters).
>PICTURE GALLERY
>AUDIO CLIP her last report from Peshawar [ Corriere.it ]
>VIDEO recovering the journalists' bodies [New York Times - Associated Press]
How colleagues journalist and friends >REMEMBER her
Pages from italian and international >PRESS
>REPORTS about the ambush
>STORIES we published >TOGETHER (her writings, my pictures)
>ALL THE STORIES
I'm trying to make available ALL THE STORIES written by Maria Grazia Cutuli.
Big kudos to publishers Corriere della Sera-RCS and Arnoldo Mondadori Editore,
for allowing me to post here all the stories they hold copyrights for.
ITALY 1996, EPOCA

Testata
Epoca

Data pubbl.
06/12/96

Numero
49

Pagina
76

Titolo
MAMMA, PAPA' , MA VOI LO SPINELLO L' AVETE MAI FUMATO?

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI E MARCO IMARISIO

Sezione
STORIE

Occhiello
DOSSIER

Sommario
Massimo D' Alema vuole legalizzare le droghe "leggere". La proposta divide i partiti. E allarma i genitori. Per i quali "Epoca" ha preparato questo dossier. Che spiega cosa sono esattamente hashish e marijuana, quali effetti hanno, quali pericoli nascondono. E che aiuta a trovare le risposte giuste per tutti gli interrogativi. Anche i più imbarazzanti. La marijuana costa tra 10 e 15 mila lire al grammo. Per una "canna" ne occorre mezzo Non sempre lo spinello procura sensazioni di benessere. Può anche scatenare stati di paranoia Andrea Muccioli: "Il 98 per cento degli eroinomani ha cominciato fumando". Ma molti lo contestano "E se i vostri figli vi chiedono se avete provato, niente paura. Dite loro semplicemente la verità"

Didascalia
Spacciatori di droghe "leggere" in piazza San Marco a Firenze.

Testo
"L ' hashish va legalizzato". Una battuta in videoconferenza, per i giovani della sinistra, riuniti venerdì 22 novembre a Bologna, ed ecco scoppiare la bomba. Massimo D' Alema, segretario del Pds, propone un referendum per legalilzzare l' hashish e la marijuana.
Una proposta che spacca le coscienze, sia dentro sia fuori l' Ulivo.
Se un compagno di partito come Walter Veltroni si è sentito in dovere di mettere subito dei distinguo ("separiamo le opinioni personali dalle responsabilità istituzionali"), gli avversari del Polo, da Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi, hanno già sfoderato la spada: "Daremo battaglia e non appoggeremo mai il referendum".
Alleati di D' Alema, i pionieri dell' antiproibizionismo: il nuovo portavoce dei verdi, Luigi Manconi, il leader riformatore Marco Pannella, gli esponenti del Cora (Coordinamento radicale antiproibizionista) di Marco Taradash.
Il dibattito sul "fumo", per la verità, non è nuovo. A settembre c' era stata la votazione del consiglio comunale di Torino, favorevole a un esperimento di liberalizzazione. A ottobre era arrivato in Parlamento un disegno di legge del verde Franco Corleone, sottosegretario alla giustizia. D' Alema ha ribadito le ragioni del fronte "libertario": in Italia, dove i consumatori di droghe "leggere" sarebbero tra i 5 e i 7 milioni, la legalizzazione farebbe crollare il mercato criminale. Lascerebbe fuori, isolato e più controllabile, lo spaccio di droga pesante. Si potrebbe persino ipotizzare, ha detto il segretario del Pds, una distribuzione controllata dell' eroina. Ma con quali conseguenze? Epoca ha condotto un' inchiesta per capire che cosa sono realmente le droghe "leggere" e quali pericoli o vantaggi può portare la legalizzazione.
Le droghe "leggere" sono proibite? In pratica no. Dopo il referendum del 1993 che ha ribaltato i rigori della legge Jervolino-Vassalli del 1990, chi viene trovato in possesso di una "modica quantità" di hashish e di marijuana rischia solo una segnalazione al Prefetto. Il "detentore" viene convocato per un colloquio, che può concludersi con un "ammonimento" a voce o scritto. Alla terza segnalazione possono scattare misure amministrative come il ritiro della patente.
E' escluso invece il carcere, che era previsto (anche se mai applicato) dalla legge Jervolino-Vassalli. "In pratica", dicono all' Osservatorio per la droga del ministero degli Interni, "su 108 mila colloqui registrati negli ultimi sei anni, le sanzioni amministrative emesse sono state 26 mila". Con il referendum, inoltre, "viene eliminato il concetto di "dose media giornaliera" e le relative tabelle del ministero della Sanità. Si ritorna come nel 1975 a quello generico di "modica quantità" tollerata per uso personale". Modica quanto? Nessuno lo sa. L' unica certezza è che il consumo in sé non è più punito. A meno che non si accerti che si tratti di spaccio.
Che cosa sono esattamente? E' una droga che non dà assuefazione.
Ricavata dalla Canapa indiana, una pianta che cresce soprattutto nei climi caldo umidi, può presentarsi in due varianti: "erba", cioè marijuana, rametti, foglie e soprattutto fiori; o come panetto, cioè hashish, una resina compatta di colore variabile dal verde al marrone. Tutti e due i derivati si fumano mischiati al tabacco. In cartine, sotto forma di sigarette chiamati "spinelli", "canne", "joint", in pipe normali, o nei "cylum", pipe orientali a forma di cono.
Dove si comperano? Dappertutto. Secondo Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo, fondatore della comunità di San Patrignano: "Dovunque ci siano o si concentrino giovani, c' è sempre qualcuno che vende hashish e marijuana". Nelle piazze, tanto per cominciare, nei giardini pubblici, vicino alle scuole, nei bar. Anche nelle discoteche. Ma lì il mercato delle droghe "leggere" è marginale, superato ormai da quello delle droghe sintetiche.
Quali tipi si trovano in Italia? E quanto costano? Il tipo più comune di hashish è il cosiddetto "marocchino". Arriva, appunto, dal Marocco in tre qualità: il "primero", di colore marrone chiaro; il "cioccolato", più scadente, tagliato con sostanze di tutti i tipi (compreso l' olio per macchine); e lo "00", di colore ocra. In piazza, costa dalle 12 alle 15 mila lire al grammo. In pratica 5 o 6 mila lire a "spinello".C' è poi l' "afghano", prodotto in Afghanistan, scuro di colore, con un prezzo variabile dalle 15 alle 20 mila lire al grammo. E il "libanese", venduto nel Sud d' Italia in due qualità: "rosso" e "golden", con prezzi che vanno dalle 12 alle 15 mila.
La marijuana più pregiata è invece la "sansimiglia", quella senza semi. In Italia si trova facilmente la "calabresella", verde-arancione, prodotta in Calabria e venduta tra le 10 e le 15 mila lire al grammo (anche qui, per uno spinello ne occorre circa mezzo grammo). E adesso anche l' "albanese", un nuovo tipo coltivato oltre l' Adriatico. Costa un po' di più: dalle 15 mila alle 20 mila al grammo.
L' elenco potrebbe continuare. Basta dare un occhio a Internet, dove esiste un sito specifico con il "borsino" delle droghe "leggere" che arrivano in Europa dall' Asia, dal Sud America, dal Medio Oriente.
Quali effetti danno? Di due tipi: stordente o euforizzante. In linea di massima, peggiore è la qualità, maggiore è il rischio di addormentarsi, sentirsi la testa pesante e le membra molto rilassate. Quando si fuma erba o hashish di buona qualità, al contrario, si ha uno stato di euforia, collegato a scoppi di risa, un senso di dilatazione del tempo, appetito e spesso eccitazione sessuale. "I legami associativi", spiega Enrico Malizia, tossicologo dell' università la Sapienza di Roma nel volume Le droghe (Newton Compton, 1996), "sono più veloci ma più labili, i pensieri si susseguono senza evidente nesso logico". Le percezioni sensoriali vengono enfatizzate. L' effetto comincia dopo cinque o dieci minuti, culmina dopo venti e si protrae per un paio di ore.
Non sempre fumare produce uno stato di benessere. Molto spesso rivela e accentua le emozioni. Le "droghe dal riso facile", come sono battezzati i derivati della canapa, possono scatenare anche stati di paranoia.
Ma le droghe "leggere" fanno male? Proibizionisti e antiproibizionisti su questo sono in totale disaccordo. Un tossicologo come Malizia attribuisce all' abuso di canapa indiana (dai 15 ai 40 spinelli al giorno), laringiti, bronchiti, insonnia, anoressia, dimagrimento, anemia, fino a veri e propri stati psicotici. Gli psichiatri Roberto Bertolli e Furio Ravera, fondatori del Crest (Centro per il recupero sociale dei tossicodipendenti), nel libro-intervista Un buco nell' anima, realizzato con il giornalista Guido Vergani, parlano di disturbi "dispercettivi", fenomeni di alterazione delle percezioni sensoriali, che possono portare "a obiettivi cambiamenti comportamentali, come il deterioramento delle capacità motorie, una diminuzione dell' attenzione e della memoria, una ridotta forza fisica". Gli antiproibizionisti obiettano: attenti, qui si sta parlando di abuso.
"Se qualcuno si fa trenta canne al giorno", sostiene Giancarlo Arnao, medico, 70 anni, da venti impegnato nella ricerca sulla droga, autore di numerosi saggi, tutti in chiave antiproibizionista,"è chiaro che ne subisce le conseguenze. Ma questo vale per tutte le sostanze. Anzi, in proporzione i derivati dalla canapa indiana sono molto meno nocivi di tabacco e di alcol".
Sono il primo passo verso l' eroina? Uno degli argomenti forti dei proibizionisti è proprio questo: si comincia con lo spinello e si finisce con l' eroina. Se è vero quello che dice Andrea Muccioli, "il 98 per cento degli eroinomani ha cominciato fumando", non è vero il contrario. Cioè che tutti i "fumatori" arrivino al buco. Arnao si appella alla statistica: "I dati epidemiologici dimostrano che a ogni aumento dei consumatori di cannabis non corrisponde alcun aumento di consumatori di eroina". Il rischio è "ambientale": chi fuma lo spinello finisce per frequentare i giri dove si fa uso e si spaccia droga pensante.
Danno dipendenza fisica? La tesi non ha molti sostenitori, perfino tra i proibizionisti più accaniti. "Il rischio è modesto", dice il professor Bruno Silvestrini, docente di farmacologia all' Università La Sapienza di Roma. "Se per droghe pesanti si intendono quelle che danno dipendenza, allora l' alcool è una di queste, ha una forza tremenda. I derivati della cannabis invece hanno una forza di "persuasione" molto più blanda". Una dipendenza psicologica, più che fisica.
Circolano nella scuola? Secondo un sondaggio condotto dall' Unione degli studenti fra 11 mila 870 giovani delle scuole superiori di 11 città italiane, risulta che il 77,6 per cento degli intervistati ha fumato almeno una "canna", e il 64,3 è favorevole a legalizzare le droghe "leggere". Lo spinello a scuola è dunque una consuetudine? Al liceo classico Mamiani di Roma, lo scorso febbraio un gruppo di genitori spedì una lettera ai giornali, denunciando spaccio e consumo nei corridoi della scuola. Gli studenti risposero con un poster beffardo. Chi aveva ragione? "I ragazzi", dice la professoressa Di Rocco, vicepreside dell' istituto romano. "Certo, il "fumo" è illegale, ma loro vivono lo spinello come una cosa normale. Il Mamiani non è il Bronx, è uguale a qualunque altra scuola italiana. Qualcuno fumerà pure durante la ricreazione, ma come si fa a sorvegliare tutti?". Lo spinello a scuola assume un significato ben preciso. "E' illegale, quindi diventa un gesto trasgressivo, ancora più qualificante agli occhi dei compagni".
Che cosa devono fare i genitori se scoprono che il proprio figlio "fuma"? Ci si accapiglia sui dati medici, un po' meno sull' atteggiamento da tenere una volta scoperto che il figlio si fa le "canne". Sarà banale, ma la ricetta è questa: parlarne. Claudio Sorrentino, presidente di "Droga che fare", la prima struttura europea di aiuto telefonico (vedi il riquadrato a destra), fornisce indirizzi, consiglia le strutture alle quali è meglio rivolgersi.
Alla sua associazione arrivano un centinaio di telefonate al giorno.
A tutti i genitori snocciola il suo decalogo: "Osservare il comportamento del ragazzo. Se è normale, si tratta di spinelli isolati: basta parlargli, capire se lo ha fatto così per provare e poi dissuaderlo. Quando si chiude spesso in stanza, non ha reazioni di nessun tipo, allora c' è da preoccuparsi: è probabile che ci sia abuso". In questo caso serve un supporto psicologico più consistente: "Bisogna capire la sua personalità: se è debole, se nel suo gruppo è un gregario, se ha voglia di evasione, che cosa non lo soddisfa. Conviene fargli domande sulla gente che frequenta, se il consumo avviene tra amici o in compagnie nuove. E non escluderei una perquisizione discreta in camera sua". Manconi, antiproibizionista, dà un unico consiglio: "Metterei in guardia mio figlio dai rischi dall' abuso".
Come rispondere alla domanda: "Mamma, papà, ma voi avete mai fumato uno spinello"? Lo psichiatra Paolo Crepet non ha dubbi: "Direi la verità". E "direi la verità", risponde anche Sorrentino, un discreto passato da spinellatore, oggi nelle file dei proibizionisti.
"Spiegherei però ai miei figli che ai miei tempi lo spinello aveva un significato diverso. Era un gesto rituale tra amici, una protesta nei confronti di una società che percepivamo come dura e coercitiva.
Oggi i tempi sono cambiati: il significato trasgressivo dello spinello, che poi è una delle molle che spingono a provarlo, non esiste più".
Una delle critiche più feroci alla proposta di D' Alema è venuta da Gerardo Bianco, segretario dei popolari: "Ci atteniamo all' atteggiamento del parlamento europeo, dove i paesi che hanno imboccato la strada della legalizzazione hanno dovuto fare marcia indietro". In effetti oggi in Europa impera la severità. Il paese peggiore per farsi gli spinelli è l' Inghilterra, dove il possesso di droga sia leggera sia pesante, è punibile dai 2 ai 7 anni di detenzione. Il consumo era punito teoricamente anche in Germania, anche se nel 1994 la Corte costituzionale tedesca ha depenalizzato l' uso personale delle droghe "leggere". In alcune città (Amburgo, Berlino, Francoforte) si trovano addirittura coffee shop dove è possibile acquistare hashish e marijuana: teoricamente illegali, di fatto tollerati. Pugno duro in Francia, dove il possesso di droga leggera o pesante per uso personale è assimilato allo spaccio.
Ancora più rigida la legislazione svedese: nel 1993 il governo di Stoccolma ha varato una legge antistupefacenti che proibisce tutto: sia l' uso personale sia la modica quantità. Qui è addirittura prevista la disintossicazione coatta anche per chi abusa di droghe "leggere".
L' unica eccezione rimane l' Olanda. Nel 1975 il governo dell' Aja scelse la "legalizzazione delle droghe "leggere" attraverso la tolleranza". Nacquero i coffee shop e Amsterdam divenne la capitale mondiale del "turismo da spinello". Fino al gennaio scorso era possibile comprare anche 30 grammi di erba o di hashish. Adesso, però, cominciano a farsi sentire le pressioni degli altri paesi europei che accusano il governo olandese di ostacolare la lotta al crimine. L' Olanda risponde che se ha il più alto numero di consumatori di cannabis (4 mila ogni 100 mila abitanti, in Italia invece sono 1.800), è anche vero che è uno dei paesi europei con il minor numero di tossicodipendenti da eroina e di morti per droga.




Testata
Epoca

Data pubbl.
29/11/96

Numero
48

Pagina
84

Titolo
COSI' UN "GIOVANE GENTILE" E' DIVENTATO UN "SERIAL KILLER"

Autore
Maria Grazia Cutuli

Sezione
STORIE

Occhiello
CRONACA IL 6 OTTOBRE 1997 INIZIERA' IL PROCESSO CONTRO STEVANIN

Sommario
Venne catturato per caso. E nei suoi campi furono trovati tre cadaveri.

Didascalia
Gianfranco Stevanin, 35 anni, durante un sopralluogo nei terreni
dove sono state sepolte le vittime.

Testo
Sette inchieste aperte. Sette omicidi sul filo di macabri rituali di sesso, violenza e morte. Mercoledì 20 novembre, Gianfranco Stevanin, 35 anni, agricoltore di Terrazzo, 50 chilometri da Verona, è stato rinviato a giudizio per l' assassinio di due donne (il processo inizierà il 6 ottobre 1997): Claudia Pulejo, 29 anni, una tossicodipendente di Legnago, e Biljana Pavlovic, cameriera serba di 25 anni. Ma i sospetti che pesano sul "serial killer" della Bassa Veronese portano ad altre cinque vittime. Cinque ragazze, una identificata, quattro sconosciute, uccise durante giochi sado-maso.
Della prima si è trovato solo il tronco, senza arti e senza testa, abbandonato in un canale a meno di un chilometro da casa di Stevanin. Di un' altra c' è la foto scattata dall' agricoltore di Terrazzo, che la riprende con sembianze di morta alla fine di un rapporto sessuale. La terza potrebbe essere una prostituta austriaca, Roswita Adlassing, scomparsa nel maggio 1993, anche lei fotografata in casa Stevanin. Della quarta e della quinta, una studentessa e una slava, ha parlato lo stesso killer durante un interrogatorio con il pubblico ministero di Verona, Maria Grazia Omboni. Ma la catena potrebbe allungarsi. Nella zona dove viveva Stevanin, negli anni scorsi sono scomparse diverse prostitute straniere. La stessa sorella di Claudia Pulejo, Cristina, morta in uno strano incidente stradale, era stata fotografata in pose porno dall' agricoltore. E, per concludere, c' è anche un tentativo di omicidio su commissione: il presunto assassino avrebbe assoldato un killer per far fuori Alessandra Vaccari, una giornalista dell' Arena che ha seguito il suo caso sin dall' inizio.
Ma chi è Gianfranco Stevanin? Un folle erotomane, malato di sesso e di violenza? Un lucidissimo "serial killer" che, secondo i periti, si sarebbe addirittura ispirato al "best seller" americano, Facile da uccidere, scritto dall' ex poliziotto John Katzembach? Come il protagonista del romanzo, Stevanin fotografava le sue vittime. In casa sua sono stati ritrovati archivi con centinaia di foto porno; schede su schede di donne incontrate o sconosciute; bende, corde, legacci, strumenti di tortura. Chi lo conosce lo descrive come un giovane gentile, di media cultura, ben educato. I suoi avvocati hanno parlato di doppia, tripla, quadrupla personalità, un soggetto affetto da malattia mentale, dopo un trauma cranico riportato da ragazzo in un incidente stradale. Le perizie mediche, però, lo escludono.
Un' inchiesta ingarbugliata, scattata per caso il 16 novembre 1994, quando i poliziotti di una volante della questura di Vicenza, al casello dell' autostrada, vedono scendere da una Lancia Dedra una prostituta austriaca, Gabriella Musger. La donna grida disperata, indicando l' uomo al volante: "E' armato. Ha una pistola". Qualche ora dopo racconterà di essere stata violentata dal cliente, Gianfranco Stevanin, di essersi dovuta prestare per foto porno e di essere stata vittima di un tentativo di estorsione. Scattano le prime perquisizioni a casa dell' agricoltore: tra le tante foto ritrovate, anche quelle di due ragazze scomparse, Claudia e Biljana.
Il 3 luglio 1995 a due passi dal rustico di Stevanin viene fuori il tronco senza testa né arti. Il 12 novembre il cadavere saponificato di Biljana. E infine il terzo corpo, quello di Claudia, imbozzolato nel Domopak. In un momento di "lucidità", Stevanin "ricorda" di aver fatto a pezzi almeno 4 donne.




Testata
Epoca

Data pubbl.
22/11/96

Numero
47

Pagina
92

Titolo
QUESTO PONTE ME LO SON FATTO (E PAGATO) DA SOLO

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
CRONACA

Sommario
L' aveva portato via l' alluvione. Francesco Rocca, sindaco di Bastia, provincia di Cuneo, ha pazientato due anni. Poi ha ipotecato la casa, 50 milioni, s' è rimboccato le maniche e in sette giorni il lavoro era finito. Tutto bene? Macché, perché il magistrato... E' alla sua seconda impresa del genere. Tanto che la lista con cui è stato eletto si chiama Ponte Bailey

Didascalia
Francesco Rocca, 43 anni, sindaco di Bastia, con i concittadini che
l' hanno aiutato. Alla fine, l' Anas ha accettato di prendere in
gestione il ponte. Nell' altra pagina: volontari al lavoro.

Testo
"D' aquila penne, unghie di leonessa", cita Francesco Rocca, sindaco di Bastia Mondovì, provincia di Cuneo, all' ennesimo cronista che al cellulare gli domanda il perché di quel cappello d' alpino calcato in testa giorno e notte. "Il motto dell' Ottavo battaglione", aggiunge grattandosi la barba incolta sul viso da montanaro. Il cappello come memoria e come stendardo: "E' quello che mi dà forza e coraggio. In battaglia non lo tolgo mai".
Grido di guerra. Contro lo Stato, la burocrazia, contro quelli che promettono e non mantengono. In termini concreti: Francesco Rocca, 43 anni, sindaco di un borghetto di 606 anime arroccato tra le montagne del Cuneese, stanco di aspettare, ha deciso di costruire da solo un ponte, uno di quelli distrutti dalla piena del Tanaro del 4 e 5 novembre 1994. L' ha fatto, in meno di una settimana, ipotecandosi la casa per cinquanta milioni. Ha continuato a lavorare, con l' aiuto di una ventina di volontari, anche dopo il sequestro ordinato dall' autorità giudiziaria. "Non per calcolo politico", dice. Niente a che fare con la Lega o con le manie secessioniste che allignano dalle sue parti. "Solo per offrire un servizio alla gente". Battaglia coronata da vittoria: domenica 10 novembre, l' Anas ha finalmente accettato di prendere in gestione il guado edificato dai "ribelli" e di renderlo transitabile.
Adesso, nella vallata dove il Tanaro si sfilaccia in un mosaico di acqua e di terra, il sindaco festeggia il suo trionfo. A pane e salame, "perché a stomaco pieno si ragiona meglio", e un abbondante bicchiere di vino locale. Brinda e racconta. "Cominciamo dall' alluvione. Avete presente che cosa era questa valle nel 1994? I ponti tappati, i fiumi pieni di alberi, di massi, di detriti. A guardarla dall' alto sembrava una giungla". A Bastia, dice, il 26 per cento del territorio comunale era sommerso dall' acqua. C' era stato un morto e un fuggi fuggi generale. Le case danneggiate, i terreni distrutti, ma le strade, soprattutto, sparite sotto la furia della pioggia. "Dopo l' alluvione, il Comune ha ottenuto 4 miliardi per restaurare il municipio, gli impianti di depurazione, la rete elettrica. Tutto fatto". Ma rimanevano i due ponti crollati che isolavano e bloccavano la strada a fondovalle del Tanaro. La loro ricostruzione spettava all' Anas, che in due anni, invece, non ha fatto nulla. La battaglia dell' ex alpino, sindaco "incolore" di Bastia dal 1990 (come bandiera politica, una lista civica), comincia con una tirata su di maniche e un' irrefrenabile voglia di darsi da fare. Perché lui, diploma di perito tecnico, azienda agricola ereditata dal padre con un centinaio di dipendenti, è uno abituato a lavorare anche di notte. "Nei miei campi ho fatto la semina arando dall' una alle sei del mattino", aggiunge. Quando c' è da sgobbare, si sgobba e basta. In pubblico come in privato.
"In comuni così piccoli, il sindaco è uno che ci rimette sempre di tasca propria". Tanto è vero che nel 1995 non voleva saperne di ricandidarsi. "Sono stato costretto, solo perché non si è presentato nessuno e bisognava occuparsi della ricostruzione". Quell' anno Francesco Rocca era stato eletto consigliere alla provincia con il Ppi, ma a Bastia il suo vessillo è una lista civica, "Ponte Bailey".
Battezzata così in memoria della sua prima "battaglia": una notte del dicembre 1994, ore e ore sotto la neve, che sortirono come effetto la costruzione di una passatoia di legno e ferro, il "Bailey" appunto, su uno dei due ponti crollati. "Nel 1996, ci aspettavamo che l' Anas trovasse una soluzione anche per l' altro ponte e per la gente delle frazioni che era rimasta tagliata fuori dalle strade principali". E invece niente. Il progetto, approvato il 2 aprile, un miliardo e 400 milioni, era stato dato in appalto alla Conicos, un' azienda di Mondovì. "Poi però è intervenuto il magistrato del Po: ha chiesto modifiche e alla fine era tutto stravolto. La spesa è salita a 2 miliardi, si è ribassata a un miliardo e 600 milioni. Ma il ponte è restato sulla carta".
Gli abitanti delle frazioni continuavano a lamentarsi. Chilometri forzati per spostarsi da casa, per scavalcare le piste di fango lasciate dall' alluvione, aggirare i cartelli di divieto di transito che ancora oggi costellano la zona. A ottobre, di nuovo le piogge e il Tanaro che ha ripreso a rumoreggiare, selvaggio e minaccioso, tra le sponde scollegate.
E' a questo punto che Francesco Rocca tira fuori il cappello d' alpino, se lo mette in testa e decide di far da sé. "Contatto segretamente alcune ditte che mi avevano già offerto mezzi e materiali. Mi metto d' accordo con i loro operai. Calcolo che per costruire il ponte bastano una cinquantina di milioni". Il direttore del Banco di Credito cooperativo di Carrù e del Monregalese, unico sportello di Bastia Mondovì, allarga le braccia: "Caro Francesco, siamo a fine anno e grano non ce n' è". Il sindaco ne inventa un' altra: "Metto a garanzia casa mia. Frutto di vent' anni di lavoro miei e di mia moglie. Vale molto di più di 50 milioni". La moglie, Caterina, firma senza battere ciglio. Il primo novembre, parte la macchina "bellica".
Due ore di preparativi. Alle otto di sera, montagne di materiali sulla piazza principale di Bastia. La colonna si avvia verso le piste sterrate che costeggiano il fiume. Il paese festeggia la rivolta delle sue truppe e del suo sindaco. Chi porta il vino, chi provvede al salame, chi prepara le frittate. La rivolta diventa una sagra, all' ombra della bandiera italiana, issata sulla tenda blu, dove il sindaco ha intenzione di passare la notte. Una cassetta di cartone raccoglie le offerte votive: "Costo max dell' opera 50 milioni", recita la scritta. "Primo: acquisto materiale. Secondo: nafta per mezzi. Terzo: vitto personale volontario".
Arrivano i politici, incravattati e impettiti. Alla spicciolata, tre o quattro deputati e un senatore della Lega, più un consigliere regionale del Ppi. Agli uomini di Bossi non sembra vero. Dispiegano la bandiera autonomista. Tentano di issarla accanto al detestato tricolore. Ma il sindaco-alpino si inalbera: "Gliel' ho fatta togliere, eccome. Questa non è una battaglia politica, ma un intervento per scopi sociali".
Notti in tenda. Ma ecco la controffensiva delle istituzioni. Sul più bello, martedì sera, quando il ponte è già a buon punto, si presentano i carabinieri. "Ci dispiace, ma..." C' è un ordine di sequestro della procura di Mondovì, che dichiara il ponte "abusivo" e "pericoloso". "Il magistrato si chiama Acquarone", spiega Stefano Avagnina, giovane ingegnere "volontario" che insieme a due tecnici, ha curato il progetto del ponte. "Dicono che sia l' ultimo arrivato in Procura e che abbiano voluto rifilare a lui la patata bollente.
Quel che è certo è che i carabinieri rischiavano di finire in acqua e se la sono filata". I tecnici dell' Anas, invece, non si sono nemmeno avvicinati. Si sono appostati in alto, lungo il crinale, a controllare con i cannocchiali.
E il sindaco? Come non fosse successo niente. Continua a dormire all' addiaccio, dentro la tenda, un paio di notti con un consigliere comunale, un' altra con il cognato. Va avanti per tutta una settimana con ruspe e scavatrici. "A tempo di record, baypassando non d' ufficio, ma d' efficienza tutte le pratiche burocratiche".
Tenace e testardo. Alla fine vince: l' Anas costretta a comunicare che prenderà in gestione il guado "abusivo", la Regione costretta a impegnarsi a risanare i debiti del primo cittadino. E anche il direttore del Banco di Credito cooperativo di Carrù e del Monregalese, fa la sua: "Toglie l' ipoteca", annuncia il sindaco.
"La casa è salva". Un brindisi, anche con la moglie Caterina e le due bambine.




Testata
Epoca

Data pubbl.
01/11/96

Numero
44

Pagina
88

Titolo
SALITE CON NOI SULLA NAVE PIU' GRANDE DEL MONDO

Autore
FOTO DI GIORGIO LOTTI TESTO DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
REPORTAGE

Sommario
E' più alta della statua della Libertà. Più lunga di tre campi da pallone. Pesa il doppio della torre Eiffel. "Epoca" l' ha visitata (e fotografata) in anteprima. Benvenuti sulla Carnival Destiny. Dove tutto è esagerato.

Didascalia
3.400 PASSEGGERI
In alto: la Carnival Destiny ormeggiata a Venezia; è destinata alle
crociere nei Caraibi. A lato, a sinistra: il ponte con piscine,
toboga e solarium; a fianco: il salone con la palestra e le vasche
per idromassaggio, a disposizione dei 3.400 passeggeri.
COSTRUITA IN 20 MESI
Il salone con la hall per il ricevimento degli ospiti, sul quale si
affacciano i negozi. Da qui partono quattro ascensori a vista che
arrivano fino al decimo piano. La Carnival Destiny è stata costruita
dalla Fincantieri in 20 mesi di lavoro.
E' COSTATA 600 MILIARDI
In alto, a sinistra: uno dei tre ristoranti della nave; a destra:
i componenti dell' orchestra americana Palladium al bar Down Beat.
Sotto, a sinistra:
il teatro Palladium, con 1.600 posti a sedere; a destra: Ted Arison,
fondatore della Carnival, la più grande compagnia armatrice del
mondo specializzata in crociere (ora è presieduta dal figlio Micky).
La Carnival Destiny è costata 600 miliardi.
SOLO ITALIANI FRA GLI UFFICIALI
In alto: Giovanni Vaccaro, pittore allievo di Annigoni, ritrae la
Carnival Destiny ormeggiata a Venezia. Sopra: il comandante Giovanni
Gallo, 44 anni, in plancia. Gli ufficiali e i sottufficiali che
guidano i mille uomini dell' equipaggio sono tutti italiani.
70 MILA LUCI
ECCO TUTTI I NUMERI DELLA NAVE RECORD
1 discoteca
2 teatri
3 ristoranti
4 piscine
7 vasche da idromassaggio
16 ponti
20 mesi necessari per costruirla
22,5 nodi di velocità di crociera.
23 metri di altezza del solo fumaiolo
27 ascensori
67 megavatt di potenza dell' apparato motore, sufficienti ad
alimentare una città di 60 mila abitanti
70 metri di altezza totale
200 tonnellate di vernice utilizzata
272 metri di lunghezza
323 slot machine nella sala da gioco
500 aziende fornitrici
1.000 uomini d' equipaggio.
1.321 cabine passeggeri
1.600 posti a sedere nel teatro principale
2.000 televisori
2.670 posti nei tre ristoranti
3.000 chilometri di cavi utilizzati
3.400 passeggeri trasportabili
7.800 metri quadrati delle superfici da lavoro in acciaio inox delle
cucine
8.000 chili di cibo cucinati ogni giorno
11.000 metri di legno di teak
12.000 metri di luci al neon
12.500 lenzuola lavate ogni settimana
20.000 le tonnellate di acciaio impiegate, oltre due volte il peso
della torre Eiffel
20.500 tovaglie e tovaglioli lavati ogni settimana
23.000 metri quadrati complessivi delle cabine passeggeri
30.000 metri quadrati delle sale pubbliche, pari alla superficie di
quattro campi di calcio
60.000 asciugamani da lavare ogni settimana
70.000 punti luce
100.000 tonnellate di stazza lorda.

Testo
"Non ci basta che la gente dica "Very nice", molto bello. Vogliamo che resti a bocca spalancata, che urli "My God! ", Mio Dio, quando vedrà tutto questo". Preston Bircher, 34 anni, direttore tecnico per gli spettacoli da crociera, di navi ne ha viste in vita sua. Tante.
Ma di una cosa è certo. Quella sulla quale lavora adesso, la Carnival Destiny, la più grande nave passeggeri che mai abbia solcato i mari, "non ha precedenti".
Una nave pensata all' insegna dell' esagerazione, dei grandi numeri, dei grandi spazi. Una megalopoli galleggiante più alta della statua della Libertà, più lunga di tre campi di calcio messi in fila, oltre due volte più pesante per quantità di acciaio della torre Eiffel, capace di ospitare a bordo 3.400 passeggeri, più mille uomini d' equipaggio. Un colosso del divertimento, dove tutto si traduce in cifre: 100 mila tonnellate di stazza, 70 mila punti luce, 60 mila asciugamani ogni settimana, 8 mila chili di cibo al giorno.
Una nave da record. E non solo per il suo armatore americano, Micky Arison, presidente della Carnival Corporation, il primo gruppo mondiale nel settore delle crociere, fondato da suo padre Ted. Ma anche per la società italiana che l' ha sfornata: la Fincantieri (di Monfalcone, presso Trieste) a sua volta leader mondiale della cantieristica, che l' ha costruita e consegnata in 20 mesi esatti.
La Carnival Destiny, costata 600 miliardi di lire, è stata inaugurata nelle acque dell' Adriatico, mercoledì 23 ottobre, con una partenza per Venezia e da lì per Malaga e l' Atlantico: Boston, New York, Miami, da dove il 24 novembre salperà per le sue crociere caraibiche. Grandi orizzonti a basso prezzo. Un sogno americano che la Carnival Cruise Line di Miami, società della Carnival Corporation, vende a 1.200 dollari la settimana (circa 1 milione e 800 mila lire) per chi parte dagli Stati Uniti; 2.500 dollari (3 milioni e 800 mila lire) per chi vola dall' Europa.
Ma che cosa farà gridare "My God!" ai passeggeri della Destiny? Provate a prendere uno dei quattro ascensori a vetri che salgono, sospesi nel vuoto, fino al decimo piano. L' atrio che vi si spalanca davanti è un delirio di luci, di neon, di laser, un mosaico impazzito di marmi, di ottoni, di ceramiche, di fòrmiche, di legni, di plastiche. Una cattedrale patinata e sfavillante, che fa persino dimenticare di essere in mare. Prima fermata, al terzo piano: qui c' è il banco informazioni, c' è il bar, con i divanetti di pelle avorio. E c' è il Palladium, il teatro di varietà, dove Preston Bircher promette meraviglie da far dimenticare i fasti demodé del Moulin Rouge di Parigi. E non tanto per l' ondeggiare di piume di struzzo rosa shocking, il volteggiare di rasi gialli, azzurri, verdi dei 16 ballerini sul paloscenico. Quanto per il gioco di video, specchi, laser, che amplificherà ogni effetto, coordinato e rilanciato da 11 differenti sistemi di computer.
Al terzo piano c' è anche il Galaxi, uno dei tre ristoranti della Carnival Destiny. Ha "solo" 700 posti, contro i mille delle altre due sale, ma è un osservatorio per capire di cosa si nutriranno gli ospiti. Il direttore, Ken Byrne, un irlandese di 38 anni dal sorriso smagliante, gli occhi azzurri e gli avanbracci coperti di tatuaggi, illustra i sette tipi di menù offerti in crociera: "Menù internazionale il primo giorno, italiano il secondo, centro americano il terzo...", fino al gran galà con il comandante, previsto per l' ultima sera. "La carne arriva dal Kansas, il pesce dalla Florida. I piatti italiani... Beh, per la verità, anche quelli vengono dagli Stati Uniti". A salvare la multi-etnicità della cucina, ci sono i tre chef: austriaco, indiano, britannico. "Non c' è rischio che qualcuno resti senza mangiare", spiega il direttore. "Le prenotazioni sono regolate tutte via computer. Ogni ospite possiede un tesserino che gli garantisce il posto anche se dovesse arrivare in ritardo".
Altri tesserini assicurano l' entrata in cabina, l' acquisto nei negozi, le fiches al casinò, la girandola di servizi, alcuni inclusi, altri extra, previsti in crociera. Un giro ai piani superiori, shopping center, sale riunioni, sale massaggi, palestre, e soprattutto la ginkana nel labirinto di piscine, vasche, idromassaggi all' aria aperta, rivela altre possibilità. Il casinò, aperto 24 ore su 24, vanta 323 slot machine. Non manca la discoteca, circondata da una muraglia di video, 400 posti da karaoke, ancora bar aperti notte e giorno. Il tutto, in un caleidoscopio di decori, piastrelle gialle e azzurre, vetri verdi, fòrmiche grigie, legni viola, bassorilievi di gesso e mosaici veneziani, pensati da un solo uomo, l' architetto Joe Farkus. Lo incontriamo ai piedi dello scalone, ogni gradino decorato da lucette, che corre attorno all' atrio. "La gente deve trovar qui tutto quello che c' è in città", dice. "Una città ideale dove possono convivere razze, ceti, culture diverse".
Il 90 per cento della clientela della Carnival Destiny verrà dagli Stati Uniti. Ma la compagnia non esclude europei e asiatici: "Abbiamo stipulato accordi con Alpitour", dice Maurice Zormati, vicepresidente delle vendite, "e comprato una quota dell' Air-Tour di Londra per assicurare charter dall' Inghilterra". E poi, la Destiny è di per sé una Babele di razze: manodopera e impiegati di 50 nazionalità. A prevalenza hispanica, tanto è vero che oltre all' inglese è tutto un echeggiare di "Hola!", "Como estas?", "Manana" e via dicendo. E poi ci sono gli italiani. Il management statunitense ha infatti voluto a bordo solo ex ufficiali e sottufficiali della nostra Marina. Come il comandante, Giovanni Gallo, 44 anni di Forio, comune di Ischia, dipendente della società americana dal 1976. In vent' anni Gallo ha visto nascere sette navi.
Imbarcazioni che trasportavano all' inizio poche centinaia di passeggeri. Poi sempre più grandi: mille, 2 mila, fino ad arrivare a quota 3.400. "Certo, i problemi aumentano", dice. "Tocca sempre al comandante occuparsi di tutto: presiedere i gala, le cerimonie, ma spesso anche risolvere gli affari di cuore dei suoi ospiti. In compenso, abbiamo strumentazioni tali da poter tenere sotto controllo tutto".
Tremila e 400 persone non sono uno scherzo. Che cosa succederebbe in caso di incendio o di evacuazione? Spiega Giuseppe Oddone, primo ufficiale di coperta: "Questa è la prima nave nella quale i punti di riunione dei passeggeri si trovano sullo stesso piano delle lance di salvataggio. In quanto agli incendi, non c' è imbarcazione al mondo che abbia tanti rilevatori automatici di fumo, tanti sistemi computerizzati capaci di isolare gli ambienti e circoscrivere le fiamme".
Per chi volesse saperne di più, basta scendere in cabina: un canale tivù spiega come comportarsi in caso di allarme. E comunque c' è l' altoparlante che arriva fino là. Peccato che gracchi sempre, mattina e sera, anche per il più banale degli annunci.




Testata
Epoca

Data pubbl.
18/10/96

Numero
42

Pagina
96

Titolo
COSI' L' ANORESSIA HA UCCISO MIA FIGLIA

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
CRONACA

Sommario
Era una bambina felice. Poi ha lasciato il paese dov' è nata. Ed è cambiata: si vedeva grassa, ha smesso di fare torte e ha imparato un trucco. Mortale.

Didascalia
L' ultima a destra nella foto è Isabella Barbini, 18 anni, di
Verbania, sul lago Maggiore.
E' morta di anoressia martedì 1 ottobre. In alto: Isabella a
Riccione. Nell' altra pagina: con la sorella Daniela (a sinistra),
17 anni.

Testo
Forse la chiave sta in quello che dice Daniela, la sorella: "Isabella non voleva crescere. Si rifiutava di diventare adulta".
Forse in quello che sussurra la madre: "Isa aveva qualcosa dentro di sé, un nodo di angoscia, che nemmeno lei riusciva a decifrare". O forse la spiegazione di quella malattia, l' anoressia che martedì 1 ottobre ha stroncato Isabella Barbini, era un' inconsapevole attrazione verso la morte? C' è una poesia che Isabella, diciottenne bella e inquieta di Verbania, aveva scritto qualche tempo fa, sul retro di una foto dei Nirvana. Pochi versi che potrebbero non significare niente, solo l' esercizio letterario di una studentessa, e invece lasciano di stucco a pensare a quello che è successo: "La vita (...) estasiante nell' istante della fine, quanto ti abbandona come il sole di quel rosso caldo che pare fondersi e diventare tutt' uno con il buio profondo del mare". Isabella, cresciuta nel benessere, estroversa, vitale, scriveva così, come se sperasse che quel mangiare e vomitare, l' ingozzarsi di cibo e poi rigurgitare che da anni scandiva le sue giornate, l' avrebbe velocemente portata verso l' "estasi" della morte. Verso la fine dei tormenti che segnavano le sue giornate: "Si era chiusa in casa. Non voleva più vedere nessuno", dice la madre. Verso la scomparsa delle paure che agitavano le sue notti: "Soffriva di incubi. Si svegliava all' improvviso, sudata e terrorizzata". Verso la vittoria sul tempo che appesantiva il suo corpo con forme da donna: "Odiava il suo seno, voleva cancellare ogni segno di femminilità".
L' anoressia è una di quelle malattie (vedi box qui sotto) di fronte alle quale la medicina si arena. Un viluppo che parte dall' inconscio, avvinghia la volontà e strozza lo stomaco. Una sindrome che colpisce soprattutto le donne, in questi anni con il mito della magrezza. Ma nel caso di Isabella Barbini, scomparsa proprio nei giorni in cui a Milano diafane e celebrate modelle calcavano le passerelle delle sfilate, che cosa è successo? Quando è cominciato quel gioco di rifiuti e privazioni che l' ha fatta crollare nelle braccia della sorella, per un arresto cardiaco? I medici hanno detto che la causa del decesso è stata una carenza di potassio. I giornali hanno scritto che Isabella aveva smesso di mangiare perché voleva fare la modella. Questo non è vero: "Era stato solo un capriccio", dice Daniela, la sorella, 17 anni. "Aveva frequentato un corso ad Arezzo. Ma era finita con un book fotografico, niente di più".
No, l' odio per il cibo non nasceva da questo. La malattia era cominciata due anni dopo il trasferimento a Verbania, quando il padre, geometra, e la madre, insegnante di scuola elementare, avevano deciso di lasciare Caprezzo, un borgo di montagna, e andare a vivere in un quartiere residenziale sulle rive del lago Maggiore.
E' cominciata con i 14 anni, la linea d' ombra che separa l' infanzia dall' adolescenza. "A un certo punto ha smesso di preparare torte", ricorda Daniela. "E si è messa a mangiare solo verdure bollite, cibi semplici". Diceva di essere grassa. E sembrava una follia: Isabella, alta poco meno di un metro e settanta, pesava 60 chili scarsi. Era florida. Aveva un bel seno, belle gambe, piaceva ai ragazzi. Ma non a se stessa.
Digiunare non era facile. Bisognava trovare qualcos' altro. Un viaggio a Londra con la scuola, ed ecco il trucco: vomitare.
"Gliel' aveva insegnato una ragazza conosciuta là. Erano alloggiate assieme da una signora che le rimpinzava di cibo", racconta Daniela.
"Loro mangiavano, poi si chiudevano in bagno, si mettevano due dita in bocca e rigettavano".
Isabella ha imparato e non se l' è più tolto dalla testa. Ha preso a vomitare, anche quando è tornata a casa. Lo faceva persino a scuola, al liceo Galois di Verbania dove aveva appena cominciato la quinta dello scientifico. Se lo ricordano sia il preside, Antonio Bellore, sia il professore di lettere, Giovanni Barigatti. "Andava in bagno e spariva", dice l' insegnante. "Ogni volta c' era una compagna che si alzava e le correva dietro per vedere come stava". L' anno scorso non riusciva a reggere oltre le 11 del mattino. "A quell' ora", aggiunge il preside, "arrivava la madre per portarla via. Si assentava molto, ma riusciva a mantenere la media del sette".
Isabella era cambiata, anche se continuava a ripetere: "Adesso giuro, smetto". Come se la sua anoressia fosse una tossicodipendenza. Cambiava il suo corpo (era arrivata a pesare 38 chili), e cambiava la sua vita. Non ascoltava più musica rock, ma Vasco Rossi, Paolo Vallesi, e negli ultimi tempi solo classica.
Aveva lasciato gli anfibi e portava scarpine da fata, sandaletti di vernice con margheritine incastonate. Si vestiva quasi sempre di nero. E mutava anche il carattere, come se odiando il cibo, avesse preso in odio anche l' esistenza. "Quest' estate era andata in vacanza a Riccione con delle amiche, poi a Fano con mia madre, ma quando l' 11 settembre è ricominciata la scuola, si è chiusa in casa a studiare e non voleva fare altro", dice Daniela. Voleva finire il liceo per potersi finalmente fermare e decidere il futuro: "Cominciava a scartare l' ipotesi dell' università. La tentava di più un lavoro da estetista".
Isabella voleva buttarsi alle spalle anche il ricordo del ragazzo conosciuto quando aveva 16 anni. "Lui l' aveva lasciata", dice la madre, "e lei non si dava pace. Era come se dicesse a se stessa: a che cosa mi serve essere bella se non riesco ad avere una relazione sentimentale?". E poi era stufa della schiera di medici consultati negli ultimi anni: "Non sopportava che cercassero sempre di dar la colpa della sua anoressia ai nostri genitori", aggiunge la sorella.
"Isabella aveva un buon rapporto con i miei, soprattutto con mia madre".
No, la colpa non era dei genitori. Rigorosi quel tanto che bastava quando Isabella e Daniela erano piccole, con gli anni erano diventati più permissivi. Le ragazze frequentavano gli amici, andavano in discoteca, possedevano il motorino, fumacchiavano qualche sigaretta... Senza troppi segreti. Specialmente Isabella, che raccontava tutto alla mamma. "O almeno lo credevo", ricorda la signora. "Ora comincio a pensare che c' era una parte della sua vita che non conoscevo affatto". Una zona oscura, inaccessibile. Tranne forse per Marianna Puglisi, compagna di banco e di studi. Una ragazza timida, riservata. Arrivata al liceo Galois un anno fa, aveva legato solo con Isabella. "Era stata l' unica a venirmi vicina", ricorda. "Come se avesse letto dentro di me qualcosa che ci accomunava. La stessa solitudine".

BOX
LA CAUSA PRINCIPALE: LA PAURA DI CRESCERE IN ITALIA NE SOFFRONO TRECENTOMILA RAGAZZE L' anoressia nervosa è una malattia complessa, un disturbo che parte dalla psiche e travolge il corpo, caratterizzato dalla tendenza a ridurre progressivamente il cibo per l' ossessiva paura di ingrassare. Nel 95 per cento dei casi colpisce le donne e di essa soffrono trecentomila adolescenti italiane. Di anoressia si muore nel 10-20 per cento dei casi. Le guarigioni sono un terzo del totale, mentre un 30-40 per cento si cronicizza. Spesso la malattia si trasforma nel contrario, la bulimia: abbuffate alimentari seguite da vomito indotto. Secondo un' ipotesi accreditata, l' anoressia è segno di una difficile maturazione psicologica. Le prime conseguenze sono il progressivo calo di peso e la scomparsa delle mestruazioni : indicano il terrore di crescere e il desiderio, più o meno inconscio, di tornare all' infanzia. Le conseguenze fisiche della malattia possono essere diverse: anemia progressiva, affaticabilità, astenia, depressione , diturbi gastrointestinali, problemi dentari.
E gli effetti si ripercuotono anche sulla possibilità di avere bambini, sul sesso, sulla relazione di coppia e sulla capacità, poi, di fare le mamme.




Testata
Epoca

Data pubbl.
11/10/96

Numero
41

Pagina
8

Titolo
HAPPY END A SAN PATRIGNANO

Autore
FOTO DI MAURO GALLIGANI TESTO DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
REPORTAGE

Sommario
Erano schiavi della droga. Qui sono rinati, hanno trovato l' amore e si sono sposati. Alle nozze c' era anche "Epoca". Per raccontarvi una storia (anzi 26) a lieto fine. Un viaggio di nozze per tutti: è il dono di Antonietta Muccioli Alcune coppie hanno già figli. Alcune altre non vivono più in comunità Sei anni di eroina. Ora, medico, cura i malati di Aids Per la festa, tre mesi di preparativi e 400 invitati Era da 13 anni che a San Patrignano non si celebravano matrimoni

Didascalia
Fabrizio Prodi, 32 anni, e Monica Barzanti, 39 anni, felici dopo la
cerimonia. Per loro un viaggio di nozze a Taormina, offerto, come
a tutti gli altri sposi, da Antonietta Muccioli, la vedova di
Vincenzo. Tra le mete scelte, il Messico e la Tunisia.
Da sinistra: Doretta Corradini si confessa prima della cerimonia;
Monica Cagnoli, con la veletta, si prepara alle nozze sotto lo
sguardo di Antonietta Muccioli, in piedi a sinistra; Andrea
Gremoli taglia i capelli ad Antonio Schiavon.
Da sinistra: la cena per l' addio al celibato di Luciano Rossi,
nell' area di San Patrignano che ospita i minori; Doretta Corradini
allo specchio per la prova dell' abito nuziale e, a destra, mentre
apre i regali con la mamma e le colleghe della pellicceria.
Da sinistra: Antonietta Muccioli (seduta) sorveglia le ultime prove
e, al centro, controlla i preparativi. Alla festa hanno partecipato
400 parenti degli sposi, giunti a San Patrignano da tutta Italia.
Qui sopra, Monica Barzanti rilegge le formule di rito.
All' ingresso della chiesa-tenda, da sinistra: Daniele Morandotti,
Bruno Perini, Massimo Tanda, Antonio Boschini, Luciano Rossi.
Boschini, 38 anni, vinta la battaglia contro la tossicodipendenza
si è laureato in medicina e oggi è responsabile del centro di
malattie infettive della comunità.
Sopra: Andrea Muccioli abbraccia Lorella Biondi. A destra: Fabrizio
Prodi e Monica Barzanti accanto a Davide Isidoro e Manuela
Passarini. Gli uomini, commossi, si asciugano le lacrime. Dal 1983
non si tenevano matrimoni a San Patrignano.
Doretta Corradini riceve l' augurio affettuoso di una compagna di
lavoro del laboratorio di pellicceria.
Sopra: foto di gruppo degli sposi con (primi da sinistra) i figli di
Vincenzo Muccioli, Giacomo, 29 anni, e Andrea, 32, con la moglie. A
destra: la tavolata nuziale; da sinistra: Antonietta Muccioli, il
vescovo di Rimini, Andrea, sua moglie e Giacomo.
Sopra: i parenti gettano il riso sulle coppie. In prima fila,
Antonio Boschini e la moglie Lorella Biondi. A destra: in sala
mensa, Andrea Muccioli e gli sposi spruzzano champagne sugli
invitati. A San Patrignano vivono 1.700 ex tossicodipendenti.

Testo
"Meglio le calze a rete o quelle opache?". "Il rossetto, per favore, più chiaro". "I capelli vanno bene così". Ecco le velette, una per testa. I fiori, per chi li vuole. Sigarette per tutte. Tirate nervose, accendi e spegni, sui vialetti di San Patrignano. Lulla è dentro, a seno scoperto che allatta il bebè. Marta se ne sta in piedi, la schiena contratta dalla tensione. Lorella si guarda allo specchio, pallida e statuaria, nel suo completo di Armani. Una sfilata di vestiti di seta, di tailleur da cerimonia, di timidi pizzi. Bianco, panna, avorio. "Presto, sono le 11". C' è il vescovo di Rimini che aspetta per la messa, ci sono 400 parenti lì fuori arrivati da tutta Italia, quasi 2 mila ragazzi seduti in chiesa con l' abito buono.
E' domenica 29 settembre. A San Patrignano, girone dolente della tossicodipenza, sta per cominciare la prima vera grande festa celebrata all' interno della comunità. Una festa di nozze: 13 coppie davanti all' altare, 13 uomini e 13 donne che si lasciano alle spalle i loro destini spezzati dall' eroina, per ricominciare una nuova vita. Famiglia, lavoro, bambini. Qualcuno dentro, qualcuno fuori dalla comunità.
Festa grande anche perché sono i primi matrimoni che si celebrano dal 1983, "quando erano state consacrate 16 coppie", ricordano gli organizzatori. Matrimoni annunciati da Vincenzo Muccioli l' anno scorso, prima della sua morte. Annunciati e attesi. Negli ultimi anni, a San Patrignano non c' era stato tempo per le cerimonie. Nel 1984, era cominciato il "processo per le catene", che vedeva Muccioli sotto accusa, poi assolto, per aver imprigionato ospiti riluttanti alla disintossicazione. Nel 1994 l' altro processo, quello per l' omicidio di Roberto Maranzano. Polemiche, sospetti su tutto il vertice della comunità e una condanna a otto mesi per il suo fondatore. L' anno scorso la malattia dello stesso Muccioli. A settembre, la sua morte e il timore che San Patrignano, senza il suo fondatore, finisse di esistere. E invece, l' investitura di suo figlio Andrea, che ha raccolto l' eredità, promettendo di continuare...
Ci sono voluti tre mesi per organizzare questa festa: documenti per tutti, compresi coloro che hanno pendenze giudiziarie, prova delle fedi, acquisto di abiti (chi ha potuto lo ha comprato da sé, per gli altri è intervenuta la comunità), partecipazioni e bomboniere a piacere, viaggi di nozze (in Messico, in Tunisia, a Taormina) offerti dalla signora Antonietta, vedova di Muccioli. Adesso, davanti alla chiesa-tenda, manciate di riso e lanci di bouquet.
Appaiono Gian Marco Moratti e la moglie Letizia, da sempre grandi estimatori di San Patrignano. Arriva il telegramma del cardinale Sodano con gli auguri del Papa. Il lieto fine è assicurato. "E vissero felici e contenti", lo ricorda anche Antonietta. "Ma..." Ma siamo a San Patrignano. In cifre: 1.700 ex tossicodipendenti, 400 sieropositivi, 250 persone con provvedimenti giudiziari in corso, un totale di 18 secoli di carcere. Siamo in un mondo a parte, un piccolo universo artificiale dove ricostruire una parvenza di normalità è lotta dura. Dove ogni "sì" nasconde storie di dolore, degrado, follia. "Le solite storie dei tossici", le liquida chi le ha vissute, in sintesi e senza prosopopea. Le solite storie? Tra gli sposi novelli c' è Antonio Boschini, che si è riscattato da sei anni di eroina studiando medicina, e oggi cura i malati di Aids, come responsabile del centro di malattie infettive della comunità. C' è Fabrizio Prodi, che è arrivato a San Patrignano dopo anni di carcere, e oggi sposa una volontaria del centro, una ragazza che non ha mai usato droga, ma che ha trovato qui l' equilibrio fatto a pezzi dal suicidio della sorella. C' è Marta Sangiorgio, che è approdata in comunità trascinandosi dietro una bambina piccolissima e un compagno con la mente stravolta dalla morte della precedente moglie e da anni di tossicodipendenza. Gente di ogni età, di ogni ceto sociale. Coppie che si sono conosciute durante la terapia.
Altre che sono entrate insieme per disintossicarsi. Molti hanno già dei figli, convivono da anni, hanno scelto di restare per sempre a San Patrignano. Qui lavorano come responsabili chi della lavanderia, chi del laboratorio di pellicce, chi del reparto restauro. Qualcun altro si è avventurato nel mondo di fuori, ma ha voluto comunque sposarsi in comunità.
Molti di loro hanno trovato qui il senso della propria esistenza.
Antonio Boschini, per esempio, e sua moglie Lorella Biondi.
Trentotto anni lui, grandi occhi azzurri e curriculum classico: sei anni in piazza a Verona, a consumare gli ultimi strascichi del "movimento", e poi l' eroina. Trentasette anni lei, che invece non ha mai toccato una siringa. Arrivati a San Patrignano, lui nel 1980, quando gli ospiti erano non più di una quindicina, lei nel 1990, quando erano mille e passa. Ricorda Antonio: "All' inizio, era ogni giorno un tentativo di fuga. Una volta chiesi di andarmene per sempre. Passai ovviamente dai "pusher", i miei fornitori di droga.
Quando arrivai a Verona, trovai Vincenzo sotto casa. Mi aveva seguito. Quella volta capii che qualcuno si stava occupando di me".
Antonio decise di riprendere i libri in mano. Si laureò in medicina, cominciò a lavorare nel nuovo centro di malattie infettive che sorgeva a San Patrignano: "Nel 1982 scoppiavano tra i tossici i primi casi di cirrosi epatica. Nel 1985 arrivava l' Aids. Tre anni dopo avevamo il primo morto. La comunità diventava un osservatorio "privilegiato". Si mobilitava l' università di Milano: il gruppo del professore Nicola Dioguardi, medici come l' epatologo Massimo Colombo, l' ematologo Mannuccio Mannucci". Oggi il reparto di Antonio Boschini è uno dei centri più importanti d' Italia. Per il giovane medico, è anche il posto dove ha incontrato Lorella. Con lei divide una delle tante casette che sembrano chalet svizzeri, destinate agli operatori e ai loro parenti. Lorella, di Cesena, alta, bionda, il viso squadrato, racconta una storia diversa: "Per anni ho lavorato nell' azienda di famiglia. Vivevo nell' agio, ma...". Un tumore maligno alla tiroide nel 1979, mesi di bombardamenti con lo iodio radioattivo, i vent' anni compiuti con l' idea fissa che presto, molto presto sarebbe morta, avevano lasciato il segno. Poi era rimasta incinta del compagno di allora. I medici le avevano consigliato di abortire. Infine quell' idea: "Venire a lavorare qui. All' inizio poche ore al giorno, dopo mi sono trasferita. Non potevo stare nel mondo di fuori e nel mondo qua dentro". Antonio aveva notato la volontaria che dava una mano in corsia, ma in un primo momento si era tenuto lontano. Solo quando lei chiuse il rapporto con il precedente compagno, due anni dopo, cominciarono a passare le prime serate assieme.
A San Patrignano è sempre stato Muccioli a stabilire quando due persone fossero pronte per frequentarsi: "Se hai un problema con l' eroina devi innanzitutto risolvere quello", dice Marta Sangiorgi, 32 anni, capelli neri, viso brunito, arrivata da Cagliari a San Patrignano per sposare Massimo Tanda, 40 anni. "Appoggiarti a un' altra persona diventa estremamente pericoloso". Eppure Marta stava con Massimo da anni. Si erano conosciuti a Cagliari nel 1983.
Entrambi provenivano da famiglie medio borghesi. Lei infognata con l' eroina da quando aveva 15 anni. Lui, rappresentante, aveva già un figlio e una drammatica vicenda familiare alle spalle: la moglie morta in casa, fulminata da una scarica del frigorifero. "La roba creava una complicità totale tra di noi", racconta Marta. Nemmeno la nascita di Francesca li aveva convinti a smettere. "Nel 1991, quando con la testa non ci stavo più, mi sono decisa a venir qui". Ma senza Massimo, partito per il centro Le Patriarche delle Azzorre. "Avevo bisogno di stare da sola: per 18 mesi non ho avuto nessuna notizia di lui. La bambina mi aveva raggiunto dopo un anno". Lui è arrivato nel 1994, in tempo per concludere la terapia e poi tornare tutti a Cagliari, dove Massimo ha ripreso il lavoro di rappresentante.
"Rivedere San Patrignano", dice lui, "è un' emozione indescrivibile" Il cordone ombelicale, si diceva? Per qualcuno rimanere in comunità è l' unica via possibile. Fabrizio Prodi, 32 anni, di Scandiano, vicino Reggio Emilia, ha le braccia tatuate, gli occhi azzurri, la fronte stempiata e tanti di quei processi sulle spalle che ne ha perso il conto. E' qui in affidamento, come misura alternativa al carcere. "Che cosa raccontare? Sono figlio di una ragazza madre, cresciuto dai nonni. Sono uscito da casa a 16 anni, per entrare a 17 in comunità", e poi vagare attraverso una litania di carceri, di reato in reato, di processo in processo, di buco in buco. La storia con Monica Barzanti? Quella sì che ha dello straordinario. Lei, 39 anni, lunghi capelli rossi sciolti sulle spalle, orecchini d' oro e un viso da madonna, un tempo studiava lingue all' università. Non ha mai toccato eroina, ma ha conosciuto qualcosa di peggio: il suicidio della sorella, morta a 30 anni, dopo una lunga serie di crisi depressive. "Era l' estate del 1979. Io avevo cominciato a fumare qualche canna, niente di più. Ma il mio stato fisico e mentale era tale che mi ero messa a sragionare. A San Patrignano ho trovato tutte le risposte che cercavo. Anche mia madre abita qui". Muccioli all' inizio l' aveva tenuta lontana da Fabrizio. Si incontravano in mensa. Si scambiavano a stento qualche parola: "Ha sempre voluto evitare che ci chiudessimo in un rapporto di coppia. La prima tappa è socializzare con gli altri", dice Monica. "Il resto viene dopo: l' amore, il sesso, la riscoperta della famiglia..." Come nel caso di Bruno Perini e Lulla Pola, 40 anni lui, 37 lei.
Bruno, figlio di povera gente, aveva creduto nell' ideologia marxista che in quegli anni si consumava attorno alla facoltà di sociologia di Trento. Lei, orfana, sola in un paesino di poche anime alla periferia della stessa Trento, a 16 anni si bucava già. Si sono incontrati in piazza: lui vendeva, lei comprava. Sono entrati assieme a San Patrignano. Qui hanno avuto due figli. Qui hanno adesso deciso di sposarsi. In chiesa. Come le altre 12 coppie.
Strano per gente che ha vissuto senza tetto né legge? Don Fiorenzo Baldacci, rettore del seminario di Rimini, pioniere qui a San Patrignano da quando la curia ha deciso di mandare un prete in comunità, sorride con la sua faccia paciosa: "Strano? No. Per chi ha toccato il fondo, è l' unica salvezza: riattaccarsi alle cose semplici, alle emozioni pure, al Dio che si pregava da bambini".




Testata
Epoca

Data pubbl.
27/09/96

Numero
39

Pagina
90

Titolo
UK101 VI RIVELIAMO NOI CHE FINE HA FATTO LA PILLOLA ANTICANCRO

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
SCIENZA

Sommario
Ricordate la proteina che doveva segnare una svolta nella lotta al tumore? Da un anno nessuno ne parla più. "Epoca" ha indagato. E ha scoperto che: primo, la sperimentazione non è neppure cominciata; secondo... Lo scopritore: "Noi andiamo avanti a gonfie vele, ma non è il caso di parlarne" Silvio Garattini: "Non c' erano e non ci sono prove certe della efficacia dell' UK101"

Didascalia
Le confezioni di UK101 prodotte dalla Zanoni di Santhià.

Testo
Prima il "miracolo", gridato sui giornali di tutta Italia. Poi lo scetticismo, i dubbi, le polemiche. Infine il silenzio. Da più di un anno, per l' esattezza da 13 mesi, non si sa più nulla di quella che era stata annunciata come la scoperta del secolo: il farmaco anticancro UK101, una proteina ricavata dal fegato di capra, studiata a cominciare dal 1983 dal professor Alberto Bartorelli, docente presso la cattedra di immunologia clinica dell' Università di Milano. Una sostanza che, iniettata nell' organismo umano, dovrebbe produrre gli anticorpi necessari a sconfiggere i tumori.
L' unica comunicazione ufficiale sulle sorti dell' UK101 viene oggi, dopo reiterate richieste di Epoca, dall' Istituto superiore della sanità. Ed è deludente. "No, la sperimentazione non è ancora stata autorizzata. Ci troviamo in questo momento in fase istruttoria", dice Cesare Peschler, direttore del laboratorio di ematologia e oncologia dell' Istituto. "In altre parole, la pratica è al vaglio della commissione che deve valutare se ci sono gli elementi per dare il via o meno agli esperimenti sull' uomo". Più o meno, siamo al punto di partenza. Con un solo, minimo, passo avanti: l' azienda che si è aggiudicata l' appalto per la produzione dell' UK101, la Sicor di Rho, in provincia di Milano, e che realizza il farmaco presso lo stabilimento della consociata Zanoni, a Santhià, provincia di Vercelli, ha finalmente fornito la documentazione richiesta dall' Istituto superiore della sanità. In particolare quella che attesta la non contaminazione virale del farmaco e la sua non tossicità. Un dettaglio? Niente affatto. Se la non tossicità sembrava già accertata, non era ancora certo che all' interno dell' UK101 non si annidassero virus, magari capaci di colpire l' organismo a distanza di tempo. Ebbene c' è voluto un anno perché questa documentazione venisse presentata. Ma dice il professor Peschler: "E' un ritardo comprensibile. Gli studi sui virus a lungo effetto richiedono molto tempo".
Il riserbo più assoluto e impenetrabile è calato invece sul lavoro svolto in quest' ultimo anno dal gruppo di ricerca e sperimentazione che fa capo al professor Bartorelli. "Stiamo andando avanti a gonfie vele", dice lo scopritore della molecola. "Ma, per carità, non è il momento di parlarne con la stampa". Un ordine perentorio che vale anche per i primari di quella mezza dozzina di ospedali che nel 1993 erano stati autorizzati all' uso compassionevole del farmaco, cioè alla sua somministrazione a malati in fase terminale. Oscar Alabiso, uno dei primari autorizzati, che lavora con il professor Antonio Mussa al Servizio autonomo di chirurgia, esogafia, oncologia dell' ospedale Molinette di Torino, ammette solo: "Sì, c' è un gruppo di medici nel nostro ospedale che sta lavorando alla sperimentazione dell' UK101. Ma non io. Per quanto mi riguarda vado avanti su altri binari e con altri metodi". Allo stesso modo Carlo Mor, della prima divisione chirurgica dell' ospedale Uboldo di Cernusco sul Naviglio, risponde lapidario: "Ho usato l' UK101, finché era possibile farlo. Sì, più o meno fino a luglio 1995".
Stessa musica con il professor Boturi della divisone di radioterapia del Niguarda di Milano: "Non sono autorizzato a parlare. Uso o non uso l' UK101? Non posso rispondere".
L' unico autorizzato dovrebbe essere il rettore dell' Università di Milano, Paolo Mantegazza. Peccato che da più di un mese rimandi qualsiasi appuntamento con Epoca...
Non solo. Anche dalla Sicor, che un anno fa aveva trionfalmente aperto i suoi cancelli a un giornalista e a un fotografo di Epoca, non trapela alcuna informazione. Solo voci. Quelle riportate da Massimo Zuffi, responsabile della Flerica Cisl di Rho, l' organizzazione sindacale di categoria dell' industria farmaceutica. Zuffi riferisce di una sospensione nella produzione dell' UK101 per non ben precisati "motivi tecnici". O quella di Renzo Maso, responsabile per l' industria chimica alla Cgil di Vercelli, che parla di una ripresa della fabbricazione del farmaco, ma solo in piccoli lotti, tra maggio e giugno.
Ma per capire la storia dell' UK101 e le ragioni del silenzio sceso sulla scoperta, bisogna fare un passo, o forse più passi, indietro.
Tutto comincia nel 1983, quando Alberto Bartorelli, nato a Parma 54 anni fa, scopre durante esperimenti condotti all' istituto di ricerche Sisini di Milano, fondato da suo padre, una proteina che nessuno aveva mai catalogato prima, l' UK101. All' inizio Bartorelli non si sbilancia. Continua a studiare, a testare la proteina sugli animali, a verificare che non sia tossica. Nel 1992 pensa che sia il momento di uscire allo scoperto e fondare una società che possa eventualmente gestirne il brevetto. La società, tenuta a battesimo il 19 febbraio, si chiama Zetesis e vanta partecipazioni, al suo interno, di colossi finanziari e industriali come Mediobanca e Fiat.
In altre parole, si scomoda da una parte Enrico Cuccia, dall' altra l' avvocato Agnelli. Il primo, per una questione affettiva: amico del padre di Bartorelli, il cardiologo Cesare, vuol dare una mano al figlio. Il secondo per dar seguito all' impegno che la dinastia torinese ha sempre mostrato nei confronti della ricerca sul cancro.
A questo punto, anche il ministro della Sanità, che allora era Maria Pia Garavaglia, non può fare a meno di pronunciarsi. La sperimentazione non viene autorizzata, ma fin dal 1993 si decide l' utilizzo del farmaco per uso compassionevole. Si farà in 4 ospedali milanesi e al Molinette di Torino. Riguarderà non più di 200 pazienti, tutti in fase terminale o con metastasi che resistono ai trattamenti chemioterapici. Per non deludere l' opinione pubblica, si organizza, presso l' Istituto tumori di Genova, un numero verde che diramerà tutte le notizie possibili sul nuovo farmaco. I telefoni diventano roventi, mentre nel 1995 Bartorelli comunica i primi risultati. Strabilianti, a detta sua: più del 60 per cento dei malati risponde positivamente.
Ma non tutti sono d' accordo. Il fronte della ricerca si spacca con la defezione di Alberto Scanni, oncologo dell' ospedale milanese Fatebenefratelli, che dopo aver sperimentato con rigore la proteina per più di un anno, nel 1994 decide di mollar tutto. La ragione sta nelle cifre: su 18 pazienti in fase terminale, sottoposti al trattamento da marzo a dicembre 1994, nessuno ha ottenuto risultati apprezzabili.
Nel frattempo viene affrontato da Bartorelli anche l' aspetto industriale (e tutt' altro che secondario), legato alla scoperta. Si muove addirittura, come detto, Enrico Cuccia. Passa in rassegna varie aziende, finché decide di affidare la produzione dell' UK101 alla Sicor di Rho. L' azienda annovera tra i suoi clienti aziende internazionali come la Ciba Geigy, la Mitsubishi, ma non possiede la tecnologia necessaria per estrarre la proteina dal fegato di capra.
La Sicor acquista così la Zanoni, una piccola ditta già specializzata nella produzione di principi attivi estratti da organi animali.
Nel gennaio 1995 Bartorelli presenta al ministero la richiesta per accedere alla sperimentazione. Ma i tempi rischiano di allungarsi, nonostante i dati positivi, esposti durante un convegno a New York, riaccendano, anzi arroventino, l' attenzione di stampa e tivù. Il nuovo ministro Elio Guzzanti, preoccupato per le eccessive speranze create, il 6 luglio convoca una riunione straordinaria, invitando i membri della Commissione oncologica nazionale, della Commisione unica del farmaco (Cuf), più gli stessi ricercatori. La decisione è drammatica: non solo non si dà il via alla sperimentazione, ma si dà l' ordine di sospendere anche l' uso compassionevole dell' UK101, che da questo momento in poi potrà essere somministrato solo ai malati già sottoposti a terapia.
Come mai? Il professor Silvio Garattini, membro della Cuf, da sempre scettico sulla scoperta di Bartorelli, si limita a dire: "Non ci sono e non c' erano neanche allora prove certe dell' efficacia dell' UK101. L' uso compassionevole dà risultati che non offrono garanzie".
Bartorelli, scrivono i giornali, minaccia di lasciare l' Italia. Ma in una nuova riunione del 29 luglio, al ministero si cambia linea: la sperimentazione verrà rimandata in attesa che la Sicor presenti all' Istituto superiore della sanità gli esami relativi all' assenza di contaminazione virale del farmaco. Ultima stazione di questa via crucis burocratica il 2 agosto: Bartorelli, per salvare la somministrazione per uso compassionevole, promette al ministro che la Sicor comunicherà la quantità di prodotto che è in grado di distribuire ai malati terminali e le modalità d' uso.
La documentazione sulla non tossicità del medicamento viene presentata esattamente dopo un anno, mentre intanto all' inizio del 1996 il numero verde istituito all' Istituto tumori di Genova è già stato sospeso. Che cosa succederà adesso? "E' presto per dirlo", dice il professor Peschler. "Bisogna aspettare il verdetto della commissione". Giudizio sospeso insomma, anche se Peschler è personalmente convinto riguardo all' UK101 che "si tratta di un modello biologico molto interessante. Una componente della proteina, l' UK114, quella scoperta nel fegato delle capre, è presente anche nelle cellule tumorali umane. Gli esperimenti sui topi hanno dimostrato che, se si inocula questa componente nelle cellule tumorali, si ottiene la guarigione". Resta da vedere cosa succederebbe nell' organismo umano. Ci vorrà del tempo. Quanto? Dipende dal giudizio che la commissione ministeriale esprimerà sulla documentazione della Sicor. E l' attesa si prospetta tutt' altro che breve.

BOX
QUESTI SONO I TIPI DI TUMORE SU CUI LA MOLECOLA POTREBBE AGIRE SENO Carcinoma metastatico con localizzazioni epatiche o polmonari misurabili POLMONE Carcinoma che non sia diffuso in numerose piccole aree STOMACO Carcinoma anche con diffusione peritoneale PANCREAS Carcinoma avanzato anche con diffusione peritoneale FEGATO Carcinoma primitivo COLON Carcinoma del colon con metastasi epatiche o polmonari misurabili LE PERCENTUALI DI RIUSCITA Secondo lo scopritore della proteina oltre il sessanta per cento dei pazienti colpiti dai tumori sopra indicati e sottoposti a terapia con l' UK101 hanno manifestato dei miglioramenti. Le percentuali non sono però confermate da altri centri di sperimentazione.




Testata
Epoca

Data pubbl.
20/09/96

Numero
38

Pagina
78

Titolo
VALERIO MEROLA "IO A CASA BERLINGUER"

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
ESCLUSIVO

Sommario
"Giornalista tivù. Di sinistra". A "Epoca" aveva dato l' identikit del suo vero (e infelice) amore. E con "Epoca" ora il più esagerato protagonista dell' estate si lascia andare. Raccontando il flirt con Bianca, la figlia del più riservato segretario pci. Ma è proprio lei la donna del mistero? "Chissà. Sappiate che ho passato un weekend anche con..." "Nel mio libro farò il nome di un' altra conquista: un' attrice che è il sogno erotico di ogni italiano"

Didascalia
Bianca Berlinguer, 36 anni, giornalista del Tg3: all' epoca del
flirt criticava Merola per i suoi modi "burini".
Valerio Merola, 41 anni. Sotto: al flirt tra Merola e Bianca
Berlinguer "Novella 2000" ha dedicato parte della sua copertina.

Testo
"E' una donna che lavora in televisione, una bruna sui 30 anni.
Un' intellettuale. Di sinistra". Così Valerio Merola, in un' intervista sul numero scorso di Epoca, aveva descritto l' unica donna di cui, nel corso della sua turbinosa vita sentimentale, si era davvero (e infelicemente: lei lo aveva piantato dopo la loro "prima volta") innamorato. E adesso, dopo una caccia alla "donna del mistero" da parte di giornali e tivù durata una settimana, il presentatore con Epoca fa un nome: sì, Bianca Berlinguer, proprio lei. La figlia del più carismatico e austero capo del Pci. La quale, già individuata dai giornali come la ragazza che avrebbe fatto perdere la testa al fatuo presentatore, è stata costretta a confessare "di aver frequentato Merola, 12 anni fa".
Un "inciucio" sentimental-sessuale imbarazzante. Vuoi per la storia del Merolone. Vuoi per le vicende giudiziarie di Biella. Vuoi per l' inevitabile conflitto politico che ne deriva: che cosa avevano da spartire la severa impeccabile rampolla di casa Berlinguer, con lo sciupafemmine romano, all' epoca amico di Forlani, oggi sostenitore di Forza Italia? I giornali dicono, persino, che l' abbia introdotto in famiglia...
"Introdotto non è la parola esatta", dice Merola. "Andavo a prederla sotto casa, in via Ronciglione, quartiere bene di Roma. Un bellissimo palazzo, anni Sessanta, con un giardino all' interno".
Lei scendeva, vestita di bianco, tailleur castigato al ginocchio, trousse e accendino in mano. Apriva il portone e si imbufaliva: "Quante volte ti ho detto di spegnere il motore e di non fare il burino con quella marmitta!". Merolino, non ancora Merolone (all' epoca aveva meno di trent' anni e lavorava per l' emittente privata Gbr) si scusava: "Perdonami, ma ogni volta lo dimentico, le dicevo. Avevo una Bmw turbo, blu metallizzato... Controllare che tenesse il minimo era obbligatorio".
Bianca incassava e storceva il naso. Intanto parlava di politica, raccontava del rapporto con la sua famiglia. E soprattutto di quello con il padre, Enrico. Del fascino, della grandezza, della forza di carattere di quell' uomo riservato. Raccontava delle vacanze a Stintino, della serenità estiva sulle spiagge della Sardegna col padre, finalmente libero dal ruolo un po' ingessato di capo di partito. "Era più di un affetto filiale", dice Merola quasi commosso. "Bianca venerava suo padre. E anch' io ero affascinato da questa figura così straordinaria. Il mio sogno? Fare le vacanze in casa Berlinguer".
Bianca se ne guardava bene, persino di farlo salire tra le mura di via Ronciglione. Finché un giorno non è successo il miracolo, anzi il miracolone. "Enrico Berlinguer usciva dal portone, attraversava il viale. Ho provato una emozione indescrivibile... Volevo conoscerlo, a tutti i costi. Ma temevo di essere asssalito dagli uomini di scorta. Quando mi sono accorto che c' era solo l' autista che lo aspettava dentro una Fiat e non si muoveva di un millimetro, gli sono andato incontro: Onorevole, posso presentarmi? Sono Valerio. Forse Bianca le ha parlato di me" E dopo? "Beh, dopo niente. Lui mi ha detto: Piacere, come sta? Cosa fa di bello? Gli ho risposto: sono iscritto all' università. "Bene, in bocca al lupo per il suo futuro", rispose".
Se il povero Berlinguer non poteva sospettare quale svolta avrebbe preso l' avvenire del ragazzone bruno e aitante che si trovava davanti, la figlia Bianca, già all' epoca, intuiva il peggio. "Io le ripetevo che volevo diventare il Mike Bongiorno o il Pippo Baudo del Duemila. Lei si arrabbiava: Ti sembrano modelli da seguire? Fai come dice tuo padre: diventa un giornalista parlamentare oppure tenta la carriera diplomatica". Chissà, forse Bianca temeva già di finire in pasto alle cronache rosa: "Se c' era una cosa che la mandava nel panico erano i fotografi. Quando uscivamo insieme aveva l' angoscia che qualcuno potesse riprenderci... Una volta è successo, fuori da un ristorante del centro. E la serata si è trasformata in una tragedia".
Merola che all' epoca doveva esser più riservato di adesso, o forse semplicente un po' innamorato, per evitare questi incidenti, scantonava locali e posti affollati, portandola piuttosto in romantici ristorantini. E si tratteneva persino dal comprensibile impulso di sbandierare la nuova conquista agli amici: "L' ho fatto un paio di volte. Ma è stato un disastro. Gente con cui lei aveva poco da dividere, come io avevo poco da spartire con quelli del suo giro".
Merola per la verità aveva pochissimo da dividere anche con i nonni spirituali di Bianca, Marx, Engels, o per restare in Italia, Gramsci, Di Vittorio... "Si, all' epoca ero democristiano, amico di Forlani e di suo figlio Marco. Avevo conosciuto entrambi attraverso mio padre, che era stato dirigente dell' azione cattolica, poi segretario di politici come Paolo Bonomi, ex presidente della Coldiretti. Ma non credo che a Bianca interessasse". Era il 1984 (quali mesi non ci è dato saperlo, "vicini alla buona stagione", dice Merola). La piena del riflusso aveva forse già travolto, persino in casa Berlinguer, i compartimenti stagni dell' ideologia? "No, Bianca era una militante del Pci, credeva nel comunismo. Tanto è vero che era indecisa tra la carriera politica e quella giornalistica. Poi ha scelto la seconda. Ed io me la sono ritrovata tutti i giorni in tivù". A proposito che effetto fa al cuore ormai indurito di Merola? Stoccata finale: "Mi sembra molto cambiata. Dà l' idea di una donna sofferente, insoddisfatta sia dal punto di vista personale sia sentimentale". Ma prima di chiudere il capitolo- Bianca, l' ego dell' indiscreto presentatore ha una nuova impennata: "Non fermatevi alla Berlinguer. Vi ho raccontato che l' ho frequentata, ma questo non significa che era lei la donna di cui sono stato innamorato". Beh, allora chi? "Ho detto di aver amato una mora, intellettuale di sinistra che lavora in Rai. A Carmen Lasorella non ci avete pensato? L' ho conosciuta quattro anni fa a Sanremo per una gara di off-shore. Abbiamo passato un fine settimana assieme". Signor Merola, sta dicendo che ha avuto un flirt anche con la giornalista ora portavoce della Rai? "Dico solo che l' ho trovata molto sexy, molto affascinante. E anche lei mi ha trovato simpatico.
Traete le vostre conclusioni". Conclusioni da querela, signor Merola... "Allora ne anticipo un' altra. Nel libro che sto scrivendo, il Decamerolone, svelerò il nome di un' attrice italiana, bellissima, una bomba, con la quale ho vissuto la più travolgente delle relazioni sessuali. Il sogno erotico di ogni italiano. Chi è? Una bionda, occhi azzurri, sui trent' anni, che vive all' estero".
Oddio, ci risiamo...




Testata
Epoca

Data pubbl.
13/09/96

Numero
37

Pagina
16

Titolo
LA MIA VITA ESAGERATA

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI FOTO DI GIORGIO LOTTI

Sezione
STORIE

Occhiello
ESCLUSIVO

Sommario
Cinque case. Quattro auto. Due telefonini. Mille donne. Ma ora Valerio Merola è solo, chiuso nel suo rifugio di Montecarlo. Perché? Scopritelo nella sorprendente confessione raccolta dall' inviata di "Epoca" INCONTRO CON VALERIO MEROLA "Questa vicenda mi ha fatto riscoprire la fede" "Il Merolone? Ho depositato il marchio, creerò una mia linea"

Didascalia
STA SCRIVENDO UN LIBRO
Valerio Merola, 41 anni, nella sua casa di Montecarlo. Il suo libro
si intitolerà "Deca-merolone".
MISTERO "Mi sono innamorato davvero una sola volta. Lei è
un' intellettuale di sinistra, sui trent' anni, e lavora in
televisione".
HA PERSO UN MILIARDO Valerio Merola fa jogging nel porto di
Montecarlo. L' inchiesta giudiziaria gli ha fatto saltare molti
contratti non solo televisivi.
SOLITUDINE Merola mentre fa colazione e (a fianco) durante un
momento di relax in piscina: "Non riesco più a guardare le donne con
gli occhi di prima", dice.

Testo
PIPPO BAUDO LO PORTO' IN RAI HA FATTO IL LICEO CLASSICO Nome Valerio Cognome Merola Nato a Roma il 15 giugno 1955 Famiglia Il padre Aldo, commercialista, è morto dieci anni fa, la madre Anna Maria, casalinga, quattro anni fa Studi Maturità classica, venti esami a Scienze politiche, indirizzo internazionale Carriera Debutta in televisione nel 1982 con il programma I falchi della notte, in onda sull' emittente privata Gbr. Due anni dopo viene chiamato da Pippo Baudo come presentatore esterno per Fantastico e quindi per Domenica In. Nel 1992 scrive e conduce Uno fortuna e nello stesso anno inventa, organizza e presenta il programma Bravissima, in onda dal 1994 su Italia Uno. Possiede due società che lavorano sullo spettacolo: Brava Italia srl e Brava Corporation, con sede a Los Angeles Vita privata Celibe, vanta di avere avuto relazioni con centinaia, forse migliaia di donne, prevalentemente giovanissime e aspiranti star Hobby Motonautica e rally. Possiede quattro automobili: una Lamborghini Diablo, una Rolls-Royce Corniche Cabrio, una Porsche Carrera 4, un' Aston Martin. Più una moto Harley-Davidson dal serbatoio decorato con l' aerografo: ai lati quattro volti di donne (Cindy Crawford, Naomi Campbell, Kim Basinger e Sharon Stone), al centro la sua faccia Il segreto sta tutto in quell' accrescitivo: "one". "One" è quello che ha trasformato Valerio Merola, conduttore televisivo di fama un po' modesta, in Merolone, il personaggio più indagato di quest' estate. Indagato dalla Procura di Biella per presunte violenze sessuali a danno di minorenni in cerca di gloria. Indagato dai paparazzi in cerca di un documento fotografico di ciò che tutti immaginano, ma nessuno ha visto. Indagato dalla curiosità degli italiani che fintamente distratti o palesemente incuriositi si chiedono: "Ma quanto sarà più "one" del mio?". Ma Valerio Merola un "one" lo era già prima che questa storia incominciasse. Basta vederlo qui, seduto sulla terrazza di uno dei suoi due appartamenti d