DEATH OF A HERO
Ahmed Shah Massud
> TRIBUTEWi> INTERVIEW
> MESSAGE TO THE
PEOPLE OF THE USA

NEW YORK, NEW YORK!
Tribute to
a defaced city
FAREWELL MARJAN...
Marjan, the one-eyed lone
lion is no longer the king of
Kabul zoo
PICTURES from the grenade attack!
Dear Visitors, these next pages are a heartful tribute to Maria Grazia Cutuli, sweetest friend, valued travelmate and skillful writer for Corriere della Sera, major italian newspaper, who was ambushed and killed by unknown assailants on November 19 2001, while traveling from Jalalabad to Kabul (Afghanistan) together with colleagues Julio Fuentes (spanish newspaper El Mundo), Harry Burton and Hazizullah Haidari (cameraman and photographer, Reuters).
>PICTURE GALLERY
>AUDIO CLIP her last report from Peshawar [ Corriere.it ]
>VIDEO recovering the journalists' bodies [New York Times - Associated Press]
How colleagues journalist and friends >REMEMBER her
Pages from italian and international >PRESS
>REPORTS about the ambush
>STORIES we published >TOGETHER (her writings, my pictures)
>ALL THE STORIES
I'm trying to make available ALL THE STORIES written by Maria Grazia Cutuli.
Big kudos to publishers Corriere della Sera-RCS and Arnoldo Mondadori Editore,
for allowing me to post here all the stories they hold copyrights for.
WORLD 1990-1996, EPOCA

Testata
Epoca

Data pubbl.
13/12/96

Numero
50

Pagina
88

Titolo
CARI LETTORI DI EPOCA VI SALUTO PERCHE' DEVO ANDARE IN RUANDA

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
CRONACA

Sommario
Professione abituale: giornalista. Professione nei prossimi tre mesi: osservatore dell' Onu per i diritti umani. Maria Grazia Cutuli dovrà, insomma, cercare di scongiurare nuovi massacri. Perché questa scelta? Risponde lei stessa. Con una promessa. Da mantenere al rientro. "A un certo punto mi è sembrato che il giornalismo non bastasse per capire lo strazio della guerra"

Didascalia
Maria Grazia Cutuli, 34 anni, giornalista di Epoca, al corso per
missioni di pace organizzato dalla Scuola Sant' Anna
dell' Università di Pisa. Sotto: in Afghanistan nel 1995.
Nell' altra pagina: in Cambogia nel 1992.

Testo
Quindici giorni fa, una telefonata in redazione. L' ufficio di Bonn dell' Unv, i volontari delle Nazioni Unite, chiedeva la mia disponibilità immediata a partire per il Ruanda e restarvi tre mesi come "osservatore per i diritti umani". Desideravo fare un' esperienza del genere da sei anni. Da quando cioè ho cominciato a lavorare, come giornalista di Epoca, in varie parti del mondo. Ho accettato subito: è una delle missioni umanitarie più delicate di questi ultimi anni.
In Ruanda, assieme agli altri osservatori, dovrò occuparmi dei profughi: della folla di anziani, donne, bambini di etnia hutu, che ogni giorno, stremati dalla fame, indeboliti dalle malattie, terrorizzati dai combattimenti, passano la frontiera dello Zaire per rientrare nel proprio Paese. Il 29 novembre la comunità internazionale ha finalmente approvato l' invio di un contingente di pace che da Kampala, in Uganda, si occuperà dell' assistenza e dell' aiuto ai rifugiati. Ma quello che succederà quando gli hutu rimetteranno piede nel proprio Paese, oggi governato dai tutsi, è difficile da prevedere. Il ricordo del genocidio compiuto nel maggio 1994 dai primi nei confronti dei secondi ha rinvigorito l' odio secolare, stravolto la geografia politica e razziale di tutta la regione dei Grandi Laghi, prodotto ferite che l' intervento della comunità internazionale difficilmente potrà sanare.
Come giornalista di Epoca, nel 1994 ero proprio in Uganda, a seguire un' operazione organizzata da Maria Pia Fanfani per mettere in salvo i piccoli orfani di una missione italiana. Avevo visto arrivare i bambini feriti dai colpi di machete. Avevo ascoltato le testimonianze dei missionari che raccontavano l' orrore e la follia di quei giorni in cui bande di entrambe le etnie massacravano civili, facevano a pezzi i cadaveri, saccheggiavano i villaggi, bruciavano le chiese. Ora l' Onu ha reclutato per questa missione un gruppo di 12 volontari, di cui tre italiani, assieme a una cinquantina di altri osservatori che lavorano già a Kigali, capitale del Ruanda. Divisi in gruppi di quattro o cinque persone, gireremo il Paese, raccogliendo informazioni e prove sul trattamento che le autorità ruandesi riservano ai rifugiati. Collaboreremo, dicono le nostre "regole d' ingaggio", con gli altri organismi internazionali e con le organizzazioni non governative, per stabilire un clima di fiducia e informare la popolazione sui diritti dell' uomo. Ci occuperemo di mettere in atto programmi di cooperazione e assistenza nell' amministrazione della giustizia.
Due sono infatti le preoccupazioni principali della comunità internazionale. La prima, appunto, riguarda i profughi che rientrano dallo Zaire, per sfuggire ai combattimenti tra le forze governative e le milizie tutsi. Quelli già arrivati sono oltre 700 mila.
Raggruppati a seconda dei centri di provenienza, vengono registrati dalle autorità che decideranno la loro destinazione finale. Il rischio per loro è alto. Potrebbero essere vittime dei maltrattamenti delle autorità tutsi di Kigali, o forse addirittura di violenze e massacri, come è successo nel 1995, quando nel campo di Kibeho i soldati tutsi trucidarono migliaia di profughi hutu. Ma anche di vendette e ritorsioni della popolazione (sempre tutsi) che ha occupato le loro case e ha già messo le mani avanti, paventando tra i rifugiati la presenza dei guerrieri Interahmwe, responsabili del genocidio di due anni e mezzo fa.
C' è poi un secondo problema di cui dovremo occuparci come osservatori: il rispetto dei diritti umani all' interno delle prigioni ruandesi, agglomerati infernali, dove i detenuti in attesa di giudizio vivono talmente affollati da rischiare la morte per soffocamento. Nelle carceri si trovano attualmente anche 90 mila hutu accusati dei massacri del 1994, che dovrebbero comparire di fronte al tribunale per i crimini di guerra. Impossibile dire adesso in che condizioni ci troveremo a operare. L' Unv ci mette a disposizione duemila dollari al mese, poco più di tre milioni di lire per pagarci vitto, alloggio e spostamenti. E solo sul posto si capirà effettivamente come si svolgerà il lavoro.
Non bisogna dimenticare che quando un mese fa il primo ministro canadese Jean Chretien ha proposto l' invio di un contingente multinazionale di pace, tra le varie perplessità c' era pure l' opposizione del Ruanda all' invio di soldati sul proprio territorio. La comunità internazionale si è poi spaccata su due opzioni: mandare le forze a Kigali, come avrebbero voluto gli Stati Uniti, filo tutsi; o spedirle in Zaire, come avrebbe preferito la Francia, schierata dalla parte degli hutu. Venerdì 29 novembre è stata scelta una terza strada: stabilire il quartiere generale dell' operazione in Uganda.
Ma come mai io, giornalista di Epoca, sono finita tra gli "osservatori"? Per sei anni ho seguito sia molti dei conflitti che hanno ridotto a colabrodo gli equilibri della Guerra fredda, sia i tentativi dell' Onu di ricostruire un nuovo ordine mondiale, là dove scoppiano sempre più di frequente scontri etnici e tribali. Sono stata in Somalia nel 1994, quando il contingente internazionale, sbarcato a Mogadiscio per portare aiuti umanitari, si trovò a guerreggiare con le fazioni, strangolato da un mandato inadeguato.
Ho visitato il Mozambico, dove il tentativo di pace si è invece risolto per il meglio. Sono arrivata a Sarajevo all' inizio dell' assedio passando una notte blindata con i Caschi blu dell' Onu nell' ex palazzo delle poste. Ho seguito le Nazioni Unite nella missione di pace in Cambogia, nei loro interventi umanitari in Afghanistan, e in quelli a Monrovia in Liberia, lo scorso aprile. A un certo punto mi è sembrato che il giornalismo fosse una chiave limitata per capire realmente che cosa si nasconde dietro la mastodontica macchina umanitaria delle Nazioni Unite, così come dietro lo strazio delle popolazioni che vivono la guerra. Molto di quello che si registra su un taccuino, quasi sempre in fretta, finisce per toccare appena la superficie delle cose. Volevo andare più a fondo. Superare la schizofrenia del cronista che rimane spettatore di tragedie che non gli appartengono. Così, a luglio scorso ho deciso di seguire un corso presso la Scuola Sant' Anna dell' Università di Pisa. Un addestramento intensivo di venti giorni per "personale civile delle operazioni umanitarie e di peace keeping e per le missioni di osservazioni elettorali", diretto da un professore della Normale, Andrea De Guttry, con il patrocinio dell' Onu e del ministero degli Esteri italiano. In altre parole, un seminario per chi è interessato a esperienze sul campo. Tra le opportunità offerte dal corso ci sono stati un paio di colloqui con i responsabili della selezione del personale dell' Onu. Quando mi sono presentata all' incontro con Stephen Kinloch, responsabile per Unv, avevo creduto che fosse una formalità. Alcuni dei corsisti, è vero, proprio in quei giorni erano stati selezionati come osservatori per le elezioni in Bosnia. Ma non credevo che sarei stata chiamata per una missione a più lungo termine. Quattro mesi dopo, invece, il professore Andrea De Guttry ha risegnalato la mia disponibilità all' Unv ed ecco la telefonata da Bonn: "L' aspettiamo per il 7 dicembre a Kigali". Rinuncerò a penna e taccuino? Non credo. Al mio ritorno proverò a raccontare anche quest' esperienza dall' altra parte della barricata.




Testata
Epoca

Data pubbl.
11/10/96

Numero
41

Pagina
78

Titolo
SONO FINITA IN MEZZO AI TALEBANI

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
CRONACA

Sommario
Voleva intervistare gli "studenti islamici" che oggi comandano in Afghanistan. E' una donna, però, e il Corano vieta ogni contatto. Così una giornalista di "Epoca" si è ritrovata chiusa a chiave in una sperduta casupola nel deserto. Ma ha fatto in tempo a imparare molte cose (sorprendenti) sui nuovi padroni di Kabul.

Didascalia
Kabul, 27 settembre. I corpi dell' ex presidente comunista
dell' Afghanistan, Mohammed Najibullah, e del fratello Shanpur
Ahmadzi, appesi
a un lampione nella piazza principale della capitale, dopo la
conquista della città da
parte dei Talebani integralisti. Nella foto sotto il titolo, Maria
Grazia Cutuli con due guerriglieri Talebani.

Testo
"Che ci fa una donna qui? Come vi è saltato in mente di portarla?".
Lo "studente coranico", il Taleb che vigila al primo check point fuori Kabul, turbante bianco e bazooka in mano, lancia uno sguardo minaccioso all' interno del taxi. Me ne sto rannicchiata dentro una tunica, con la testa coperta da un velo, pentita di non aver indossato la "burqa", il mantello integrale, prescritto dalla legge islamica. La sentinella ripete: "Con lei non passate". Dieci minuti di litigio. Poi, finalmente, il via libera.
E' il giugno 1995. Sono arrivata nella capitale dell' Afghanistan, per tentare di raggiungere i Talebani, gli "studenti" reclutati dalle scuole coraniche, che da aprile tengono sotto tiro la periferia della città. L' assedio (destinato a finire nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1996, con centinaia di morti e la caduta di Kabul, vedi riquadro a pagina 81) è solo agli inizi. Ma la prima linea, che corre tra colline aride e postazioni di artiglieria, segna già la divisione tra due mondi. Dietro di noi, l' Islam "illuminato" delle forze governative fedeli al presidente Burhanuddin Rabbani. Davanti, i territori dove gli "studenti coranici" hanno dato ampia prova della lora intransigenza. Arriva voce di donne picchiate a sangue per aver mostrato il volto, di uomini bastonati per aver giocato a scacchi, guardato la televisione, ascoltato la radio; si rincorrono notizie di lapidazioni, impiccagioni, di mani e piedi mozzati...
Non è la prima volta che vengo a contatto con i Talebani. Avevo parlato con un loro portavoce a Peshawar, in Pakistan. Una frase scappata di bocca a un funzionario dell' Onu ("sì, ci risulta che qui in città gli "studenti" abbiano un ufficio mobile, segreto") mi aveva messa sulle loro tracce. Li avevo trovati grazie al personale del Consolato americano, una sorta di filiale della Cia che a Peshawar, leggendaria capitale del terrorismo internazionale, retrovia dei mujaheddin durante l' invasione sovietica dell' Afghanistan, funziona a meraviglia. "Volete incontrarli?", aveva detto un diplomatico, mentre scribacchiava su un biglietto.
"Fate questo numero di cellulare". Normale che gli Stati Uniti, sospettati di essere tra gli sponsor degli "studenti islamici", siano in contatto con loro. Ma, a giugno dell' anno scorso, sembra invece il Pakistan lo Stato interessato a mandare in avanscoperta le milizie coraniche. Soprattutto per liberare le grandi vie commerciali afghane dal controllo delle altre fazioni.
Una prima telefonata. Un altro numero, poi un altro ancora. Alla quarta o quinta chiamata, la risposta: "Tra mezz' ora". E subito lo "spelling" di una strada alla periferia di Peshawar. L' "ufficio mobile" era all' interno di un palazzo formicaio, dentro una stanzetta dalla moquette logora e le pareti in finto legno. Ad accogliermi, Muhammad Tariq Khattak, un signore calvo, barbuto, dall' aria distinta, e il suo interprete: "Io sono solo un portavoce", aveva detto. "I comandanti si trovano a Kandahar, quartier generale delle nostre forze in Afghanistan". Khattak aveva spiegato l' origine della "guerra santa": "Alcuni dei Talebani sono soldati che hanno combattuto contro i russi. Altri sono "mullah" (cioè preti islamici) che hanno fondato le "madrasse", le scuole coraniche. Abbiamo un esercito di 30 mila uomini, jet, elicotteri, armi pesanti". Anche se, aveva aggiunto, "siamo riusciti a conquistare due terzi dell' Afghanistan senza sparare un colpo".
Questo era successo grazie all' appoggio delle popolazioni rurali del Sud che sono della loro stessa etnia, pashtun. "Che cosa vogliamo fare? Sconfiggere il governo di Kabul che sta ingannando il popolo afghano e liberare il Paese dal traffico di droga".
Pie intenzioni: peccato che gli "studenti", se da una parte proibiscono il consumo di stupefacenti, dall' altra gestiscono le più vaste coltivazioni d' oppio dell' Asia centrale.
Sul fronte di guerra il comando dei Talebani si trova a una cinquantina di chilometri da Kabul, a Maidan Shar, un villaggio semideserto e polveroso. E' ospitato dentro una costruzione con un portale ad arco, semidiroccata, che si erge gialla e piena di tracce di proiettili in mezzo a una spianata. I soldati di campagna non si perdono in convenevoli. Nemmeno un saluto. Con me ci sono il tassista, l' interprete e un fotografo italiano. Ci portano immediatamente in una stanza, ingombra di giacigli, e ci chiudono dentro, mentre una sentinella ci tiene d' occhio dai vetri rotti della finestra.
Il comandante, Mohammed Rabbani (oggi a capo del consiglio di sei "mullah" che governa Kabul), è assente. Ma un suo vice, Hafiz Neda Mohammed, un giovane dalla barba rada, vestito di bianco, accetta di rilasciare un' intervista all' interprete afghano (con le mie domande), mentre io resto chiusa nell' altra stanza: "Grazie a Dio abbiamo la "sharia" che non ci autorizza a parlare con le donne", sbuffa. "Mi fa infuriare il fatto che da Kabul, dove dovrebbe esserci un governo islamico, ci mandino una femmina".
L' interprete controbatte: "Si tratta di una giornalista...". Ma il "mullah" fa una smorfia di disgusto: "E' forse mia sorella? La "sharia" dice che un uomo può rivolgere la parola solo alle parenti strette". E il rispetto dei diritti umani? "Esistono solo i diritti sanciti dalla "sharia". Le donne sono libere di parlare con i mariti, di studiare in scuole separate, di andare in ospedali separati, non certo di farsi vedere in giro nei bazar e negli uffici". Anche quando parla di restaurare gli "atti islamici" la musica non cambia. In altre parole: "L ordine sancito dal Corano e dall' Hidith, la legge di Maometto, come è stata applicata dai quattro califfi durante il loro regno, alla morte del profeta. Un governo come quello dell' Arabia Saudita". Poi si corregge: "Volevo dire, come quello che abbiamo instaurato nei territori controllati da noi. C' era la guerra prima. Banditi e fazioni taglieggiavano e rapinavano tutti. Noi abbiamo portato ordine e pace". Avete proibito il gioco degli scacchi, il calcio, la tivù, la radio, dice l' interprete. "Perdite di tempo", urla il vicecomandante, che è un "mullah", cresciuto a Karachi in Pakistan. "Il nostro dovere è pregare, studiare, combattere".
Una delle sentinelle entra nella nostra stanza. E' un soldato sui 18 anni, dalle guance tonde e lo sguardo accigliato. Originario di Kandahar, racconta al tassista (ignorandomi) di essersi trovato a Kabul nel 1992, durante la caduta di Najibullah. "Che cosa non hanno visto i miei occhi! I mujaheddin si scannavano come belve. No, non potevo vivere tra gente che tradisce l' Islam così".
Il giovane guerriero si è rifugiato a Quetta, in Pakistan. Lì ha frequentato una delle tante "scuole coraniche", istituzioni di stampo medievale, finanziate dalle associazioni integraliste, ma anche da potenze come l' Arabia Saudita, dove gli allievi si indottrinano ai rigori dell' Islam e si addestrano all' uso delle armi. "Quando i Talebani hanno cominciato la marcia verso Kandahar, sono saltato su una jeep, ho preso il kalashnikov e sono partito per la guerra". Non fa in tempo a raccontare altro. Il vicecomandante ci manda via. Si comincia a combattere.
Sulla strada per Kabul, arrivano un paio di missili. Siamo nel pieno della "guerra santa", anche se nella capitale, in questo giugno 1995, il pericolo dei Talebani è ancora sottovalutato. La gente li liquida come omosessuali ("Taleb" è diventato sinonimo di "frocio"), riferendosi alla promiscuità che lega i capi ai giovani soldati e alla loro avversione per le donne. E lo stesso comandante Massud, il "leone del Panshir", eroe della resistenza contro i sovietici, oggi capo delle forze militari del presidente Rabbani, mi dirà qualche giorno dopo: "La loro è una forza morale, non militare. Hanno conquistato le regioni del Sud con la "sharia", ma non possono prendere Kabul. Qui la gente non tollererebbe mai il taglio della mano o del piede, la lapidazione per le donne...". Si sbaglia Massud. La cronaca di oggi, il cadavere di Najibullah che penzola sulla piazza principale della capitale, il terrore per le strade, la gente bastonata, le donne recluse in casa, ha dimostrato che i Talebani sanno fare di peggio.




Testata
Epoca

Data pubbl.
20/09/96

Numero
38

Pagina
98

Titolo
ORA SAPPIAMO CHI E' QUEST' UOMO

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
ESCLUSIVO

Sommario
Spagna, settembre 1936: il fotografo americano Robert Capa ferma sulla pellicola l' uccisione di un miliziano durante la guerra civile. L' immagine dell' uomo che cade abbandonando il fucile diventa un simbolo. E apre una polemica: se fosse un falso? Sessant' anni dopo, "Epoca" è in grado di affermare che la foto è autentica. E di rivelare l' identità dell' ucciso. Chi era? Lo scoprirete leggendo la storia di un' immagine entrata nella Storia. "Secondo gli archivi un solo miliziano risultava ucciso quel giorno nella battaglia di Cerro Muriano. Era Federico"

Didascalia
A sinistra: ecco, fissato da Bob Capa, l' istante della morte,
a 24 anni, di Federico Borrell Garcia, durante uno scontro con
i franchisti. Sopra: il giovane (al centro) a 22 anni assieme
a due compagni di servizio militare.
A sinistra: in un' altra foto del reportage
di Robert Capa sulla Guerra civile spagnola, un momento della
battaglia di Cerro Muriano, sul fronte
di Cordoba, dove fu ucciso Federico Borrell Garcia. Sotto:
il miliziano ritratto all' età di 21 anni.
A sinistra: due immagini del combattimento del 5 settembre 1936 sul
fronte di Cordoba. Nella foto in basso, al centro con la camicia
chiara, Federico Borrell Garcia pochi minuti prima di essere
colpito a morte. Sotto: il miliziano, due mesi prima, assieme alla
fidanzata Marina.

Testo
Sessant' anni di gloria e di polemica. Più di mezzo secolo per risolvere il dubbio che ha diviso gli storici della fotografia: La morte del miliziano, una delle immagini più famose di Robert Capa, scattata nel 1936 durante la Guerra di Spagna, un clic destinato a trasformare un frammento di storia nel simbolo di una tragedia, è una foto autentica? O il crollo di quel soldato, con il fucile in aria e le gambe flesse, che sembrava trascinare nella sua caduta i detriti e le illusioni di un' epoca, era un' agonia "posata"? Un falso costruito da uno sconosciuto fotografo in cerca di successo, quale era allora Robert Capa? Ebbene, a sessant' anni di distanza dalla prima pubblicazione della foto sulla rivista francese Vu, il 23 settembre 1936, il dubbio sembra risolto: il soldato morente è stato identificato. Si chiamava Federico Borrell Garcia, aveva 24 anni, faceva il mugnaio ad Alcoy, vicino ad Alicante. Fu ucciso il 5 settembre 1936, sul fronte di Cerro Muriano, nella zona di Cordoba.
A dare una svolta alla vicenda è stata Rita Grosvenor, una giornalista britannica residente ad Alicante, che ha rintracciato i parenti del miliziano; e assieme a lei, Richard Whelan, autore di una biografia di Robert Capa, che ricostruisce le tappe del viaggio spagnolo del celebre fotografo.
Ma cominciamo dalla Grosvenor... La giornalista è venuta in possesso di un documento, affidato a un notaio da un certo Mario Brotons, originario di Alcoy, che a 14 anni aveva combattuto sul fronte di Cerro Muriano, contro le truppe franchiste del generale Vela. Per chiudere le polemiche sulla foto di Capa, Brotons prima di morire ha consultato gli archivi militari di Madrid e di Salamanca. Poi, ha lasciato per iscritto la sua versione dei fatti. A cominciare dal luogo dello scatto. Non Cadice, come si era detto, ma Cerro Muriano.
Secondo Brotons, Capa si trovava lì il 5 settembre 1936, giorno dell' offensiva del generale Vela.
C' è poi l' equipaggiamento del soldato fotografato: camicia dal collo sbottonato, pantaloni chiari. Più che una uniforme sembra un abito da lavoro, corredato però da fucile, cartuccere e giberne, equipaggiamento caratteristico dei 300 civili di Alcoy inviati su quel fronte. L' ultimo tassello viene dagli archivi militari: tra i miliziani feriti nella battaglia del 5 settembre, solo uno risulta morto. E' un giovane di Alcoy che Brotons conosceva bene: Federico Borrell Garcia, membro fondatore del movimento anarchico sindacalista, la Juventudes Libertarias.
Seguendo questa pista, Rita Grosvenor rintraccia i parenti di Federico Borrell. E va ad Alcoy: "Cinque piani di scale in un caseggiato, nascosto tra i negozi di un vicolo spagnolo", racconta.
"E' la casa dove ha vissuto Evaristo, il fratello più giovane di Federico, che combatté con lui a Cerro Muriano". Il padrone di casa è morto da tempo. Ma la moglie, Maria, 78 anni, ricorda tutto, specialmente i giorni dopo la battaglia del 5 settembre, quando il marito tornò dal fronte. "Evaristo mi disse che Federico era stato ammazzato", racconta la vecchietta. "Non era riuscito a vedere come era successo. Ma gli amici gli avevano riferito che Federico aveva alzato in aria le braccia ed era immediatamente caduto a terra, colpito alla testa". Proprio come il soldato della foto. "Non siamo riusciti a seppellirlo. L' area era finita in mano ai nazionalisti ed era impossibile prelevare il cadavere". La vedova, riferisce la giornalista britannica, è sicura che il miliziano fotografato da Capa sia il cognato: "Federico non era alto, ma aveva le gambe lunghe e la mascella forte, tipica dei Borrell". Evaristo le aveva parlato della foto. Il berretto che il soldato sembra avere in testa con una specie di pon pon, secondo la donna, è solo un effetto ottico: un ciuffo di capelli sul cranio spappolato dal proiettile.
Il resto è un lutto di famiglia, consegnato alla storia solo per caso. Ad Alcoy Rita Grosvenor incontra il nipote di Federico, che oggi ha 46 anni, lavora come imbianchino, porta il nome dello zio e ha battezzato alla stessa maniera anche il figlio: "Se avrò un nipote", dice, "spero si chiami pure lui Federico". In quanto all' autenticità della foto, anche l' uomo non ha dubbi: "Troppe coincidenze e una straordinaria somiglianza con le immagini dello zio in vita". Né lui né la madre sanno invece che fine abbia fatto Marina, la ragazza che avrebbe dovuto sposare Federico. "Le nozze erano state rimandate, perché lui era partito per il fronte", dice la signora Maria, "così l' abito da sposa rimase appeso nell' armadio".
Ma bastano i malinconici ricordi dei Borrell a ristabilire la verità, dopo 60 anni di polemiche, sollevate da Piero Berengo Gardin (cugino del fotografo Franco), dal biografo di Capa, Philip Knightley, e da Aldo Gilardi, autore del libro Storia sociale della fotografia? Se Capa aveva sempre dichiarato di aver scattato a caso, nascosto dietro un mucchio di terra e tirando fuori il braccio con la sua Leila, mentre attorno sparavano e lui moriva di paura, Berengo Gardin, che aveva esaminato gli archivi del fotografo, sosteneva invece di aver trovato un rullino che mostrava la curiosa sequenza di un miliziano prima colpito, poi vivo e vegeto insieme ai compagni. Certo, l' immagine, era sfocata... Poteva trattarsi di una copia della pellicola originale, riprodotta in senso contrario.
Ma...
Richard Whelan, autore del volume Robert Capa: una biografia, non ha dubbi: "Capa il pomeriggio del 5 settembre era sicuramente a Cerro Muriano". Le testimonianze di coloro che sostengono il contrario, per il biografo, non sono credibili: né quella di Hans Namuth, uno dei fotografi presenti sul fronte, che dopo aver messo in dubbio l' autenticità della foto si era infatti ricreduto, né quella di un giornalista britannico, O' Dowd Gallagher, che aveva dichiarato di aver diviso con Capa una stanza d' hotel a San Sebastian (vicino al confine francese, lontano dalla battaglia), proprio nei giorni in cui sarebbe stata scattata la famosa foto a Cerro Muriano.
"Gallagher diede tre versioni diverse", dice Whelan, "probabilmente confuse Capa con qualcun altro".
Sul sospetto che la foto fosse "posata" Whelan taglia corto: "E' una falsa pista. E, comunque, la morte del miliziano è una grande immagine, il simbolo stesso della Spagna repubblicana".
LA STORIA DI CAPA, A CUI UNA ZINGARA PREDISSE: NON MORIRAI NEL TUO LETTO ROBERT: SEMPRE IN PRIMA LINEA. MA E' SALTATO SU UNA MINA Una carriera che era cominciata con un incidente. E che si è conclusa tragicamente in Vietnam.
Diceva: "In guerra non esistono foto belle o brutte, ci si deve solo chiedere quanto si era vicini all' azione". Tanto vicini da rimetterci la pelle. Robert Capa, uno dei fotografi più famosi del nostro secolo, ebreo ungherese nato nel 1913, morì a poco più di quarant' anni, saltando su una mina in Vietnam. La sua storia di fotografo comincia nel 1932 ritraendo Lev Trockij che predica la rivoluzione mondiale. Robert si chiama in realtà Andrè Friedmann, ha appena lasciato la Germania con le sue croci uncinate, dove era andato a 18 anni, e vive a Parigi. Con un nuovo nome, e una ragazza bionda a fianco, Gerda Taro, parte per la Spagna, a documentare la guerra civile. Un carro armato schiaccia Gerda e con lei muoiono le illusioni del giovane fotografo. Ma non la vocazione. Capa va in Cina, documenta la vittoria sul Giappone. Torna in Europa, per lo sbarco degli alleati in Sicilia. Poi di nuovo a Parigi per spedire a Life gli ultimi documenti sulla vittoria. Viene mandato in Israele e poi in Vietnam. Tempo prima aveva raccontato: "Una zingara mi ha detto che non morirò nel mio letto".
LA SPAGNA DEL 1936 QUELLA GUERRA FECE UN MILIONE DI MORTI Repubblicani contro franchisti. Per tre anni.
Due anni e 254 giorni di guerra. Un milione di morti. Il trionfo del regime fascista e una dittatura, quella del generalissimo Francisco Franco, destinata a durare fino al 1975. La guerra civile di Spagna scoppia nell' estate del 1936, mentre Hitler occupa la Renania e Mussolini si avvicina alla Germania. Scoppia accompagnata da una delle più gravi crisi economiche e sociali della storia del Paese: le elezioni del 16 febbraio 1936 che hanno portato al potere il Fronte popolare. Uno schieramento eterogeneo formato da repubblicani borghesi, socialisti, comunisti, anarchici, che hanno di fatto spaccato la Spagna, compresi i ceti più poveri. Se la destra, formata da proprietari terrieri, ufficiali dell' esercito, conservatori ed ecclesiastici, non accetta il responso elettorale, anche le forze di sinistra sono divise tra chi propone un orientamento democratico-borghese e chi aspira alla rivoluzione proletaria. Mentre esplode la collera delle masse contro la Chiesa e i latifondisti, con massacri, uccisioni e violenze, insorgono le truppe controrivoluzionarie capitanate da generali come José Sanjurjo, Emilio Mola e Francisco Franco. In un paio di mesi, partendo da Cadice, Siviglia e Cordova, i golpisti si impadroniscono delle regioni occidentali. Il 29 settembre 1936, Franco viene nominato "generalissimo" e la sede del governo ribelle viene spostata a Burgos. La Germania e l' Italia spediscono a Franco 60 mila volontari, mezzi e armi. La guerra assume subito un carattere fortemente ideologico. Se a fianco dei franchisti si schierano i conservatori di tutto il mondo, a sostegno dei repubblicani intervengono le brigate internazionali: 40 mila volontari, tra i quali spiccano personaggi come il giornalista americano Ernest Hemingway, lo scrittore inglese George Orwell, il socialista italiano Pietro Nenni. Barcellona cade il 26 gennaio del del 1939.
Madrid resiste 28 mesi all' assedio dei franchisti, fino al 28 marzo. Il 27 febbraio Francia e Gran Bretagna avevano riconosciuto il regime di Franco. In Spagna rinasceva la monarchia.




Testata
Epoca

Data pubbl.
13/09/96

Numero
37

Pagina
86

Titolo
IO, GIORNALISTA DI "EPOCA" IN MEZZO A QUELLA GENTE

Autore
Maria Grazia Cutuli

Sezione
STORIE

Occhiello
CRONACA DIARIO DI VIAGGIO IN KURDISTAN, PATRIA DEI "PESHMERGA"

Sommario
Cibo scarso, niente acqua, solo un' ora di elettricità al giorno. Per vedere Saddam in tivù.

Testo
Come copertura, una spedizione umanitaria e un pass con la scritta "nurse", infermiera. Il governo di Baghdad non è mai stato generoso con i visti ai giornalisti e men che mai lo era a maggio 1991, dopo la Guerra del Golfo, mentre ancora infuriava il conflitto tra Saddam e i curdi. Per raggiungere Arbil, la capitale del Kurdistan iracheno bombardata e invasa la scorsa settimana, quell' anno mi ero messa al seguito di una spedizione di viveri, organizzata dal Movimento popolare di Roberto Formigoni. Un viaggio interminabile: 24 ore di jeep nel deserto, una tappa di due giorni a Baghdad, altre 12 ore di cammino tra postazioni militari, villaggi distrutti, litanie di ritratti di Saddam, sfigurato dai colpi di mitra.
Arriviamo ad Arbil nel pomeriggio, prima che la strada venga chiusa per la notte. La città, nel maggio 1991, strappata dagli iracheni al controllo dei guerriglieri curdi, i"peshmerga", è considerata zona a rischio. Venti chilometri la separano dalle montagne, dove si affollano profughi e combattenti.
Non è bella Arbil, 330 mila abitanti, a ridosso dell' area petrolifera di Kirkuk. Case moderne, ma piatte e povere, dominate dall' antica rocca in pietra gialla, nascondiglio di ladri e mendicanti. Case bombardate, semidistrutte. Il Saddam Hospital sventrato da una granata. Il Teaching Hospital trasformato in un girone dolente di bambini amputati dalle mine e ragazze dal viso sfigurato dalle schegge. Ma la strada principale è affollata di gente, donne dal capo velato e gli abiti lunghi, che trascinano sui marciapiedi galline spennacchiate e otri con l' acqua. L' Hotel a quattro stelle non aiuta ad alzare il morale: finestre scheggiate dai proiettili, buio e un tanfo insostenibile. Odore di carne marcia, viscere di montone, unico cibo per altro di cui ci nutriremo i 20 giorni che passeremo qui, visto che ortaggi e latticini hanno già portato un' epidemia di tifo e brucellosi. Acqua potabile, neanche a parlarne. In sala da pranzo, un uomo sulla cinquantina se ne sta seduto al tavolo, con la testa tra le mani e una birra davanti: "Sono stanco. Ho paura. Gli americani hanno dato una "dead-line" a Saddam. Potrebbero attaccare da un momento all' altro". Poi, alzando il capo: "Mi chiamo Joseph Qaqish, sono giordano. Lavoro per l' organizzazione mondiale della sanità. Tu chi sei?". Joseph mi propone di andar con lui, l' indomani, dai "peshmerga", oltre le linee irachene.
Si fa notte. Arrivano i funzionari dell' Onu, i camerieri dell' hotel con le lampade. "Austerity "educativa", voluta da Saddam", spiega qualcuno, mentre dei giovani curdi, con i pantaloni a sbuffo e le barbe incolte, intonano le loro nenie. "Non siamo mai stati felici", cantano. Alle dieci si accendono le lampadine e subito dopo il televisore. Ecco i baffoni di Saddam, ecco il predicozzo del tigì e per finire le interviste ai prigionieri sciiti, rinchiusi a Bassora, che giurano, Inshallah, di star benissimo nelle carceri irachene. Poi di nuovo il buio e gli spari là fuori.
Al mattino, devo aggirare la sorveglianza di Firas, il giovanissimo funzionario governativo che mi è stato messo alle costole. Mi sveglio alle 5. Con la jeep di Joseph non è difficile superare le postazioni di obici iracheni. Tra valichi e tornanti, sorgenti incontaminate dove i profughi fanno la fila, sotto il ritratto di quello stesso Massud Barzani che adesso ha invocato l' aiuto di Saddam, superiamo anche i check point curdi. La "resistenza" è ben organizzata. Le rovine del villaggio di Kafha rivivono nel frastuono di un suk, pieno di merce di contrabbando portata dall' Iran. I rifugiati stanno nelle tende, ogni famiglia con i suoi kalashnikov, ma lì sembra non mancare nulla. Sulle montagne si vende di tutto, compreso gasolio, pezzi di carri armati, mortai e bossoli esplosi.
Solo a nord, verso la frontiera minata con l' Iran, i villaggi grigi rasi al suolo da Saddam durante la guerra con Teheran ricordano le migliaia di persone deportate negli insediamenti creati dal governo.
Torniamo ad Arbil. In albergo, la sposina della camera accanto alla mia singhiozza fino all' alba, per il suo uomo, un guerrigliero, che con la prima luce del giorno scapperà via, sulle montagne del "suo" Kurdistan.




Testata
Epoca

Data pubbl.
26/07/96

Numero
30

Pagina
76

Titolo
SARAJEVO TORNA LA GUERRA: E' "SOLO" UN FILM?

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI FOTO DI LIVIO SENIGALLIESI ha collaborato Daniela Atropia

Sezione
STORIE

Occhiello
CRONACA

Sommario
Bombe, cecchini, violenze: come nell' Italia del neorealismo, un regista gira tra le macerie della Bosnia. E scopre che la pace è ancora lontana. "Forse non sarà un' opera serena: ma non potevo aspettare 50 anni per raccontare che cosa è successo"

Didascalia
Sopra: il set del film "Il cerchio perfetto", a Sarajevo. A fianco:
il regista Ademir Kenovic (a sinistra) dà istruzioni a un attore.
Sotto a destra: Adis, otto anni, profugo nel film e nella realtà.
Sopra: si batte un ciak sul set
del film. A destra: la troupe collauda gli "effetti speciali".
Nella pagina a fianco: sopra,
il regista Kenovic prova con gli attori una scena di violenza dei
soldati serbo-bosniaci. Sotto: la ricostruzione della lotta
per l' acqua in un quartiere di Sarajevo.

Testo
La strada-simbolo del martirio, il boulevard Marsala Tito, la grigia e desolata Snajper alley, come era stata battezzata per via dei cecchini, corre affollata e rumorosa fin dentro il cuore storico di Sarajevo. Nove mesi di pace sfilano tra le luci delle abitazioni aggrappate alle colline, davanti alle insegne dei bar aperti fino a tarda sera, tra lo sferragliare del tram, carico di ragazzini aggrappati alle porte, e i passi di gente che sembra aver dimenticato la paura. Eppure, ancora alla fine di maggio, proprio su questo boulevard presidiato dai blindati della Nato, capitava che all' improvviso il traffico si fermasse. I poliziotti cominciavano ad agitare le braccia, a dirottare le macchine, mentre colonne di fumo si alzavano dai marciapiedi. Nuovamente le raffiche dei kalashnikov. Nuovamente l' ombra in fuga di un bambino che attraversava la strada.
Era finzione, pura rappresentazione: il set dove si stavano completando le riprese de Il cerchio perfetto, prima pellicola neorealista del dopoguerra bosniaco, il film diretto da Ademir Kenovic, sceneggiato dal poeta Abdulah Sidran, che segnerà la rinascita culturale di Sarajevo, il suo riscatto dal passato. Ma in quei momenti, con i fantasmi della guerra ancora così vicini, sembrava che da un istante all' altro dovesse arrivare il tonfo di una granata, spruzzi di sangue, frammenti volanti a tagliare l' aria e fare a pezzi l' illusione della pace.
Come in Italia nel dopoguerra, quando Vittorio De Sica vagava per le vie bombardate della Capitale per le riprese di Sciuscià e Roberto Rossellini per quelle di Roma città aperta, i nuovi cineasti di Sarajevo mettono in scena gli incubi di ieri su un set di macerie vere, in una città sventrata, tra palazzi bruciati, case colabrodo, con attori non professionisti che hanno vissuto l' assedio sulla propria pelle. Il cerchio perfetto è solo la prima di una mezza dozzina di pellicole, alcune in lavorazione, altre in programma, che da qui a un anno porteranno sul grande schermo le vicende della guerra di Bosnia, ma è anche la più realistica, quella che meglio ricostruisce il dramma recente. "Un' operazione difficile proprio sotto il profilo psicologico", spiega il regista Kenovic, adesso impegnato nel montaggio del film, che è stato già richiesto dal festival di Venezia. "Per restituire l' atmosfera di Sarajevo abbiamo dovuto incendiare nuovamente l' antica biblioteca, ricostruire gli incroci maledetti dove la gente moriva falciata dai cecchini. Sarebbe stato meglio, certo, potere contare sulla serenità di una retrospettiva storica, su una riappacificazione con le proprie memorie". Ma Ademir Kenovic, 45 anni, studi alla Dennison University dell' Ohio, docente all' Accademia teatrale e cinematografica di Sarajevo, tre lungometraggi alle spalle, ammette di non avere il dono della pazienza: "Non potevo aspettare 50 anni per raccontare cosa è successo".
Il film, che narra l' incontro tra due piccoli profughi scappati da un villaggio bombardato dai serbi e un uomo, Hamza (Mustafà Nadaric, attore del Teatro Nazionale di Zagabria), rimasto solo a Sarajevo, dopo che la moglie e la figlia sono fuggite all' estero, andava girato subito, come risposta musulmana a Underground, la pellicola di Emir Kusturica accusata di essere filoserba. Frutto di una coproduzione francese, olandese, ungherese, croata e bosniaca, Il cerchio perfetto è costato 3 milioni di dollari, e ha coinvolto centinaia di comparse. Almir Podgorica, 11 anni, scelto per interpretare uno dei due profughi accolti in casa dal protagonista, racconta di aver rischiato di rompersi una gamba durante le riprese, mentre correva lungo il greto della Miljacka per sfuggire ai cecchini. "Nel 1992 sono scappato dal villagio di Brutusi per rifugiarmi a Sarajevo", confida avvolto in una coperta che lo fa assomigliare agli sciuscià di De Sica. "Quando ho girato certe scene mi è sembrato di rivivere la fuga di allora".
Il grande "cerchio" finisce così per essere questo che rimanda la Sarajevo di oggi alla Sarajevo di ieri. Ma un film non basta a celebrare la rinascita di una città. Come non bastano le luci dei ristoranti, le code davanti alle discoteche, i mercati pieni di cibo. Gli accordi di Dayton, che hanno diviso in due la Bosnia, da una parte la Federazione croato-musulmana, dall' altra la repubblica Srpska (serba), nel tentativo di rimettere ordine tra i gruppi etnici dilaniati dalla guerra, hanno cambiato per sempre la geografia politica e sociale dei Balcani, lasciando problemi di tutti i tipi.
Se dal punto di vista militare le scadenze imposte dalla Nato sono state rispettate, nessun passo è ancora stato compiuto nell' integrazione delle etnie. I profughi non sono ancora tornati se non in numero irrisorio. La libertà di movimento dalle zone serbe a quelle musulmane che la pace avrebbe dovuto garantire è un miraggio. I maggiori criminali di guerra, primi tra tutti Karadzic e Mladic, non sono stati arrestati. E la ricostruzione fatica a decollare.
La Banca Mondiale, le agenzie delle Nazioni Unite, gli uffici dell' Unione europea sono schierati in prima linea per sostenere la rinascita della Bosnia e della sua capitale. Ma la maggior parte dei fondi internazionali, i 5 miliardi di dollari previsti in quattro anni, circa 8 mila miliardi di lire, oltre a non essere ancora stati erogati, non sono sufficienti a risanare il disastro.
Dino Bicciato, il manager italiano dell' Img, l' International management group, incaricato di tenere i rapporti con la Banca mondiale, elenca i primi programmi: "Le emergenze innanzitutto: cliniche, ospedali, strade, ferrovie", dice. "Il piano prevede la riapertura di 180 chilometri di strada in Bosnia, di 21 ponti nazionali e due per i collegamenti internazionali, più il ripristino di linee ferroviarie come quella che va da Sarajevo a Ploce".
Impegni da capogiro anche in bocca a Tarik Kuposovic, il sindaco di Sarajevo che ha dato le dimissioni il 12 marzo, quando l' amministrazione cittadina è passata in mano a un' autorità cantonale: "Per ripristinare le infrastrutture, le reti del gas, della luce, dell' acqua, del telefono, per restaurare gli appartamenti danneggiati ci vogliono almeno 4 miliardi e 200 milioni di dollari, poco meno di 7 mila miliardi di lire". Se per ora la Federazione croato-musulmana è in grado di assicurare elettricità e telefono in continuazione, acqua e gas a intermittenza, a Sarajevo serve soprattutto che si riavvii il mercato del lavoro: "Ci sono 46 mila soldati da smobilitare, di cui 30 mila disoccupati", continua l' ex sindaco. "Prima della guerra 150 mila persone avevano un impiego fisso. Oggi sono in 3 mila a guadagnare più di 500 marchi al mese, tutti ingaggiati dagli organismi internazionali". E poi, c' è il problema dei profughi che andranno via, di quelli che torneranno, migliaia di appartamenti evacuati dai serbi da ridistribuire tra la polazione...
Sì, Sarajevo potrà essere ricostruita. Ma gli spettri della guerra che resuscitano sul set de Il cerchio perfetto scompariranno sotto le colate di cemento della riedificazione? Nei padiglioni dell' ospedale Kossevo, dove i chirurghi per 4 anni hanno tentato, spesso sotto le bombe, di operare d' urgenza gambe e braccia dilaniate dalle granate, un medico dal passo claudicante per lo sparo di un cecchino, Zelico Trograncic, dice: "L' 80 per cento della popolazione di questa città è afflitta dalla "sindrome post trauma", lo shock causato dal terrore costante di essere ammazzati: stati depressivi, insonnia, flash back, aggressività... Ed è come la sindrome del Vietnam: una bomba a orologeria. Può tornare a manifestarsi anche tra vent' anni". E' questo di cui vuole parlare Kenovic col suo film: "La "guerra dentro", la guerra che nessun telegiornale ha potuto mostrare, quella che stravolge i gesti, i pensieri dei personaggi". Veri o finti, poco importa. Sul set di Sarajevo tutto si confonde ancora.
SARAJEVO LE CIFRE DELL' ORRORE Giorni di guerra 1.325 Popolazione prima della guerra 527 mila abitanti Popolazione durante la guerra 350 mila (di cui 75 mila bambini sotto i 14 anni) Morti 10 mila 500 Feriti 60 mila Invalidi 1.800 Profughi arrivati a Sarajevo 130 mila (di cui 47 mila provenienti dai sobborghi occupati dai serbi) Profughi partiti da Sarajevo 300 mila Soldati da smobilitare 46 mila Case gravemente danneggiate Il 60 per cento
BOX
IN ARRIVO MOLTI FILM ISPIRATI ALLA GUERRA LA CITTA' MARTIRE DIVENTA UN SET Presto sugli schermi il diario di Zlata.
E intanto Harvey Keitel si fa prete in Bosnia.
Il film di Kenovic di cui si parla in queste pagine non è l' unico ispirato ai sanguinosi avvenimenti nella ex Iugoslavia. Sempre a Sarajevo è infatti cominciata la lavorazione di una pellicola americana ispirata al libro del giornalista della Itn Michael Nicholson La Storia di Natasha, dove l' autore racconta la sua lotta per l' adozione di una bambina bosniaca di nove anni. Il film, che si intitolerà proprio Sarajevo, è diretto da Michael Winterbottom e interpretato da Woody Harrelson e Marisa Tomei. E mentre la Universal ha già in progetto un film dal diario di Zlata Filipovic, la ragazzina bosniaca che ha raccontato nei suoi scritti l' orrore della guerra, anche la vicenda del pilota americano Scott O' Grady, che sopravvisse per sei giorni alla macchia dopo essere caduto col suo aereo in Bosnia, arriverà presto sugli schermi: il ruolo del pilota è in ballottaggio tra Christian Slater e Chris O' Donnell; infine Harvey Keitel dovrebbe vestire i panni di un sacerdote italo-americano in Bosnia nel nuovo film di Lina Wertmüller, il cui primo ciak è previsto per la prossima primavera.




Testata
Epoca

Data pubbl.
07/07/96

Numero
27

Pagina
86

Titolo
COSI' SCOMPARE UN PAESE

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI FOTO DI ROMANO CAGNONI

Sezione
STORIE

Occhiello
CRONACA

Sommario
Cardoso non c' è più. Se lo sono portato via le acque del torrente Versilia. Assieme a dodici innocenti. E ai mille sogni di una piccola comunità.

Didascalia
Le macerie di Cardoso, il paese arroccato sulle Apuane, a 300 metri
di altezza, devastato dall' alluvione di mercoledì 19 giugno. Il
disastro ha fatto dodici vittime, su un totale di 200 abitanti. I
sopravvissuti hanno dovuto fare i conti anche con gli "sciacalli"
sorpresi a saccheggiare.
Si scappa, si porta via quel poco che è rimasto intatto, si
seppelliscono le vittime. Tra loro, c' erano anche Giulia Bianchini
e Alessio Ricci, due bambini di 4 e 9 anni. Molte delle case di
pietra del paesino toscano erano state costruite 400 anni fa.

Testo
E' rimasto intatto solo il campanile, a ridosso di un costone roccioso. Tutto il resto dell' antica frazione di Cardoso, 200 anime, nel comune di Stazzema, in provincia di Lucca, uno dei borghi più belli delle Alpi apuane, è stato spazzato via dalle acque del torrente Versilia.
L' alluvione di mercoledì 19 giugno ha trasformato l' intero paese, che si trova a 300 metri di altitudine al riparo del monte Forato, un picco con in mezzo un buco dal quale si vede il cielo, in una poltiglia di fango. Ha ridotto a un colabrodo le reti idriche, elettriche, telefoniche, le condutture del gas. Ha disintegrato il portale di granito della chiesa, polverizzato persino le abitazioni costruite 400 anni fa con la tipica roccia grigia che si scava in questa zona. Anche gli abitanti sono spariti, alcuni morti (9 persone più 3 che non erano residenti), trascinati dal torrente, schiacciati da tonnellate di massi, altri scesi a valle con l' aiuto degli elicotteri dell' esercito.
Una valanga d' acqua. I corpi di Elena Bianchini, 30 anni, e della figlia Giulia, di 4, sono stati ritrovati a mare, il primo giovedì nelle acque di Marina di Massa, il secondo venerdì sulla spiaggia ligure di Portovenere. Quello di Alessio Ricci, 9 anni, era invece sotto una frana a Ruosina, una frazione di Stazzema. Il piccolo era stato portato a Cardoso dalla madre Valeria Guidi, che voleva rimettere in ordine la casa di villeggiatura, nella stessa palazzina dei nonni, Valentino Guidi e Renata Marcucci, trovati entrambi morti. Il padre del piccolo Alessio, Eugenio Ricci, un impiegato dell' azienda di promozione turistica di Viareggio, aveva telefonato alla moglie alle 13,30 di mercoledì, qualche minuto prima del disastro: "Urlava", ha raccontato tra le lacrime, "Ho paura, ho paura. Qui entra acqua dappertutto". Ed io le dicevo: "esci subito, vengo a prenderti". Mi sono messo in macchina, ma un muro di acqua mi è venuto addosso". Scavando nel fango i soccorritori hanno scoperto anche le carcasse imputridite di 200 maiali. Domenica 23 la gente di Cardoso è tornata, ma solo per raccogliere vestiti, coperte, libri, prima che gli sciacalli facessero man bassa.




Testata
Epoca

Data pubbl.
30/06/96

Numero
26

Pagina
8

Titolo
IO, NELLE STRADE DELLA GUERRA

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI

Sezione
STORIE

Occhiello
LIBERIA L' inviata di Epoca racconta

Sommario
Teste mozzate. Scene di cannibalismo. Guerriglieri-bambini imbottiti di droga che uccidono ridendo. Cronaca di una settimana qualunque vissuta nel folle inferno di Monrovia. La nostra vita è affidata a un generale di 18 anni Monrovia era una delle città più americanizzate d' Africa, ora è una bolgia divorata dal colera Nemmeno i funzionari Onu hanno il coraggio di entrare nella baraccopoli dei rifugiati I militari nigeriani della forza di pace vendono armi alle fazioni

Didascalia
Sotto: un miliziano del Fronte patriottico nazionale di Charles
Taylor uccide per strada un rivale krahn. Nella pagina accanto: un
guerrigliero armato di tutto punto con un grande orso di peluche
rubato durante un saccheggio. Nelle pagine precedenti: una testa
mozzata, lasciata a monito lungo una strada del Mamba Point, e un
guerrigliero agghindato come per una festa rap.
Indossando un vestito da sera rubato nei quartieri residenziali, un
miliziano armato di lancia si mette in posa per il fotografo.
Intorno a lui è ovunque desolazione, gli edifici e i negozi sono
tutti distrutti o abbandonati. Molti miliziani di Johnson combattono
addirittura nudi, indossando solo scarpe da jogging.
Sotto: una delle tante esecuzioni capitali compiute per le strade di
Monrovia. La vittima, in questo caso, è un membro dell' etnia krahn.
Nella pagina accanto: indossando una maschera tribale, ma
imbracciando un kalashnikov, un guerrigliero tiene sotto controllo
una zona della periferia della capitale liberiana.
Sopra: uno dei generali di Charles Taylor. Aggregate al suo gruppo
ci sono anche due giovani donne, le uniche combattenti incontrate
dall' inviata di Epoca durante i sette giorni trascorsi a Monrovia.
Sotto: una sentinella delle milizie di Johnson che tiene sotto
controllo una strada del quadrilatero di Barklay.
Salvatore Palella,
59 anni, nel suo ristorante a Monrovia.

Testo
Le canne dei kalashnikov puntate contro di noi. Gli sguardi esaltati dalle amfetamine e dalla marijuana. Un miliziano di 15 anni, maglietta a strisce e un basco di lana in testa, sputa parole a ritmo di rap: "Non- cer-cate- di scappare. Se- vi- muo-vete- vi- tiriamo- addosso". Sono le cinque del pomeriggio di un martedì di guerra, a Monrovia, capitale della Liberia, popolata da bande e fazioni che dal 6 aprile imperversano con le loro grida di battaglia e di morte. Dalle 11 del mattino i guerriglieri dell' Npfl, il Fronte patriottico nazionale di Charles Taylor, ci "trattengono" a un check point vicino al quartiere di Sinkor, oltre l' università: sei giornalisti (due italiani, un fotografo belga, un francese, due cameramen turchi) presi in ostaggio con l' accusa di essere spie.
Dopo averci interrogato, ci ordinano di sederci su un muretto, a un incrocio. Fa caldo. La tensione cresce di minuto in minuto. "State calmi. Dobbiamo aspettare il generale", dice il miliziano. "Sarà lui a decidere cosa fare di voi".
E' la prima volta che le milizie sequestrano dei giornalisti a Monrovia. Da quando, ad aprile, si è riacceso il conflitto etnico politico cominciato nel 1990 (vedi riquadro a pagina 14), in città ci si muove a piedi, si passa da un fronte all' altro senza troppi problemi. Tanto i guerriglieri dell' etnia krahn e mandingo che fanno capo a Roosevelt Johnson, quanto i loro avversari delle tribù Gio e Mano stretti attorno a Charles Taylor, e relative fazioni alleate (60 mila uomini in tutto), adorano farsi fotografare e riprendere dalle telecamere. Sotto gli occhi dei giornalisti ragazzini dagli 8 ai 15 anni, i visi dipinti, vestiti di stracci e mimetiche, armati di fucili, revolver, bazooka, ma anche di machete, coltelli, bastoni, combattono, massacrano nemici, tagliano loro i genitali, mutilano gambe e braccia, li squartano, ne divorano il cuore e il fegato. A Sinkor qualcosa sta invece andando per il verso sbagliato. Senza saperlo siamo entrati in una delle zone inaccessibili del conflitto. Nessun giornalista si era ancora spinto fin qui.
Liberi ma terrorizzati. Al check point le ore scorrono. Siamo stati interrogati da un comandante di 14 anni, dalle guance paffute e occhi crudeli, che bivaccava nella hall di un edificio saccheggiato.
Siamo stati poi consegnati a un generale di 18 anni, basco rosso e RayBan neri, viso scolpito a zigomi alti, che fumava marijuana, seduto sotto gli alberi con i suoi miliziani. Con lui c' erano le uniche due ragazze soldato incontrate a Monrovia, una diciottenne in divisa militare, lo sguardo obliquo, il tono arrogante, e una ventenne in jeans e camicia bianca ricamata che scopre le gengive a ogni sogghigno.
All' improvviso appaiono, dietro i vetri di una berlina chiara, le facce di quattro libanesi. La macchina scompare dietro un cancello, in fondo alla strada che porta al mare. Qualche minuto dopo, veniamo chiamati: vogliono parlarci.
I libanesi, signori degli affari in Liberia, terra di diamanti, oro, ferro, sono tra i pochi stranieri rimasti a Monrovia. Pagano le fazioni, così le loro case, in una città dove non esiste più né acqua, né luce, né telefono, sono le sole a non essere state saccheggiate. Nella villa ci sono l' aria condizionata, il biliardo, il televisore acceso sulla Cnn, le bibite ghiacciate. "Nessun problema", ci rassicurano. "Vi autorizziamo noi ad andare". Ma appena fuori, di nuovo le milizie, ancora l' attesa, sempre gli stessi sguardi straniati dall' alcol e dalla droga, i fucili puntati, mentre continua il via vai di camion e di jeep carichi di ragazzini armati.
Edifici sventrati e saccheggiati. Il generale ritorna alle sei. Fa solo un segno di assenso con la testa. Possiamo andare. Cinquecento metri ci separano dalla terra di nessuno che divide le milizie di Taylor da quelle di Johnson. Li percorriamo lentamente, con la paura che ci sparino alle spalle. Invece, il pericolo arriva da un' ultima banda, a bordo di una jeep pick-up, che tenta di fermarci. Vogliono trattenere due di noi. L' angoscia aumenta. Il fotografo belga discute con il capo, un uomo dal viso butterato. Finalmente le dita in segno di ok. La strada che costeggia il mare si spalanca libera e deserta.
Monrovia, con i suoi quartieri residenziali fatti di case bianche, basse, giardini ricchi di vegetazione, era un tempo tra le città più moderne e americanizzate dell' Africa occidentale. Gli ultimi combattimenti l' hanno trasformata in un agglomerato di edifici sventrati. Per le sue strade, cadaveri bruciati, mucchi di spazzature, carcasse d' auto, telefoni, vestiti, sedie, frigoriferi, tutto ciò che i guerriglieri scartano dopo i saccheggi. Mercoledì mattina ci inoltriamo nel quartiere di Barklay, un quadrilatero di vie, delimitato da una parte da una moschea, dall' altra da un cimitero, tenuto dalle milizie di Roosevelt Johnson. Una barricata, fatta di cassette di birra, con un totem al centro, protegge il passaggio dei civili: soprattutto donne con secchi d' acqua in testa, qualche anziano. I bambini sono invece in mezzo ai guerriglieri. Danzano, giocano a pallone, maneggiano armi e coltelli. Li tengono d' occhio, da un paio di check point, i soldati dell' Ecomog, la forza di pace composta da 8 mila militari, in maggior parte nigeriani, che dal 1991 veglia sul conflitto, senza troppo intervenire. O meglio intervenendo a modo proprio: vendendo armi alle fazioni, secondo le denunce di Amnesty International, e favorendo in passato gli avversari di Taylor.
Costeggiamo il cimitero. C' è silenzio: nel quartiere le piccole botteghe, i baretti, i posti di ristoro sono tutti distrutti. Un paio di chilometri più in là un fantoccio di legno con un finto fucile in mano veglia sull' entrata alle Baracche, il Btc (Barclay training center), un tempo quartier generale dell' esercito governativo, oggi città nella città, dove si accalca una folla disperata, chi dice di 20 mila, chi di 50 mila, chi di 70 mila sfollati, accampati tra scoli di fogna, fumi di fornelli, mucchi di spazzatura.
Circondato da caseggiati gialli, bassi, con tetti spioventi, il Btc ospita all' interno un campo di calcio dove si allena una squadra di ragazze scattanti e muscolose, un ospedaletto, le residenze degli ex militari governativi passati dalla parte di Johnson. E persino una chiesa luterana (in Liberia nonostante la popolazione sia a maggioranza musulmana, ci sono centinaia di chiese di tutte le confessioni). Gli anziani snocciolano il loro rosario di bisogni e paure: "Ci servono cibo, medicine, protezione. Qui ci fanno a pezzi.
Ieri sono morte dieci persone per le granate lanciate da quelli di Taylor". Il direttore dell' ospedale, Lorenzo Q. Dorr, spiega che i funzionari del World Food Programme, il programma alimentare delle Nazioni Unite, non mettono piede dentro le Baracche. "Lo giudicano troppo pericoloso. Portano il cibo nella zona ma bisogna andarlo a prendere fuori". Ad occuparsi dei malati (50, 60 feriti al giorno, innumerevoli casi di colera), ci sono i 46 volontari dello staff "tecnico". E di tanto in tanto i "traditional doctors", gli stregoni.
Ai guerriglieri di Johnson, accampati tra i civili, spetta la protezione del campo. Ce n' è uno di 13 anni, mingherlino, con una bandoliera a tracolla. Si chiama Gerald Boniface, ma il suo nome di battaglia è Bullet Proof ("a prova di proiettile"). E' il comandante di una Small Boys Unit, le unità create dalle fazioni per inquadrare i bambini tra gli 8 e i 14 anni: quelli soprannominati i "marines", destinati ai lavori più sporchi, come combattere in prima linea o finire i prigionieri. "I miei genitori sono stati ammazzati dagli uomini di Taylor nel 1990", racconta il ragazzino. "Mio fratello pure. Io ero rimasto solo, e sono entrato nelle milizie di Johnson.
Finché combatto mi danno da mangiare. Se finisce la guerra, morirò di fame. Se ho ammazzato nemici? Certo. Uno l' ho fatto fuori ieri: ha tentato di spararmi due colpi addosso, ma io l' ho preso allo stomaco". Mostra le sue guardie del corpo: una mezza dozzina di bambini che lo chiamano "Alto generale" con gran deferenza. I suoi programmi per il futuro: "studiare e diventare un marine americano".
Dei motivi veri di questo conflitto, dell' intreccio di ambizioni personali e interessi economici dei signori della guerra, come delle potenze occidentali, Stati Uniti in testa, Bullet Proof non sa nulla. A lui, come agli altri 20, 30 mila ragazzini impegnati nel conflitto, l' unica ricompensa dei capi è un po' di cibo e il diritto di saccheggiare case, negozi, uffici.
Si spara a orario fisso. Il giorno dopo, giovedì, li vediamo combattere questi bambini senza innocenza. Ed è come una Disneyland degli orrori. Tragica e grottesca. Alcuni portano l' elmetto, altri cappellini da baseball. Altri ancora, senza mai lasciare il fucile, giocano a travestirsi, sfoggiando parrucche da donna con riccioli e méches, abiti femminili, cappelli di chiffon rubati nei saccheggi.
Quelli di Johnson vanno in giro anche nudi, ma con le scarpe da jogging.
La battaglia comincia a orario fisso, alle 11. Scoppia a Barklay. I primi spari, dal fondo della strada. Dall' altra parte incitamenti, danze propiziatorie, urla da stadio. "Move, move". Andiamo, andiamo.
"Run, run". Correte, correte. Un unico boato. E cinquanta, sessanta guerriglieri si dirigono contro il nemico. I primi armati di kalashnikov e bazooka, gli altri dietro con i machete, con i coltelli da cucina e persino i phon per capelli impugnati come pistole. Si corre da un incrocio all' altro senza un piano, senza una strategia. Per due, tre ore si combatte dietro il campo profughi di Greystone, un altro infernale agglomerato di sfollati. Alle due del pomeriggio la città è una tomba a cielo aperto. I corpi squarciati di due ragazzi giacciono davanti a Greystone, gli intestini di fuori, il cranio fracassato. A Barklay è ancora peggio, cadaveri decapitati, braccia, gambe, mani, piedi amputati. Nei pressi di Sinkor, due cameramen inglesi si trovano a filmare un rito cannibalistico. "I nemici erano a terra, morti. I guerriglieri di Taylor li hanno tagliati lungo lo sterno", racconterà uno dei due, Zed Paisley.°"Hanno tirato fuori il cuore e il fegato e li hanno messi a cucinare su un fornelletto, condendoli con spezie e sughi.
Un ragazzo ci ha detto che dopo aver mangiato avrebbe acquistato forza e coraggio e che il pasto gli avrebbe permesso di farsi una bella dormita. Volevano che cenassimo con loro...". Nella moderna e americanizzata Monrovia, le tradizioni tribali risorgono, si impongono, nutrite, da una parte, di rambismo made in Usa, dall' altra di antiche superstizioni. E niente sembra cambiato dagli anni Trenta, quando Graham Greene alla vigilia della sua esplorazione in Liberia (raccontata in Viaggio senza mappe) si trovò davanti una sola carta geografica, disegnata dai cercatori d' oro, che indicava tre quarti del Paese come "cannibals' fields", le terre dei cannibali.
Il fortino-ambasciata americano. Nel pomeriggio i cadaveri vengono dati alle fiamme. Tornando nel Mamba Point, l' ex quartiere diplomatico di Monrovia, i cancelli divelti delle sedi degli organismi internazionali, l' Unicef, la Croce Rossa, Médecine sans Frontières, proiettano ombre lunghe sui marciapiedi. Resiste un albergo, proprio il Mamba Point, gestito da libanesi e protetto dalle milizie di Taylor. Tenuto aperto per ospitare i giornalisti, è uno dei pochissimi edifici dove i generatori assicurano aria condizionata, elettricità, acqua per quattro ore al giorno, e telefono abilitato alle chiamate internazionali. Sulla stessa strada che segue il mare, appare l' unica vera roccaforte di Monrovia: l' ambasciata americana. Duemila marine, a rotazione (in parte su una nave in parte a terra), presidiano i muri di cinta ornati col filo spinato. Un piccolo spiazzo sul retro, vicino alla spiaggia, permette agli elicotteri di atterrare. Il campo di Greystone si trova proprio di fronte. Accoglie, tra fogne a cielo aperto, sotto le tende azzurre delle Nazioni unite, oltre 20 mila rifugiati che sopravvivono di piccoli commerci. E' l' ambasciata a rifornirli di cibo.
Il personale delle agenzie umanitarie a Monrovia è ridotto a poche unità: gli stranieri in gran parte evacuati, gli staff locali nell' impossibilità di lavorare. Se i volontari di Médecine sans Frontières non riescono a fronteggiare le decine di casi di colera al giorno, quelli del World Food Programme cercano come possono di rifornire tutta la città. L' addetto stampa, Michelle Quintaglie, parla di 600 mila persone (su una popolazione, prima della guerra, di 800 mila). "Con i combattimenti c' è stato un rimescolamento generale", spiega. "Chi è scappato, chi si è rifugiato nei campi profughi... Quasi tutti hanno dovuto lasciare le loro case".
Un mucchio di foto sparse. La domenica, alle 11 del mattino, non si sentono spari, come di consueto. I guerriglieri sembrano calmi. Nel primo pomeriggio le truppe dell' Ecomog attraversano la città con i blindati. Drappelli di soldati nigeriani si riversano a ogni incrocio: le fazioni hanno appena firmato il cessate-il-fuoco. Non è ancora pace. Le violenze e i saccheggi continuano, ma l' Ecomog sembra aver tutta l' intenzione di disarmare le milizie. Per le strade i bambini tornano a giocare con giocattoli veri e gli artigiani del legno a vendere statuette, di fronte all' ambasciata.
Dietro al Mamba Point Hotel, un mucchio di foto, perse sui marciapiedi durante un saccheggio, fanno luccicare al sole il ricordo di un' altra Liberia: uomini in smoking, donne ingioiellate, coppe di champagne... L' illusione, o piuttosto l' inganno, del benessere e della civiltà.

BOX
PARLA L' UNICO ITALIANO RIMASTO A MONROVIA "DA QUI NON MI MUOVO. ALTROVE NON HO NIENTE" Aspetta la pace barricato nel suo ristorante. Extralusso.
Nella sala del "Salvatore' s restaurant", il locale più esclusivo di Monrovia, tutto è rimasto come quell' ultima sera del 5 aprile, prima che scoppiassero i combattimenti: le tovagliette verdi ai tavoli, le tendine ricamate alle finestre, le bottiglie di alcolici allineate sul bancone. Il proprietario, Salvatore Palella, un messinese di 59 anni che si vanta di essere il primo italiano arrivato nella capitale liberiana (anno 1955), ha deciso così. Si è chiuso là dentro e si è messo ad aspettare. Come se da un momento all' altro i camerieri dovessero tornare a servire tagliatelle e spaghetti ai suoi facoltosi clienti e gli imprenditori stranieri a trattare affari miliardari ai suoi tavoli. "Sì, sono l' unico italiano rimasto a Monrovia", dice, seduto nel suo ufficio, sul retro del ristorante, dove un cameriere offre caffè e acqua tonica.
"Ma perché dovrei andarmene? Tutto quello che possiedo è qui. Non ho niente altrove". Il riverbero di una candela che gli rischiara la barba bianca, incolta, gli occhi arrossati, i pochi capelli, gli proietta addosso un' aria da sopravvissuto, lontana da quella curata, un po' leccata che ha nella collezione di foto appese al muro. "Paura? Mah, passo il tempo studiando i testi dei Rosacroce.
Alta filosofia, scienze occulte. E' l' unico sistema per resistere in questo inferno".
Nel suo piccolo, Salvatore Palella è fortunato. Il suo ristorante, un locale basso nascosto tra la vegetazione, dietro il grande mausoleo sventrato in stile déco che era la sede della potente loggia massonica liberiana, è uno dei pochi a non essere stato saccheggiato: "Forse perché a Monrovia conosco tutti, sono benvoluto dalle fazioni. Figuratevi, mi chiamano il "padrino"... Ma qui non è mai detto. Un saccheggio l' ho già subito". E' successo nel 1990, quando, a causa della guerra, decise di partire: al ritorno trovò solo un cumulo di macerie. "Danni per 393 mila dollari. Sono anni che aspetto un risarcimento dal governo italiano. Esiste una legge che garantisce il rimborso degli imprenditori vittime della guerra all' estero. E' successo in Libia e in Somalia. Speravo valesse anche per la Liberia...".
La sua lingua quotidiana è ormai l' inglese, ma Salvatore Palella ha conservato ancora con un forte accento siciliano: "Messina? Sì, me la ricordo. Ho un fratello lì. Ma dopo che è morta mia madre l' anno scorso, che ci torno a fare? Mio padre", racconta mostrando la foto di un omone in divisa, con le mani sui fianchi, "era un eroe di guerra: ha ricevuto due medaglie d' oro al valore combattendo con Mussolini in Spagna, accanto a Franco. E' morto quando io avevo un anno". Tira fuori altre foto, quelle della madre, della moglie, dei figli. "Da ragazzino ho vissuto in Spagna, in Australia, ma poi c' era il servizio militare di mezzo e io non volevo farlo...". Fu così che Salvatore Palella approdò a Monrovia, nel 1955, quando in città c' erano appena 25 mila abitanti, chiamato da un amico di famiglia che lo mise a lavorare in un bar. "Sono stato il primo a portare i gelati in Liberia". Qui incontrò una ballerina spagnola di flamenco. La sposò, fece quattro figli, tre maschi e una femmina, e poi spedì tutta la famiglia a Madrid dalla suocera: "Perché? Perché questo non è posto per far vivere dei bambini". Se il primo ristorante aperto nel 1963 si rivela un fallimento, i contatti con la nomenklatura liberiana, in compenso, si intensificano.
"Ero molto amico del presidente William Tolbert. Eccolo lì nella foto... Conoscevo anche Samuel Doe. L' ho visto crescere per strada. I capi di oggi? Taylor viene spesso da me. Ma qui è così, se hai soldi ti rispettano tutti". E di soldi Salvatore Palella deve averne fatti. Tanti: un nuovo ristorante aperto nel 1967, un business club, il Royal, riferimento per tutti gli imprenditori stranieri in Liberia, inaugurato nel 1992. "Però sapete quanto mi è costata la guerra? Mille dollari al giorno. Devo far funzionare i due generatori che sono rimasti, fare attenzione a quello che bevo e mangio, perché non posso concedermi il lusso di ammalarmi. E poi nutrire i 50, 60 ragazzi che sono con me; dividere il cibo con quelli che stanno lì fuori; portare aiuto al Saint Joseph Hospital, l' ospedale dei missionari". "Padrino" e benefattore? Salvatore Palella allarga le braccia: "E' quello che mi hanno insegnato i Rosacroce: quando tutto è distrutto, bisogna piantare, perché qualcosa rinasca di nuovo".




Testata
Epoca

Data pubbl.
23/06/96

Numero
25

Pagina
18

Titolo
ALBANESI: SCAPPANO DA QUESTO INFERNO ... ... E NON LI FERMEREMO PIU'

Autore
DI MARIA GRAZIA CUTULI ha collaborato Alberto Selvaggi

Sezione
STORIE

Occhiello
DOSSIER

Sommario
Il loro è il Paese più povero d' Europa. E ora alla crisi economica si è aggiunta quella politica. Così, con l' estate, si prepara un nuovo esodo di clandestini. Primo obiettivo: l' Italia. Ma i controlli? Rapporto dal fronte di una "guerra" quotidiana. Che per noi è persa in partenza.

Didascalia
CACCIA AGLI OPPOSITORI A sinistra: le sequenze di un pestaggio della
polizia durante una manifestazione dell' opposizione a Tirana. A
destra: il leader socialista Servet Pellumbi, protetto da una
guardia del corpo,
con un fotografo spagnolo manganellato dagli agenti.
IN ATTESA DEL RIMPATRIO Un gruppo di clandestini albanesi al
commissariato di Monopoli: hanno già il biglietto di ritorno per
Durazzo. Ma molti di loro presto ci riproveranno.

Testo
COSI', TAPPA DOPO TAPPA, BEFFANO (PER LEGGE) LA SORVEGLIANZA 1 Il clandestino albanese che intende imbarcarsi versa un milione, un milione e mezzo allo scafista. Oppure affida il denaro a un parente che fa da "garante" e che verserà l' importo a viaggio riuscito. La cifra comprende un "bonus": un secondo passaggio gratis nel caso il primo andasse male. Le cifre salgono dai 5 ai 20 milioni per i viaggi dei clandestini provenienti dall' Asia.
2 L' imbarco avviene a bordo di gommoni d' altura (20 posti), motoscafi (30 posti), motopescherecci (50 posti). Quasi tutti i mezzi partono da Valona. Raramente da Durazzo. Molti fuggitivi tentano l' imbarco con passaporti falsi sui traghetti di linea da Durazzo o da Bar (Montenegro) 3 Distanza tra Valona e Otranto, 41 miglia. Tempo di percorrenza: un' ora circa, con tempo buono.
4 Dopo lo sbarco.
A) I clandestini sfuggono alle forze dell' ordine.
Un "servizio taxi" gestito dai racket albanesi o italiani, a un costo che varia dalle 150 alle 300 mila lire, preleva a bordo di auto o di furgoni gli immigrati e li accompagna alle stazioni ferroviarie più vicine: Lecce, Monopoli, Bari. oppure ai terminali dei pullman.
A1) Gli albanesi si disperdono per le città italiane.
A2) I curdi si dirigono specialmente in Germania.
A3) Gli altri: pakistani, indiani, cinesi possono rimanere in Italia o dirigersi ai valichi di frontiera per raggiungere Francia, Austria, Svizzera, Germania.
B) La polizia ferma i clandestini sullo scafo o sulla battigia.
Controlla i documenti, procede all' identificazione, rileva le impronte digitali.I clandestini provenienti da Paesi confinanti, albanesi e slavi, sono respinti entro 24 ore con la prima nave di linea. Per gli altri viene emesso un provvedimento di esplusione (10 giorni per lasciare l' Italia e chiedere il rimpatrio via aerea alle ambasciate). Nessuno in realtà lo fa: la maggior parte continua il suo viaggio della speranza.
C) La polizia cattura i clandestini dopo lo sbarco, lungo le strade, sui pullman, sui treni. Se non si può dimostrare lo sbarco recente, si procede con (l' inutile) procedimento d' esplusione.
Li hanno trovati, lunedì 10 giugno, sui pullman delle linee Marozzi, a Monopoli, 45 chilometri da Bari, appena sbarcati da un motoscafo che arrivava dall' Albania. Li hanno presi all' inizio della loro migrazione per l' Italia che li avrebbe portati a Milano, Firenze, Roma, Napoli. Adesso stanno seduti su una panca di legno, qualcuno con le spalle attaccate al muro, qualcun altro a testa bassa, una fila di volti cupi, di jeans umidi, di giubbotti di pelle, di sacchetti tra le ginocchia, custoditi in un seminterrato del commissariato di polizia, con due agenti che li sorvegliano e una geometria di transenne che li confina in pochi metri quadrati.
Sono 19 in tutto. In fuga da un Paese, l' Albania, che oltre a essere il più povero d' Europa (100 mila lire di reddito pro capite al mese) nelle ultime settimane è anche scivolato nella peggiore crisi politica della sua ancor giovane storia dopo la fine del regime comunista. Le elezioni del 26 maggio, che avrebbero dovuto consolidare la democrazia, hanno al contrario scatenato il caos dopo la controversa vittoria del partito democratico del presidente Salim Berisha. L' opposizione ha accusato polizia e servizi segreti, complice il presidente, di aver pilotato il voto. Ci sono state manifestazioni, scontri di piazza con le forze dell' ordine, manganellate, scioperi della fame. E la Comunità Europea e gli Stati Uniti, dopo i rapporti degli osservatori internazionali, hanno ottenuto l' annullamento parziale dei risultati elettorali. In 17 distretti la consultazione è stata così ripetuta domenica 16 giugno, con prosecuzione lunedì 17. I tre principali partiti di opposizione hanno però deciso il boicottaggio delle urne, perché a loro parere la ripetizione è troppo limitata.
Questa improvvisa crisi politica potrebbe riaprire la strada a un esodo di massa? Il dirigente del commissariato di Monopoli, Maurizio Gelich, non si sbilancia: "C' è stato, è vero, negli ultimi giorni, un aumento degli sbarchi clandestini. Ma che sia una conseguenza di quello che sta succedendo in Albania, o solo il consueto effetto della buona stagione, nessuno è in grado di dirlo". Sulla costa pugliese, negli ultimi anni, gli immigrati sono sempre arrivati, a una media di 50 al giorno. Stando almeno a quelli che vengono fermati. Gli altri, quelli che passano indisturbati, si calcola siano dieci volte tanto. E non solo albanesi, ma anche slavi, curdi, pakistani, cingalesi, indiani, cinesi, pronti a fermarsi in Italia o continuare da qui il loro viaggio verso la Germania, la Svizzera, la Francia.
In Puglia l' anno scorso c' è voluto l' esercito a far da spauracchio, mille uomini della brigata Pinerolo mandati in Puglia da aprile a ottobre a pattugliare le coste. In sei mesi hanno sorpreso più di 15 mila clandestini, ma non hanno certo fermato il traffico. Adesso ci sono rinforzi di Guardia di Finanza a Monopoli, di polizia a Brindisi, di carabinieri a Otranto, ci sono 52 navi, guardacoste e vedette, a pattugliare l' Adriatico, 8 aerei a controllarlo dall' alto, ma anche così la fiumana non si arresta.
Soprattutto l' arrivo dell' estate, con le buone condizioni meteorologiche e del mare, è un ulteriore invito alla fuga per migliaia di albanesi. Del resto la costa pugliese rimane un confine colabrodo: 300 chilometri, da Bari a Otranto, di spiagge, anfratti e calette difficili da presidiare, dove si arenano tanto i controlli delle forze di polizia quanto i rigori del "decreto Dini" (che pur sembrava aver dato un giro di vite rispetto alla legge Martelli).
Il "ranch". A Monopoli, centro di smistamento degli immigrati che arrivano dall' Adriatico, quello stanzone seminterrato, dove i 19 albanesi aspettano di conoscere la loro sorte, è stato battezzato il "ranch". Forse per le transenne, forse per l' odore che ristagna dopo ogni passaggio di stranieri. Tutti i clandestini bloccati nella zona finiscono lì. Ci rimangono dieci, dodici ore per gli accertamenti, le impronte digitali, i riconoscimenti. Che cosa succede dopo, lo spiega il commissario Gelich: "Gli slavi e gli albanesi, provenienti da Paesi di frontiera, vengono respinti con la prima nave di linea. Per gli asiatici, bisogna accertare la loro nazionalità, non sempre facile visto che viaggiano spesso con documenti falsi, e poi emettere un procedimento di espulsione: 10 giorni per lasciare l' Italia e farsi rimpatriare dalle loro ambasciate".
Ma, primo problema: senza documenti i Paesi d' origine si rifiutano di accettarli. Secondo: nessuno degli "espulsi" si preoccupa di andarsene. L' "intimazione" è solo un foglio di carta straccia che permette loro di continuare indisturbati il viaggio. Inoltre, fino al 31 marzo scorso, anche albanesi e slavi avevano modo di salvarsi dal rimpatrio: se dimostravano di essere in Italia prima del decreto potevano mettersi in regola con la sanatoria.
Il "decreto Dini", uno degli atti legislativi più discussi e contrastati in fatto di immigrazione, si sta insomma rivelando meno duro del previsto? Si finirà per auspicare in Italia quello che sta succedendo in Francia, dove le "terribili" leggi del 1993, firmate dall' allora ministro dell' Interno Pasqua, rischiano di sembrare addirittura filantropiche rispetto alla nuova proposta dell' ala neogollista (impronte digitali di chiunque chieda un visto per la Francia, possibilità di arresto di 45 giorni per i clandestini, senza controllo nei primi 15 da parte dell' autorità giudiziaria...)? Il commissario Gelich allarga le braccia: "L' arresto è previsto per chi favorisce l' immigrazione clandestina, come i conducenti degli scafi, per chi trasporta droga o eventualmente armi".
Sul braccio di mare che collega il porto di Valona alla costa pugliese, si è aperta infatti un' "autostrada" acquatica, sulla quale i pacchi di droga, dall' hashish all' eroina, viaggiano con la stessa facilità di altre merci, dalle sigarette di contrabbando ai carichi umani e, si sospetta, alle armi. A inaugurare il percorso con i motoscafi sono stati i contrabbandieri italiani, i primi a gestire anche il trasporto dei clandestini. In un secondo momento i contrabbandieri si sono spostati in Montenegro e il traffico è passato ai racket albanesi. Con il tacito accordo della Sacra Corona Unita.
Una flottiglia superveloce. Oggi i traghettatori possiedono 50 / 60 motoscafi ancorati a Valona, gommoni d' altura e anche qualche peschereccio. Si occupano dei connazionali, ma non disdegnano gli stranieri. I cinesi, per esempio, che arrivano in Albania con il volo Pechino-Tirana. Altri, come i curdi, gli indiani, i pakistani, raggiungono la costa pugliese a bordo di navi che partono dalla Turchia, oppure vanno su pullman e camion con passaporti falsi attraverso la Bulgaria e la Macedonia fino a Valona. Costo del tragitto: per gli albanesi, da un milione e mezzo di qualche mese fa si è scesi a 400 mila lire. Con una clausola. Gli immigrati che si affidano, una volta a terra, agli autisti forniti dall' organizzazione (italiani, slavi, albanesi o i nomadi del campo di Lecce) pagano 300 mila lire in più, ma hanno diritto a uno o due "bonus". Vale a dire, un secondo o terzo viaggio gratis nel caso in cui vengano scoperti e respinti. Gli altri che preferiscono far da sé devono invece ripagare il pedaggio, se costretti a tornare in patria.
Le tariffe, per gli stranieri, sono molto più care: 2 milioni per i curdi, 3 per i derelitti del Bangladesh, fino a 20 milioni per i cinesi, gestiti da una mafia (la triade più attiva è quella del Drago Verde) che dispone di accompagnatori muniti di visori notturni, cellulari, cassieri con valuta.
Qualcuno di questi clandestini fa sosta in Puglia. Il commissario Gelich, a bordo di una Campagnola, mostra le grotte e le antiche abitazioni rupestri, scavate nei canyon rossi che spaccano la campagna attorno a Monopoli, spesso utilizzate dagli albanesi come domicilio temporaneo. Stracci, lamiere, materassi sfondati testimoniano il loro passaggio.
Al commissariato, intanto, un albanese si lamenta: "Sono scappato dall' Albania perché non avevo i soldi per riparare la mia scavatrice. Ho speso un milione e mezzo per il viaggio, ora ho solo 5 mila lire in tasca e stasera mi rimandano indietro". Ha passato tutta la notte seduto sulla panca: "A turno ci permettevano di andare in bagno. Sempre a turno di fumare una sigaretta. Cibo niente". I panini previsti devono ancora arrivare: il commissariato ha già inoltrato via fax domanda formale al Comune.
Fino a qualche mese fa l' assistenza ai clandestini era monopolio della Caritas."Abbiamo cominciato a occuparcene nel 1991, l' anno dello sbarco oceanico", racconta il direttore don Giorgio Pugliese, "Ci siamo recati in Albania, abbiamo cercato di lavorare anche lì, riuscendo a inaugurare a ottobre 1994 un poliambulatorio". L' anno scorso il sacerdote ha iniziato a fornire i pasti al Commissariato. E visto che a Monopoli non esiste centro di accoglienza, ha messo a disposizione la sede Caritas, la masseria di Santa Cecilia, 50 posti letto, cucine e caminetto.
A marzo, però, il direttore si è reso conto che non poteva andare avanti per molto. E' partito il primo fax per la Prefettura di Bari: una richiesta di risarcimento di 6 milioni (25 mila lire ad assistito) e la richiesta di trasformare la masseria in centro di accoglienza. Ma dall' altra parte solo un "vedremo, vedremo" del capo di gabinetto e nient' altro.
Da quel momento gli agenti di polizia hanno chiesto i pasti al Comune, rimettendoci a volte anche i soldi di tasca propria. Ed è sempre il commissariato ad anticipare (con rimborso dalla Prefettura) il biglietto di rimpatrio per quelli rispediti sui traghetti di linea: dalle 70 alle 100 mila lire, paradossalmente pagate allo Stato albanese, dato che le navi (a Monopoli opera la Vikinga) appartengono a società di quel Paese.
Gommoni antiradar. Se Monopoli è il centro di smistamento dei clandestini, Brindisi è uno dei cancelli di entrata. Un maresciallo della Guardia di Finanza racconta la cattura di uno scafista che il 19 aprile trasportava, oltre a 37 immigati, più di un chilo di eroina: "La nostra motovedetta ha cominciato l' inseguimento, ma il conducente si è buttato contro speronandoci, con il rischio che la gente a bordo finisse maciullata tra le nostre eliche". Alcuni degli scafi sequestrati, pronti a essere riverniciati e utilizzati dalla Guardia di Finanza italiana, galleggiano ancorati al porto. Sono bestioni con 4 motori da 225 cavalli l' uno, capaci di toccare i 45 nodi, spesso più degli stessi mezzi della Finanza. Per non parlare dei gommoni, che hanno il vantaggio di non essere intercettati dai radar. Il maresciallo guarda con preoccupazione verso il mare. Dopo il naufragio della nave turca che il 18 aprile si è incagliata a San Cataldo, vomitando 172 clandestini, tra i quali 103 pakistani, 37 curdi e 31 albanesi, corre voce che altre due imbarcazioni siano pronte a salpare puntando proprio lì, sul tratto di costa tra Brindisi e Otranto.
"Ci rivediamo stasera". Otranto, bianca e arroccata sull' Adriatico, con le sue mura medievali, dista poco più di un' ora di mare da Valona. E' la sponda più vicina a quella albanese, oltre che l' unica cittadina pugliese a possedere un centro di accoglienza. Si fa per dire: 4 container montati sul molo, forniti dalla Prefettura di Lecce. Quattro scatoloni metallici, all' inizio dotati, si favoleggia, di impianto di aria condizionata, docce e brandine.
Oggi ridotti piuttosto male: vetri fracassati, lavabi senza rubinetti, coperte per terra.Qui, come in altri porti, gli immigrati arrivano comodamente anche sulle navi di linea, con documenti falsi. "Li rimandiamo indietro", dice un maresciallo, "e quelli ci fanno "ciao ciao" con la mano. "Ci rivediamo stasera", pronti a sbarcare di nuovo".
Alla stazione dei carabinieri spiegano che a ogni fermo di clandestini si avvisa innanzitutto il pronto soccorso di Otranto per l' assistenza sanitaria. Per i casi più gravi si interpella l' Usl di Maglie (gli albanesi sono generalmente sani, ma curdi, pakistani, indiani spesso hanno malattie infettive). Mentre per i pasti la Prefettura ha stipulato un contratto con il supermercato Scuto (3 mila e 200 lire a pasto). Il proprietario, il signor Giovanni Miceli, prepara pacchetti con pane e formaggio (si evita la mortadella per i musulm